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ANDREMO VERSO UNA CARESTIA PLANETARIA?
Postato il Lunedì, 09 gennaio @ 21:20:00 CST di supervice

DI GERMÁN GORRAIZ LOPEZ
Syr y Sur
Ogni anno il mondo fagocita la metà delle riserve di un paese petrolifero importante e le energie alternative ancora hanno bisogno di enormi sussidi come poter essere utilizzate nei paesi in via di sviluppo.

Tutto ciò, insieme al fatto che la tecnologia dell'idrogeno (una sorta di pietra filosofale che risolverà i problemi energetici dell'Umanità) è ancora agli inizi e che l'inerzia delle ricchezze petroliere non permetterà che le grandi compagnie abbandonino i propri investimenti e l’infrastruttura attuale, farà sì che l'economia mondiale continui a essere dipendente dal petrolio.

Il gas si presenta come l'unico sostituto che possa contrastare una presunta scarsità di petrolio, ma anche questa risorsa segue lo stesso percorso di instabilità e il suo declino avverrà solamente con alcuni anni di ritardo rispetto al petrolio, visto che alcuni paesi stanno già consumando le proprie riserve strategiche – da destinare esclusivamente alle situazioni critiche – per garantire il consumo interno di un paio di mesi, e altri hanno appena introdotte timide misure per il risparmio energetico.

Così, il presidente statunitense Barack Obama ha annunciato che il governo nordamericano ridurrà le emissioni di gas serra del 28 per cento entro il 2020 (raggiungendo l’obbiettivo prefissato, si dovrebbero risparmiare 250 milioni di barili di petrolio) e in Cina è stato introdotto il Piano Energetico Quinquennale che nel 2012 vuole ridurre la dipendenza dal carbone e dal petrolio, anche se, secondo Greenpeace, con un “insufficiente incremento delle energie rinnovabili pari all’1%” in un paese dove il carbone copre il 70 per cento dei bisogni energetici e dove, se dovesse proseguire la tendenza attuale, il consumo attuale di carbone verrà raddoppiato nel giro di 15 anni.

In Russia, secondo Reuters, la produzione petrolifera è salita dell’1,2% nel 2011 per raggiungere 10,27 milioni di barili al giorno (bpd) e il principale impulso a questo rialzo è dato dal nuovo campo petrolifero di Vankor sviluppato da Rosneft, il maggiore produttore del paese, dove l'anno scorso è stata raggiunta una produzione di 15 milioni di tonnellate (300.000 bpd), facendolo diventare la principale fonte dell’export russo tramite oleodotti verso la Cina, grazie al collegamento Siberia-Oceano Pacifico (ESPO) (300.000 bpd di petrolio da Skovorodino a Daqing); per questo motivo l'UE – che consuma il 30 per cento del petrolio russo – dovrà abituarsi al ricatto energetico di Putin.

In quanto all’Iran, possiede, secondo gli esperti, le terze riserve certificate di petrolio e di gas dietro Arabia Saudita e Iraq, ma apparentemente non ha la tecnologia sufficiente per estrarre il gas dai giacimenti più profondi. Inoltre, l'industria petrolifera iraniana ha bisogno di un urgente investimento multimiliardario dato che corre il rischio di dover subire una contrazione di produzione irreversibile e, in accordo al quinto piano quinquennale (2010 –2015) introdotto dal regime, il Governo è obbligato a investire circa 155 miliardi di dollari per lo sviluppo dell'industria industria petrolifera e gasistica, ma il contenzioso nucleare con gli Stati Uniti e le possibili sanzioni sotto forma di stretta finanziaria dall’estero potrebbero far diventare obsoleto questo piano.

Le esportazioni di greggio e di prodotti petroliferi dell'OPEC verso gli Stati Uniti rappresentano il 38% del totale degli acquisti effettuati da questo paese e il Venezuela ne fornisce il 21,6% (1,5 milioni bpd), portandolo al secondo posto tra i fornitori membri dell'OPEC per ragioni di vicinanza geografica (la navigazione delle petroliere verso gli USA dura cinque giorni, quella verso l’Europa 14 e verso l’Estremo Oriente 45, e per questa ragione i noli diventano proibitivi) a dispetto della drammatica diminuzione del volume totale delle esportazioni (secondo i dati pubblicati dal Ministero dell’Energia e del Petrolio, le vendite del paese sono calate del 6,3% e nel 2011 sono stati venduti 2,3 milioni di barili al giorno).

Nuova crisi petrolifera? L'OPEC, da parte sua, mantiene intatta la sua stima sulla domanda mondiale nel 2012, pari a 89,01 milioni di barili giornalieri (mbd) malgrado le incertezze che incombono sul mercato, e per questo la previsione sulla crescita della domanda petrolifera mondiale nel 2012 rimane invariata a 1,2 mbd (l’1,36 per cento di aumento annuo), segnala l'OPEC nella sua relazione mensile del novembre del 2011.

In ogni caso, il recupero e la domanda saranno guidati dai paesi emergenti come la Cina, perché la sua richiesta di petrolio non ha mai smesso di crescere, arrivando a circa 8.200 mb/d (9,72%) di fronte ad una produzione di 3.860 mb/d, e per questo è ora un importatore netto per 4.340 mb/d (circa il 10% della quantità scambiata sul mercato). Nel 2012 la Cina avrà incrementato la sua domanda petrolifera di 560.000 bpd, che rappresenta il 50% dell'incremento mondiale del consumo petrolifero di quest’anno, portando la Cina al secondo posto per consumo a livello mondiale.

Tuttavia, la stagnazione del prezzo del greggio nel biennio 2008-2010 ha impedito ai paesi produttori di ottenere prezzi adeguati (attorno ai 90 dollari) agli investimenti necessari nelle infrastrutture e nella ricerca di nuovi giacimenti, e per questo non è da escludere una possibile contrazione della produzione mondiale di petrolio per il 2015, al concatenarsi della ripresa economica negli Stati Uniti e nell’UE con i fattori di squilibrio geopolitico.

Così, Iran, il secondo maggiore produttore dell'OPEC, potrebbe tentare di ostacolare il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz se gli Stati Uniti dovessero ricorrere all'azione militare contro la Repubblica Islamica nell’ambito del controverso programma nucleare e, secondo una stima dell'AIE (Agenzia Internazionale dell'Energia), al momento sono 13,4 milioni al giorno i barili cha transitano nel canale sulle petroliere (pari a circa il 40% del petrolio scambiato in tutto il mondo).

Tutto ciò darà presumibilmente il via a una psicosi di scarsità e all'incremento spettacolare del prezzo del petrolio fino ai livelli del 2008 (portandolo intorno ai 150 dollari) e ciò avrà come riflesso un selvaggio rincaro dei noli per il trasporto e dei fertilizzanti agricoli che, assieme alle inusuali siccità e alle inondazioni nei tradizionali granai mondiali e alla conseguente applicazione delle restrizioni all'esportazione di queste commodities da parte di questi paesi per garantirsi l’accesso a queste materie, finirà per produrre un esaurimento nei mercati mondiali, l'incremento dei prezzi fino a livelli stratosferici e una conseguente crisi alimentare globale.

Così, la carestia dei prodotti agricoli di base per l'alimentazione (grano, mais, riso, sorgo e miglio) e il forte incremento dei prezzi di questi prodotti nei mercati mondiali, che ha avuto il suo picco nel 2007, andrà presumibilmente “in crescendo” nel prossimo decennio fino a raggiungere il suo zenit nel 2016, a causa della concatenazione dei seguenti fattori:

– sviluppo economico suicida dei paesi del Terzo Mondo con crescite smisurate delle metropoli e dei megacomplessi turistici, e la conseguente riduzione della superficie destinata alla coltivazione agricola.

– cambiamento di modelli di consumo dei paesi emergenti dovuto al notevole aumento della classe media e del suo potere d'acquisto, unito alla debolezza del dollaro e alla diminuzione dei prezzi del greggio con la conseguente deviazione degli investimenti speculativi verso il mercato delle materie prime (commodities).

A ciò dobbiamo aggiungere l'incremento dell'utilizzo da parte dei paesi del primo mondo di tecnologie predatrici (biocombustibili) che, fregiandosi dell'etichetta BIO rispettosa dell’ecosistema, non hanno esitato a fagocitare enormi quantità di mais destinate all'alimentazione per la produzione di biodiesel.

La fame nera colpirebbe specialmente le Antille, Messico, America Centrale, Colombia, Venezuela, Bolivia, Paraguay, Egitto, India, Cina, Bangladesh, Corea del Nord e Sud-est Asiatico, accanendosi con speciale virulenza contro l'Africa sub-sahariana, facendo passare la popolazione che deve gia subire l’inedia dal miliardo attuale a 2 miliardi secondo una stima di alcuni analisti.

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Fonte: ¿Hacia la hambruna mundial?

06.01.2012

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE