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Anonimo

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SENZA IL MARE NON C'E' SALVEZZA
di Giuseppe Conte – 6 giugno 2013
Tra il mare e noi c'è un legame segreto: se si spezza, la vita finisce. L'avvelenamento delle fonti della vita che la nostra civiltà ha prodotto riguarda anche l'anima, la società, la cultura. Salvare il mare vuol dire salvare il pianeta e anche l'essenza di tutto ciò che è umano

Da Stevenson a Verne, da Melville a Conrad, da Hugo a Kipling. Lei definisce il suo libro “un romanzo di mare”. Perché ha scelto di mettere l'elemento marino al centro della narrazione?

Definisco il mio un romanzo di mare per la tradizione a cui mi sono riferito scrivendolo. Quella di opere come L'isola del tesoro, Ventimila leghe sotto i mari, Moby Dick, Tifone, I lavoratori del mare, Capitani coraggiosi, che ho amato sin da quando ero un ragazzo. Ma devo dire con franchezza che la scelta di mettere l'elemento marino al centro della narrazione non è di natura soltanto letteraria. Mi interessava affrontare il tema del mare da diversi punti di vista, ambientali, etici, simbolici. Mi colpisce il fatto che troppo spesso il pensiero ambientalista si fermi sulla battigia. Le giuste battaglie maggiori sono state fatte sinora per salvare le foreste, i fiori, gli alberi, l'acqua dolce, la respirabilità dell'aria. Dalle campagne per l'Amazzonia sino alle manifestazioni di ieri intorno all'aeroporto di Francoforte e di oggi a Istanbul intorno al Gezi Park. Il mare appare lontano, possente, immenso: troppo perché riusciamo immaginare che corra pericoli per colpa dell'uomo. Invece lo scioglimento progressivo dei ghiacci al polo, il riscaldamento globale, i nuovi sistemi di pesca che desertificano i fondali e che spengono intere specie, le trivellazioni petrolifere (cui pare si debbano aggiungere quelle aurifere), le sempre più numerose meganavi da trasporto e da crociera con il volume della loro spazzatura, le fuoriuscite di nafta in seguito a incidenti sulle piattaforme, la formazione di isole di plastica estese ormai più del doppio di stati come il Texas o la California, i progressivi colossali sversamenti di rifiuti tossici, tutto questo sta provocando ferite gravissime all'ecosistema marino. Ho pensato spesso che se la vita alle origini venne dal mare, dal mare può venire anche la morte, la fine di tutto. Ho scelto uno sfondo marino alle vicende romanzesche del libro per questo: per la drammaticità delle condizioni in cui il mare versa oggi, nonostante la lotta dei capitani coraggiosi reali, Paul Watson, Peter Bethune, Charles Moore, e di quelli che ho inventato tra i personaggi del romanzo. E poi ho scelto il mare perché è il mio orizzonte quotidiano, quello che conosco meglio, di fronte al quale ho vissuto tanti anni, prima nella città natale di Porto Maurizio, con antiche tradizioni marinare, poi durante lunghi soggiorni in Bretagna, infine a Nizza. Perché ho visitato al mondo più porti (una volta a Saint-Nazaire ho definito un porto “un nodo inestricabile di simboli”) che musei o cattedrali. E infine perché non dimentico mai che il mare è una scuola spaventosa di libertà e di democrazia, di sofferenza e di avventura, e che, secondo un verso immortale di Baudelaire, un uomo libero sempre avrà caro il mare.

Il titolo è stato per quattro anni “Meduse assassine”, e in effetti le meduse sono in buona parte protagoniste del racconto. Ha poi deciso di mutarlo in “Il male veniva dal mare”. Quanto conta per lei la dimensione simbolica, etica e spirituale nella scrittura e come si incarna in questo libro?

E' vero, le meduse sono al centro del libro, con la loro vita misteriosa e le loro forme bellissime. Composte al 99% di acqua, leggere, inavvicinabili, capaci di uccidere, come fanno le Irukandij o le Chironex Fleckeri. Ma al centro del libro è anche il mito di Medusa, la ragazza dai capelli bellissimi mutati in serpenti da una maledizione degli dèi, e con potere di pietrificare attraverso lo sguardo. Per me – so di andare controcorrente e per acque tempestose – la scrittura è manifestazione di energia creativa e spirituale. Uso miti e simboli, messi a tacere da buona parte della cultura contemporanea, ma li incarno nella più scottante, controversa contemporaneità. In Il male veniva dal mare, per esempio, assume valore simbolico la meganave Sirena, il Leviatano, torre di Babele tra le onde, testimonianza di una umanità che perde il suo equilibrio e si vota all'autodistruzione. E assume valore simbolico la mutazione con cui arrivano in terraferma le meduse di questa nuova specie, dotate di una intelligenza disumana, più veloce e impietosa, che finiscono per rappresentare quella eterna “astuzia” della natura, della cellula, per salvarsi e salvare la vita dell'universo.

Quali e quante sono secondo Lei le manifestazioni del Male? Come si può rappresentarlo?

Il male ha tante manifestazioni. Nella realtà, e anche in questo romanzo. La volontà di potenza spinta al dominio e all'annullamento dell'altro, le perversioni sessuali che arrivano sino all'assassinio sono il Male. Si riconvertono in distruzione e rovina. Sono un Male che va conosciuto, combattuto e sconfitto, nel quale, nondimeno, c'è qualcosa di tragico, che può rischiare di attrarre. Poi c'è un male dagli aspetti grotteschi, infimi, miserabili. Le figure di servi e di opportunisti pronti a macchiarsi di ogni bassezza, dei vili, di chi approfitta della debolezza altrui, dei mestatori mossi solo da interessi venali, dei corrotti di ogni tipo. La normalità del male: lo scienziato al soldo del padrone, il giornalista falsificatore sistematico, il senatore ipocrita e venduto, male terribile che nel romanzo è descritto e che fa soltanto ribrezzo. Oggi, mentre il pianeta agonizza, io sono arrivato a una idea elementare della distinzione tra male e bene. Male è impedire, sporcare, soffocare la vita. Bene è preservarla, amarla, farla fiorire. Il male peggiore è oggi violare la natura e gli esseri umani in cerca di sempre più possesso, sia che questo senso di possesso si manifesti nei disegni di rapina delle multinazionali e delle banche o nel degrado e nella corruzione della politica, sia che si manifesti nella violenza che singoli individui commettono su altri di sesso opposto sentendosi abbandonati, traditi, frustrati (questo turpe senso del possesso, il simmetrico contrario dell'amore, è la fonte del femminicidio, male assoluto del nostro tempo).

Lei sostiene che lottare per il mare significa lottare per il Pianeta. Si è dato risposta all'interrogativo più pressante che attraversa il libro, ovvero la capacità della specie umana di preservare le risorse ambientali e sopravvivere?

Gli oceani coprono un terzo del pianeta. Come l'acqua è un terzo nella composizione del corpo umano. Tra il mare e noi c'è un legame segreto. Chi ama davvero nuotare lo sa. Se si spezza quello, la vita finisce, quella umana e quella della Terra. In qualche modo, la sostanza del mio romanzo è apocalittica. Sembra che la specie umana intera abbia fallito. Non soltanto le ideologie del XX secolo, fascismo, comunismo, capitalismo. Sembra che gli esseri umani, schiavi dei loro falsi idoli, di mentalità arcaiche, di pregiudizi mostruosi, non siano più in grado di vedere dove è il loro bene, la loro ricchezza spirituale, la bellezza stessa dell'universo. Tra gli umani, però, c'è chi si salva. Soprattutto, si salva chi è rimasto fedele malgrado tutto a uno spirito utopico, visionario, pacifista, libertario e sognatore, come nel romanzo il senzatetto chiamato Marlon, che passa la vita sulla spiaggia a leggere Le metamorfosi di Ovidio e Foglie d'erba di Whitman e che continua a credere, come me, nella divinità delle cose e nella potenza creatrice dell'uomo. Per temperamento tendo a non arrendermi. Sin dagli anni Settanta del secolo scorso, quando tentai di far leggere nel modo giusto D.H. Lawrence in Italia e scrissi i testi sulla natura contenuti nei miei primi libri in versi e in prosa, vedo l'avvelenamento delle fonti della vita che la nostra civiltà ha prodotto. Avvelenamento che riguarda anche l'anima, la società, la cultura. Credo che siamo sull'orlo del baratro, ma che non tutto sia perduto. Purché si esca dall'intorpidimento del conformismo, dalle parole d'ordine ormai vuote di sostanza della politica come è tradizionalmente concepita, dal tardo razionalismo cieco degli economisti al potere, refrattari al simbolico e alle energie creative, dalla svalutazione del lavoro concreto dell'uomo a scapito della finanza globale. Salvare il mare, prima che ci pensi un'altra specie per noi, vuol dire salvare il pianeta e anche l'essenza di tutto ciò che è umano: la libertà, la fraternità democratica, lo slancio utopico, il gusto della diversità e della bellezza, il rispetto di quel grande mistero, più profondo degli abissi più profondi, che è l'origine della vita (e che qualcuno continua a considerare l'essenza stessa del divino).