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brig.zero
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solo “l'uomo [color=#0033ff]zero[/color]” può comprendere Matrix …
uno 'straniero' in questo mondo, capitato curiosamente a vivere le vicende di questo nostro secolo sotto spoglie appassionate e scomode di poeta. Come accade che un destino da intellettuale puro, da minatore nelle viscere più profonde della cultura, quella faticosa, lontana dai clamori salottieri, dalle poltrone e dalle sale dei poteri, si trasformi così, d'un tratto, in un destino luminoso di raggiungimenti, di abbandoni mistici, di risposte totalmente esaustive a domande estreme e quasi impossibili, per giungere addirittura alla negazione e cancellazione di tutto quel trascorso duramente compiuto? Cos'ha incontrato Pietro Cimatti alla fine del suo tunnel di parole e di libri, all'uscita di quel labirinto nel quale si era volontariamente perduto e dentro il quale aveva costruito la sua esistenza di pensatore e di poeta, con tutta la fatica e la sofferenza che sempre accompagnano i viaggiatori incapaci di compromessi accattivanti?
'Poeta anarchico' è stato definito dalla critica, imbarazzata a trovargli una qualche collocazione nella pletora dei gruppi, delle conventicole, delle nuove mode, delle correnti, perlopiù rivoli di grandi fiumi ormai trascorsi, critica incapace soprattutto, tranne rare eccezioni colpevoli di non averlo sostenuto fino in fondo, di cogliere in Pietro Cimatti il poeta del duemila e oltre, la sua statura ulteriore, desueta nel piccolo villaggio della poesia contemporanea. Una poesia, la sua, che gli era tramite di esistenza. Cimatti, per tutti gli anni della sua laboriosa, incessante ricerca a tratti spavalda, a tratti disperata, ha cavalcato la poesia come un crociato il suo destriero in mezzo a tutte le battaglie, cercando forsennatamente la vita e la morte, il senso dell'una e il segreto dell'altra. Tutte le domande che contano salgono dai suoi versi; invasati quelli giovanili, eppure così lucidamente premonitori; sapienti e spietati quelli della maturità. Ma, come diceva il suo amato Krishnamurti, nella vera e pura domanda è già contenuta tutta la risposta possibile, che attende solo di essere riconosciuta.
Questo si coglie oggi ripercorrendo l'intero arco della sua poesia: era già in lui ciò che disperatamente cercava attraverso il canale segreto della possessione poetica. Doveva semplicemente incontrare qualcosa che lo svelasse a se stesso secondo l'ineludibile modalità per cui l'uomo incontra solo ciò che gli giunge dall'esterno, attraverso i suoi sensi e la sua mente, così che possa finalmente riconoscerlo e porlo coscientemente in sé, da dove non si è mai allontanato. Un compito ulteriore lo attendeva, un appuntamento che lo affrancasse da tanta poesia e lo rendesse compiuto e raggiunto in se stesso, in ciò che era e ancora non riusciva a vedere nitidamente. E così, necessità e destino, Pietro Cimatti incontra l'Insegnamento del Cerchio Firenze 77 e l'uomo che ne è al suo centro ideale, “semplicità ed enigma”, come amava chiamarlo lui: Roberto Setti.
Per quattro intensissimi anni Pietro Cimatti è un attivo partecipante alle lezioni del Cerchio fiorentino: infatti, se per oltre trenta anni l'Insegnamento ha avuto una progressione lenta e avvolta nel segreto e nella riservatezza di una piccola pattuglia di fedelissimi, rifondando in essi, con estrema delicatezza, un nuovo modo di pensare, di usare la mente, e proponendo con una crescita quasi inavvertibile, attraverso tutta una serie innumerevole di passaggi-punti di verità parziali, concetti che altrimenti sarebbero parsi sconvolgenti e quindi rifiutati da menti ignare e impreparate, ecco che proprio con il sopraggiungere di nuove forze nel gruppo, già pronte ad ulteriori balzi in avanti, l'Insegnamento prende un passo più rapido; le lezioni diventano sempre più ardite; lo sforzo intellettivo per contenerle sempre maggiore; i nuovi concetti si rovesciano sul gruppo fiorentino con una accelerazione a spirale, correndo verso le tesi conclusive; e tutto questo accompagnato da un segnale sorprendentemente nuovo per il gruppo: “…è tempo che le Verità vengano gridate dai tetti!”. È scaduta l'ora del mistero, si parla liberamente dell'Insegnamento, gli straordinari fenomeni fanno da cassa di risonanza, le riunioni si affollano, da ogni dove giungono nuovi amici, nuove richieste, l'esperienza di poche persone di colpo è condivisa da decine e poi centinaia di altre che bussano alla porta di Roberto Setti. Cimatti è uno dei più attivi nell'opera di divulgazione. Ha a sua disposizione lo straordinario strumento della radio e con le sue telefonate ed interviste in diretta comunica e descrive al mondo degli ascoltatori notturni la vicenda che sta vivendo, e finalmente fa quello che non è mai stato fatto prima: all'insaputa di chiunque nella RAI, presenta agli ascoltatori del suo programma un certo signor Francois, e si intrattiene con lui per ben nove volte. È una delle Voci del Cerchio Firenze 77, forse la più accattivante e fraterna. La risposta degli ignari ascoltatori è travolgente: le lettere e le telefonate piovono sulla sede radiofonica di via Asiago, vogliono sapere chi è questo Francois che dice simili cose, che smuove e commuove l'animo, dove si trova, cosa fa, come incontrarlo, vogliono un indirizzo, un numero di telefono. Ma ecco, giunge improvvisa la conclusione dell'Insegnamento, la lezione altissima e definitiva, ed insieme con essa il trapasso dell'uomo trasparente, che ne è stato tramite, a quella trasparenza che era sua natura. Eppure la morte di Roberto Setti non frena lo slancio di Cimatti. Quello stesso anno, il 1984, dà vita a un gruppo romano presso il quale testimonia la sua avventura spirituale, e al quale indica la strada da intraprendere. Diranno: “Ascoltarlo parlare è come essere preda di un fiume impetuoso alla cui corrente è impossibile opporsi”. Cimatti sembra ardere di un fuoco inestinguibile. Gli anni che seguono lo vedono dovunque nel Paese, davanti
agli ascoltatori più svariati, nelle sedi più diverse, a fondare cerchie, a promuovere gruppi di studio, a parlare sempre degli stessi temi, con la stessa forza e una enorme capacità di comunicare, di accendere negli altri la medesima fiamma che lo muove. I libri che scrive in quegli anni sono la testimonianza del suo incontro con il Cerchio fiorentino, della rivelazione incontrata e riconosciuta, del raggiungimento fatale. In particolare questo L'uomo zero, sorta di epistolario fraterno e rivelatore, riproduce il senso e il valore di questa sua straordinaria esperienza, e anche dà il segno del suo modo di porgerla ad altri. Cimatti non si fa ripetitore dell'Insegnamento ricevuto, sa che non è possibile comunicare ad altri la Sapienza, la Verità, la Comprensione. Egli fa iniziare L'uomo zero con le parole di Platone: “È difficile opera trovare il padre e creatore di questo universo visibile; quando poi lo hai trovato, è impossibile parlarne ad altri” e Cimatti, come ognuno che abbia compiuto un rapporto iniziatico, conosce fin troppo bene questo limite, questa impossibilità strutturale, 'organica', di qualsiasi esperienza di essere trasmissibile, carnalmente e spiritualmente trasmissibile ad altri; ché ognuno può contenere solo le proprie, che sono assolute in sé, irripetibili in altri sempre e fatalmente diverse; ognuno solo con la sua strada e la sua verità. Ma Pietro Cimatti, come forse solo un grande talento poetico può fare, o come un grande innamorato del sogno mirabile che ha vissuto, spinto potentemente alla massima condivisione possibile, con L'uomo zero riesce a comunicare, se non l'esperienza, sicuramente il brivido, l'emozione; riesce ad accendere in chi legge queste pagine il desiderio di aprire le altre, quelle dell'Insegnamento, di avviarsi sul medesimo sentiero, che tanto ha donato a lui, per percorrere anch'egli il proprio cammino. L'uomo zero è un irresistibile invito, per chi sia pronto, ad intraprendere l'unico viaggio che abbia senso nella vita di ogni uomo che si svegli dal suo sogno quotidiano, opaco e abitudinario per andare incontro alla primavera della vita. Pietro, come
dice lui stesso, con queste pagine si fa 'porta', soglia ad un mondo di scoperte significative, armoniose e liberatorie. All'uomo di buona volontà varcare la soglia che lo attende da sempre, e di cui Pietro si fa strumento amorevole e suasivo. Ma L'uomo zero è anche il libro di Roberto. Infatti, se certo l'incontro con l'Insegnamento del Cerchio ha soddisfatto tutte le aspettative di una mente come quella di Pietro, così rapida e acuta, capace di analisi e sintesi fulminee, capace soprattutto di enorme libertà, di continuo rinnovamento, capace di autocancellazione e superamento di se stessa e dei suoi limiti, e capace infine dei voli vertiginosi a cui l'aveva abituata certa sua poesia oracolante, estatica e quasi mantica, ebbene cuore e viscere, che nella potenza della Logica e nella Sapienza dei Maestri immateriali hanno trovato anch'essi la loro ragione d'essere e spiegazione, vibravano gioiosamente e totalmente d'amore per Roberto, Maestro carnale, 'pura trasparenza e semplicità' come amava chiamarlo. Le molte pagine innamorate che gli sono dedicate rivelano come Pietro si fosse fatto discepolo di vita a quest'uomo luminosamente trasparente e comune. “Mi ha insegnato praticamente tutto” dirà dai microfoni della RAI, ricordandolo ai radioascoltatori due anni dopo la sua morte, e ancora:

Perché ve ne parlo, amici? Perché voglio lasciarvi la traccia di questo mio amico e Maestro. Ha insegnato a tutti quelli che lo hanno avvicinato la pazienza, la sapienza, l'amore, ma quello vero, sereno, non quello assillante, geloso, che non è amore. Era Maestro perché ha vissuto giorno per giorno quello stesso che insegnava: la pazienza, la sapienza e l'amore, senza discriminazioni. Voi direte “ma viveva, questo signore, sull'Himalaia, nell'irraggiungibile Tibet, in un remoto monastero cinto da muraglie, vestiva di arancione, di nero o di bianco?”, o come altro vuole la favola, il bisogno popolare quando racconta di uomini spiritualmente importanti. No, no; certe persone vengono in punta di piedi, insegnano senza altoparlanti e se ne vanno in punta di piedi, senza disturbare nessuno, senza riflettori e titoli pomposi, […] sono uomini, uomini, spiritualmente importanti proprio per questo. Voi lo sapete: il Tibet un po' meno, l'India molto di più, sfornano ed esportano maestri e santoni, ma troppo appariscenti, troppo loquaci per essere veri. Eppure i Maestri ci sono; questo ve lo garantisco! Roberto era un uomo perfettamente comune, un Maestro invisibile, direi però qualcuno poteva scoprirlo e l'ha scoperto; e sapete perché? Perché diceva sempre di sì, era un solo, continuo, sì alla vita. È concluso il suo lavoro, il suo sì alla vita, ha detto sì alla morte, senza fatica abbandonandosi fiducioso come un fanciullo fra le braccia della madre. Era veramente bello, era bellissimo; diceva “A presto”, sempre, come suo motto, e io vi dico: “[color=#0033ff]A presto[/color]“.

ENRICO RUGGINI

http://ebooks.gutenberg.us/wordtheque/it/AAAASR.TXT

:to: … prova a girare senza documenti [size=7]…imposti da Matrix :legg: … sei libero :hehe: di uscire dalla finestra ma ti fanno rientrare dalla porta … #fisc


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