Rispondi a: Avere o essere?

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Omega
Partecipante

L'uomo -osserva Fromm nel testo menzionato- è come un recipiente che mentre lo si riempie, ingrandisce, così che non sarà mai pieno.. Per questo motivo, secondo me, l'avere è un passaggio “iniziatico” in funzione dell'essere – in quanto lo 'spirito invisibile' lo si comprende solo partendo dalla 'materia visibile', attraverso il presente. Qui però c'è un paradosso: non si è consapevoli di avere (qualcosa) se non si è, realmente. Ma ciò non impedisce di interiorizzare progressivamente l'esperienza superficiale (seppur solo apparente) trasformandola e 'depurandola' dalle scorie (opinioni, filtri, educazione, l'ambiente). L'uomo ritrova l'essere, nel centro come equilibrio tra due estremi (cultura dell'avere troppo – e cultura del rinunciare a tutto). Non esiste che il mondo fenomenico nello spazio e non esiste che l'istante nel tempo (il passato è l'attimo ormai deceduto, il futuro non è mai avvenuto). La modalità dell'essere passa per la modalità dell'avere – anche perché chi è, è ricco, pur non possedendo, mentre chi ha, può Essere, ma può anche non Essere.. E' l'approccio nei confronti dell'infinito che ci circonda a decidere se troveremo il necessario equilibrio. E' sbagliato (voler) avere tutto, è ugualmente sbagliato non avere niente, bisogna avere 'il giusto' e saper godere dell'essenziale- di quello che si ha effettivamente. La ricchezza non è un male, è l'attaccamento ad essere l'ostacolo; ma si può dipendere da tante cose non solo del denaro (e del 'visibile') dunque il cosiddetto male sta nella mente incosciente che nella sua ignoranza identifica il soggetto (mancante) con l'oggetto continuamente desiderato. Il recipiente essendo senza limite non permette l'inganno, ma un Saggio non potrebbe mai cadere nella trappola archetipica del legame fittizio essendo autosufficiente nella Realtà (ri)conosciuta o (ri)scoperta (sia che viva nel Lusso che nella estrema Povertà). Sfatiamo il mito cattolico, ovvero: seguire mammona non significa avere, ma vuol dire cercare sempre di più illudendosi di poter -prima o poi- fermare o soddisfare la nostra avidità incontrollabile antecedente all'illuminazione/ risveglio mentale. Nella filosofia ermetica si giunge a individuare la nostra vera natura tramite una diretta implicazione della materia (dunque oggetti e concetti), un'elaborazione interiore della Maschera Sociale che indossiamo ogni mattina prima di presentarci ad altri umani belli e sorridenti (solo per finta?). Il processo avviene nei strati più profondi e nascosti dell'inconscio dimenticato, un luogo buio, pauroso, tenebroso, terribile (che è il prodotto del nostro 'karma') anche grazie alla presenza dei Guardiani della Soglia, capace di scoraggiare chiunque. Ma una volta uscito fuori l'essere umano comprende, conosce, sa. E conoscendo se stesso comprende anche l'universo. Da quel punto in poi ha, pur Essendo. Non desidera avere niente ma è sempre ricco interiormente, e – se ciò risulta vantaggioso per il Percorso e per la comunità – anche esteriormente. L'avere e l'essere si fonde in una unità senza Giudizio ne falsa morale. Insomma: per lo stolto l'avere è rovina (perché non è); ma per un vero Umano l'avere non è in contraddizione con l'essere poiché è, – e quindi ha.