Accettare la morte

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Questo argomento contiene 57 risposte, ha 17 partecipanti, ed è stato aggiornato da farfalla5 farfalla5 9 anni, 5 mesi fa.

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    Articoli
  • #42380
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    In questi giorni abbiamo avuto un problema di salute di mia suocera….benché abbia 83 anni vedevo mio marito era spaventato dell'idea di perderla…

    ieri nel mio palazzo è morto un uomo di 48 anni e ho visto la sua figlia urlare di dolore…

    mi domando:
    perchè nonostante le mie ricerche e certezze sulla morte, che è solo lo spoglio delle vesti, mi accorgo che tutti comunque facciamo un dramma….(e il dramma lo è)….

    perchè dietro c'è sempre, quasi, malattia, l'incidente e orrore….
    perchè non si muore e basta????
    perchè magari al momento di partenza non ci si smaterializza….????
    lo so sono andata fuori logica….
    ma non capisco perchè ci deve essere per forza il dramma????


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

    #42381
    Pasquale Galasso
    Pasquale Galasso
    Amministratore del forum

    In realtà non si muore mai. Noi piangiamo per il nostro attaccamento verso chi è andato… per il suo destino.

    Noi piangiamo per il nostro ego, l'amore forte, la mancanza.


    CONOSCERE NON È AVERE L'INFORMAZIONE

    #42382

    ezechiele
    Partecipante

    le cinque fasi dell'elaborazione del lutto

    Elisabeth Kübler Ross

    “Le persone sono come le vetrate.

    Scintillano e brillano quando c'è il sole,

    ma quando cala l'oscurità

    rivelano la loro bellezza

    solo se c'è una luce dentro“

    NEGAZIONE il paziente rifiuta la verità – incredulità

    funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia

    RABBIA emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni

    verso se stessi – verso gli altri

    PATTEGGIAMENTO la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare

    in quali progetti può investire la speranza

    DEPRESSIONE consapevolezza delle perdite che sta subendo

    tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria
    si manifesta quando il livello di sofferenza aumenta

    ACCETTAZIONE -accettazione della propria condizione

    -consapevolezza di quanto sta per accadere
    -accettazione cosciente del cambiamento
    -ristrutturazione

    Elisabeth Kübler Ross (Zurigo, 8 luglio 1926 – Scottsdale, Arizona, 24 agosto 2004) è stata medico, psichiatra e docente di medicina comportamentale.

    Dopo gli studi in Svizzera, nel 1958 si è trasferita negli USA dove ha lavorato per molti anni in un ospedale di New York. Dalle sue esperienze con i malati terminali ha tratto il libro Sulla morte e sul morire pubblicato nel 1969, che ha fatto di lei una vera autorità sull'argomento. Celebre la sua definizione dei cinque stadi di reazione alla prognosi mortale: diniego, rabbia, negoziazione, depressione, accettazione. Chiave del suo lavoro è la ricerca del modo corretto di affrontare la sofferenza psichica, oltre che quella fisica.

    LE CINQUE FASI DELLA KUBLER-ROSS

    Il modello a cinque fasi della Kübler-Ross (1970) rappresenta uno strumento che permette di capire le dinamiche psicologiche più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia grave. Da sottolineare che si tratta di un modello a fasi, e non a stadi, per cui le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte. Anche se la maggior parte delle persone sembra vivere le fasi secondo l’ordine in cui vengono descritte, non si tratta di un percorso “evolutivo a stadi”, per cui le fasi possono manifestarsi in qualsiasi ordine e ripresentarsi successivamente, ma anche presentarsi sovrapposte.

    Fase della Negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi sono fatte bene?” “Non è possibile, si sbaglia!” “Non ci posso credere”, sono le parole più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente rifiuta la verità e ritiene impossibile di avere proprio quella malattia. Molto probabilmente il processo di negazione del proprio stato può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ansia per la propria morte e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. È una difesa, che però diventa sempre più debole, con il progredire della malattia, qualora non s’irrigidisca e non raggiunga livelli patologici di disagio psichico.

    Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano a manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, Dio. La frase più frequente è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.

    Fase del patteggiamento: in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare, ed in quale progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò vivere fino a…”, “se guarisco, farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.

    Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta. Questa fase viene distinta in due tipi di depressione: una reattiva ed una preparatoria. La depressione reattiva è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi. La depressione preparatoria ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire. In questa fase della malattia la persona non può più negare la sua condizione di salute, e inizia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione.

    Fase dell’accettazione: quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione, che però sono di intensità moderata. In questa fase il paziente tende ad essere silenzioso ed a raccogliersi, inoltre sono frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto. È il momento dei saluti e della restituzione a chi è stato vicino al paziente. È il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato, in cui si prende cura dei propri “oggetti” (sia in senso pratico, che in senso psicoanalitico). La fase dell’accettazione non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia o con la fase pre-morte, momenti in cui i pazienti possono comunque sperimentare diniego, ribellione o depressione.

    vale anche nel caso di nostri cari: il compagno/a, gli amici migliori, la sfera familiare


    #42384
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    A coloro che sono addolorati per la perdita di una persona cara

    (Estratto dal libro La voce dell'ignoto – CF77- Edizioni Mediterranee)

    Rivolgo queste mie parole a coloro che si avvicinano a noi addolorati dalla cosiddetta perdita di una persona a loro cara, sperando di mettersi in comunicazione con lei per lenire il loro dolore col trovare la prova della sua sopravvivenza.

    Quello che io spero di riuscire a darvi non è tanto il sollievo alla vostra sofferenza quanto farvi comprendere che quello che vi è accaduto deve essere il fermento per la vostra trasformazione, che deve condurvi a vedere la vita da un nuovo punto di vista.

    Uno degli interessi che spingono l'uomo ad accostarsi e ricercare il fenomeno medianico è quello di trovare una conferma della sopravvivenza dell'essere alla morte del corpo. Tale conferma può essere ricercata, fra l'altro, per fugare la propria paura di cessare di esistere, oppure per lenire il dolore che la morte di persone amate ha determinato.

    In più occasioni ci siamo espressi sulla validità del fenomeno medianico, che si può chiamare spiritico solo di rado, quando raggiunge il contatto con un essere disincarnato. Infatti, anche nei casi in cui non c'è frode cosciente, il che è abbastanza raro, la comunicazione può avere origine nella psiche dei presenti, che dirige le facoltà paranormali del soggetto medianico.

    La ragione della frode involontaria sovente risiede nel desiderio di mettersi in contatto con chi non vive più fisicamente, oppure di avere la prova della sopravvivenza, cioè nel desiderio che la realtà sia quale si vorrebbe che fosse.

    Tuttavia, anche la prova che il raro fenomeno realmente spiritico costituisce ha, quasi sempre, valore soggettivo, cioè non è assolutamente probatoria per chi non ha vissuto di persona l'esperienza; perciò non dà alla scienza umana, costituita da certezze oggettive, un arricchimento, un punto fermo per la conquista di ulteriori mete.
    D'altra parte, siccome le azioni degli uomini non traggono origine solo e sempre dalle certezze oggettive, tutto questo non deve impedire all'uomo di avere una sua opinione in merito e, conseguentemente, un suo comportamento.

    Il fatto che noi rappresentiamo costituisce una proposta di opinione e, conseguentemente, una proposta di vita, nella quale l'uomo è consapevole di far parte di una collettività in cui i più dotati che detengono un qualsiasi potere non sopraffanno i deboli, ma colmano le loro deficienze; in cui si invocano maggiori diritti solo quando si adempiono nel miglior modo tutti i propri doveri; in cui gli errori degli altri non diventano giustificazione dei propri ed invito ad errare, ma incentivo a perseguire un mondo migliore cominciando a migliorare se stessi.

    Non è, questa, una comoda concezione della vita; tutt'altro; però è una concezione che ha il pregio di rispecchiare l'ordine naturale delle cose; che non chiude la realtà in schemi fissi sacrificando l'individuo ma, via via, l'adatta alle sue reali esigenze evolutive.
    Chi si rivolge a noi, più che la prova della sopravvivenza trova una simile concezione della vita, che è molto di più della certezza che l'essere non cessa di esistere. Chi, invece, cercasse solo tale conferma, o la comunicazione con qualche caro trapassato, perderebbe il suo tempo.

    Anzi, vi dirò di più: esorto a diffidare dei medium che si dichiarano capaci di evocare a piacimento i disincarnati.
    Acciocché il contatto avvenga non basta che vi sia il tramite: la comunicazione deve essere prevista dall'ordine generale secondo cui si svolgono le cose.

    Chi conosce la storia dello spiritismo sa che vi sono stati medium che hanno servito da tramite per le comunicazioni di molte entità e non sono essi riusciti a mettersi in contatto con una che, più delle altre, amavano e desideravano sentire.
    Noi siamo una delusione per chi avesse tali aspettative. Tuttavia, non possiamo ignorare la dolorosa aspirazione di chi soffre per il trapasso di una persona amata. Con tutto ciò, più che permettere il contatto con essa, invitiamo chi soffre di questo a riflettere sul suo dolore. Naturalmente, parlo nel presupposto che chi mi ascolta sia una persona ragionevole perché, altrimenti, a nulla servirebbe il mio dire.

    Comincerò il mio discorso invitando a riflettere sul fatto che la vita dell'uomo deve avere uno scopo, che non può essere quello di soddisfare tutti i desideri umani e di pensare o preoccuparsi solo per se stessi.
    La vita sociale e di relazione in cui l'uomo viene a trovarsi, gli avvenimenti stessi che gli accadono, il suo stesso modo di reagire agli stimoli, lo inducono a dedicare uno spazio più o meno grande agli altri. E gli altri sono – almeno in principio dell'evoluzione della coscienza – coloro la cui vita in qualche modo si riflette sulla propria, in qualche maniera la condiziona. E un dedicarsi egoistico, quindi, allorché il legame non sia stabilito dall'affetto; ma anche quando l'interesse all'altro è originato dall'amore, non sempre è spoglio di egoismo; anzi, spesso si tratta di amore possessivo.

    Il vero amore desidera il bene di colui che si ama anche se ciò si concretizza in una situazione in cui l'amato non si può più avere vicino come prima. Credo che nessuna persona ragionevole possa contraddire tale affermazione.
    La vita presenta degli avvenimenti che non sono conseguenza della volontà di alcuno ed altri che, pur essendo conseguenza del comportamento di qualcuno, coinvolgono certi che non vi parteciperebbero se non fosse il caso che li ha messi a tiro.

    Di fronte a tali eventi si ripropone il quesito che indubbiamente ogni uomo si è posto nel corso della sua vita, e cioè se l'esistenza di tutto abbia un suo significato, oppure se tutto sia un non-senso.
    Quelli che non accettano il significato trascendente della vita si giustificano dicendo che non è dimostrato questo significato trascendente della vita; tuttavia, quando la loro esistenza li mette di fronte a dover accettare o no qualcosa di indimostrabile, suppliscono alla mancanza di certezza con la plausibilità offerta da un ragionamento logico. E non si può certo affermare che logico sia pensare che all'origine di tutto quanto esiste vi sia una fortuita circostanza che dal nulla – in senso organico – non solo avrebbe creato la materia e la vita, ma avrebbe soprattutto composto quel codice genetico secondo cui tutto si sviluppa ordinatamente. Cioè, è assurdo pensare che dal caos il caso abbia creato, o quanto meno avviato, il procedere ordinato, ossia l'ordine e il fine.

    Se, invece, si volesse supplire a tale mancanza di logica pensando che tutto quanto esiste, esiste da sempre – cioè senza origine -, allora ne conseguirebbe che tutto sarebbe eterno, al di là della caducità delle singole forme, e quindi l'esistere sarebbe eterno, al di là della caducità delle singole esistenze: ossia si affermerebbe, implicitamente, ciò che si vuol negare.
    Perciò, il negatore del senso trascendente della vita in nessun caso fonda la sua opinione sulla logica, come fa invece tranquillamente quando nella vita deve prendere partito di una cosa inaccertabile oggettivamente.

    La logica conforta, invece, l'opinione di chi crede che l'esistenza del Tutto abbia un significato trascendente. Non è certo il caso di addentrarci in dispute religiose o filosofiche, che nascono da una simile convinzione; tuttavia credo che si possano accettare, senza scomodare troppo la fede, alcune plausibili affermazioni come, per esempio, che se l'esistenza del cosmo ubbidisce a precise leggi, cioè ha un ordine, lo stesso ordine non può mancare nella vita dell'uomo, elemento di tale cosmo; e che al di là dell'incomprensibile, per noi, significato degli avvenimenti che ci capitano, a cui prima facevo cenno, vi sia un preciso significato, una profonda ragione.
    In altre parole: o Dio non esiste, ma è illogico; oppure, se esiste, non può essere dispettoso e crudele. Cosicché quello che si reputa un castigo, una cattiveria della vita, al di là del suo sapore immediato deve nascondere un fine degno della Divinità, cioè un fine di amore e di vero bene per chi lo subisce. Tutto ciò è quanto suggerisce la logica e il buon senso.

    Allora, voi che siete schiantati dal dolore per la perdita di una persona amata, se siete creature ragionevoli, se veramente amate chi è trapassato, dovete arginare il vostro dolore nel pensiero che la sofferenza che state vivendo ha un senso per la vostra vita, e che la morte di chi amate è un evento necessario al suo vero bene.
    Se veramente amate chi è trapassato non potete essere tanto egoisti da pensare che sarebbe stato meglio che il suo bene non si fosse compiuto.

    Ripeto: tutto questo è quanto una persona di buon senso può accettare senza scomodare la fede, semplicemente seguendo il raziocinio, strumento che appunto è dato all'uomo per fargli capire il senso della realtà nella quale vive.
    Se poi, per bontà vostra, credete che la voce che vi parla giunga da quella dimensione di cui prende coscienza l'essere dopo la morte del suo corpo fisico, e se ancora credete che questa voce conosca, se non tutto, almeno parte della Verità, perché non basta essere trapassati per essere nel Vero; allora vi dico, sapendo che mi credete, che la separazione dai vostri cari trapassati è solo per voi, che rimanete nel mondo fisico, perché loro vi sentono e vi vedono in forza del legame amoroso che vi unisce.

    Non pensateli quindi con dolore, perché li rattristereste; ricordateli nei momenti in cui erano sereni, nella certezza che li ritroverete, perché il legame creato dall'amore è un legame che non si spezza mai e che, nelle future esistenze, conduce chi si ama a ritrovarsi in amore.

    Come l'esistenza di chi è trapassato continua, così la vostra deve proseguire a beneficio di coloro che vi sono vicini fisicamente. Se vi sembra che il destino sia stato crudele con voi, avete un motivo di più per non essere crudeli con gli altri facendo pesare su loro il vostro dolore.

    Ora mi fo' portavoce di un ideale messaggio che tutti i vostri amati, che hanno lasciato il piano fisico, potrebbero rivolgervi. Accoglietelo nella convinzione che corrisponde al loro sentire:

    «[color=#ff6600] Amore mio, non potermi vedere più fisicamente ti ha lasciato in un dolore che ti fa rifiutare la vita.
    Sappi che questa è l'unica cosa che può farmi soffrire, e perciò promettimi che troverai la forza necessaria per reagire e continuare a vivere come quando mi vedevi, mi toccavi, mi interrogavi, ed io ti rispondevo.
    Sappi che sono egualmente vicino a te; anzi, più di prima; e che l'amore che ci unisce ci lega indissolubilmente e ti condurrà a rivedermi, riabbracciarmi, riavermi.
    Le nostre strade sono solo momentaneamente ed apparentemente divise, ma al di là del velo che ti separa da me, e che dà corpo al romanzo della vita, noi siamo una cosa sola.
    Ora tu non puoi più dedicarti a me fisicamente, e se rimpiangi di non averlo fatto in passato più di quanto potevi, promettimi che da ora in poi ti dedicherai di più agli altri a cui sei vicino, ed offrimi quel di più che farai.
    Un giorno, quando tutto questo anche per te sarà compiuto e trascorso, volgendoti indietro nel ricordo tutto ti sembrerà un brevissimo sogno, quasi non vissuto, e solamente la pienezza data dalla consapevolezza di aver pagato un debito, la gioia della comprensione del perché è potuto accadere, la felicità di ritrovarsi quale frutto del tuo dolore, saranno ciò che ne rimane.
    Ti amo.
    Per sempre tuo[/color] »

    DALI


    https://www.facebook.com/brig.zero

    #42383

    cenereo
    Bloccato

    cara secondo me il dramma della morte,che sia la nostra o quella dei nostri cari, lo viviamo perchè vittime dell'attaccamento affettivo ,verso i nostri cari e versi noi stessi…ho assaporato molte volte questo dramma di perdere cari amici…e mi sono poste le tue stesse domande…ma mi sono accorta che soffrivo per me stessa non per loro,avevo perso l'amico,l'affetto,la sua gioia contagiosa,la sua compagnia ,il suo sostegno ecc..tutte cose che servivono a me…l'ultima amica,l'ho salutata condividendo con lei l'attimo nella serena culla del nostro reciproco affetto…


    #42385

    altair
    Partecipante

    [quote1234614709=farfalla5]
    perchè dietro c'è sempre, quasi, malattia, l'incidente e orrore….
    perchè non si muore e basta????
    perchè magari al momento di partenza non ci si smaterializza….????
    lo so sono andata fuori logica….
    [u]ma non capisco perchè ci deve essere per forza il dramma????[/u]
    [/quote1234614709]

    Perché non c'è distacco.

    Invecchiare dovrebbe essere un lento e progressivo distacco dalla vita, alla quale non si può rimanere aggrappati, se esiste la morte vuol dire che morire, prima o poi, è assolutamente necessario, per ragioni che non ci è dato comprendere.

    In caso di malattia inguaribile il distacco dovrebbe avvenire in tempi molto più brevi, situazione difficile che pochissimi riescono a gestire.


    #42386

    Pyriel
    Bloccato

    [quote1234615057=cenereo]
    cara secondo me il dramma della morte,che sia la nostra o quella dei nostri cari, lo viviamo perchè vittime dell'attaccamento affettivo ,verso i nostri cari e versi noi stessi…ho assaporato molte volte questo dramma di perdere cari amici…e mi sono poste le tue stesse domande…ma mi sono accorta che soffrivo per me stessa non per loro,avevo perso l'amico,l'affetto,la sua gioia contagiosa,la sua compagnia ,il suo sostegno ecc..tutte cose che servivono a me…l'ultima amica,l'ho salutata condividendo con lei l'attimo nella serena culla del nostro reciproco affetto…
    [/quote1234615057]

    “Chi viene via con me esce dal mondo, perde amici e parenti, ma ritrova tanti fratelli… lascia che i morti seppelliscano i loro morti e seguimi”. Parole di Gesù.


    #42388
    Pasquale Galasso
    Pasquale Galasso
    Amministratore del forum

    [quote1234617896=Pyriel]”Chi viene via con me esce dal mondo, perde amici e parenti, ma ritrova tanti fratelli… lascia che i morti seppelliscano i loro morti e seguimi”. Parole di Gesù.
    [/quote1234617896]

    Quoto queste parole, non so se sono o no di Gesù, ma quoto il senso.
    altair io credo di sapere cosa significhi la morte, certo non ho e non posso avere una verità in merito, ma la mia idea è conforme a quanto spiega [link=http://www.altrogiornale.org/page.php?50]Swami Sri Yukteswar Giri[/link]


    CONOSCERE NON È AVERE L'INFORMAZIONE

    #42387

    Pyriel
    Bloccato

    [quote1234618355=farfalla5]
    In questi giorni abbiamo avuto un problema di salute di mia suocera….benché abbia 83 anni vedevo mio marito era spaventato dell'idea di perderla…

    ieri nel mio palazzo è morto un uomo di 48 anni e ho visto la sua figlia urlare di dolore…

    mi domando:
    perchè nonostante le mie ricerche e certezze sulla morte, che è solo lo spoglio delle vesti, mi accorgo che tutti comunque facciamo un dramma….(e il dramma lo è)….

    perchè dietro c'è sempre, quasi, malattia, l'incidente e orrore….
    perchè non si muore e basta????
    perchè magari al momento di partenza non ci si smaterializza….????
    lo so sono andata fuori logica….
    ma non capisco perchè ci deve essere per forza il dramma????
    [/quote1234618355]

    Farfalla mia carissima… non sai che aprire un topic sulla “morte” può scatenare le ire dei savi pecoroni…?


    #42389

    meskalito
    Partecipante

    Non mi sembra proprio un topic sulla morte,piuttosto sul perchè ne derivi sofferenza.


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