Cioccolato e schiavi

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Questo argomento contiene 1 risposta, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da  skorpion75 7 anni, 4 mesi fa.

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    skorpion75
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    Natale ci da sempre spunti di riflessione, è il momento di ripromettersi di essere più buoni, gentili verso gli altri, di rivedere i membri della famiglia lontani, di scambiarci i regali, di guardare i film pieni di esempi di fantasiosa bontà alla TV, di respirare quella speciale atmosfera natalizia, di aggiungere un posto a tavola per il senzatetto e pranzare davanti alla telecamera di qualche TV che ci farà poi vedere quanto si può essere buoni a Natale.

    E il resto dell'anno che facciamo? La maggior parte delle persone a Santo Stefano mangia gli avanzi del giorno prima, mentre ancora digerisce le portate del pranzo natalizio con un senso di insofferenza e torpore.

    Passata la baldoria dell'ultimo dell'anno i propositi di essere buoni e gentili sono ormai dimenticati, arriva il carnevale e ora la pasqua.

    Gli agnelli ne fanno le spese, spesa che possiamo ridurre se facciamo una pasqua vegetariana e invitiamo altri a fare altrettanto.

    Questa rinuncia non costa tanto, molti si sentono bene per aver preso la giusta decisione. Si può fare un buon pasto con portate gustose e invitanti anche senza agnelli e altri animali, e poi alla fine del pasto molti apriranno un gigantesco uovo di cioccolato, segno di un'opulenza pacchiana e l'atmosfera pasquale sarà la stessa, anzi migliore sapendo che delle vite non sono state sacrificate per il nostro pranzo.

    Questo articolo è un invito ad acquisire maggiore consapevolezza. Quando ho scritto l'articolo sulla raccolta del cotone in Uzbekistan dove vengono schiavizzati bambini in età scolare, parecchi sono cascati dalle nuvole, non sapendo che probabilmente hanno un capo fatto proprio con quel cotone raccolto dalle mani ferite di quei bambini.

    Viviamo in un mondo difficile, dove la gentilezza e l'amenità spesso nasconde crudeltà e malvagità e dovremmo chiederci sempre cosa c'è dietro le quinte di ogni cosa bella, buona e carina che acquistiamo.

    Dentro l'uovo di pasqua e il cioccolato in particolare, c'è una sorpresa invisibile, una storia di crudeltà, malvagità, terrore e morte. Ha a che fare con la raccolta del cacao.

    schiavitù infantile

    schiavitù infantile

    schiavitù infantile

    schiavitù infantile
    Questa che vi racconto inizia nel Mali e continua in Costa D'Avorio. Non finisce, perché nessuno ha voglia di fermare un giro di affari di più di 60 miliardi di euro all'anno a livello mondiale.

    Costa D'Avorio, Nigeria, Ghana, Camerun, Burkina Faso e altri paesi in quell'area producono circa il 90% del cacao che arriva poi al consumatore finale come polvere e prodotti finiti.

    Ci sono grandi gruppi di trading che acquistano la totalità del cacao e poi lo rivendono alle varie multinazionali e grossisti, questi ultimi poi lo rivendono ai cioccolatieri artigianali.

    I traders si trattengono il 70% dei 60 miliardi, il 25% viene distribuito tra multinazionali (inutile che faccia nomi, basta che leggi la marca dei produttori sulle confezioni in vendita al supermercato), grossisti, artigiani, grande distribuzione e dettaglianti.

    Ai produttori va il 5% di tutto il business, ma 3 miliardi di euro sono una grande somma per i paesi dell'Africa equatoriale.

    A chi raccoglie materialmente il cacao va il rimanente 0%. Gli schiavi non vengono retribuiti.

    In Costa D'Avorio ci sono più di 2.000 fattorie e centinaia di migliaia di bambini dai 9 anni d'età all'età adolescenziale vi vivono in stato di schiavitù.

    Questa è la storia di Aly, un bambino di 6 anni, simile a quella di molti bambini che hanno subito la stessa sorte.

    Aly sta giocando fuori della sua modesta casa dai muri di argilla essiccata, in un piccolo villaggio del Mali. Ha appena piovuto e sta facendo degli argini di fango in cui scorre l'acqua, come un piccolo fiume, e osserva divertito il pezzo di sughero che naviga come se fosse una zattera.

    La madre lo chiama e quando entra in casa vede che c'è uno sconosciuto che parla con i suoi genitori, una persona gentile e cordiale, a cui viene presentato e gli viene detto che andrà con lui per andare a studiare, imparare a leggere e scrivere.

    Aly è felice, finalmente riuscirà a capire cosa sono quei simboli su quei fogli che chiamano giornali con cui a volte avvolgono i pacchi al mercato. Il suo sorriso pulito e sincero è testimone della sua autentica felicità.

    In realtà i genitori lo hanno venduto per 30 dollari, il cibo è scarso e il compratore ha promesso che mangerà tutti i giorni e questo li rincuora, pensano di aver fatto la scelta giusta per lui.

    Aly non sa ancora che è stato tradito per 30 denari proprio dai suoi genitori. Il viaggio, su un vecchio pickup bianco è lungo, entrano in Costa D'Avorio, è notte, si addormenta ma si sveglia diverse volte perché il boss lo molesta. Aly gli dice di non toccarlo ma la risposta lo lascia raggelato. Aly deve stare zitto perché lo ha comprato e di lui può fare quello che vuole. Inoltre il boss è arrabbiato perché il viaggio non è stato redditizio, ha trovato solo lui da comprare quel giorno.

    Arrivano alla piantagione all'alba e Aly viene mandato subito a lavorare. Lo zaino con le sue poche cose viene gettato in una baracca. In un fusto tagliato a metà c'è dell'acqua giallastra, chi ha sete deve bere da lì. Aly non sa fare nulla, per ora porterà i sacchi di fave al piazzale.

    Il sacco da portare è più alto di lui, due bambini più grandi lo aiutano a metterglielo sulla testa e gli indicano dove andare.

    L'orario di lavoro è dalle quattro del mattino alle sei di sera. Il pranzo e la cena sono patate bollite, quando va bene con il “sugo” di acqua salata.

    Di notte si dorme nella baracca, su letti a castello fatti di bancali inchiodati senza materasso. I compagni gli chiedono da dove viene, perché è venuto lì. Parlano per un po' poi rassegnati si accucciano sulle assi di legno per dormire.

    Aly ha la sua lattina vuota di birra, quella che bevono i sorveglianti, per urinare nel caso che avesse bisogno, non si può uscire, la baracca viene chiusa con un lucchetto di notte, per impedire le fughe.

    I sorveglianti raccontano storie paurose di bambini scappati fatti a pezzi con il machete, non tutte sono false.

    Il lavoro è routinario, si raccolgono le fave tagliandole con il machete, che vengono poi aperte una ad una, sempre con il machete. I semi vengono raccolti e lasciati fermentare in casse di legno per una settimana, poi distesi su un piazzale ad essiccare.

    Infine vengono messi in sacchi e caricati sui pickup e portati al centro di raccolta del trader.

    Tutte queste fasi vengono condotte da bambini e adolescenti, tutti in stato di schiavitù.

    Dopo qualche giorno Aly scopre quanto malvagi possano essere gli atti che un uomo può fare a un suo simile.

    Quel giorno stava portando un sacco che gli sembrava più pesante e continuava a cadergli, faceva una gran fatica a rimetterselo in testa e uno dei sorveglianti arrivò di gran passo gridando come un ossesso e lo frustò fino a quando riusci a portare il sacco nella rimessa.

    La frusta usata dai caporali delle piantagioni di cacao è standard. E' una catena di bicicletta, difficilmente riesce a farsi un'idea del genere di ferite che lascia chi non le ha mai viste. I bambini sanno che quando ricevono quelle frustrate devono coprirsi gli occhi perché la catena rimbalzando potrebbe lacerarli.

    Un giorno c'era un bambino nella baracca accucciato per terra. Si faceva gli escrementi nei pantaloni e si muoveva poco. Era malato, ma non arriva mai un medico per visite mediche. Il giorno dopo dove c'era il bambino c'era solo una chiazza per terra. Nessuno sa, e nessuno ha mai chiesto dov'era andato quel bambino.

    Aly ha raccolto cacao per tre anni, poi è riuscito a scappare e a passare la frontiera dove è stato trovato da un attivista di una associazione umanitaria.

    Aly non ha mai assaggiato un pezzo di cioccolato, non sa che sapore abbia.

    I trader dicono che tutte queste storie sono inventate, non hanno mai visto bambini tenuti schiavi nelle piantagioni che hanno visitato.

    Questa è probabilmente la storia del tuo uovo di pasqua o coniglietto pasquale, ora è questo che va di moda.
    Che fare?

    Boicottare peggiora le cose. Se il costo del cacao scende, i produttori costringeranno gli schiavi che trattengono a lavorare di più per ricuperare la differenza.

    I governi sono troppo occupati a fare altro, l'industria del cioccolato significa posti di lavoro, oneri tassabili, interessi mutui, lobbies, pubblicità sui media, servizi sulle virtù del cioccolato, merendine per crescere in salute i bambini, film sul cioccolato, insomma fa parte della vita. E ce lo possiamo permettere tutti fino a farne indigestione perché all'origine ci sono degli schiavi che raccolgono cacao e che non hanno mai assaggiato cioccolato.

    L'unica cosa sensata è scrivere alle multinazionali del cioccolato per far sapere che sappiamo da dove viene il cacao che usano e il dolore che esso contiene e che in quanto consumatori vorremmo che facessero qualcosa per far diventare un lavoro quello che ora è schiavitù. (Se non c'è scritto da dove viene, è quasi certo che è quello della Costa D'avorio).

    Più gente scrive, più si inducono le multinazionali a cambiare, non certo per ragioni umanitarie, ma anche se solo per ragioni di pubbliche relazioni ci può andar bene.

    Buona Pasqua!

    http://www.medicinenon.it/modules.php?name=News&file=article&sid=151


    #47229
    prixi
    prixi
    Amministratore del forum

    grazie per questo articolo Skorpion


    "Il cuore è la luce di questo mondo.
    Non coprirlo con la tua mente."

    (Mooji - Monte Sahaja 2015)

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