Comprensione del linguaggio

Home Forum L’AGORÀ Comprensione del linguaggio

Questo argomento contiene 5 risposte, ha 5 partecipanti, ed è stato aggiornato da farfalla5 farfalla5 3 anni, 8 mesi fa.

Stai vedendo 6 articoli - dal 1 a 6 (di 6 totali)
  • Autore
    Articoli
  • #129901

    marì
    Bloccato

    Due emisferi per una metafora

    L'associazione del significato alle espressioni idiomatiche richiede un lasso di tempo superiore rispetto a quello necessario per frasi da considerare alla lettera

    Se ci dicono di trattare qualcuno con grande riguardo oppure con i guanti, per l'oggetto di quell'attenzione non cambierà nulla, ma per il nostro cervello sì. Nel secondo caso, infatti, l'espressione idiomatica utilizzata richiede, oltre all'impegno dell'emisfero sinistro preposto alla normale comprensione del linguaggio, anche la mobilitazione dell'emisfero destro. A stabilirlo è stata una ricerca condotta da un gruppo di neuroscienziati dell'Università Milano-Bicocca diretti da Alice Mado Proverbio che firmano un articolo sulla rivista ad acceso pubblico “BMC Neuroscience” http://www.biomedcentral.com/bmcneurosci/ .

    Per studiare il ruolo dei due emisferi cerebrali nella comprensione delle espressioni idiomatiche i ricercatori hanno analizzato con tecniche elettroencefalografiche e di tomografia a bassa risoluzione (LORETA) l'attività cerebrale di quindici studenti a cui venivano sottoposte coppie di espressioni. In questo modo hanno scoperto che le frasi idiomatiche attivavano non solo il giro temporale mediale destro ma anche il giro frontale mediale destro.

    Tutte le frasi sottoposte ai soggetti sperimentali coincidevano per lunghezza e familiarità, e tuttavia, l'associazione del significato alle espressioni idiomatiche richiedeva un lasso di tempo superiore rispetto a quello necessario per l'individuazione del significato di una parola da considerare letteralmente. Espressioni idiomatiche e metafore richiedono dunque un impegno e un'elaborazione delle informazioni superiore, quale che sia il livello di dimestichezza che si ha con esse.

    I risultati indicano che quando il cervello si trova di fronte a un'espressione idiomatica, non tenti dapprima di interpretarla in modo letterale per poi “sopprimere” questo significato e procedere a considerarla una metafora, ma che i due processi siano paralleli: il giro frontale inferiore sinistro, la parte del cervello che si pensava essere responsabile della presunta soppressione del significato letterale di un'espressione, non è apparso specificamente attivato dalla sua comprensione, mentre lo erano le regioni limbiche, coinvolte nelle risposte emozionali. (gg)

    http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/titolo/1340013


    #129902

    Tilopa
    Partecipante

    [quote1253122122=Marì]
    I risultati indicano che quando il cervello si trova di fronte a un'espressione idiomatica, non tenti dapprima di interpretarla in modo letterale per poi “sopprimere” questo significato e procedere a considerarla una metafora, ma che i due processi siano paralleli: il giro frontale inferiore sinistro, la parte del cervello che si pensava essere responsabile della presunta soppressione del significato letterale di un'espressione, non è apparso specificamente attivato dalla sua comprensione, mentre lo erano le regioni limbiche, coinvolte nelle risposte emozionali. (gg)
    [/quote1253122122]

    Sarebbe molto interessante osservare una tomografia a bassa risoluzione del cervello del giornalista mentre elabora questa frase O-O

    “…Nel secondo caso, infatti, l'espressione idiomatica utilizzata richiede, oltre all'impegno dell'emisfero sinistro preposto alla normale comprensione del linguaggio, anche la mobilitazione dell'emisfero destro.”

    Bene … Emisfero destro e sinistro …

    “…In questo modo hanno scoperto che le frasi idiomatiche attivavano non solo il giro temporale mediale destro ma anche il giro frontale mediale destro.”

    ? siamo sempre a destra …

    “…la parte del cervello che si pensava essere responsabile della presunta soppressione del significato letterale di un'espressione, non è apparso specificamente attivato dalla sua comprensione, mentre lo erano le regioni limbiche, coinvolte nelle risposte emozionali.”

    Ma il sistema limbico (l'ippocampo, l'amigdala, i nuclei talamici anteriori e la corteccia limbica) non fa parte degli emisferi della neocorteccia… O-O

    Comunque sia è plausibile che avvengano fenomeni del genere; il cervello computa in modo parallelo soprattutto quando l'informazione che analizza ha connotazioni immaginative o emotive.

    Il contenuto emotivo viene elaborato sistema limbico (amigdala)
    Il contenuto immaginativo viene elaborato dall'emisfero destro
    Il contenuto “linguistico” da quello sinistro

    In genere poi le decisioni le prende il sistema limbico


    #129903

    deg
    Partecipante

    Al di là della conoscenza “scientifica” del cervello, emisferi, centri vari della logica, del linguaggio e altro, propongo un articolo su “L'uomo relativo”, l'uomo in cerca di verità ma che si perde nelle parole:

    L’UOMO RELATIVO – DENTRO UNA GABBIA DI PAROLE –

    Questo nostro, è un Sistema che obbliga l’essere umano ad una continua auto analisi, relegandolo in una sorte di prigione mentale, dalla quale non si libererà mai, non avendo autorevoli parametri con i quali rapportarsi.

    Potremmo paragonare l’uomo delle società tecnologiche, al pari di un infante che conserva e custodisce, in forma maniacale, i suoi vecchi giocattoli; poi li manipola, li scompone, inserisce nuovi meccanismi, fino al punto di non essere più in grado di portare il tutto al suo stato originario.

    L’esercizio poi, alla costante introspezione e di metodica auto analisi, inibiscono ulteriormente la sua capacità di comprensione, di critica e, in fine, di scelta.

    Per questi motivi, l’individuo relativo della nostra epoca, non si comprende e spera vivamente che qualche anima buona, trovi il filo della matassa, o meglio ancora il filo di Arianna, tramite il quale uscire fuori dal labirintus delle sue parole; parole delle quali non comprende il reale significato e la naturale collocazione, ma che interpreta come i numeri di un’empirica equazione dal risultato indecifrabile. In questo modo, si abbandona al subdolo masochismo dell’altrui incomprensione. Il suo compiacersene, stimola l’azione narcotica del suo vittimismo narcisista che, in maniera effimera, lenisce in parte, il suo dolore esistenziale.

    L’uomo relativo, è chiuso e stretto nel suo guscio di cristallo e non intende, per nessun motivo, frantumare il vetro delle sue illusioni. Lui fa delle parole e dei grovigli di parole il suo primario nutrimento, e non intende uscirne, non essendo emotivamente preparato ad affrontare lo spazio del non detto e del già stato. Non accetta contraddittorio, in attesa dell’arrivo del grande saggio, che condivida con lui, le sue elucubrazioni. Ma il grande saggio, si occupa di fatti e non di incubi, tanto più se l’adepto, non ritiene in alcun modo di mettere in discussione – a repentaglio – le proprie, relative e momentanee conclusioni. Per via di questo contrasto logico, tutto risulta essere il contrario di tutto, e viceversa; il sistema, è il non sistema, il luogo il non luogo, l’essere il non essere.

    Oggi, l’uomo relativo, si trova di fronte ad un bivio: la strada della paura e dell’oscurità, e la strada del coraggio e della conoscenza. Sta a lui scegliere quella giusta. L’uomo relativo polemizzerebbe sul giusto e non giusto ma, se lui riuscisse a pensare, fuori dal suo vocabolario mentale e non desse alla parola, l’immeritata importanza di cui la onora, forse, troverebbe la sua strada.

    Gli strumenti per il raggiungimento della conoscenza, non che, dei meccanismi che determinano gli equilibri psichici, non sono le parole, ma l’incontenibile desiderio di verità; un bisogno così grande che va oltre le paure, le angosce, egoismi e dipendenze, giudizi e pregiudizi, solitudine e smarrimento.

    Oggi, la parola è utopia. È un libro infinito, dove pagine bianche e nere si susseguono, in un’alternanza ipnotica e delirante – un’arsura nevrotica di pensieri scomposti, in guerra fra di loro, per una relativa supremazia di un attimo di certezza. Dentro questa palude di infinite parole, l’uomo moderno annega i suoi veri bisogni, e mentre la paura brucia i suoi sogni, ancora una volta, la vita raggiungerà la morte come il fiume il mare.

    Questi sono i “luoghi” dentro i quali, si consumano i fatti della nostra esistenza – non le parole della nostra fine. L’uomo relativo non aspira alla conoscenza. Cerca un’assoluzione per i suoi peccati. Solo il mistero svelato porta alla contemplazione della conoscenza, e solo l’accettazione del mistero, alla pace. Questa possibilità è insita in ogni individuo, che desideri scoprirla.

    Nell’accettazione cristiana del mistero, si individua una forma particolare di comprensione inespressa.

    Il parlottio intellettuale, se non trova sbocchi, diventa una malattia – una vera patologia. La conoscenza pura (di se stessi e più in generale, dell’uomo), prescinde dal concetto di cultura o di uno specifico apprendimento, ma è arbitraria in ogni singolo individuo. Gli strati più umili, della passata civiltà contadina erano, un tempo, i soli e veri depositari dell’originaria e sempiterna conoscenza – un inestimabile patrimonio di esperienze di tradizioni, di casualità, di impegno costante , pratico, logico, e creativo, forgiato nei millenni da una volontà naturale e trascendente, e da una scala di valori etici, morali, spirituali, connaturata.

    Oggi il chiacchiericcio non è che un vezzo: la rinuncia ad una azione tangibile, fortificante e concludente. Oggi la parola assurge al significato etimologico di propaganda, vanità, dipendenza.

    La parola è nata come strumento semplificatore di mutuo scambio, e si è trasformata in una sorta di potere sanguinario e giustizialista; la parola alla pubblicità, al potere politico, temporale, guerrafondaio.

    Fermare il dialogo interno e trasformare la nostra immobilità in azione, è ciò che dovremmo fare. L’uomo del XXI secolo, è un animale metropolitano e verso la natura ha un insulso atteggiamento romantico e uno spirito turistico.

    Per questo motivo, l’uomo relativo, riconduce tutto alla sua specifica realtà, non tenendo in alcuna considerazione il restante patrimonio culturale, esistenziale che considera in totale antitesi con il suo pensiero. Se il suo cervello non riesce ad integrarsi e compenetrare altri mondi, lui non appartiene a nessun mondo e, non è di nessun aiuto; ne al mondo ne a se stesso.

    Certo, con questo mio chiacchiericcio, cado in contraddizione, ma è la sola eccezione che mi voglio concedere, visti i presupposti relativistici di cui si tratta.

    Infine, ricollegandomi al pensiero iniziale, dirò che l’allegoria del giocattolo, conservato fino in età adulta, custodito nel tempo e mai rimosso, porta al martirio.

    È nell’incomprensione non svelata che l’uomo diventa vittima, servo incosciente delle circostanze dominanti, ed è sempre nella soluzione tradita, mai avvenuta, che l’uomo diventa carnefice, potere perverso, dittatore. Queste sono le sole due condizioni e il risultato ultimo del chiacchiericcio perdurante e di autoanalisi infinita e lacerante che, nel suicidio, afferma la sua terza ed ultima opzione.

    Gianni Tirelli
    http://www.stampalibera.com/?p=19627


    #129904

    Anonimo

    http://comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11838

    VERSO LA LIBERAZIONE: PER GLI ANIMALI ED IL LINGUAGGIO

    DI MICKEY Z.
    countercurrents.org

    “Se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero.” – George Orwell

    Scrive la mia amica Vi Ransel nella sua poesia “L’ ABC dell’atrocità”:

    Gli animali sono il mezzo col quale insegniamo
    ai nostri bambini non solo le basi del parlare,
    ma anche col quale diamo loro gli strumenti di cui avranno bisogno
    per iniziare a leggere.

    “Come fa la mucca?”, domandiamo
    “la M di maiale”, gli diciamo
    mentre i loro amici animali urlano in agonia
    mentre li massacriamo meccanicamente senza pietà.

    Più tardi nella vita, ovviamente, siamo intensamente condizionati su come non usare il linguaggio quando si tratta di animali. Certe parole, pare, sono riservate solo a questioni umane. A seguire, tre parole che credo dovremmo re-immaginare.

    Schiavitù

    Ogni qualvolta si usa la parola “schiavismo”, vengono automaticamente in mente immagini del commercio degli schiavi africani, il commercio triangolare e le piantagioni dell’ America del Sud.

    Ad ogni modo, lo schiavismo è attualmente l’industria in più rapida crescita al mondo – un’ impresa multimiliardaria stimabile in circa 27 milioni di schiavi moderni. Questa include traffico del sesso, schiavitù dal debito, lavoro forzato, e molto altro ancora.

    In altre parole, la parola ed il concetto di schiavitù non sono, né sono mai stati riservati esclusivamente agli afro-americani.

    Infatti, la parola ed il concetto di schiavitù non sono, né dovrebbero mai essere riservati esclusivamente agli esseri umani. Per esempio:
    – Quando un cavallo è rinchiuso in una piccola stalla e portato fuori solo per essere costretto a portare un carico umano in giro per Central Park al fine di procurare un guadagno al suo proprietario (sic), secondo qualsiasi definizione sensata, quella è una forma di schiavismo.
    – Quando un cane femmina è confinato in una gabbia in un allevamento e costretto a produrre cuccioli su cuccioli da vendere per il guadagno del proprietario, innegabilmente, è una forma di schiavismo.
    Dichiarare che questi (e tanti altri ancora) non sono esempi di schiavismo vuol dire tradire una propensione alla discriminazione (specismo) e non mostrare alcuna compassione.

    Gli schiavi del debito moderni in Asia patiscono un’ esperienza largamente diversa, per esempio, da quella degli schiavi africani in una piantagione del 1825. Tali uomini oppressi sono in ambedue i casi degli schiavi.

    Ugualmente, se si chiama un animale “schiavo”, non è per implicare che l’esperienza dell’animale sia indistinguibile da quella di un essere umano. Semplicemente, prende atto del fatto che una creatura senziente è tenuta prigioniera e sfruttata nel nome del profitto di qualcun altro.

    Stupro

    Un titolo di NBCNews.com del 31 marzo strilla: “Mamma orsa? Lo zoo nazionale insemina artificialmente un panda gigante.”

    Nell’ articolo, abbiamo scoperto che “un team di scienziati e veterinari” presso lo zoo nazionale di Washington DC aveva inseminato artificialmente la femmina di panda gigante dello zoo dopo la mancata riproduzione naturale.

    Abbiamo anche scoperto che lo zoo aveva chiamato questo panda gigante “Mei Xiang”, inseminato artificialmente con “una combinazione di seme fresco e congelato preso dal panda maschio dello zoo “Tian Tian”. Se qualcuno fosse curioso, il seme fresco era stato raccolto la mattina stessa.

    Contemporaneamente, per tutto il pianeta –24 ore al giorno— l’”inseminazione artificiale” è la regola per l’industria casearia. Ecco come lo spiegano i ragazzi di HumaneMyth.org :

    “Tutti i tipi di industria casearia utilizzano la fecondazione forzata delle mucche. Ciò comporta l’ introduzione di un braccio nel retto della mucca per mettere l’utero in posizione, e l’inserimento di uno strumento nella vagina. Lo strumento utilizzato prende il nome di “rape rack” (asse da stupro).”

    Rape Rack

    A dispetto di ciò (e di tanto altro), quando la parola “stupro” è usata per definire tali pratiche, essa viene spesso accolta con indignazione da coloro i quali credono che tale parola appartenga al solo dominio umano –umano non maschio, perlopiù.

    Ma se tutti siamo d’accordo che, per esempio, lo stupro di un uomo in carcere non sia identico al più frequente stupro di donne (o di maschi omosessuali), perché allora questa parola dovrebbe rimanere fuori dalle circostanze uniche di, per esempio, panda giganti o mucche da latte?

    (E’ illuminante fare caso a come ci sentiamo tranquilli nel dare un nome umano ad una creatura senziente tenuta in cattività, e poi rigettiamo l’uso di certe parole in riferimento a non umani.)

    Usare la parola “stupro” per riferirsi all’ inseminazione forzata di un non umano non sminuisce l’ orribile trauma dello stupro umano. Affermare il contrario significa tradire una propensione alla discriminazione e non lasciare spazio ad alcuna compassione.

    Olocausto

    Per una simile restrizione autoimposta, il termine “olocausto” si associa unicamente ad umani di etnia o religione ebrea.
    Mentre l’elenco di comunisti, omosessuali, rom e dissidenti uccisi nei campi di concentramento nazisti, non rientra nell’utilizzo limitato di tale parola, che dire degli affollatissimi treni, dell’immagazzinamento, delle sperimentazioni, delle uccisioni col gas, e del massacro mirato di esseri non umani?

    E’ stato stimato che in tutte le guerre e tutti i genocidi storicamente registrati, siano stati uccisi un totale di 619 milioni di esseri umani. Lo stesso numero –619 milioni di animali– vengono uccisi ogni 5 giorni per diventare “cibo” dell’industria che è la prima fonte mondiale di gas serra.

    Non è forse questo olocausto, cioè “distruzione o massacro di massa”?

    Perché dovrebbe essere una mancanza di rispetto nei confronti delle angosciose esperienze umane, il fatto di usare la stessa parola per descrivere una pratica che minaccia in genere la vita sul pianeta?

    “Auschwitz” scrisse Theodor Adorno, “inizia quando qualcuno guarda un mattatoio e pensa: sono solo animali.”

    Affermare il contrario significa tradire una propensione alla discriminazione e non lasciare spazio ad alcuna compassione.

    Il Linguaggio della Liberazione

    Perché penso sia importante l’uso di un tale linguaggio per parlare dell’abuso istituzionale di esseri non umani?

    Come spiega anche Vi Ransel nella sua poesia, se partiamo da “m sta per maiale”, la corruzione del linguaggio ci porta a rinominare “parti del corpo smembrate” come manzo, maiale, montone, pollo, cheeseburgers, etc.

    Eufemismi discriminatori normalizzano la violenza, e dunque rendono più facile e accettabile per gli animalisti che vogliono smantellare la cultura dello stupro, farlo mentre, per esempio, bevono un milk shake.

    Se parole come schiavo, stupro, olocausto, etc. evocano (appropriatamente) orrore, paura, oltraggio, e un sentito desiderio di cambiamento, immaginate che profondo legame potremmo instaurare col mondo naturale se permettessimo l’uso di un tale linguaggio per parlare di non umani.

    Abbandonare il privilegio –si, privilegio— dello specismo è un atto di liberazione profondo dalle restrizioni gerarchiche. E’ abbracciare a tempo pieno uno stile di vita rivoluzionario.

    Angela Davis, una che ne sa un po’ di sfide al “privilegio”, ha dichiarato che essere vegana è “parte di una prospettiva rivoluzionaria –non solo creare relazioni compassionevoli tra esseri umani, ma anche con gli altri esseri che abitano questo pianeta.”

    Nella narrazione del film fondamentale Earthlings, ci viene detto:

    “Per analogia con “sessismo” e “razzismo”, il termine “specismo” è un pregiudizio o attitudine a favorire gli interessi di una singola specie a discapito delle altre… Come noi, (gli animali) sono il centro psicologico di un’esistenza che è solo loro. Quello di cui gli animali hanno bisogno, il modo in cui dovremmo trattarli, sono domande le cui risposte nascono dal riconoscimento della nostra affinità psicologica con loro.

    Lasciate che ripeta i due passi proposti negli articoli precedenti:
    – rifiutate lo specismo.
    – rispettate e difendete ogni creatura.
    Se questi cambiamenti vi suonano improbabili o persino impossibili: provate a bussare alla vostra immaginazione, guardando oltre le opzioni limitate che siamo stati programmati ad accettare, e provando a vedere questi adattamenti non solo come perfettamente fattibili, ma come innegabilmente necessari.

    Abbandonate il privilegio dello specismo, abbracciate l’empatia con ogni essere senziente, e lasciate che la compassione guidi le vostre scelte.

    Mickey Z. è autore di 11 libri, e recentemente del romanzo Darker Shade of Green. Fino a che le leggi non cambieranno, o l’energia sarà finita, potrà essere trovato su un oscuro sito web chiamato Facebook.

    Fonte: http://www.countercurrents.org Link: http://www.countercurrents.org/mickeyz020413.htm
    02.04.2013


    #305549
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    Ricercatore del MIT Deb Roy voleva capire come suo figlio neonato ha imparato la lingua – così ha collegato la sua casa con telecamere per catturare ogni momento (con eccezioni) della vita di suo figlio, poi analizzato 90 mila ore di home video da guardare “GAAAA” lentamente trasformarsi in “acqua”. , La ricerca ricca di dati Astonishing con profonde implicazioni per come si impara.


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

    #305618
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    L’origine delle lingue indoeuropee
    Nata in Anatolia, ecco come la lingua da cui da cui hanno avuto origine numerosi idiomi (italiano compreso) si è diffusa nel tempo. Ce lo mostra un suggestivo video tratto da una ricerca scientifica.

    Da tempo la scienza è alla ricerca di elementi utili per disegnare una mappa precisa delle lingue indoeuropee, per capirne l’origine e l’evoluzione. Nel 2012, un gruppo di biologi della University of Auckland ha portato a termine uno studio che è stato poi pubblicato su Science e tradotto in una mappa della diffusione delle lingue indoeuropee.

    ORIGINE COMUNE. Guidati dal professor Quentin Atkinson, i ricercatori neozelandesi hanno così scoperto che esiste una radice unica comune alle lingue di questo ceppo, che si sono poi evolute e modificate in relazione alla storia delle diverse popolazioni: tutto nacque in Anatolia, l’altopiano che domina il centro dell’attuale Turchia.

    Il suggestivo video che vediamo qui sopra (testi in inglese), pubblicato poco tempo fa su Business Insider, racconta come le lingue si sono diffuse nel pianeta lungo l’asse del tempo, a partire proprio dall’Anatolia. A nord le slave, che hanno poi prodotto le lingue germaniche, celtiche, latine (nel video si legge l’erroneo termine ‘Italic’), baltiche, e via via le altre. A sud le indo-iraniane, che sono alla base del persiano antico, il sanscrito (che poi originò urdu e hindi), l’armeno, il curdo.

    Atkinson era stato citato su Nature per la sua teoria già nel 2003, suscitando reazioni controverse sull’origine anatolica delle lingue indoeuropee. Atkinson, infatti, ha impiegato un metodo usato finora per seguire la diffusione delle epidemie virali. Sia per i virus sia per le parole, il cambiamento dalla forma originaria alle nuove varianti si svolge in modo
    graduale e secondo una sequenza precisa.

    Per esempio, il vocabolo originale indoeuropeo corrispondente a “padre” suona come pәtar; il latino pater è quindi più simile del tedesco Vater, mentre l’inglese father se ne discosta ancora di più. Da cui il risultato della ricerca: le espressioni meno distanti dalla variante originaria sono tipiche di lingue che venivano parlate nella regione anatolica.

    http://www.focus.it/cultura/storia/lorigine-delle-lingue-indoeuropee


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

Stai vedendo 6 articoli - dal 1 a 6 (di 6 totali)

Devi essere loggato per rispondere a questa discussione.