Cosa accadrà oggi?

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Questo argomento contiene 7 risposte, ha 4 partecipanti, ed è stato aggiornato da giusparsifal giusparsifal 10 anni, 1 mese fa.

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  • #113093
    giusparsifal
    giusparsifal
    Partecipante

    Inutile negarlo, l'elezione del Presidente degli Stati Uniti ha un impatto così forte sull'Europa e sul mondo che è difficile ignorarlo e/o trattarlo alla stregua di elezioni come altre.
    In Italia, osserveremo una copertura mediatica che non si discosta di molto a quella che di solito è impiegata per le elezioni di casa nostra, e non si tratta solamente di “americanismo”.
    In più, queste elezioni sembrano avere un significato anche più particolare.
    Inutile negarlo, buona parte del mondo, e non solo degli U.S.A., attenderà il responso delle urne con una certa ansia e, perché no, preoccupazione.
    I motivi sono stati sviscerati ampiamente, sin da quando Obama è stato dichiarato vincitore delle primarie dei Democratici.
    Già, le primarie ci hanno offerto uno spunto interessante, ci hanno fatto intuire cosa sta, o potrebbe avvenire, nella società in generale.
    Una donna e un afro-americano, due delle categorie meno rappresentate e più “deboli”, si sono giocati la possibilità di competere per le elezioni da Presidente.
    Sarebbe bastato questo per far passare alla storia (magari non proprio quella grande ma quasi) le elezioni del 2008 in U.S.A.
    Per tutta una serie di motivi, i Democratici hanno sfidato la nostra cultura, la nostra maniera di vedere le cose, di considerare le persone. Una donna e un afro-americano. Non bisogna tornare indietro di molti anni per scoprire che questa possibilità poteva essere letta solo negli articoli di fantapolitica.
    Dal mio punto di vista, le elezioni 2008 hanno già cambiato la storia.
    Ma molto di più ci si aspetta.
    Ed è questo il nocciolo della questione adesso.
    Alla fine ha prevalso l'afroamericano, forse una scelta ancor più difficile che una donna.
    L'elettorato (e il mondo) “percepisce” Obama in una maniera molto particolare, in maniera sicuramente diversa da come si percepivano i precedenti sfidanti di George W. Bush.
    La persona in sé richiama sicuramente lo spirito democratico che fu quello dei Kennedy negli anni '60, quel vento di cambiamento che non riuscì a mettere radici per i motivi che ben conosciamo, ma che ha lasciato una traccia importante.
    Obama, nei suoi discorsi, riecheggia quel sentimento, un sentimento fatto di valori innovativi ma profondi, un sentimento che richiama “all'ordine” ogni singolo cittadino, ponendolo di fronte alla scelta personale prima e collettiva poi, perché il cambiamento passa sempre dagli individui alla collettività e raramente, se non mai, al contrario.
    Ma questa nuova stagione della politica americana e dei Democratici in particolare, dopo i fallimenti delle ultime due tornate elettorali presidenziali, non può essere solo dovuta a una linea politica.
    Inutile negarlo, Barack Obama è afroamericano, il suo nome richiama atmosfere arabe sebbene non sia musulmano. Forse sarebbe stato troppo.
    Eppure, già le prime due caratteristiche lo pongono in evidenza e pongono in evidenza quanto deve essere cambiata l'aria che tira negli USA.
    Almeno questo all'apparenza, per quel che possiamo vedere ora, perché con questa elezione si potrebbe sancire la fine (e un inizio) di una lunghissima stagione per il popolo afroamericano, una stagione iniziata nel XV secolo con le prime deportazioni portoghesi per l'America Centrale e Meridionale e proseguita da inglesi e francesi fino almeno al XVIII secolo. I libri afroamericani parlano di 100 milioni di deportati, senza negare che molti sovrani africani presero parte a questo “giro di affari”.
    Tornando alla storia statunitense, la fine della guerra civile pose, “sulla carta” la parola “fine” allo “schiavismo” e “40 acri e un mulo” fu il termine usato per indicare il risarcimento che doveva essere assegnato agli schiavi afroamericani liberati dopo la guerra civile: 40 acri (16 ha) di terra coltivabile, e un mulo con il quale trascinare l'aratro per coltivarla.
    Ma ciò, come contestato più avanti nella storia scritta da autori afroamericani e non, rimase più che altro un sogno, perché dopo la morte di Lincoln i 10.000 ex schiavi che si erano visti assegnare la terra per ordine di Sherman, la persero perché il Presidente Johnson ribaltò l'ordine e restituì le terre ai precedenti proprietari bianchi.
    Da allora in poi, la storia degli afroamericani è la storia di una minoranza discriminata e priva d'identità, neanche alla pari con la realtà degli indiani, gli indigeni del nord America, ma a un gradino più basso.
    Sebbene agli inizi del secolo scorso si distingua la figura di Marcus Garvey, è nello sport che i “neri d'America” trovano i propri rappresentanti, capaci di dar loro un posto d'onore in quel paese: Jesse Owens, ma ancor più Joe Louis riesce a riempire d'orgoglio un popolo avvilito fino nei meandri delle loro membra. Da allora gli atleti afroamericani sono diventati sempre più un simbolo della potenza nello sport degli U.S.A. toccando praticamente tutti gli sport, fino a quelli d'elite con Tiger Woods.
    Ma ciò non faceva altro che confermare il fatto che il popolo afroamericano poteva dare qualcosa in quelle discipline in cui i tratti più istintivi, più “animaleschi”, più violenti (l'agone, la competizione, lo scontro fisico) potevano fare la differenza.
    La cultura, l'arte (se si esclude la musica), la politica erano ancora lontane dalle possibilità di questo popolo e solo fra la fine degli anni '50 e gli anni '60 si pose all’attenzione un movimento di “pensiero” che riuscisse in qualche modo a “risvegliare” le menti oltre che i corpi.
    James Brown (ma non solo) con la musica cercava di tradurre quello che era il pensiero delle prime “menti” afroamericane note al grande pubblico, dall'“aggressivo” (agli inizi) Malcolm X al più “moderato” Martin Luther King (passando per le Black Panther), conferendo così alla cultura afroamericana una connotazione diversa rispetto ai fenomeni da baraccone, fra atleti e musicisti, come per lo più erano considerati.
    Inizia insomma, una lenta stagione che, passando per Colin Powell e per Condoleezza Rice, “rischia” di far sedere nello studio ovale il primo presidente afroamericano.
    In 52 anni (è del 1° dicembre 1955 l'inizio del boicottaggio degli autobus a Montgomery da parte degli afroamericani finito nel dicembre del 1956) gli afroamericani stanno per raggiungere un primato insperabile se si pensa, appunto, che in mezzo secolo si sia passati dalla segregazione alla candidatura a Presidente.
    Come sarà Obama? Confermerà la percezione positiva che si ha di lui? Lo lasceranno lavorare?
    Qui si esce dalla storia scritta e si entra nel campo delle supposizioni, delle congetture, della fantapolitica.
    Innanzitutto una “suggestione” legata a una leggenda, quella di Yacub, secondo la quale il popolo dalla pelle scura sarebbe tornato dopo 6.000 anni (e cioè ai giorni nostri) a occupare il posto che gli spetta, in capo al mondo. I Presidenti U.S.A. non sono visti così?
    Il popolo americano (e tutto il mondo) si aspetta qualcosa.
    Sì perché Obama ha “trasceso” la propria condizione di afroamericano, ha toccato le corde di tutti quegli uomini e donne stanchi di questo mondo impazzito.
    La campagna presidenziale democratica si basa proprio su questo: cambiamento.
    E chi più che il rappresentante di una minoranza può ergersi a simbolo di cambiamento? Questa è la forza tanto quanto il pericolo.
    L'essere umano è portato per natura all'”auto poiesi” alla “retroazione negativa” a quella che in politica si traduce come “conservatorismo”.
    Cambiamento contro status quo, cambiamento positivo contro cambiamento negativo, o qualsiasi altro termine possa servire a chiarire questo concetto.
    Senza il cambiamento l'essere umano non si sarebbe evoluto, qualsiasi sia stato il cambiamento intervenuto.
    Ma cambiare significa aprire quella porta sul buio che Truman apre alla fine del film.
    Eppure, potenzialmente, il mondo sembrerebbe pronto per quel cambiamento, verso un qualcosa che ci spinga più in alto, alla ricerca di un benessere meno fittizio e/o ad un benessere più condiviso.
    Ma può davvero un solo uomo fare tanta differenza? Nella pratica la storia ci dice no, ma negli animi dell'uomo può farla. Può farla come l'ha fatta quel ragazzo a Tienanmen, forse non fermò quel carrarmato, ma ne fermò 1000 nel cuore degli uomini e delle donne.
    Questo, innanzitutto, si chiede a Osama.
    Lui, da parte sua, sembra pronto a sopportare questa enorme pressione.
    Glielo permetteranno? Le sue parole in che misura si tradurranno in realtà? Quanto i “cuori” degli uomini e delle donne d'America muteranno in virtù di ciò?
    Non possiamo pensare che “dietro” Obama ci sia un apparato politico modello “figli dei fiori”; non c'era dietro Clinton che figlio dei fiori, in qualche modo, lo era stato.
    Quello che ci viene da chiedere è cosa ne sarà dell'apparato che è riuscito a scatenare due guerre, Afghanistan e Iraq, che ha “permesso” l'11 settembre e che doveva portare la guerra in Iran.
    Che cosa accadrà al loro “piano”? Cadrà così, come nulla fosse?
    Potrà mai Obama proseguire questa campagna guerrafondaia che sembra preparata da anni con grande maestria?
    E' difficile, davvero difficile rispondere adesso a tutto ciò.
    Obama rappresenta questa speranza, ma noi tutti sappiamo cosa ha mosso il mondo, purtroppo, finora.
    Starà a noi fare in modo che Obama sia il primo di tante speranze da tradurre in realtà per un mondo finalmente “sostenibile” e pronto per accogliere le future generazioni.


    #113094

    mysterio
    Partecipante

    Ciao Gius..indubbiamente quello da te aperto è un topic di speranza..focalizzato sul fatto che le elezioni che si svolgono oggi in USA rappresentino una svolta..un cambiamento..una virata positiva che riguardi tutta la nostra società(perchè..come giustamente hai fatto notare..al giorno d'oggi ciò che acade negli stati uniti influenza tutto il globo).

    Io in parte condivido questa tua visione..dalla quale si evince la speranza per un cambiamento che dovrebbe provenire dagli strati sociali “più bassi” della popolazione..e la salita alla presidenza di un afro-americano(che..come giustamente hai fatto notare..sono sempre stati una minoranza “discriminata” rispetto ai bianchi) dovrebbe rappresentare la prova che qualcosa è davvero cambiato…

    Eppure..c'è qualcosa che non mi convince nemmeno nel personaggio Obama..

    Tante volte ho sentito auspicare “cambiamenti” nel mondo con l'avvento di personaggi “nuovi”..eppure alla fine dei conti la sostanza è sempre rimasta la stessa.
    Mi spiego meglio..il cambiamento che dovrebbe portare Obama riguarda solo l'immagine del presidente..che così diverrà rappresentativo anche della fetta di popolazione rappresentata dagli uomini di colore..anzichè essere “esclusiva” dell'elite bianca?
    E..se..una volta eletto presidente..continuerà con le politiche seguite dai suoi predecessori alla casa bianca..possiamo gridare al cambiamento solo perchè egli è di colore? A mio parere esso sarebbe solo un FALSO cambiamento..

    Se Obama vuol rappresentare un cambiamento ed una speranza..a parer mio..dovrebbe optare per cambiamenti radicali rispetto alle politiche dei suoi predecessori.
    Dovrebbe opporsi di netto a concetti ormai impiantati nell'immaginario collettivo come “guerra preventiva”..”caccia ai terroristi”(quali terroristi..poi?)..”esportazione della democrazia” ecc ecc..
    Dovrebbe svincolare lo stato USA dalle lobby di potere rappresentate da banchieri..petrolieri..fabbricanti di armi..dalle case farmaceutiche e dalle grandi multinazionali..

    Quindi mi chiedo..Obama è in grado di rappresentare questo? Personalmente ho qualche dubbio..anche se lo spero(sia ben chiaro..rispetto a McCain lo preferisco mille volte).

    Già il fatto che la sua candidatura sia stata portata avanti sino a questo punto mi fa supporre che egli sia sceso a patti con queste lobby di potere(senza l'appoggio delle quali..è difficile,se non impossibile ottenere una così rapida “ascesa” politica).
    Tali lobby probabilmente vedono in lui un “burattino” utile per riscuotere il consenso anche delle etnie “minoritarie”..e quindi utile ad avallare il consenso popolare mentre dietro le quinte si continua a perseguire la solita “vecchia” politica..

    Ovviamente spero di sbagliarmi e vorrei che Obama realizzi quel cambiamento tanto auspicato..ma questo lo potremo dire solo a posteriori valutando il suo operato..supporlo a priori mi sembra un po' azzardato.

    Vedremo..


    #113096
    Pasquale Galasso
    Pasquale Galasso
    Amministratore del forum

    Caro gius, ho sempre ritenuto il Presidente degli Stati Uniti un fantoccio senza un minimo di potere, ancora oggi lo penso ed, anzi, sono sicuro che sia così..


    CONOSCERE NON È AVERE L'INFORMAZIONE

    #113095
    giusparsifal
    giusparsifal
    Partecipante

    [quote1225827220=pasgal]
    Caro gius, ho sempre ritenuto il Presidente degli Stati Uniti un fantoccio senza un minimo di potere, ancora oggi lo penso ed, anzi, sono sicuro che sia così..
    [/quote1225827220]
    Non è che non sia d'accordo, e ciò è anche in parte quel che in parte ha scritto mysterio, io sono proprio della tesi che non ci sia stato mai un uomo capace di fare tutto questo, fra i grandi della storia e però ognuno di loro ha rappresentato un simbolo, un marchio che si è impresso nella gente. Io penso sempre che ci siano “lobby” meglio predisposte, che avanzano proponendo cambiamenti e che mandino avanti uomini simbolo. Se Bush è stato un simbolo tutto sommato negativo (dipende poi sempre dai punti di vista) ecco che arriva il suo alter ego.
    Ma quello che volevo puntualizzare è proprio il livello simbolico della cosa.
    Che sia un fantoccio o no poco importa, perchè è su questi simboli che si “riorganizza” la gente.
    In sintesi Obama è già quel che è, simbolicamente parlando è una svolta. I cambiamenti non si hanno, nella maggior parte dei casi, dall'oggi al domani. Non so se riesco a chiarire il mio pensiero.
    Anche l'11 settembre è stato un simbolo, non conosciamo neanche i nomi delle persone che lì han peso la vita.
    I simboli sono lontani dalla vita pratica benchè poi contribuiscano fortemente alla formazione delle immagini del mondo.
    E poi è questione di consapevolezza, questi simboli “servono” a mio parere, a far “salire” di un grado, per così dire. E che la nostra società sia in grado di accettare un afromericano di origine araba ad un posto di comando così alto è “simbolo” di un'elevazione di consapevolezza.
    Perciò spesso, ahimè, questi simboli vengono “fatti fuori” così in fretta, Kennedy, Giovanni Paolo I giusto per citarne alcuni.
    Anche in questo senso si potrebbe vedere una doppia matrice.
    Vengono fatti fuori perchè scomodi e/o perchè rimangano tali, affinché le azioni “umane” non rovinino il simbolo.
    Nel caso di Obama, lui è uno di quei casi in cui è “simbolo” prima ancora di aver “fatto” qualcosa.
    Magari tutto invece di fare tutto quel discorso potevo condensarlo così già da prima 🙂


    #113097

    xxo
    Partecipante

    Una strategia era a suo tempo la Clinton.
    Avendo come candidati McCain e la Clinton tutto era programmato.
    La Clinton è subito saltata e non con poche polemiche.
    A questo punto i piani erano quelli di mantenere Bush attraverso la creazione di problemi.
    Guerra all'Iran con caos globale unita alla crisi economica.
    L'Iran è saltato (e sappiamo grazie a chi…) e la crisi economica da sola ha avuto l'effetto boomerang.

    Quindi sono al voto.

    Se vince Obama?
    Certo, viene da pensare che comunque sia tutto programmato e che comunque non cambi niente, che siano sempre i soliti dietro a comandare.
    Ma se fino ad adesso ci siamo basati su alcuni dati, su cosa si basa questa teoria?
    Solo su una ns convinzione, su una paura.

    E se invece Obama fosse un risultato (non certo il primo…) del cambio d'era?
    Se fosse il vero cambiamento?
    Si parla della caduta degli Illuminati, si parla di cambiamento d'era.

    Si può pensare ad Obama come presidente buono, artefice del cambiamento, senza cadere nella ingenuità?

    ——–

    Un grande cambiamento già c'è stato.
    L'affluenza alle urne.


    #113098
    giusparsifal
    giusparsifal
    Partecipante

    Sai xxo, dipende da cosa vuol dire “presidente buono”. Difficile ci sia un presidente “buono”:)
    Possiamo sperare, ed io ci credo, che sia “migliore”. Forse non è difficile dopo 8 anni di Bush.
    Il punto, come sempre, lo faranno i “men behind the curtain”, staremo a vedere.
    Intanto, lasciatemi dire della mia commozione, lacrime agli occhi, neanche fosse il mio Presidente.
    Il mio pensiero è andato a Malcolm X a Martin L. King ed a tanti di quegli uomini e donne afroamericane… Se penso che sono ancora in vita dei 70enni, 80enni, che hanno vissuto la discriminazione razziale anni '50 e che oggi vedono un afroamericano Presidente eletto, mamma mia, davvero mi commuovo.
    Io ho due teorie per quanto riguarda il senso di appartenenza che sento rispetto agli afroamericani, una “fantasiosa” l'altra un po' più “realistica”.
    La prima è che io sia una reincarnazione di un afroamericano, il mio senso di appartenenza, l'amore per la lingua inglese sin da quando ero un ragazzino, la voglia di vivere negli U.S.A.
    Se pensate che non sono mai stato un filo-americano, potete capire quanto di “illogico” ci sia in questo mio sentimento.
    L'altra ipotesi (quella più realistica) è legata a “Radici”: ero ragazzino all'epoca e rimasi tanto, tanto impressionato nella famosa scena in cui Kunta Kinte fu preso in catene, tradito.
    Con gli anni, sono passato da una convinzione familiare (mia madre troppo possessiva e che perciò “mi teneva in catene”) a quella sociale in generale, la società, il nostro modo di vivere il mondo che “ci tiene in catene”.
    Che possano definitivamente rompersi!


    #113099
    giusparsifal
    giusparsifal
    Partecipante
    #113100
    Pasquale Galasso
    Pasquale Galasso
    Amministratore del forum

    [quote1225923379=giusparsifal]
    http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/esteri/rep_esteri_n_3297249.html
    :ummmmm:

    [/quote1225923379]

    “negli Stati Uniti, se non si passa attraverso la massoneria non si va avanti. Credo che soltanto quattro o cinque presidenti non siano stati massoni”. Secondo il “maestro venerabile” della P2, gli inquilini della Casa Bianca “piu' che dell'Ordine del Grande Oriente, sono massoni del Rito scozzese antico e accettato, che e' molto forte”. Di esso, aggiunge Bambara, “fa parte anche Clinton e ne era membro gia' Benjamin Franklin, primo presidente Usa”.


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