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Questo argomento contiene 7 risposte, ha 6 partecipanti, ed è stato aggiornato da  Anonimo 8 anni, 9 mesi fa.

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  • #131091

    Anonimo

    L'IO/Ego in Psicoanalisi

    Sigmund Freud considerava l'Io come un'istanza psichica, vale a dire una struttura organizzatrice che ha il compito di mediare pulsioni ed esigenze sociali, rappresentate da altre due istanze in conflitto fra loro (l'Es e il Super-Io).
    In psicoanalisi l'Io corrisponde all'Ego, dal momento che è la traduzione italiana del termine latino usato da Freud. L'Io gestisce i meccanismi di difesa, dei processi psichici deputati alla protezione dell'Io rispetto ad esperienze pulsionali troppo intense o ad altre esperienze minacciose. Alcuni esempi di meccanismi di difesa sono: rimozione, sublimazione, formazione reattiva, scissione, proiezione. Una scuola psicanalitica creata da Anna Freud è la Psicologia dell'Io, che si è occupata prevalentemente di descrivere i meccanismi di difesa di cui l'Io dispone per rapportarsi con la realtà.

    Psicosintesi
    L'Io, in psicosintesi, rappresenta una scheggia di pura coscienza senza contenuti. L’Io è neutro, è un’emanazione del SE’. L’Io ha un aspetto “statico” (è consapevole testimone di sé stesso), crea l’”osservatore”, e un aspetto “dinamico” cioè gestisce con la volontà ciò di cui è consapevole.
    Tratto da: it.wikipedia.org
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    Cos’è l’ego, secondo Jung ?
    James Hollis: L’ego, così come è stato definito da Jung, è il complesso centrale della consapevolezza.
    Quando sentiamo la parola complesso, siamo portati a pensare a qualcosa di patologico, mentre in realtà un complesso non è altro che un grappolo di energia affettivamente carico. Il complesso dell’ego comincia a formarsi quando ci stacchiamo dall’altro primario, che in genere è nostra madre; cioè, quando ci stacchiamo dal seno.
    E se da un lato questa separazione è necessaria per la formazione dell’individuo, dall’altro è molto dolorosa, perché rappresenta la perdita di quella primitiva esperienza di unità e sensazione di appartenenza.

    Jung considerava essenziale per la consapevolezza la formazione dell’ego. La consapevolezza implica la divisione tra soggetto e oggetto: per diventare conscio, devo conoscere ciò che non sono. Ho bisogno di percepire ciò che è là come opposto a ciò che è qui. Inoltre, egli vedeva l’ego come un elemento necessario dell’intenzionalità, della concentrazione e della risolutezza. In che modo io e te siamo riusciti a combinare un incontro per parlare dello stesso argomento ? Grazie alla “risolutezza dell’ego”, un elemento che ha fatto sì che questa conversazione accadesse.

    L’ego, in quanto complesso, è estremamente malleabile e “occupabile”. Quando viene occupato dai contenuti dell’inconscio, quando è sotto il controllo di altri complessi, diventa insicuro, manipolato ecc. Vedi, ciò che spesso chiamiamo ego è in realtà l’ego posseduto da uno o più complessi, per esempio il complesso dei soldi, del potere, del sesso, dell’aggressività. Tali complessi non sono la natura essenziale di un individuo, ma hanno il potere di usurpare o possedere l’ego.
    Tratto da: http://www.innernet.it

    Fonte: http://www.mednat.org/spirito/ego_io.htm


    #131092
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    e ancora, mi sembra interessante questo qui:

    Origini…

    «Non mi riconosce? Mi guardi bene…».
    Questa domanda dagli accenti a volte patetici me la sono sentita rivolgere moltissime volte al termine di una conferenza o di un incontro pubblico. «No… – ho sempre risposto – no, mi dispiace…». Ed è vero, mi è sempre dispiaciuto dover dire quel «no» come un verdetto senza appello. A volte la verità fa male; ed è per questo che la si sfugge preferendo rifugiarsi in un sogno.
    Eppure, che altro avrei potuto rispondere quando so che sarebbe criminale porgere un «sì» come se si consegnasse un diploma? Persino un diplomatico «forse» lo sarebbe.
    Nutrire un'illusione non ha mai aiutato nessuno. Non si seminano i propri ologrammi ai quattro venti senza pesanti conseguenze. Ne conosco molti che lo fanno, ahimè… sussurrando nomi, distribuendo ruoli del passato e attribuendosi così, nel frattempo, un po' di potere personale.
    Come dico spesso, fino ad ora ho incontrato molte persone che chiedevano di essere riconosciute. Gli apostoli Giovanni e le Marie Maddalene – naturalmente – sono decine, come gli Akhenaton e le Nefertiti, per non parlare dei Melchisedek e dei Mosè. Mi è persino capitato di discutere per telefono con due Budda Maitreya e una Vergine Maria…
    Se ancora una volta parlo di queste cose, non è mai per riderne. Vorrei soltanto tentare di comprendere meglio e di far comprendere. Dire che queste persone sono pazze e che bisognerebbe spedirle velocemente da uno psichiatra? No, non lo farei, perché credo che i concetti di follia e di disagio mentale siano vaghi, soggettivi e quindi fluttuanti.
    A dir la verità, mi sembra che su questa Terra siamo tutti un po' malati, ognuno a modo suo… e che lo rimarremo fintantoché non avremo esplorato tutti i nostri deliri consentendoci di trovare noi stessi, una buona volta.
    Sto esagerando? È tutta una questione di punti di vista e di partito preso.
    A tutti i livelli delle nostre società umane esistono tantissime persone affette da patologie mentali e da disturbi della personalità. Per la maggior parte del tempo vengono considerate “normali” anche se provocano guerre, derubano gli altri dei loro beni, vendono armi, giocano agli apprendisti stregoni nei loro laboratori, torturano gli animali… o semplicemente tiranneggiano il prossimo nell'ambito familiare e professionale. Al loro confronto, tutte le Marie Maddalene del mondo sono davvero inoffensive!
    Osservando tutto ciò mi pare di identificare soprattutto una grande sofferenza, quella dell'essere umano nella sua globalità, un essere che non sa né chi è né dove sta andando. E questa evidentemente è una vecchia questione…
    Questione drammatica, anche perché attualmente si sta acutizzando sempre più.
    Non mi metterò certo a fare il processo a un mondo che ha perso punti di riferimento e valori fondamentali. È inutile, sarebbe una constatazione assai sterile.
    No, se ho deciso di scrivere, è piuttosto per parlare della semplicità e del buon senso… Per farla breve, scrivo per ricordare l'unica e sola nostra identità su cui vale la pena di soffermarsi. Quella di Apprendisti della Vita.
    Qualunque maschera scegliamo di indossare, questa identità ci accomuna tutti. Un giorno o l'altro viene a piazzarsi proprio davanti a noi imponendoci la sua realtà senza abbellimenti né trucchi.
    Il fatto di credere di essere stati Gengis Khan, Giulio Cesare o Santa Teresa di Lisieux non cambia nulla, perché è nella nudità della nostra anima che alla fin fine saremo tutti chiamati a guardarci. E allora saranno le nostre paure e le nostre mancanze a raccontarci… È la nostra separazione dalla nostra Essenza che ci farà urlare… finché non accetteremo di “cedere le armi”, cioè di rinunciare a giocare un ruolo, senza più sotterfugi.
    A quel livello, abbiamo un appuntamento unicamente con noi stessi… perché è forse meno tragico brandire una maschera di fronte agli altri piuttosto che di fronte a se stessi. Lasciarsi addormentare dalla menzogna e sprofondare poco a poco nell'illusione immaginando che in questo modo si potrà crescere significa programmarsi “da qualche parte nel tempo” un risveglio per forza di cose doloroso.
    Il bisogno di riconoscimento ci accomuna tutti. Persino un animale reclama di essere apprezzato. La sensazione di essere amati fa parte degli alimenti vitali di base dell'anima, proprio come quello di amare. Non c'è nulla da dire contro questo. La vita si basa su questo scambio. L'unico problema sorge quando ci si mette a credere che, per meritare l'amore o il riconoscimento, bisogna avere – o aver avuto – “un nome”.
    Non si saprà mai abbastanza che ci sono grandi nomi sotto cui si sono nascosti – o si nascondono ancora – degli esseri umani immaturi.
    Allo stesso modo non ci si rende conto che alcuni discepoli del Cristo furono dei grandi ignoranti o dei buoni manipolatori, e ci si può chiedere perché la Storia ne abbia tramandato i nomi. La Chiesa ha spesso fabbricato dei santi su basi politiche…
    Per di più, molti non riescono sempre a capire che non c'è nessuna gloria o merito nell'essere eventualmente stati Atlante… non più di quello di sapere, oggi, di essere un europeo o americano.
    Ciò che dobbiamo fare è smettere di fuggire somministrandoci degli anestetici della coscienza. E fuggire significa … costruirsi delle sceneggiature come se ci si attaccassimo medaglie sull'aura. Sul momento può farci sentire soddisfatti, luccicano, ma… tutto ciò ci allontana da noi stessi, da quella “essenza di noi” che ha bisogno di respirare e di riscoprirsi senza perdere altro tempo.
    Ricordarsi non è ciò che crediamo sia. Se questa facoltà viene donata di rado a un essere umano, è perché è gravida di conseguenze. Esige di dimenticare ciò che questo stesso essere umano in realtà non è. Questo “oblio di sé” che finisce per spalancare le porte della Memoria non sarà per caso mal definito, visto che in effetti si tratta di un “oblio del me”?
    Ricordarsi ha dunque un prezzo che l'ego non sopporta a lungo. E così, la Memoria che si innalza al di sopra delle memorie è una prova che non bisogna affrettarsi troppo a reclamare…
    Se nella nostra società siamo in molti a volerla, questa prova, è necessario conoscerne le condizioni.
    Poco tempo fa, la mia compagna Marie Johanne diceva giustamente: «Ci sono vite per parlare e vite per tacere…». In altri termini, ci ricordava che l'Intelligenza, la Saggezza e l'Amore del Divino ci mettono sempre nelle condizioni più favorevoli per farci sbocciare… anche se queste condizioni non ci garbano.
    Ricordiamoci dunque davvero che se la Vita non sempre ci sembra giusta, contrariamente a ciò che ci piace pensare, essa è sempre, rigorosamente esatta… La Vita sa ciò che fa!

    Daniel Meurois-Givaudan

    http://www.meurois-givaudan.com/it/cronache.php#novembre09


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

    #131093

    Anonimo

    io non ho ancora mica capito se con queso EGO ci si nasce, si diventa dopo un training, se è una malattia che cresce con te, se è infettiva, se ci sono cure.

    chi lo ha capito esattamente ?
    è come essere gay ? ma verso se stessi ?


    #131094

    texeira
    Partecipante

    L'ego è il veicolo con cui ci identifichiamo nel mondo, ed è presente fin dalla nascita. I bambini per esempio sono completamente identificati nel loro ego.


    #131095

    Anonimo

    il nostro ego puo' essere un prato con l'erba ben tagliata, o un rovo inesplicabile

    il mio ego è un rovo inesplicabile perchè non lo curo, ma vorrei un praticello all'inglese, ma non sono il tipo


    #131096
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    L'Io e l'[color=#ff3300]ESSERE[/color]
    Tratto dal libro “Oltre l'illusione”

    http://www.cerchiofirenze77.org/Brani/11_l'io_e_l'essere.htm


    https://www.facebook.com/brig.zero

    #131097
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    [youtube=424,340]WlikJWFPrFk :medit:


    https://www.facebook.com/brig.zero

    #131098

    apolon
    Partecipante

    grazie brig.zero!


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