Esperienze Guidate

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Questo argomento contiene 4 risposte, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da  mudilas 9 anni, 6 mesi fa.

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    mudilas
    Partecipante

    Esperienze guidate

    Silo
    Opere Complete, Volume I. Multimage, Associazione Editoriale. Torino, 2.000.

    Funziona così: uno legge, gli altri immaginano ad occhi chiusi, poi si dovrebbe interscambiare, ma senza giudicare

    I. IL BAMBINO

    Cammino in aperta campagna. E’ mattina molto presto. A mano a mano che procedo mi sento sempre più sicuro e lieto.
    Arrivo ad individuare una costruzione dall’aria antica. Sembrerebbe fatta di pietra. Anche il tetto a due spioventi sembra di pietra. Grandi colonne di marmo si stagliano sulla facciata. Giungo davanti all’edificio e vedo una porta in metallo che si direbbe piuttosto pesante. Ad un tratto, escono da un lato due animali feroci che mi si scagliano contro. Fortunatamente, sono trattenuti da catene ben tirate, a brevissima distanza da me. Non ho modo di raggiungere la porta senza che questi animali mi attacchino e così getto loro un cartoccio con della roba da mangiare. Le bestie la trangugiano e si addormentano.
    Mi avvicino alla porta. La esamino. Non scorgo una serratura né un altro elemento atto ad aprirla. Comunque, spingo dolcemente e il battente si apre con un rumore metallico di secoli. Appare un ambiente molto lungo e debolmente illuminato. Non riesco a vederne il fondo. A destra ed a sinistra ci sono dei quadri che arrivano fino a terra. Sono grandi come persone. Ciascuno rappresenta una scena diversa. Nel primo alla mia sinistra si vede un uomo seduto a un tavolo, sul quale sono sparsi carte, dadi ed altri oggetti per il gioco. Resto ad osservare lo strano cappello che copre il capo del giocatore. Allora cerco di accarezzare il dipinto sulla parte del cappello, ma non avverto alcuna resistenza al tatto, mentre il mio braccio entra nel quadro. Introduco una gamba e poi tutto il corpo all’interno del quadro. Il giocatore solleva una mano ed esclama: “Un momento, non può entrare se non paga l’ingresso!”. Mi frugo addosso, tiro fuori una pallina di vetro e gliela porgo. Il giocatore fa un cenno d’assenso ed io passo di fianco a lui.
    Mi trovo in un luna-park. E’ sera. Dappertutto vi sono giochi meccanici pieni di luce e movimento… però non c’è nessuno. Poi scorgo accanto a me un ragazzino di una decina di anni. Mi volge le spalle. Mi avvicino e, quando si volta a guardarmi, mi accorgo che sono io stesso quando ero bambino. (*)
    Gli domando che cosa faccia lì e mi dice qualcosa che ha a che vedere con un’ingiustizia che gli hanno fatto. Scoppia a piangere ed io lo consolo, promettendogli di portarlo sulle giostre. Insiste a parlarmi di quell’ingiustizia. Allora, per riuscire a capirlo, provo a ricordare quale fu l’ingiustizia da me subita a quell’età. (*)
    Ora ricordo e, per qualche ragione, mi rendo conto che somiglia a quella che subisco attualmente. Rimango lì a pensare, ma il piccolo continua a piangere. (*)
    Allora gli dico: “Va bene, sistemerò questa ingiustizia che mi sembra di patire. E perciò comincerò a comportarmi in modo amichevole con le persone che mi creano questa situazione.” (*)
    Vedo che il bambino ride. L’accarezzo e gli dico che ci rivedremo ancora. Mi saluta e se ne va tutto contento. Esco dal parco, passando accanto al giocatore che mi guarda di sbieco. Mentre passo gli tocco il cappello e lui mi strizza scherzoso l’occhio. Emergo dal quadro e mi trovo nell’ambiente lungo di prima. Allora, camminando a passi lenti, esco dalla porta. Fuori gli animali dormono. Passo in mezzo a loro senza provare timore.
    Il giorno splendente mi accoglie. Ritorno attraverso i campi, con la sensazione di aver compreso una strana situazione le cui radici affondano in un tempo lontano. (*)

    II. IL NEMICO

    Mi trovo nel centro della città, nell’ora di punta. Gente e veicoli si muovono frenetici. Anch’io mi muovo frettolosamente.
    All’improvviso tutto resta paralizzato. Io soltanto rimango in movimento. Allora mi metto a esaminare le persone. Mi soffermo a contemplare una donna e quindi un uomo. Giro loro intorno e li studio da vicino. Poi salgo sul tetto di un’auto e da lì mi guardo attorno, accorgendomi, tra l’altro, che vi è un silenzio totale. Rifletto un istante e mi rendo conto che persone, veicoli ed ogni genere di oggetti sono a mia totale disposizione. Immediatamente mi metto a fare tutto quello che mi passa per la testa, in modo così frenetico che di lì a poco mi sento estenuato. Mentre riposo mi vengono in mente altre attività, per cui mi rimetto a fare quello che mi pare senza la minima remora.
    Ma chi non ti vedo! Niente meno che la persona con cui ho diversi conti in sospeso. Credo in effetti che sia quella che più mi ha danneggiato in tutta la vita… Poiché le cose non possono rimanere così, provo a dare una toccatina al mio nemico e vedo che riacquista qualche movimento. Mi guarda con orrore e capisce al volo la situazione ma è paralizzato e indifeso. Comincio a dirgli tutto quello che voglio, minacciando di prendermi subito la rivincita. So che sente tutto, ma non può rispondere, così comincio a ricordargli tutte le occasioni in cui mi ha fatto tanto soffrire. (*)
    Mentre sono impegnato con il mio nemico, compaiono varie persone. Si fermano davanti a noi e cominciano ad infierire con domande sul malcapitato. Questi risponde fra le lacrime, dice di essere pentito per ciò che ha fatto. Chiede perdono e si inginocchia, mentre i nuovi arrivati continuano ad interrogarlo. (*)
    Dopo un po’ dichiarano che una persona tanto infame non può continuare a vivere e lo condannano a morte. Stanno per linciarlo, mentre la vittima chiede clemenza. Allora io lo perdono. Tutti rispettano la mia decisione. Poi il gruppo si allontana in modo ordinato e noi restiamo di nuovo soli. Approfitto della situazione per completare la mia rivincita, di fronte alla sua crescente disperazione. Così finisco col dire e fare tutto quello che mi sembra giusto. (*)
    Il cielo si oscura improvvisamente e comincia a piovere forte. Mentre cerco riparo dietro una vetrina, vedo che la città riprende la vita normale. I pedoni corrono, i veicoli procedono con cautela tra cortine d’acqua e raffiche di vento da uragano. Continui lampi carichi di elettricità e forti tuoni avvolgono la scena, mentre continuo a guardare attraverso i vetri. Mi sento del tutto rilassato, vuoto dentro, mentre guardo quasi senza pensare.
    In quell’istante compare il mio nemico in cerca di un riparo dal temporale. Si avvicina e mi dice: “Che fortuna trovarsi insieme in una situazione come questa!”. Mi guarda timidamente. Lo riconforto con un colpetto sulla schiena, mentre si stringe nelle spalle. (*)
    Comincio a passare in rassegna dentro di me i problemi dell’altro. Vedo le sue difficoltà, i fallimenti della sua vita, le sue enormi frustrazioni, la sua fragilità. (*)
    Sento la solitudine di quell’essere umano che mi si rannicchia accanto tutto bagnato e tremante. Lo vedo sporco, in uno stato di patetico abbandono. (*)
    Allora in un impeto di solidarietà gli dico che lo aiuterò. Lui non pronuncia una parola. Abbassa la testa guardandosi le mani. Mi accorgo che gli occhi gli si inumidiscono. (*)
    La pioggia è cessata. Esco in strada e aspiro profondamente l’aria pulita. Poi mi allontano subito da quel luogo.

    III. IL GRANDE ERRORE

    Sono in piedi davanti ad una specie di tribunale. La sala, gremita di pubblico, è immersa nel silenzio. Vedo dovunque volti severi. Rompendo la tremenda tensione che si è accumulata tra i presenti, il Segretario, aggiustandosi gli occhiali, prende un foglio di carta e annuncia solennemente: “Questo tribunale condanna l’imputato alla pena di morte”. Subito si leva uno schiamazzo. Chi applaude, chi disapprova. Riesco a vedere una donna che cade svenuta. Poi un funzionario riesce a imporre il silenzio.
    Il Segretario mi fissa torvo, mentre mi domanda: “Ha qualcosa da dire?”. Gli rispondo di sì. Allora tutti si rimettono a sedere. Subito dopo chiedo un bicchiere d’acqua e, passata una certa agitazione nella sala, qualcuno me lo porge. Lo porto alle labbra e bevo un sorso. Concludo l’azione con un sonoro e prolungato gargarismo. Poi dico: “Ecco fatto!”. Uno del tribunale mi redarguisce aspramente: “Come sarebbe a dire, ecco fatto?”. Gli rispondo che è così, ecco fatto. In ogni modo, per farlo contento, gli dico che l’acqua del luogo è molto buona, chi l’avrebbe mai detto, e due o tre cosette gentili di questo tipo…
    Il Segretario finisce di leggere il foglio di carta con queste parole: “… Di conseguenza, la sentenza verrà eseguita oggi stesso, lasciandolo in pieno deserto senza cibo né acqua. Soprattutto senza acqua. Ho detto!”. Gli rispondo con forza: “Come sarebbe a dire, ho detto?”. Inarcando le sopracciglia, il Segretario afferma: “Quello che ho detto ho detto!”.
    Di lì a poco mi ritrovo nel deserto su un mezzo di trasporto, scortato da due pompieri. A un certo punto ci fermiamo ed uno di loro mi fa: “Scenda!”. Io scendo. Il mezzo gira e ritorna da dove era venuto. Lo vedo rimpicciolirsi sempre di più, a mano a mano che si allontana tra le dune.
    Il sole sta tramontando, ma è sempre forte. Comincio ad avere una gran sete. Mi levo la camicia e me la metto sulla testa. Mi guardo attorno. Vedo nelle vicinanze un avvallamento accanto a delle dune. Mi dirigo da quella parte e mi metto a sedere nell’angusto spazio d’ombra proiettato dal pendio. L’aria è presa da un moto impetuoso e solleva una nube di sabbia che oscura il sole. Esco dall’avvallamento nel timore di venire seppellito se il fenomeno si accentuasse. I granelli di sabbia mi colpiscono la schiena nuda come raffiche vetrose di mitraglia. In breve tempo la violenza del vento mi butta a terra.
    La tempesta è passata, il sole è tramontato. Nel crepuscolo scorgo davanti a me un emisfero biancastro, grande come un edificio di vari piani. Pur pensando che possa trattarsi di un miraggio, mi alzo e mi dirigo da quella parte. A brevissima distanza mi accorgo che la struttura è fatta di materiale chiaro, come una plastica rilucente, forse piena di aria compressa.
    Mi riceve un tale vestito secondo l’usanza beduina. Entriamo in un tubo rivestito di tappeti. Scorre un pannello metallico ed allo stesso tempo mi investe un’aria fresca. Siamo all’interno della struttura. Vedo che tutto è alla rovescia. Si direbbe che il soffitto sia un pavimento piano, dal quale pendono diversi oggetti: tavoli rotondi con le zampe all’aria, acqua che cadendo in zampilli si incurva e risale e forme umane sedute in alto. Accorgendosi del mio stupore il beduino mi porge un paio di occhiali e mi dice: “Se li metta!”. Obbedisco e si ristabilisce la normalità. Di fronte a me vedo una grande fontana che emette getti d’acqua verticali. Ci sono dei tavoli e vari oggetti, squisitamente combinati tra loro nei colori e nelle forme.
    Il Segretario mi si accosta camminando a quattro zampe. Dice di sentirsi orribilmente male di stomaco. Gli spiego che sta vedendo la realtà alla rovescia e che deve togliersi gli occhiali. Se li toglie, si alza in piedi sospirando e dice: “Effettivamente ora è tutto a posto, solo che ho la vista corta”. Poi aggiunge che mi stava cercando per spiegarmi che non sono la persona che doveva essere giudicata, che c’è stata una deplorevole confusione. Quindi, tutto a un tratto, esce da una porta laterale.
    Faccio alcuni passi e trovo un gruppo di persone sedute in cerchio su grossi cuscini. Sono anziani di ambo i sessi, con caratteristiche razziali ed indumenti diversi. Hanno tutti dei bei visi. Ogni volta che uno di loro apre la bocca, ne escono suoni che sembrano di ingranaggi lontani, di macchine gigantesche, di immensi orologi. Ma posso anche sentire il rombo di tuoni intermittenti, lo scricchiolio dei massi, il distacco dei blocchi di ghiaccio, il ritmico ruggito dei vulcani, il breve impatto della pioggia gentile, il sordo agitarsi dei cuori; il motore, il muscolo, la vita… ma tutto questo armonico e perfetto, come se lo suonasse una orchestra di magistrale talento.
    Il beduino mi porge degli auricolari dicendo: “Se li metta. C’è la traduzione”. Io me li metto e sento con chiarezza una voce umana. Mi rendo conto che si tratta della stessa sinfonia di uno di quei vecchi, tradotta per il mio maldestro udito. Adesso, mentre lui apre la bocca, io posso ascoltare: “Siamo le ore, siamo i minuti, siamo i secondi, siamo le diverse forme del tempo. Poiché con te è stato commesso un errore, ti daremo l’opportunità di ricominciare di nuovo la tua vita. Da dove vuoi ricominciarla? Forse dal momento della nascita… forse da un istante prima del tuo primo fallimento. Pensaci su”.(*)
    Ho cercato di ricordare il momento in cui ho perduto il controllo della mia vita. Lo spiego al vecchio. (*)
    “Benissimo,”- mi dice -“e come farai, se ritorni indietro a quel momento, a prendere una direzione differente? Pensa che non ricorderai quello che viene dopo”. “Ma esiste un’altra alternativa,”- soggiunge -“puoi tornare al momento del più grande errore della tua vita e, senza cambiare i fatti, puoi cambiarne i significati. In questo modo puoi rifarti una vita”.
    Nel momento stesso in cui il vecchio tace, vedo che tutt’intorno a me si invertono luci e colori, come se si trattasse del negativo di una pellicola… finché tutto ritorna normale. Ma mi trovo nel momento del grande errore della mia vita. (*)
    Sono lì, spinto a commettere l’errore. E perché sono costretto a farlo? (*)
    Non ci saranno altri fattori che influiscono e che io non voglio vedere? A che cosa si deve l’errore fondamentale? Cosa dovrei fare, invece? Se non commetto quell’errore, cambierà l’impianto della mia vita e questa sarà migliore o peggiore? (*)
    Cerco di convincermi che le circostanze che agiscono non possono essere modificate ed accetto tutto come un evento naturale: come un terremoto od un fiume che, straripando dal suo letto, distrugga il lavoro e le case degli abitanti. (*)
    Mi sforzo di accettare il fatto che nelle calamità non ci sono colpevoli. Né la mia debolezza né i miei eccessi né le intenzioni altrui possono essere modificati in questo caso. (*)
    So che se adesso non arrivo a una riconciliazione, la frustrazione continuerà a trascinarsi nella mia vita futura. Allora, con tutto il mio essere, perdono e mi perdono. Ammetto che quello che è successo sfugge al controllo mio e di chiunque altro. (*)
    La scena comincia a deformarsi, mentre si invertono i chiaroscuri come in un negativo fotografico. Nello stesso tempo sento la voce che mi dice: “Se puoi riconciliarti con il tuo più grande errore, la tua frustrazione morirà ed avrai cambiato il tuo destino”.
    Sono in piedi in mezzo al deserto. Vedo avvicinarsi un’auto. Grido: “Taxi!”. Subito dopo sono comodamente seduto sul sedile posteriore. Guardo l’autista che è vestito da pompiere e gli dico: “Mi porti a casa… senza fretta, così avrò il tempo di cambiarmi d’abito”. Penso: “Chi non ha subito qualche incidente nella vita?”.

    IV. LA NOSTALGIA

    Le luci colorate scintillano al ritmo della musica. Ho davanti a me la persona che è stata il mio grande amore. Balliamo lentamente ed ogni flash mi rivela un dettaglio del suo viso o del suo corpo. (*)
    Che cosa non ha funzionato tra noi? Forse il denaro. (*)
    Forse quelle altre relazioni. (*)
    Forse aspirazioni diverse. (*)
    Forse il destino, o qualcosa di troppo difficile da definire allora. (*)
    Ballo lentamente, ma adesso con la persona che è stata un altro mio grande amore.
    Ogni flash mi rivela un dettaglio del suo viso o del suo corpo. (*)
    Che cosa non ha funzionato tra noi? Forse il denaro. (*)
    Forse quelle altre relazioni. (*)
    Forse aspirazioni diverse. (*)
    Forse il destino, o qualcosa di troppo difficile da definire allora. (*)
    Io ti perdono e mi perdono, perché se il mondo balla intorno a noi e noi balliamo, che possiamo fare per le ferree promesse che erano farfalle dai colori cangianti?
    Riscatto il buono ed il bello dello ieri con te. (*)
    Ed anche con te. (*)
    E con tutti coloro con i quali mi abbagliai gli occhi. (*)
    Ah, certo! Il dolore, il sospetto, l’abbandono, l’infinita tristezza e le ferite dell’orgoglio sono il pretesto. Come sono piccoli vicino ad un fragile sguardo! Perché i grandi mali che ricordo sono errori di danza e non la danza stessa. Di te ringrazio il lieve sorriso. Di te il sussurro. E di tutti ringrazio la speranza di un amore eterno. Rimango in pace con il passato presente in me. Il mio cuore è aperto ai ricordi dei bei momenti. (*)

    V. LA COPPIA IDEALE

    Camminando in uno spazio aperto, destinato a esposizioni industriali, vedo capannoni e macchinari. Ci sono molti bambini ai quali sono destinati giocattoli meccanici di alta tecnologia.
    Mi avvicino a un gigante fatto di materiale solido. Sta in piedi. Ha una grossa testa dipinta a colori vivaci. Una scala arriva fino alla sua bocca. Sulla scala si arrampicano i piccoli fino all’enorme cavità e, quando uno entra, questa si chiude dolcemente. Di lì a poco il bambino viene espulso dalla parte posteriore del gigante e scivola lungo un ottovolante che termina sulla sabbia. A uno a uno entrano ed escono, accompagnati dalla musica che sgorga dal gigante:
    “Gargantua inghiotte i bambini con molta cautela, senza fargli male, oplà, oplà, con molta cautela, senza fargli male!”.
    Mi decido a salire per la scala ed entrando nell’enorme bocca trovo un portiere che mi dice: “I bambini scendono con l’ottovolante ed i grandi con l’ascensore”.
    L’uomo continua a dare spiegazioni mentre scendiamo lungo un tubo trasparente. Ad un certo punto gli dico che dovremmo già essere a livello del suolo. Lui risponde che siamo appena nell’esofago, perché il resto del corpo si trova sottoterra, a differenza del gigante infantile che è tutto in superficie. “Proprio così, ci sono due Gargantua in uno”, mi informa. “Quello dei bambini e quello dei grandi. Siamo a molti metri sotto il suolo… Abbiamo già passato il diaframma, presto arriveremo in un luogo molto simpatico. Guardi, ora si apre la porta del nostro ascensore, ci si presenta lo stomaco… vuole scendere qui? Come vede, è un ristorante moderno, dove vengono serviti piatti di ogni parte del mondo”.
    Dico al portiere che mi incuriosisce il resto del corpo. Allora continuiamo a scendere. “Siamo già nel basso ventre” – annuncia il mio interlocutore aprendo la porta – “Ha una decorazione molto originale. Le pareti a colori cangianti sono delle caverne delicatamente tappezzate. Il fuoco centrale, nel mezzo del salone, è il generatore che fornisce energia a tutto il gigante. I sedili sono lì per dare riposo al visitatore. Le colonne, disseminate in punti diversi, consentono di giocare a nascondino… si può comparire e scomparire dietro di esse. E’ più bello se i visitatori che partecipano sono molti. Bene, la lascio qui se così desidera. Basterà che si accosti all’ascensore perché la porta si apra e possa ritornare alla superficie. Tutto è automatico… una meraviglia, non le pare?”
    Si chiude la porta e rimango solo in quel luogo.
    Ho l’impressione di trovarmi nel mare. Un grosso pesce passa attraverso di me per cui comprendo che i coralli, le alghe e le varie specie vive sono proiezioni tridimensionali che producono un incredibile effetto realistico. Mi siedo e resto a guardare senza fretta questo spettacolo rilassante. All’improvviso, vedo che dal fuoco centrale esce una figura umana con il viso coperto. Mi si avvicina lentamente. Fermandosi a breve distanza, dice: “Buongiorno, sono un ologramma. Gli uomini e le donne cercano di trovare in me la loro coppia ideale. Sono programmato per assumere l’aspetto che lei cerca, ma qual è questo aspetto? Io non posso fare niente senza un piccolo sforzo da parte sua. Ma se ci prova, le sue onde encefaliche saranno decodificate, amplificate, trasmesse e ricodificate di nuovo nel computer centrale, il quale le ricomporrà permettendomi così di tracciare la mia identità”.
    “Allora, che devo fare?” – domando.
    “Le raccomando – spiega – di procedere nel seguente ordine. Pensi a quali tratti comuni hanno le persone con le quali si è legato affettivamente. Non faccia riferimento soltanto al corpo ed alla faccia, ma anche al carattere. Per esempio: erano del tipo protettivo o, al contrario, ispiravano in lei il bisogno di dare loro protezione?” (*)
    “Erano ardite, timide, ambiziose, menzognere, sognatrici o magari crudeli?” (*)
    “E adesso qual è la cosa ugualmente sgradevole o riprovevole o negativa che avevano in comune?” (*)
    “Quali erano i loro tratti positivi?” (*)
    “In che cosa sono stati simili gli inizi di tutte queste relazioni?” (*)
    “In che cosa è stata simile la loro fine?” (*)
    “Cerchi di ricordare con quali persone ha desiderato avere rapporti, senza che però le cose andassero a buon fine e perché non hanno funzionato”. (*)
    “Ora, attenzione, comincerò ad assumere le forme che lei vuole. Mi dia delle indicazioni ed io le eseguirò alla perfezione. Siamo pronti, dunque pensi: come devo camminare? Che vestiti indosso? Che cosa faccio esattamente? Come parlo? Dove siamo e che cosa facciamo?”
    “Guarda il mio volto, così com’è!” (*)
    “Guarda nella profondità dei miei occhi, perché ormai non sono più una proiezione, ma sono qualcosa di reale… Guarda in fondo agli occhi e dimmi dolcemente che cosa vedi in essi”. (*)
    Mi alzo per toccare la figura ma essa mi evita, scomparendo dietro una colonna. Quando ci arrivo, mi rendo conto che si è dileguata. Però sento una mano che si appoggia dolcemente sulla spalla, mentre qualcuno dice: “Non guardare indietro. Ti deve bastare sapere che siamo molto vicini, tu ed io e che, grazie a ciò, le tue ricerche si chiariranno”.
    Appena la frase termina mi volto per vedere chi mi sta accanto, ma riesco a scorgere soltanto un’ombra che fugge. In quell’istante il fuoco centrale crepita ed aumenta il suo fulgore fino ad abbagliarmi.
    Mi rendo conto che la scenografia e la proiezione hanno creato l’ambiente propizio perché sorgesse l’immagine ideale. Questa immagine che è in me e che è arrivata a sfiorarmi, ma che per un moto incomprensibile di impazienza mi è scivolata tra le dita. So che mi è stata accanto e questo mi basta. So anche che il computer centrale non ha potuto proiettare un’immagine tattile come quella che ho sentito sulla spalla…
    Raggiungo l’ascensore. La porta si apre ed in quel momento sento un canto infantile: “Gargantua inghiotte i grandi con molta cautela, senza fargli male, oplà, oplà, con molta cautela, senza fargli male!”.

    VI. IL RISENTIMENTO

    E’ sera. Mi trovo in una antica città solcata da canali che passano sotto i ponti. Appoggiato a una balaustra guardo in giù il lento movimento di una massa liquida e torbida. Nonostante la nebbia, riesco a scorgere su un altro ponte un gruppo di persone. A malapena riesco ad ascoltare gli strumenti musicali che accompagnano voci tristemente stonate. Lontani rintocchi di campana arrivano fino a me, come ondate appiccicose di lamento.
    Il gruppo se n’è andato, le campane tacciono.
    In una strada trasversale luci malsane dai colori fluorescenti illuminano appena la notte.
    Mi metto in cammino, addentrandomi nella nebbia. Dopo aver vagato tra viuzze e ponti, sbocco in uno spazio aperto. E’ una piazza quadrata, all’apparenza vuota. Seguendo la pavimentazione a mattonelle arrivo ad un’estremità della piazza ricoperta da acque immobili.
    La barca, simile a una carrozza, mi sta aspettando lì davanti. Ma prima devo passare in mezzo a due lunghe file di donne. Vestite di tuniche nere e tenendo in mano delle torce, dicono in coro al mio passaggio:
    “Oh, Morte, il cui illimitato impero
    raggiunge ovunque quelli che vivono.
    Da te il termine concesso alla nostra età dipende.
    Il tuo sonno perenne annienta le moltitudini,
    giacché nessuno elude il tuo impulso possente.
    Tu sola possiedi il giudizio che assolve,
    non v’è arte che possa imporsi al tuo furore
    né supplica che il tuo disegno revochi”.
    Salgo in carrozza aiutato dal barcaiolo, che poi rimane in piedi dietro di me. Mi accomodo su un sedile spazioso. Sento che ci solleviamo fino a restare leggermente staccati dall’acqua. Allora cominciamo a spostarci, sospesi su un mare aperto ed immobile come uno specchio infinito che riflette la luna.
    Siamo arrivati all’isola. La luce notturna consente di vedere un lungo viale bordato di cipressi. La barca si posa sull’acqua, dondolandosi un poco. Io scendo, mentre il barcaiolo resta impassibile.
    Avanzo diritto tra gli alberi che sibilano al vento. So di essere osservato. Ho la sensazione che ci sia qualcosa o qualcuno nascosto più avanti. Mi fermo. Dietro l’albero l’ombra mi chiama con gesti lenti. Vado verso di essa e, quasi al momento di raggiungerla, un alito pesante, un sospiro di morte mi si incolla al viso: “Aiutami!” – mormora – “So che sei venuto a liberarmi da questa confusa prigione. Tu solo puoi farlo… aiutami!”.
    L’ombra dice di essere la persona con la quale sono profondamente risentito. (*)
    E, quasi indovinando il mio pensiero, aggiunge: “Non ha importanza che colui al quale sei legato dal risentimento più profondo sia vivo o morto, perché il dominio dell’oscuro ricordo non rispetta frontiere”.
    Quindi continua: “Ed è anche indifferente che l’odio e il desiderio di vendetta siano annodati nel tuo cuore fin dall’infanzia o solo da un recente passato. Il nostro tempo è immobile, per cui stiamo sempre in agguato, per sorgere deformati come paure di ogni tipo quando l’occasione si presenta. E quei timori sono la nostra vendetta per il veleno che ogni volta siamo costretti ad ingoiare”.
    Mentre gli chiedo che cosa devo fare, un raggio di luna illumina debolmente la sua testa ricoperta da un manto. Poi lo spettro si lascia vedere con chiarezza ed in esso riconosco i lineamenti di colui che aprì la mia ferita più grande. (*)
    Gli dico cose di cui non avrei mai parlato con nessuno; mi rivolgo a lui con la massima franchezza di cui sono capace. (*)
    Mi chiede di riconsiderare il problema e di spiegargli i dettagli più importanti senza remore, anche se le mie parole dovessero essere offensive. Mi esorta a non tralasciare di evocare qualsiasi rancore io possa provare, altrimenti rimarrà per sempre prigioniero. Allora procedo secondo le sue istruzioni. (*)
    Subito mi mostra una robusta catena che lo lega ad un cipresso. Senza esitare la spezzo con un secco strattone. Allora il manto scivola a terra vuoto e rimane lì disteso, mentre la sagoma svanisce nell’aria e la voce si allontana verso le alture, ripetendo parole che già conosco: “Addio, dunque! Il fuoco della lucciola si fa più scialbo, l’alba è prossima. Addio, addio, addio, ricordati di me”.
    Comprendo che presto sarà mattino, giro su me stesso per far ritorno alla barca, ma prima raccolgo il manto che è ancora lì ai miei piedi. Me lo getto sulle spalle e affretto il passo. Mentre mi avvicino alla costa, varie ombre furtive mi chiedono se un giorno ritornerò a liberare altri risentimenti.
    Ormai vicino al mare, vedo un gruppo di donne vestite di bianche tuniche; ognuna di esse tiene in alto una torcia. Giunto alla carrozza, porgo il manto al barcaiolo. Questi, a sua volta, lo consegna alle donne. Una di esse gli dà fuoco. Il manto brucia e si consuma rapidamente, senza lasciare cenere. In quell’istante provo un gran sollievo, come se avessi sinceramente perdonato un’enorme offesa. (*)
    Salgo sulla barca, che ora ha l’aspetto di un moderno motoscafo sportivo. Mentre ci allontaniamo dalla costa senza avere ancora acceso il motore, sento il coro delle donne che dice:
    “Tu hai il potere di destare l’addormentato
    unendo il cuore alla testa,
    liberando la mente dal vuoto,
    allontanando tenebre ed oblio dall’interno sguardo.
    Va, fortunata potestà. Memoria vera, che indirizzi la vita verso
    il senso retto.”
    Il motore si mette in moto nel momento in cui il sole sorge all’orizzonte marino. Guardo il giovane marinaio dal volto forte ed aperto, mentre accelera sorridente verso il mare.
    Ora ci avviciniamo a gran velocità, rimbalzando sulle onde leggere. I raggi del sole indorano le superbe cupole della città, mentre tutt’intorno le colombe volteggiano in allegri stormi.

    VII. LA PROTETTRICE DELLA VITA

    Sto a galla sul dorso nelle acque di un lago. La temperatura è assai piacevole. Posso guardare senza sforzo da entrambi i lati del mio corpo; l’acqua è così cristallina che posso vedere il fondo.
    Il cielo è di un azzurro luminoso. Lì vicino c’è una spiaggia di morbida sabbia quasi bianca. E’ una baia senza onde, lambita dalle acque del mare.
    Sento il mio corpo galleggiare dolcemente e rilassarsi sempre di più, procurandomi una straordinaria sensazione di benessere.
    Ad un certo punto mi giro e comincio a nuotare in maniera armoniosa fino alla riva; poi esco dall’acqua camminando lentamente.
    E’ un paesaggio tropicale. Vedo palme ed alberi di cocco, mentre avverto sulla pelle il contatto del sole e della brezza.
    Improvvisamente, alla mia destra, scorgo una grotta. Lì accanto scorre l’acqua trasparente di un ruscello. Mi avvicino, quando vedo all’interno della grotta una figura di donna. Ha il capo circondato da una corona di fiori. Riesco a vederne i bellissimi occhi, ma non so definire la sua età. In ogni caso, dietro quel volto che irradia amabilità e comprensione, intuisco una grande saggezza. Rimango lì a contemplarla, mentre la natura intorno tace.
    “Sono la protettrice della vita”, mi dice. Le rispondo timidamente che non capisco bene il significato delle sue parole. In quell’istante vedo un cerbiatto che le lecca la mano. Mi invita a entrare nella grotta, indicandomi poi di sedere sulla sabbia davanti a una liscia parete di roccia. Ora non riesco più a vederla, ma sento che dice: “Respira tranquillamente e dimmi cosa vedi”. Comincio a respirare lentamente e profondamente. Ad un tratto compare sulla roccia una chiara immagine del mare. Inspiro, e le onde raggiungono la spiaggia. Espiro e si ritirano. Mi dice: “Tutto nel tuo corpo è ritmo e bellezza. Tante volte hai rinnegato il tuo corpo, senza capire di quale meraviglioso strumento disponi per esprimerti nel mondo”. In quell’istante appaiono sulla roccia diverse scene della mia vita in cui provo vergogna, timore ed orrore per vari aspetti del mio corpo. Le immagini si succedono. (*)
    Provo un certo disagio perché so che lei sta vedendo quelle scene, ma subito mi tranquillizzo. Poi aggiunge: “Persino nella malattia e nella vecchiaia il corpo sarà il cane fedele che ti accompagnerà fino all’ultimo momento. Non rinnegarlo se non potrà rispondere alle tue voglie. Nel frattempo rendilo forte e sano. Curalo perché sia al tuo servizio e segui soltanto il parere dei saggi. Io che sono passata per tutte le epoche so bene che l’idea stessa di bellezza cambia. Se non consideri il tuo corpo come l’amico più vicino, esso intristisce e si ammala. Quindi dovrai accettarlo completamente. E’ lo strumento di cui disponi per esprimerti nel mondo… E adesso voglio che tu veda quale parte di esso è più debole e meno sana”. A questo punto appare l’immagine di quella parte del mio corpo. (*)
    Allora la donna posa la mano su quel punto ed io sento un calore vivificante. Sperimento ondate di energia che si espandono da quel punto e provo una profonda accettazione del mio corpo così com’è. (*)
    “Cura il tuo corpo, seguendo solo il parere dei saggi, e non mortificarlo con malesseri che esistono soltanto nella tua fantasia. Ed adesso vai, pieno di vitalità ed in pace”.
    Mi sento confortato e sano e, uscendo dalla grotta, bevo l’acqua cristallina del ruscello che tonifica tutto il mio corpo.
    Il sole e la brezza baciano la mia pelle. Cammino sulla sabbia bianca verso il lago e, quando vi giungo, vedo per un attimo la figura della protettrice della vita che si riflette amabilmente nel fondo.
    Entro nelle acque. Il mio corpo è un lago senza limiti. (*)

    VIII. L’AZIONE CHE SALVA

    Percorriamo velocemente una grande strada. Accanto a me, guida una persona che non ho mai visto prima. Sui sedili posteriori, due donne e un uomo, anche loro sconosciuti. L’auto corre circondata da altri veicoli che procedono senza alcuna prudenza, come se i loro autisti fossero ubriachi o pazzi. Non sono sicuro se stia facendo giorno o se stia per calare la sera.
    Domando al mio compagno che cosa stia succedendo. Mi guarda furtivamente e risponde in una strana lingua: “Rex voluntas!”.
    Accendo la radio che gracchia emettendo forti rumori di interferenze elettriche. Riesco comunque a sentire una voce debole e metallica che ripete con monotonia: “… rex voluntas… rex voluntas… rex voluntas…”.
    Mentre la corsa dei veicoli rallenta, scorgo ai margini della strada un gran numero di auto ribaltate ed un incendio che si sta propagando in mezzo ad esse. Ci fermiamo, abbandoniamo tutti la macchina, correndo verso i campi fra un mare di gente che si spinge impaurita.
    Guardo indietro e vedo in mezzo al fumo ed alle fiamme molti poveretti rimasti prigionieri in quella trappola mortale, ma sono costretto a correre da quella valanga umana che mi sospinge trascinandomi via. In questo delirio tento inutilmente di raggiungere una donna che protegge il suo bambino, mentre la folla le passa sopra e molti cadono a terra.
    Mentre il disordine e la violenza sono ormai generali, decido di muovermi in una direzione leggermente in diagonale, che mi permetta di separarmi dalla massa. Punto verso un luogo più in alto, che costringa quegli esseri impazziti a frenare la loro corsa. Molti, prossimi a svenire, mi si attaccano ai vestiti riducendoli a brandelli. Vedo che la densità della gente diminuisce.
    Sono riuscito a liberarmi ed adesso continuo a salire, ormai quasi senza più fiato. Mi fermo un istante e vedo che la moltitudine segue una direzione opposta alla mia; sicuramente pensano che, prendendo una via in discesa, potranno più facilmente uscire da quella situazione. Mi accorgo con orrore che il cammino seguito dalla folla finisce in un precipizio. Grido con tutte le mie forze per avvertire, almeno quelli che mi sono più vicini, dell’imminente catastrofe. Allora, un uomo si stacca dalla massa e viene di corsa verso di me. Ha gli abiti stracciati ed è coperto di ferite. Provo grande gioia all’idea che potrebbe mettersi in salvo. Quando mi raggiunge, mi afferra per un braccio e, gridando come un pazzo, indica giù in basso. Non capisco la sua lingua ma credo che voglia il mio aiuto per salvare qualcuno. Gli dico di aspettare, perché in questo momento è impossibile… So che non mi capisce. La sua disperazione mi sconvolge. L’uomo cerca allora di tornare indietro ma io, con uno spintone, lo faccio cadere in avanti. Rimane a terra, gemendo amaramente. Capisco di avergli salvato la vita ed anche la coscienza, perché lui aveva cercato di salvare qualcuno ma glielo avevano impedito.
    Salgo un poco più su ed arrivo ad un campo coltivato. La terra è molle e solcata dal recente passaggio di un trattore. Sento in lontananza colpi di armi da fuoco e credo di capire cosa stia succedendo. Mi allontano in fretta da quel luogo. Dopo un certo tempo mi fermo. Tutto tace. Guardo verso la città e vedo un bagliore sinistro.
    Comincio a sentire che la terra oscilla sotto i miei piedi ed un boato che sale dalle profondità della terra mi avverte dell’imminenza di un terremoto. Poco dopo perdo l’equilibrio. Resto a terra raggomitolato su un fianco ma con lo sguardo rivolto verso il cielo, in preda a una forte nausea.
    Le scosse sono cessate. In cielo c’è una luna enorme, che sembra coperta di sangue.
    Fa un caldo insopportabile e respiro un’aria acre.
    Intanto continuo a non capire se stia iniziando il giorno o stia calando la sera…
    Mi metto seduto e sento un boato sempre più forte. Subito dopo, oscurando il cielo, passano centinaia di aerei, simili ad insetti mortiferi che si perdono verso un ignoto destino.
    Scorgo accanto a me un grosso cane che, guardando la luna, si mette ad ululare, alla maniera di un lupo. Lo chiamo. L’animale mi si avvicina timidamente. Mi viene accanto. Gli accarezzo a lungo il pelo irto. Noto che il suo corpo è scosso da un tremore intermittente. Il cane si scosta da me e si allontana. Mi alzo in piedi e lo seguo. Percorriamo così un tratto sassoso fino ad arrivare a un ruscello. L’animale, assetato, si lancia in avanti e comincia a bere con avidità, ma di lì a poco indietreggia e cade. Mi avvicino, lo tocco e mi accorgo che è morto.
    Avverto un nuovo movimento sismico che minaccia di travolgermi, ma si tratta di una scossa passeggera. Mi giro e vedo nel cielo, in lontananza, quattro formazioni di nubi che avanzano con un sordo rimbombare di tuoni. La prima è bianca, la seconda è rossa, la terza nera e la quarta gialla. E queste nubi somigliano a quattro cavalieri armati che, montati su cavalcature di tempesta, percorrano i cieli distruggendo ogni segno di vita sulla terra.
    Corro nel tentativo di sfuggire alle nubi. Mi rendo conto che se la pioggia mi raggiungerà rimarrò contaminato. Continuo a correre ma, all’improvviso, si erge davanti a me una figura colossale. E’ un gigante che mi sbarra la via. Agita minaccioso una spada di fuoco. Gli grido che debbo andare avanti perché le nubi radioattive si stanno avvicinando. Risponde che è un robot messo lì apposta per impedire il passaggio alle persone distruttive. Aggiunge che è armato di raggi e mi intima di non avvicinarmi. Vedo che il colosso separa nettamente due spazi: quello da cui provengo, sassoso e morente, da un altro pieno di vegetazione e di vita. Allora grido: “Devi farmi passare perché ho compiuto una buona azione!”.
    “Che cos’è una buona azione?”, domanda il robot.
    “E’ un’azione che costruisce, che collabora con la vita”.
    “E dunque” – soggiunge – “che hai fatto di buono?”.
    “Ho salvato un essere umano da morte sicura e, per di più, ho salvato la sua coscienza”.
    Subito il gigante si fa da parte ed io salto su quel terreno protetto, proprio mentre cominciano a cadere le prime gocce di pioggia.
    Davanti a me c’è una tenuta agricola. Vicino, la casa dei contadini. Dalle finestre esce una luce calda. Adesso comprendo che sta cominciando un nuovo giorno.
    Raggiungo la casa dove un uomo rude, dall’aria buona, mi invita a entrare. Dentro c’è una famiglia numerosa che si sta preparando per le attività del giorno. Mi fanno sedere al tavolo dove è pronta una colazione semplice e salutare. Bevo subito acqua pura di sorgente. Alcuni bambini mi scorrazzano intorno.
    “Stavolta” – dice il mio ospite – “ce l’ha fatta a scappare. Ma quando dovrà nuovamente varcare il confine della morte, quale coerenza potrà esibire?”.
    Gli chiedo di spiegarsi meglio, perché le sue parole mi risultano oscure. Lui mi dice: “Provi a ricordare quelle che potremmo definire le ‘buone azioni’ (tanto per dargli un nome) compiute da lei. E’ chiaro che non sto parlando delle cosiddette ‘buone azioni’ che la gente compie sperando in qualche ricompensa. Deve ricordare soltanto quelle che hanno lasciato in lei la sensazione che ciò che è stato fatto era proprio il meglio per gli altri… tutto qui. Ha tre minuti per rivedere tutta la sua vita e rendersi conto di quanta povertà interiore ci sia in lei, mio buon amico. Ed un’ultima raccomandazione: se ha figli o persone comunque a lei molto care, non confonda ciò che desidera per loro con quello che è meglio per loro”. Detto questo, esce di casa con tutti i suoi. Rimango solo a meditare su quanto mi ha suggerito il contadino. (*)
    Dopo un po’ l’uomo rientra e mi dice: “Vede dunque come è vuoto dentro e, se non è vuoto, è perché è confuso. Il che significa che, in ogni caso, lei è vuoto. Mi consenta una raccomandazione, e l’accetti perché è l’unica cosa che le servirà d’ora innanzi. A cominciare da oggi, non lasci passare neanche un solo giorno senza riempire la sua vita”.
    Ci salutiamo. Di lontano sento che mi grida: “Dica alla gente quello che ora lei sa!”.
    Lascio la tenuta e mi avvio verso la mia città.
    Questo ho appreso oggi: quando l’essere umano pensa solo ai propri interessi ed ai propri problemi personali, porta la morte nell’anima e tutto ciò che tocca muore con lui.

    IX. LE FALSE SPERANZE

    Sono giunto nel luogo che mi hanno consigliato. Mi trovo davanti alla casa del dottore. Una piccola targa avverte: “Lascia ogni speranza, tu che entri”.
    Suono, la porta si apre e un’infermiera mi fa entrare. Indica una sedia su cui siedo. Lei si sistema dietro un tavolo, davanti a me. Prende un foglio e, dopo averlo infilato nella macchina da scrivere, chiede: “Nome?”, ed io rispondo. “Età?…, professione?…, stato civile?…, gruppo sanguigno?…”. La donna continua a riempire la scheda con i dati relativi alle malattie della mia famiglia. (*)
    Poi rispondo ricostruendo la storia delle mie malattie. (*)
    Immediatamente rievoco tutti gli incidenti che ho subito, a cominciare dall’infanzia. (*)
    Guardandomi fisso, domanda con lentezza: “Precedenti penali?”. Rispondo con una certa inquietudine. Quando mi dice “Quali sono le sue speranze?”, metto da parte il mio modo rispettoso di rispondere e le domando spiegazioni. Impassibile, guardandomi come se fossi un insetto, mi dice: “Le speranze sono speranze! Su, cominci a raccontare e faccia presto, perché ho un appuntamento con il mio fidanzato”. Mi alzo dalla sedia e con uno strattone sfilo il foglio dalla macchina. Quindi lo faccio a pezzetti, che getto in un cestino. Mi giro e vado verso la porta da cui sono entrato. Mi accorgo che non riesco ad aprirla. Chiaramente contrariato, grido all’infermiera di aprirmela. Non mi risponde. Mi volto e vedo che la stanza è vuota!
    A grandi passi raggiungo l’altra porta, immaginando che al di là ci sia l’ambulatorio. Mi dico che lì deve esserci il dottore, al quale presenterò le mie rimostranze. Mi dico che da lì deve essere scappata quella simpaticona dell’infermiera. Apro e riesco a fermarmi appena in tempo a pochi centimetri da un muro. “Dietro la porta un muro, che bella idea!…”. Corro verso la prima porta, che ora si apre, e vado a urtare di nuovo contro un muro che mi sbarra il passo.
    Sento una voce maschile che, attraverso un altoparlante, mi dice: “Quali sono le sue speranze?”. Ricomponendomi, faccio presente al dottore che siamo persone adulte e che logicamente la mia maggiore speranza è quella di uscire da una situazione così ridicola. La voce dice: “La targa all’ingresso avverte il visitatore di lasciare ogni speranza”. La situazione mi appare come uno scherzo grottesco e così mi rimetto a sedere, aspettando che si risolva in qualche modo.
    “Ricominciamo da capo” dice la voce. “Lei ricorda di aver nutrito nell’infanzia molte speranze. Col tempo si è reso conto che esse non si sarebbero mai realizzate. Quindi ha abbandonato quei bei progetti… Cerchi di ricordare”. (*)
    “Più avanti” – continua la voce – “è accaduto lo stesso e si è dovuto rassegnare al fatto che i suoi desideri non si realizzassero… Ricordi”. (*)
    “Infine, lei in questo momento ha molte speranze. Non mi riferisco alla speranza di uscire da questa stanza, poiché questo trucco di ambientazione è sparito. Sto parlando d’altro. Sto parlando di quali sono le sue speranze per il futuro”. (*)
    “E quali di esse segretamente lei sa che non si realizzeranno mai? Vediamo, ci pensi con sincerità”. (*)
    “Senza speranze non possiamo vivere. Ma quando sappiamo che sono false non possiamo conservarle all’infinito, poiché prima o poi tutto andrà a sfociare in una crisi da fallimento. Se riuscisse a guardare in profondità dentro di sé, arrivando alle speranze che riconosce che non si realizzeranno e se, inoltre, facesse lo sforzo di lasciarle qui per sempre, il suo senso della realtà ne guadagnerebbe. Cosicché, analizziamo di nuovo il problema… Cerchi le speranze più profonde. Quelle che sente che non si realizzeranno mai. Attento a non sbagliare! Vi sono cose che le paiono possibili, quelle non deve toccarle. Prenda solo quelle che non si realizzeranno. Su, le cerchi con assoluta sincerità, anche se sarà un po’ doloroso”. (*)
    “Nell’uscire dalla stanza, si proponga di lasciarle qui per sempre”. (*)
    “E adesso completiamo l’opera. Esamini, viceversa, tutte le altre speranze importanti che considera possibili. L’aiuterò. Diriga la sua vita solo verso ciò che ritiene possibile o che, realmente, sente che si compirà. Non importa se poi le cose non funzioneranno perché, in definitiva, ciò avrà dato direzione alle sue azioni”. (*)
    “Ecco, abbiamo finito. Ora esca da dove è entrato e faccia presto, perché devo vedermi con la mia segretaria”.
    Mi alzo. Faccio qualche passo, apro la porta ed esco. Guardo la targa all’ingresso e leggo: “Tu che esci, lascia qui ogni falsa speranza”.

    X. LA RIPETIZIONE

    E’ notte. Sto camminando in un luogo debolmente illuminato. E’ un vicolo stretto. Non vedo nessuno. La nebbia diffonde comunque una luce lontana. I miei passi producono un’eco che impaurisce. Affretto il passo per raggiungere il lampione più vicino.
    Appena ci arrivo, scorgo una sagoma umana. La figura è a due o tre metri di distanza. E’ una vecchia con il viso coperto a metà. Improvvisamente, con voce stentata, mi chiede l’ora. Guardo l’orologio e rispondo: “Sono le tre di notte”.
    Mi allontano rapidamente, immergendomi di nuovo nella nebbia e nel buio, con il desiderio di arrivare al prossimo lampione che scorgo in lontananza.
    Lì, di nuovo, trovo la donna. Guardo l’orologio, segna le due e mezza. Mi metto a correre verso il lampione successivo e, mentre corro, mi giro indietro. In effetti mi sto allontanando dalla figura che rimane ferma laggiù. Arrivo di corsa al lampione e lì percepisco l’ombra che mi aspetta. Guardo l’orologio, sono le due.
    Ormai corro senza controllo, oltrepassando lampioni e vecchie, fino a che, sfinito, mi fermo a metà strada. Guardo l’orologio e vedo nel vetro il volto della donna. Capisco che la fine è arrivata…
    Nonostante tutto, cerco di comprendere la situazione e mi chiedo ripetutamente: “Da che cosa sto fuggendo?… da che cosa sto fuggendo?”. La voce stentata mi risponde: “Sono dietro di te e davanti a te. Ciò che è stato, sarà. Ma sei molto fortunato perché ti sei potuto fermare un momento a pensare. Se comprendi questo, potrai uscire dalla trappola che tu stesso hai costruito”. (*)
    Mi sento stordito e stanco. Nonostante tutto, penso che dev’esserci una via d’uscita. Qualcosa mi fa ricordare varie situazioni di fallimento della mia vita. Ecco, ora rievoco i primi fallimenti della mia infanzia. (*)
    Poi, i fallimenti della gioventù. (*)
    Ed anche i fallimenti più recenti. (*)
    Mi rendo conto che in futuro continueranno a ripetersi, fallimento dopo fallimento. (*)
    In tutte le mie sconfitte c’è stato qualcosa di comune: le cose che volevo fare non erano ordinate, si trattava sempre di desideri confusi che finivano per opporsi l’uno all’altro. (*)
    Persino ora scopro che molte cose che desidero ottenere in futuro sono contraddittorie. (*)
    Non so cosa fare della mia vita e, tuttavia, desidero molte cose in modo confuso. Sì, ho timore del futuro e non vorrei che si ripetessero i fallimenti passati. La mia vita è paralizzata in questo vicolo pieno di nebbia, tra fulgori di morte.
    Inaspettatamente, a una finestra si accende una luce e da lì qualcuno mi grida: “Ha bisogno di qualcosa?”.
    “Sì” – gli rispondo – “ho bisogno di uscire da qui”.
    “Ah, no!… Da soli non si può uscire”.
    “Allora mi spieghi cosa devo fare”.
    “Non posso. E poi, se continuiamo a gridare, finiremo per svegliare tutto il vicinato. Con il sonno dei vicini non si scherza! Buonanotte”.
    La luce si spegne. Allora sorge in me il desiderio più forte: uscire da quella situazione. Sento che la mia vita cambierà soltanto se troverò una via d’uscita. Il vicolo apparentemente ha un senso, però esso non è nient’altro che una ripetizione, dalla nascita fino alla morte. Un falso senso. Di lampione in lampione, fino a quando, ad un certo punto, le mie forze finiranno per sempre.
    Scorgo alla mia sinistra un cartello indicatore con frecce e scritte. La freccia del vicolo ne indica il nome: “Ripetizione della vita”. Un’altra indica: “Annullamento della vita”; una terza: “Costruzione della vita”. Rimango a riflettere per un attimo. (*)
    Prendo la direzione indicata dalla terza freccia. Mentre esco dal vicolo per imboccare un viale ampio e luminoso, provo la sensazione di essere sul punto di scoprire qualcosa di decisivo. (*)

    XI. IL VIAGGIO

    Continuo a salire lungo il sentiero di montagna. Mi fermo un istante e guardo indietro. In lontananza vedo la linea di un fiume e qualcosa che potrebbe essere una distesa di alberi. Ancora più lontano, un deserto rossastro che si perde nella foschia dell’imbrunire. Avanzo ancora, mentre il sentiero si restringe fino a scomparire del tutto. So che manca un ultimo tratto, il più difficile, per arrivare all’altipiano. La neve intralcia appena il mio cammino e così continuo a salire.
    Sono arrivato alla parete di roccia. La studio accuratamente e scorgo nella sua struttura una fenditura per la quale potrei arrampicarmi. Comincio a salire puntando gli scarponi sulle sporgenze. Appoggio la schiena ad un lato della fenditura, mentre faccio leva con un gomito e con l’altro braccio. Salgo. La fenditura si è ristretta. Guardo in alto ed in basso. Sono a metà strada. Impossibile muovermi nell’uno o nell’altro senso. Cambio posizione, restando appoggiato col petto alla superficie sdrucciolevole. Punto i piedi e, molto lentamente, allungo un braccio verso l’alto. La roccia mi restituisce l’ansimare umido del mio respiro. Tasto con la mano senza sapere se riuscirò a trovare una piccola fessura. Allungo piano l’altro braccio. Mi sento vacillare. La testa comincia ad allontanarsi lentamente dalla pietra. Poi, tutto il corpo. Sto per cadere all’indietro… ma trovo una piccola rientranza e mi ci aggrappo con le dita. Stabilizzo la mia posizione e riprendo a salire, con slancio e senza difficoltà, nell’assalto finale.
    Finalmente arrivo in cima. Mi tiro su e davanti a me appare una prateria infinita. Avanzo di qualche passo. Poi, mi giro. Dalla parte dell’abisso è notte; dalla parte della pianura, gli ultimi raggi di sole sfumano in infinite tonalità. Sto confrontando i due spazi, quando sento un suono acuto. Guardando in alto, vedo sospeso un disco luminoso che poi, descrivendo dei cerchi intorno a me, comincia a discendere.
    Si è posato a brevissima distanza. Spinto da un richiamo interiore, mi avvicino senza cautele. Penetro all’interno con la sensazione di passare attraverso una cortina di aria tiepida. Intanto sento il mio corpo alleggerirsi. Sono dentro a una bolla trasparente, schiacciata alla base.
    Come se fossimo lanciati da un grande elastico, partiamo in linea retta. Credo che stiamo andando in direzione di Beta Hydris o magari verso NGC 3621.
    Riesco a vedere, fugacemente, il crepuscolo sulla prateria. Saliamo a velocità ancora maggiore, mentre il cielo si oscura e la Terra si allontana. Sento aumentare la velocità. Le stelle luminose cambiano colore, fino a scomparire nel buio totale.
    Di fronte, vedo un unico punto di luce dorata che si ingrandisce. Andiamo nella sua direzione. Ora appare un grande anello che continua in un lunghissimo corridoio trasparente. Di colpo ci fermiamo. Siamo scesi in un luogo aperto. Attraverso la cortina di aria tiepida ed esco dall’oggetto.
    Mi trovo fra pareti trasparenti che producono musicali mutamenti di colore mentre vengono attraversate.
    Avanzo fino ad arrivare ad un piano al cui centro scorgo un grande oggetto mobile, impossibile da catturare con lo sguardo perché, seguendo una direzione qualunque sulla sua superficie, questa finisce avvolta nell’interno del corpo. Mi sento venir meno e distolgo lo sguardo.
    Incontro una figura, umana a quel che sembra. Non posso vederne il volto. Mi tende una mano nella quale vedo una sfera splendente. Mi avvicino e, con gesto di piena accettazione, prendo la sfera e me la appoggio sulla fronte. (*)
    Allora, in un silenzio totale, percepisco che qualcosa di nuovo incomincia a vivere in me.
    Ondulazioni che si susseguono ed una forza crescente inondano il mio corpo, mentre nasce nel mio essere una profonda allegria. (*)
    So che la figura mi sta dicendo, senza parole: “Ritorna nel mondo con la fronte e le mani luminose”. (*)
    Così accetto il mio destino. Poi, la bolla e l’anello e le stelle e la prateria e la parete di roccia. (*)
    Infine il sentiero ed io, umile pellegrino che ritorna tra la sua gente. (*)
    Io, che ritorno luminoso alle ore, al giorno ripetitivo, al dolore dell’uomo, alla sua semplice allegria.
    Io, che dò con le mie mani ciò che posso; che ricevo l’offesa ed il saluto fraterno, innalzo un canto al cuore che dall’oscuro abisso rinasce alla luce dell’anelato Senso.

    XII. IL FESTIVAL

    Disteso su un letto, mi sembra di essere in una stanza di ospedale. Sento appena il gocciolio di un rubinetto chiuso male. Provo a muovere le membra e la testa, ma non mi rispondono. A fatica riesco a tenere gli occhi aperti.
    Mi pare che qualcuno accanto a me abbia detto che fortunatamente sono fuori pericolo… che adesso è solo questione di riposo. Inspiegabilmente, quelle parole confuse mi danno un grande sollievo. Sento il corpo intorpidito e pesante, sempre più fiacco.
    Il soffitto è bianco e liscio, ma ogni goccia d’acqua che sento cadere scintilla sulla sua superficie come uno schizzo di luce. Una goccia, una riga. Poi, un’altra. E poi, molte linee. Quindi, ondulazioni. Il soffitto si sta trasformando, seguendo il ritmo del mio cuore. Può darsi che sia un effetto delle arterie degli occhi prodotto dal pulsare del sangue. Il ritmo disegna il volto di una persona giovane.
    “Ehi, tu!” – mi dice – “perché non vieni?”.
    “Certo” – penso – “perché no?”.
    … Lì davanti si svolge il festival musicale ed il suono degli strumenti inonda di luce un enorme spazio tappezzato d’erba verde e di fiori.
    Sono disteso sul prato e guardo lo scenario. Intorno a me c’è tantissima gente, ma mi fa piacere constatare che non c’è affollamento perché lo spazio è grande. In lontananza scorgo vecchi amici d’infanzia. Sento che stanno davvero a loro agio.
    Concentro l’attenzione su un fiore, attaccato al suo ramo da un sottile stelo di pellicola trasparente al cui interno si fa più intenso il verde rilucente. Allungo la mano, sfiorando delicatamente con un dito lo stelo lucente e fresco, appena interrotto da piccolissimi rigonfiamenti. Così, salendo tra foglie di smeraldo, raggiungo i petali che si aprono in una esplosione multicolore. Petali come vetrate di una solenne cattedrale, petali come rubini e come fuochi di legna destatisi in alta fiammata… Ed in questa danza di tonalità cromatiche sento il fiore vivere come se fosse parte di me. (*)
    Ed il fiore, mosso dal mio contatto, lascia cadere una goccia di rugiada sonnolenta, appesa appena all’ultimo petalo. L’ovale della goccia vibra, poi si allunga e, ormai nel vuoto, si appiattisce per poi arrotondarsi di nuovo, cadendo in un tempo senza fine. Cadendo, cadendo nello spazio senza limite… Alla fine, urtando contro il cappello di un fungo, vi rotola sopra come pesante mercurio, per scivolare fino al bordo. Lì, in uno spasimo di libertà, si slancia verso una piccola pozza in cui solleva onde burrascose che bagnano un’isola di marmo. (*)
    Alzo gli occhi per guardare un’ape dorata che si avvicina a succhiare il fiore. Ed in quella violenta spirale di vita contraggo la mia mano irrispettosa, allontanandola da quella abbagliante perfezione. La mia mano… La guardo attonito, come se la vedessi per la prima volta. Rigirandola, flettendo ed allungando le dita vedo i crocevia del palmo e, nelle loro linee, comprendo che tutte le strade del mondo convergono lì. Sento che la mia mano e le sue profonde linee non mi appartengono e ringrazio dentro di me per il fatto di non possedere il mio corpo.
    Lì davanti si sta svolgendo il festival ed io so che la musica mi mette in comunicazione con quella ragazza che si guarda il vestito e con il giovane che, accarezzando un gatto azzurro, si appoggia all’albero. So di aver vissuto in precedenza la stessa cosa, di aver captato la sagoma rugosa dell’albero e le differenze di volume dei corpi. Già un’altra volta ho notato quelle nuvole ocra dalla forma morbida, che sembrano di cartone ritagliato nel celeste limpido del cielo. Ed ho anche vissuto questa sensazione senza tempo in cui i miei occhi paiono non esistere, perché vedono ogni cosa con trasparenza, come se non fossero gli occhi del guardare di tutti i giorni, quelli che intorbidano la realtà. Sento che tutto vive e che tutto sta bene; che la musica e le cose non hanno nome e che davvero nulla le può designare veramente. (*)
    Nelle farfalle di velluto che mi volano intorno riconosco la qualità delle labbra e la fragilità dei sogni felici. Il gatto azzurro mi viene vicino. Mi rendo conto di una cosa ovvia: si muove da sé, senza fili, senza telecomando. Lo fa da solo e la cosa mi lascia attonito. Nei suoi movimenti perfetti e dietro i begli occhi gialli so che pulsa una vita e che tutto il resto è travestimento, come la corteccia dell’albero, come le farfalle, come il fiore, come la goccia di mercurio, come le nuvole ritagliate, come la mano dalle strade convergenti. Per un attimo ho la sensazione di comunicare con qualcosa di universale. (*)
    … Ma una dolce voce mi interrompe appena prima di passare a un altro stato di coscienza.
    “Lei crede che le cose siano così?” – mi sussurra – “Le dirò che non sono né così né nell’altro modo. Lei tornerà presto al suo mondo grigio, senza profondità, senza allegria, senza volume. E crederà di aver perduto la libertà. Per ora lei non mi capisce, poiché non possiede la capacità di pensare come vuole. Il suo apparente stato di libertà non è che un prodotto della chimica. Succede a migliaia di persone, alle quali ogni volta dò il mio consiglio. Buongiorno!”.
    L’amabile signora è scomparsa. L’intero paesaggio comincia a girare in una spirale grigio chiaro, finché riappare il soffitto ondulato. Sento la goccia d’acqua del rubinetto. So di trovarmi in una camera, disteso. Mi accorgo che l’ottusità dei sensi diminuisce. Provo a muovere la testa e la testa risponde. Poi, gli arti. Mi stiro e verifico che sono in condizioni perfette. Salto giù dal letto riconfortato, come se avessi riposato per degli anni.
    Vado verso la porta della camera. La apro. Trovo un corridoio. Cammino a passo svelto verso l’uscita dell’edificio. La raggiungo. Vedo una grande porta aperta, attraverso cui passa molta gente in entrambe le direzioni. Scendo qualche gradino ed arrivo in strada.
    E’ presto. Guardo l’ora su un orologio da muro e comprendo che devo affrettarmi. Un gatto spaventato attraversa fra pedoni e veicoli. Lo guardo correre e, senza sapere perché, dico a me stesso: “C’è un’altra realtà che i miei occhi non vedono tutti i giorni”.


    #42725

    mudilas
    Partecipante

    XIII. LA MORTE

    Credo di essere in un teatro. Tutto è immerso nell’oscurità. Poco a poco la scena comincia ad illuminarsi ma io vi sono dentro.
    L’ambiente sembra un set cinematografico. Qua e là luci di torce, sul fondo una gigantesca bilancia a due bracci. Credo che il tetto, probabilmente a volta, sia molto alto, perché non ne vedo la fine. Riesco a riconoscere delle pareti di roccia, alberi e paludi intorno al centro della scena. Forse tutto continua in una fitta selva. Da tutte le parti ci sono figure umane che si muovono furtivamente.
    Improvvisamente due tipi incappucciati mi afferrano per le braccia. Quindi una voce grave mi domanda:
    “Da dove vieni?”
    Non so cosa rispondere per cui spiego che vengo da “dentro”.
    “Cosa è ‘dentro’?” dice la voce.
    Tento una risposta: “Siccome vivo in città, la campagna è ‘fuori’. Anche per la gente della campagna, la città è ‘fuori’. Io vivo in città, cioè ‘dentro’, e per questo dico che vengo da ‘dentro’ ed adesso sono ‘fuori’.”
    “Questa è una stupidaggine, tu entri nei nostri domini, per cui vieni da ‘fuori’. Questa non è la campagna bensì il tuo ‘dentro’. Non avevi forse pensato che questo fosse un teatro? Sei entrato nel teatro che, a sua volta, sta nella tua città. La città in cui vivi sta fuori del teatro.”
    “No – rispondo – il teatro è parte della città in cui vivo.”
    “Ascolta insolente – dice la voce – facciamola finita con questa discussione ridicola. Per cominciare ti dirò che non vivi più nella città. Vivevi nella città, pertanto il tuo spazio di ‘dentro’ o di ‘fuori’ è rimasto nel passato. Cosicché sei in un altro spazio-tempo. In questa dimensione le cose funzionano in un altro modo”.
    Di colpo mi appare davanti un vecchietto che porta un recipiente alla sua destra. Arrivatomi vicino introduce l’altra mano nel mio corpo come se questo fosse di burro. Per primo estrae il mio fegato e lo colloca nel vaso, poi continua con i reni, lo stomaco, il cuore e, infine, tira fuori senza professionalità tutto quel che trova fino a far traboccare il recipiente. Da parte mia, non sento niente di speciale. Il tipo gira su se stesso e porta le mie viscere alla bilancia; finisce per depositarle in uno dei piatti, che scende fino a toccare terra. Allora penso di essere in una macelleria in cui si pesano pezzi di animali sotto gli occhi dei clienti. Infatti una signora con un cesto cerca di impossessarsi delle mie interiora, ma è respinta dal vecchietto che grida: “Ma che fa? Chi l’ha autorizzata a prendersi i pezzi?” Il tipo allora sale su per una scaletta fino al piatto vuoto in alto e vi deposita una piuma di gufo.
    La voce torna a dirigersi verso di me con queste parole: “Ora che sei morto e sei disceso fino alla soglia del mondo delle ombre, ti dirai: ‘Stanno pesando le mie viscere’ e sarà vero. Pesare le tue viscere è pesare le tue azioni.”
    Gli incappucciati che mi stavano ai fianchi mi lasciano libere le braccia ed io comincio a camminare lentamente ma senza una precisa direzione. La voce prosegue: “Le viscere basse stanno nel fuoco infernale. I custodi del fuoco si mostrano sempre attivi ed impediscono di avvicinarsi a coloro che desideri.”
    Mi rendo conto che la voce guida i miei passi e che ogni allusione trasforma lo scenario. La voce dice: “Per prima cosa pagherai i custodi. Poi entrerai nel fuoco e ricorderai le sofferenze che hai causato ad altri nella catena dell’amore. (*)
    Chiederai perdono a coloro che hai maltrattato ed uscirai purificato unicamente quando ti sarai riconciliato. (*)
    Allora chiama per nome coloro a cui hai fatto torto e chiedi che ti permettano di vedere il loro volto. Se accolgono la tua richiesta, ascolta attentamente i loro consigli soavi come brezza lontana. (*)
    Ringrazia con sincerità e parti seguendo la torcia della tua guida. La guida attraverserà passaggi oscuri ed arriverà con te in una stanza dove sono in attesa le ombre di coloro a cui hai fatto violenza nella tua esistenza. Essi, tutti, si trovano nella stessa situazione di sofferenza in cui un giorno li hai lasciati. (*)
    Chiedi loro perdono, riconciliati e baciali uno ad uno prima di partire. (*)
    Segui la guida che sa bene come portarti ai tuoi luoghi di naufragio, ai luoghi delle cose irreparabilmente appassite. Oh mondo delle grandi perdite, dove sorrisi ed incanti e speranze sono il tuo peso ed il tuo fallimento! Contempla la tua lunga catena di fallimenti e per questo chiedi alla tua guida che illumini lentamente tutte quelle illusioni. (*)
    Riconciliati con te stesso, perdona te stesso e ridi.
    Allora vedrai come, dal corno dei sogni, sorge un vento che porta verso il nulla la polvere dei tuoi illusori fallimenti. (*)
    Improvvisamente tutta la scena cambia e finisco per trovarmi in un altro ambiente ove odo queste parole: “Anche nel bosco oscuro e freddo, segui la tua guida. Gli uccelli di malaugurio sfiorano la tua testa. Nelle paludi, lacci serpentini ti avviluppano. Fa che la tua guida ti porti verso la grotta. Là non puoi più avanzare, a meno che non paghi il tuo prezzo alle forme ostili che ne difendono l’entrata. Se finalmente riesci a penetrarvi, chiedi alla guida che illumini a sinistra ed a destra. Pregala di avvicinare la sua torcia ai grandi corpi di marmo di coloro che non hai potuto perdonare. (*)
    Perdonali ad uno ad uno, e quando il tuo sentimento sarà vero, le statue si tramuteranno in esseri umani che ti sorrideranno e tenderanno verso di te le braccia in un inno di ringraziamento. (*)
    Segui la guida fuori della grotta e non guardare indietro per nessun motivo. Lascia la tua guida e ritorna qui, dove si pesano le azioni dei morti. Adesso guarda il piatto della bilancia in cui sono depositate le tue azioni ed osserva come queste salgono, più leggere di una piuma.”
    Sento un gemito metallico mentre vedo elevarsi il piatto in cui è posto il vaso.
    E la voce conclude: “Hai perdonato il tuo passato. Possiedi troppo per pretendere di più, per ora. Se la tua ambizione ti portasse più lontano, potrebbe succederti di non tornare alla regione dei vivi. Possiedi troppo con la purificazione del tuo passato. Io ti dico ora: ‘Svegliati ed esci fuori da questo luogo’.”
    Le luci della scena si spengono lentamente, mentre sento di essere fuori da quel mondo e nuovamente dentro a questo. Ma avverto anche che in questo mondo includo le esperienze di quell’altro.

    SECONDA PARTE: GIOCHI DI IMMAGINI

    I. L’ANIMALE

    Mi trovo in un luogo completamente buio. Tastando con il piede, sento che il terreno è irregolare, cosparso di vegetazione e pietre. So che da qualche parte c’è un precipizio. Percepisco la stretta vicinanza di quell’animale che mi ha sempre provocato un’inconfondibile sensazione di ribrezzo e di terrore. Forse un animale soltanto, forse molti… quel che è certo è che qualcosa si sta avvicinando inesorabilmente.
    Un ronzio negli orecchi, a volte confuso con un vento lontano, contrasta con il silenzio totale. I miei occhi spalancati non vedono, il cuore batte convulsamente e mentre il respiro è sottile come un filo, un sapore amaro mi chiude la gola.
    Qualcosa si avvicina… ma cosa c’è dietro di me che mi fa rizzare i capelli e mi gela la schiena come un blocco di ghiaccio?
    Le gambe mi tremano e se quel qualcosa mi assale o mi salta alle spalle non avrò alcuna difesa. Rimango immobile… aspetto soltanto. Penso confusamente all’animale, a quella volta che me lo sono trovato vicino. Soprattutto a quel momento. Rivivo quel momento. (*)
    Cosa mi accadeva in quel periodo? Cosa succedeva allora nella mia vita? Cerco di ricordare le frustrazioni ed i timori che mi accompagnavano quando il fatto è accaduto. (*)
    Sì, mi trovavo a un bivio della mia vita e ciò ha coinciso con l’incidente riguardante l’animale. Ho assolutamente bisogno di trovare il legame tra le due cose. (*)
    Mi rendo conto che posso riflettere con più calma. Ammetto che vi sono animali che suscitano una reazione sgradevole in quasi tutte le persone, ma so anche che non tutti perdono il controllo in loro presenza. Penso a questo. Metto a confronto l’aspetto di quell’essere pericoloso con la situazione che stavo vivendo quando il fatto è accaduto. (*)
    Ora, già più calmo, cerco di sentire quale parte del mio corpo proteggerei dal pericoloso animale. Quindi metto in relazione questa parte con la difficile situazione che stavo attraversando quando si è verificato l’incidente, tempo addietro. (*)
    L’animale provoca in me l’apparizione di quel momento della mia vita che non è risolto. Quel momento oscuro e doloroso, che a volte non ricordo, è il punto che devo chiarire. (*)
    Vedo lassù in alto un limpido cielo notturno e di fronte il chiarore di una nuova alba. Molto rapidamente il giorno porta con sé la vita definita. Qui, in questa dolce prateria, cammino in libertà, su un tappeto d’erba cosparso di rugiada.
    Un veicolo si avvicina velocemente. Si ferma accanto a me e ne escono due individui vestiti da infermieri. Mi salutano cordialmente e raccontano di avere catturato l’animale che mi provoca tanto spavento. Aggiungono che quando ricevono un messaggio di paura, escono a caccia e catturano l’animale che la provoca, per poi mostrarlo alla persona in questione affinché possa studiarselo ben bene. Subito dopo, mi mettono davanti l’animale, attentamente custodito.
    Si tratta di un esemplare indifeso. Ne approfitto per esaminarlo molto lentamente da tutte le distanze e da tutte le angolazioni. Gli uomini lo accarezzano dolcemente e la bestiola risponde amichevolmente. Poi mi invitano a fare altrettanto. Provo una grande apprensione ma, dopo il primo brivido che sento sulla pelle, faccio un nuovo tentativo, poi un altro ancora, finché alla fine riesco ad accarezzarlo. (*)
    Lui risponde pacifico e con movimenti estremamente pigri. Poi comincia a rimpicciolirsi, sino a scomparire.
    Mentre il veicolo riparte, cerco di ricordare di nuovo la situazione in cui vivevo quando (molto tempo fa) la presenza dell’animale mi aveva provocato terrore. (*)
    Provo un forte impulso interno e mi metto a correre con ritmo da sportivo, approfittando dell’aria salubre del mattino. Mi muovo ritmicamente e senza fatica, respirando profondamente.
    Aumento la velocità e sento muscoli e cuore lavorare come macchine perfette.
    Correndo liberamente, ricordo la mia paura, ma sento che sono più forte e che presto la vincerò per sempre.
    Mentre il sole splende alto nel cielo, mi avvicino velocemente alla mia città, respirando a pieni polmoni e con i muscoli che si muovono in perfetta sincronia. Sento che le parti del mio corpo in cui la paura aveva presa sono diventate forti ed inattaccabili. (*)ù

    II. LA SLITTA

    Mi trovo in una grande spianata coperta di neve. Intorno a me vi sono varie persone intente a praticare sport invernali. Dal vapore che esce dalla mia bocca mi rendo conto che fa freddo, nonostante splenda il sole. Sento, di tanto in tanto, raffiche gelide che mi sferzano la faccia… ma è un freddo che mi piace molto.
    Si avvicinano vari amici, tirando una slitta. Mi fanno cenno di salirci e di guidarla.
    Spiegano che il meccanismo è perfetto ed è impossibile perderne il controllo. E così, dopo avervi preso posto, sistemo le cinture e le fibbie. Mi metto gli occhiali ed accendo le turbine che fischiano come piccoli jet. Premo leggermente l’acceleratore con il piede destro e la slitta comincia a muoversi. Allento la pressione del piede destro e premo il sinistro. La macchina si ferma docilmente. Poi manovro il volante a destra ed a sinistra senza alcuno sforzo. A questo punto, due o tre degli amici partono avanti a me sciando. “Andiamo!” gridano. E si lanciano dallo spiazzo zigzagando in discesa giù per lo stupendo pendio della montagna.
    Premo l’acceleratore ed inizio a muovermi con perfetta scioltezza. Incomincio la discesa dietro agli sciatori. Vedo il bel paesaggio ricoperto di neve e di conifere. Più giù, alcune casette di legno e là, in lontananza, una valle luminosa.
    Accelero senza timore e sorpasso uno sciatore, poi un altro e infine il terzo. Gli amici mi salutano chiassosamente. Mi dirigo verso i pini che compaiono lungo il percorso e li evito con manovre impeccabili. Allora mi dispongo a imprimere più velocità alla slitta.
    Spingo a fondo l’acceleratore e sento la tremenda potenza delle turbine. Vedo passarmi accanto i pini, come ombre confuse, mentre dietro di me la neve si solleva in una finissima nuvola bianca. Il vento gelido mi tira la pelle del viso e debbo sforzarmi per mantenere chiuse le labbra.
    Scorgo un rifugio di legno le cui dimensioni crescono velocemente ed ai suoi lati alcuni trampolini per il salto sugli sci. Non esito, punto su quello di sinistra. In un attimo vi sono sopra ed allora tolgo il contatto dei motori, per evitare un eventuale incendio durante l’impatto…
    Sono stato catapultato verso l’alto, in un volo stupendo. Sento soltanto l’urlo del vento mentre incomincio a cadere per centinaia di metri. Avvicinandomi alla neve, noto che il mio angolo di caduta coincide perfettamente con l’inclinazione del pendio e così tocco terra delicatamente. Riaccendo le turbine e continuo ad accelerare mentre mi avvicino alla valle. Ho iniziato a poco a poco a frenare. Sposto gli occhiali sulla fronte e mi dirigo lentamente verso il complesso alberghiero dal quale partono varie funivie che trasportano gli sportivi sui monti. Alla fine entro in uno spiazzo. Davanti e sulla destra vedo la bocca nera di quello che sembra un tunnel ferroviario. Mi dirigo lentamente verso di esso, superando pozzanghere di neve sciolta. Nel giungere all’imboccatura, mi rassicuro: non ci sono binari né tracce di veicoli. Penso però che di lì potrebbero passare grossi camion. Potrebbe anche trattarsi del deposito degli spazzaneve. Sia come sia, entro lentamente nel tunnel. E’ illuminato debolmente. Accendo il faro anteriore e il suo forte fascio di luce mi consente di vedere una strada diritta per varie centinaia di metri. Accelero. Il rumore del jet rimbomba e gli echi si mescolano tra loro. Vedo che più avanti il tunnel fa una curva e, invece di frenare, accelero, cosicché, arrivato alla curva, scivolo lungo la parete senza alcun problema. Ora la strada discende e più avanti piega verso l’alto, descrivendo una spirale, come se si trattasse di una serpentina o di una fantastica molla.
    Accelero… sto scendendo; poi prendo la salita; mi rendo conto che sto correndo lungo il soffitto, per discendere di nuovo e tornare su una linea retta. Freno dolcemente e mi appresto a lanciarmi in una caduta simile a quella delle montagne russe. Il pendio è assai ripido. Comincio la discesa ma contemporaneamente freno. La velocità diminuisce. Noto che sto percorrendo uno stretto ponte sospeso nel vuoto. Da entrambi i lati, una profonda oscurità. Freno ancora di più ed imbocco il ponte che ha l’esatta larghezza della slitta. Tuttavia mi sento sicuro. Il materiale è solido. Nel guardare lontano fin dove arriva la luce del faro, la via mi appare come un filo teso, che distanze abissali separano da qualunque sostegno, da qualunque punto di appoggio, da qualunque parete. (*)
    Fermo il veicolo, per studiare meglio l’effetto che la situazione produce su di me. Incomincio a immaginare vari tipi di pericolo ma senza alcuno spavento: il ponte che si spezza e io che precipito nel vuoto. Poi, un immenso ragno che, scendendo lungo il suo grosso filo di seta… arriva fino a me, come se io fossi una piccola mosca. Infine, immagino un enorme burrone e lunghi tentacoli che salgono dalle oscure profondità. (*)
    Benché la situazione favorisca lo spavento, mi rendo conto di avere forza interiore sufficiente per vincere la paura. Perciò provo di nuovo a immaginare qualcosa di pericoloso o di ripugnante e mi abbandono a questi pensieri. (*)
    Ho superato il momento critico e mi sento rinfrancato dalla prova che mi sono imposto; allora riattivo le turbine ed accelero. Passo il ponte ed arrivo di nuovo ad un tunnel simile a quello dell’inizio. A velocità sostenuta, prendo una salita molto lunga. Penso che sto per arrivare al livello di partenza. Vedo in fondo il cerchio della luce del giorno che va aumentando di diametro. Ora, in linea retta, esco rapidamente sullo spiazzo aperto del complesso alberghiero. Avanzo molto lentamente, evitando la gente che mi cammina intorno. Continuo così, sempre molto lentamente, fino a giungere all’estremità dello spazio che collega con le piste di sci. Riabbasso gli occhiali e comincio ad accelerare per arrivare con sufficiente velocità al pendio che termina sulla vetta da cui ero partito. Accelero, accelero, accelero… Sto salendo su per il piano inclinato all’incredibile velocità che avevo durante la discesa. Vedo avvicinarsi il rifugio di legno ed i due trampolini ai suoi lati, solo che ora mi trovo davanti una parete verticale che mi separa da essi. Devio sulla sinistra e continuo la salita passando di lato all’altezza delle rampe.
    I pini mi passano accanto come ombre confuse, mentre la neve resta dietro di me sollevata in una finissima nuvola bianca…
    Di fronte, vedo i miei tre amici fermi che mi salutano alzando le racchette. Giro, descrivendo un cerchio intorno a loro, spruzzandoli di neve. Proseguo la salita e raggiungo la cima della montagna. Mi fermo. Tolgo il contatto delle turbine. Sollevo gli occhiali sulla fronte. Sciolgo le fibbie delle cinture ed esco dalla slitta. Stiro le gambe e poi tutto il corpo, leggermente intorpidito. Ai miei piedi vedo le conifere che discendono per lo stupendo pendio della montagna e, in lontananza, come una forma irregolare, il complesso alberghiero. Sento l’aria purissima e il sole di montagna che tonificano la pelle del volto. (*)

    III. LO SPAZZACAMINO

    Mi trovo in una stanza, seduto accanto ad una persona che non conosco ma per cui nutro la massima fiducia. Ha tutte le caratteristiche del buon consigliere: bontà, saggezza e forza. Però molti lo chiamano con il pittoresco nomignolo di “spazzacamino”. Sono venuto a consultarlo riguardo ad alcuni problemi personali e lui ha risposto che le mie tensioni interne sono talmente forti che la cosa più consigliabile è fare un esercizio di “pulizia”. Sta seduto accanto a me senza mai guardarmi direttamente e la sua discrezione è tale che io posso esprimermi in tutta libertà. In questo modo stabiliamo un ottimo rapporto. Mi invita a distendermi del tutto, rilassando i muscoli. Mi aiuta, posando le mani sulla fronte e sui vari muscoli della faccia. (*)
    Poi mi prende la testa e la muove da sinistra a destra, avanti ed indietro perché rilassi il collo e le spalle. Mi fa notare quanto sia importante che gli occhi e la mandibola rimangano morbidi. (*)
    Quindi mi chiede di rilassare i muscoli del tronco. Prima quelli davanti. Poi quelli dietro. (*)
    Non si è preoccupato della tensione delle braccia e delle gambe perché, a quanto assicura, quelle si distenderanno da sole come conseguenza del lavoro precedente. Ora mi raccomanda di sentire il corpo molle, come di gomma; “tiepido” e pesante, fino a provare una sensazione calda e gradevole. (*)
    Mi dice: “Andiamo dritto al punto. Studi fino all’ultimo dettaglio il problema che l’affligge. Pensi che non sono qui per giudicarla. Io sono un suo strumento e non il contrario”. (*)
    “Pensi” – continua – “a quello che non direbbe a nessuno per nessun motivo al mondo”. (*)
    “Me ne parli” – dice – “dettagliatamente”. (*)
    “Se lo desidera, vada avanti a dirmi tutto quello che le farebbe bene comunicare. Lo dica senza preoccuparsi della forma e dia libero sfogo alle emozioni”. (*)
    Passato un certo tempo, lo spazzacamino si alza e prende un oggetto lungo, leggermente curvo. Si ferma davanti a me e dice: “Apra la bocca!”. Io obbedisco. Poi sento che introduce in me una specie di lunga pinza che mi arriva fino allo stomaco. Però mi accorgo che riesco a sopportarla… Tutto a un tratto, grida: “L’ho preso!” e comincia a estrarre l’oggetto, poco alla volta. All’inizio mi pare di sentirmi strappare qualcosa, ma poi sento prodursi in me un piacevole senso di agitazione, come se dalle viscere e dai polmoni si andasse staccando un qualcosa che vi aderiva in maniera maligna da molto tempo. (*)
    Sta ritirando la pinza. Mi stupisco nel sentire che, insieme a questa, dalla mia bocca esca una forma dolciastra, maleodorante e viscida che si contorce… Alla fine lo spazzacamino depone quell’essere schifoso in un’ampolla trasparente ed io provo un immenso sollievo, come una purificazione interna del mio corpo.
    In piedi e a bocca aperta, osservo la “cosa” ripugnante che si scioglie fino a trasformarsi in un’informe gelatina. Di lì a poco è già un liquido scuro; poi si schiarisce e finisce per svanire come gas nell’atmosfera. In meno di un minuto l’ampolla è tornata perfettamente pulita.
    “Vede, dunque” – dice lo spazzacamino – “ecco perché questo procedimento si chiama ‘pulizia’. In fondo, oggi non è stato male. Una piccola dose di problema quotidiano con un po’ di umiliazione; un po’ di tradimento con un pizzico di senso di colpa. Risultato: un piccolo mostro che le impediva di avere dei buoni sonni, una buona digestione ed altre buone cose. Se sapesse… A volte ho estratto mostri enormi. Beh, non si preoccupi se le rimarrà per un po’ una sensazione sgradevole… La saluto”.

    IV. LA DISCESA

    Siamo su una piccola imbarcazione, in mare aperto. Stiamo per levare l’ancora, ma ci accorgiamo che è incagliata. Annuncio ai miei compagni che andrò a vedere cosa è successo. Scendo per una scaletta entrando nell’acqua calma. Nell’immergermi, vedo un banco di piccoli pesci, lo scafo dell’imbarcazione e la catena dell’ancora. Nuoto verso di essa e l’afferro per aiutarmi a scendere. Noto che posso respirare senza difficoltà, cosicché continuo a discendere lungo la catena fino a toccare il fondo, ormai poco illuminato.
    L’ancora si è incastrata in alcuni relitti di metallo. Mi avvicino, tirando con forza verso l’alto. Il piano cede. Ho sollevato un coperchio che lascia allo scoperto un certo spazio quadrato attraverso il quale mi introduco. (*)
    Nuoto ad una maggiore profondità e, incontrando una corrente sottomarina fredda, ne seguo la direzione. Finisco col toccare una superficie liscia, a tratti ricoperta dalla vegetazione marina. Risalgo senza allontanarmene. Via via che riaffioro, percepisco un maggior chiarore. (*)
    Emergo in uno specchio d’acqua dentro una caverna diffusamente illuminata. Salgo su una specie di piattaforma. Faccio alcuni passi e scopro dei gradini. Comincio a discenderli cautamente.
    Il piccolo passaggio si restringe sempre più mentre scendo la scala, ora molto sdrucciolevole. Vedo delle fiaccole accese e disposte a intervalli regolari. Ora la discesa è quasi verticale. L’ambiente è umido e soffocante. (*)
    Un’inferriata arrugginita, simile a una porta, impedisce il passaggio. Spingo e si apre cigolando. La scala è terminata ed adesso c’è soltanto una rampa fangosa che percorro con cautela. L’odore è appiccicoso, quasi sepolcrale. (*)
    Una raffica di vento minaccia di spegnere le torce. In fondo, sento il ruggito di un mare in burrasca che si abbatte sugli scogli. Comincio a nutrire dubbi sulla possibilità di tornare. Il vento fischia con violenza, spegnendo la fiaccola più bassa. A questo punto incomincio a salire tenendo a freno il pungolo della paura. Lentamente risalgo per la rampa fangosa. Raggiungo la porta arrugginita. E’ chiusa… L’apro di nuovo e continuo a salire faticosamente per le scale quasi verticali, mentre le torce continuano a spegnersi dietro di me. Mi muovo con cautela, perché la scala di pietra è sempre più sdrucciolevole. Ho raggiunto la grotta. Arrivo sulla piattaforma e mi immergo nello specchio d’acqua proprio nell’istante in cui si spegne l’ultima luce. Discendo verso il fondo, toccando la superficie liscia, coperta di vegetazione. Tutto è al buio. (*)
    Nell’avvertire una corrente fredda, nuoto in direzione opposta con grande difficoltà. (*)
    Riesco a venir fuori dalla corrente. Adesso salgo in verticale, finché urto contro un soffitto di pietra. Cerco in tutte le direzioni nella speranza di trovare lo spazio quadrato. (*)
    Ci sono arrivato. Passo attraverso l’orifizio. Adesso libero l’ancora dalla sua trappola e vi poso sopra i piedi mentre scuoto la catena per avvisare i miei compagni. Dall’alto stanno issando l’ancora, con me come passeggero. Mentre lo spazio acquatico si va lentamente illuminando mi appare un incantevole arcobaleno di esseri sottomarini. Emergo. Lascio andare la catena e, aggrappandomi alla scaletta della barca, salgo fra gli evviva e gli scherzi dei miei amici. (*)

    V. LA SALITA

    E’ giorno. Entro in una casa. Comincio lentamente a salire alcuni gradini. Arrivo al primo piano. Continuo a salire. Sono sulla terrazza. Vedo una scala a chiocciola di metallo. Non ha ringhiere di protezione. Devo salire per arrivare al serbatoio dell’acqua. Lo faccio con tranquillità. Sto sul serbatoio. La base è piccola. Tutta la struttura si muove a causa delle raffiche di vento. Sono in piedi. (*)
    Mi avvicino al bordo. Sotto vedo la terrazza della casa. Mi sento attratto dal vuoto ma mi trattengo e continuo a guardare. Poi muovo lo sguardo sul paesaggio. (*)
    Sopra di me c’è un elicottero, da cui fanno scendere una scaletta di corda. I pioli sono di legno. Afferro la scaletta e poso i piedi sull’ultima sbarra. L’apparecchio sale lentamente. Laggiù in basso rimane il cassone dell’acqua, sempre più minuscolo. (*)
    Salgo la scaletta fino a raggiungere il portello. Cerco di aprirlo, ma è sprangato. Guardo in giù. (*)
    Fanno scorrere la porta di metallo. Un giovane pilota mi tende la mano. Entro. Ci alziamo a grande velocità. Qualcuno grida che c’è un guasto al motore. Di lì a poco sento un rumore di ingranaggi rotti. L’elica di sostegno si è inceppata. Cominciamo a perdere quota sempre più in fretta. Vengono distribuiti i paracadute. I due componenti dell’equipaggio saltano nel vuoto. Sto sulla soglia del portello, mentre la caduta si fa vertiginosa. Decido di buttarmi. Sto cadendo di faccia. La velocità mi impedisce di respirare. Tiro un anello ed il paracadute si apre stirandosi verso l’alto come un lungo lenzuolo. Sento un forte strattone ed un contraccolpo. Ho frenato la caduta. Devo mirare al cassone dell’acqua, altrimenti cadrò sui cavi dell’alta tensione o sui pini le cui cime mi aspettano come tante punte affilate. Manovro tirando le corde. Per fortuna il vento mi aiuta. (*)
    Cado sul cassone, rotolando fino al bordo. Il paracadute mi avvolge. Me ne libero e lo vedo cader giù disordinatamente. Sono di nuovo in piedi. Molto lentamente comincio a scendere la scala a chiocciola. Arrivo sulla terrazza, poi scendo ancora fino al primo piano. Continuo a scendere fino a giungere nella stanza… lo faccio senza fretta. Sono al pianterreno della casa. Vado verso la porta, la apro ed esco.

    VI. LE MASCHERE

    Sono tutto nudo in un campo di nudisti. Mi sento attentamente osservato da persone dei due sessi e di diversa età. Qualcuno mi dice che la gente mi studia perché ha notato che ho dei problemi. Mi raccomandano di coprirmi. Allora mi metto un berretto e le scarpe. Immediatamente i nudisti si disinteressano a me. Finisco di vestirmi e vado via dal campo… devo arrivare presto alla festa. Entro in una casa ed all’ingresso un bellimbusto mi dice che per entrare nel salone devo vestirmi adeguatamente, perché si tratta di una festa in costume. Mi fa cenno e lì dove ha indicato vedo un guardaroba pieno di abiti e di maschere insolite. Comincio a scegliere con cura. Davanti a un gruppo di specchi che sono disposti ad angolo, mi provo costumi e mascherine. Mi posso osservare da diversi punti di vista. Mi provo il modello e la maschera che mi stanno peggio. (*)
    Adesso ho trovato il completo e la maschera migliori. Mi guardo da tutti le angolazioni. Ogni dettaglio sbagliato viene subito modificato finché tutto risulta perfetto. (*)
    Entro raggiante nel grande salone dove si svolge la festa. C’è molta gente, tutta in maschera.
    Si fa silenzio e tutti plaudono alla perfezione del modello che indosso. Mi fanno salire su una pedana e mi chiedono di ballare e cantare. Così faccio. (*)
    Adesso il pubblico vuole che mi tolga la maschera e che ripeta l’operazione. Mentre mi accingo a farlo, mi accorgo di avere indosso quel brutto completo che mi ero provato per primo. Per colmo di sventura sono a viso scoperto. Mi sento ridicolo e mostruoso. Tuttavia, canto e ballo davanti al pubblico, incassando gli sberleffi ed i fischi di disapprovazione. (*)
    Un imprudente moschettiere, saltando sulla pedana, mi prende a spintoni insultandomi. Allora io, davanti al suo sbigottimento, incomincio a trasformarmi in animale. Continuo a cambiare, ma conservo sempre il mio volto; dapprima sono un cane, poi un uccello, alla fine un grosso rospo. (*)
    Mi si avvicina una torre degli scacchi e mi dice: “Dovrebbe vergognarsi… spaventare così i bambini!”. Allora ritorno al mio stato normale, vestito con gli abiti di tutti i giorni. Vado lentamente riducendomi. Ormai ho la statura di un bimbo piccolo. Scendo dalla pedana e vedo tutte quelle persone mascherate, enormi, che mi osservano dall’alto. Continuo a rimpicciolire. (*)
    Una donna strilla in modo isterico e va dicendo che sono un insetto. Si appresta a schiacciarmi con il piede, ma io divento microscopico. (*)
    Rapidamente riassumo la statura del bambino. Poi, il mio aspetto normale. Quindi continuo a crescere davanti ai presenti, che si mettono a correre di qua e di là. La mia testa tocca il soffitto. Guardo tutto dall’alto. (*)
    Riconosco la donna che voleva schiacciarmi. L’afferro con una mano e la poso sulla pedana, mentre strilla in modo isterico. Torno alla mia statura normale e mi appresto ad abbandonare la festa. Arrivato all’ingresso, vedo uno specchio che deforma radicalmente il mio aspetto. Allora ne strofino la superficie finché mi restituisce la bella immagine che ho sempre voluto avere. (*)
    Saluto il damerino dell’ingresso ed esco tranquillamente dalla casa.

    VII. LE NUVOLE

    Nella totale oscurità sento una voce che dice: “In quel tempo non c’era né l’esistente né il non-esistente; non c’era aria né cielo e le tenebre erano sopra la faccia dell’abisso. Non c’erano esseri umani né un solo animale, uccello, pesce, granchio, legno, pietra, caverna, precipizio, erba, foresta. Non c’erano galassie né atomi… non c’erano nemmeno supermercati. Allora, nascesti tu e cominciò il suono e la luce e il caldo e il freddo e l’aspro e il dolce”. La voce tace e mi rendo conto che sto salendo su una scala mobile all’interno di un enorme supermercato. Ho superato diversi piani e adesso vedo che il soffitto dell’edificio si apre e la scala continua a trasportarmi lentamente e comodamente verso un cielo terso. Vedo laggiù in basso, piccolissimo, l’edificio. L’atmosfera è intensamente azzurra. Sento con piacere la brezza che fa svolazzare i miei abiti; allora inspiro placidamente l’aria. Tagliando un morbido strato di vapore, mi ritrovo in un mare di bianchissime nuvole. La scala si piega, distendendosi in modo da permettermi di camminarci sopra come fosse un marciapiede. Andando avanti, noto che sto procedendo su un pavimento di nuvole. I miei passi sono molto armonici. Posso fare lunghi salti perché la gravità è assai debole. Ne approfitto per fare piroette, cadendo di schiena e rimbalzando di nuovo in alto, come se un gran materasso elastico mi sospingesse ogni volta. I movimenti sono lenti e la mia libertà d’azione è totale. (*)
    Sento la voce di una vecchia amica che mi saluta. Poi, la vedo avvicinarsi correndo in modo stupendo. Ci abbracciamo ancora correndo, rotoliamo e rimbalziamo più volte facendo ogni genere di figure, ridendo e cantando. (*)
    Alla fine ci mettiamo a sedere ed a quel punto lei tira fuori dal vestito una canna da pesca ripiegata che comincia ad allungare. Prepara gli accessori, ma al posto dell’amo applica una calamita a forma di ferro di cavallo. Poi comincia a manovrare il rocchetto e la calamita attraversa il pavimento di nuvole… Dopo un po’, la canna incomincia a vibrare e lei grida: “Abbiamo buona pesca!”. Subito si mette a tirare finché emerge, attaccato alla calamita, un gran vassoio. Su di esso c’è ogni tipo di cibo e bevanda. Il tutto è accuratamente disposto. La mia amica deposita il vassoio e ci prepariamo al grande festino. Tutto quello che assaggio ha un sapore squisito. La cosa più sorprendente è che la roba da mangiare non diminuisce. Sta di fatto che compaiono dei piatti al posto di altri semplicemente avendone il desiderio, e così mi appresto a scegliere quelli che ho sempre avuto voglia di mangiare e li consumo con grande godimento. (*)
    Infine sazi, ci stendiamo supini sul soffice materasso di nuvole, raggiungendo una stupenda sensazione di benessere. (*)
    Sento il mio corpo tutto morbido e tiepido, completamente rilassato, mentre pensieri piacevoli mi attraversano la mente. (*)
    Noto che non ho nessuna fretta, né inquietudine, né desideri, come se potessi fare affidamento su tutto il tempo del mondo per me solo. (*)
    In tale stato di pienezza e di benessere mi metto a pensare ai problemi che avevo nella vita di tutti i giorni e mi rendo conto che posso affrontarli senza inutili tensioni per cui le soluzioni mi appaiano semplici e chiare. (*)
    Ad un certo momento sento la mia amica dire: “Dobbiamo tornare”. Mi alzo e, facendo qualche passo, mi accorgo di stare sulla scala mobile. Dolcemente questa si piega all’ingiù penetrando il pavimento di nuvole. Percepisco un tenue vapore, mentre comincio la discesa verso terra. Mi sto avvicinando all’edificio, nella parte superiore del quale entra la scala mobile. Sto scendendo i diversi piani del supermercato. Vedo ovunque gente intenta a scegliere gli oggetti da comprare. Chiudo gli occhi e sento una voce che dice: “In quel tempo non c’era né timore, né inquietudine, né desiderio, perché il tempo non esisteva”. (*)

    VIII. AVANZAMENTI E RETROCESSIONI

    In una stanza bene illuminata faccio qualche passo ed apro una porta. Avanzo lentamente per un corridoio. Entro da un’altra porta a destra e trovo un altro corridoio. Avanzo ancora. Una porta a sinistra. Entro e avanzo. Nuova porta a sinistra. Entro e avanzo. Nuova porta a sinistra, entro e avanzo. Retrocedo lentamente per la stessa via fino a ritornare nella stanza iniziale. (*)
    Sulla destra della stanza c’è una grande portafinestra che dà su un giardino. Apro i vetri. Esco. Fissato a terra c’è un marchingegno che tiene teso un filo d’acciaio a breve distanza dal suolo. Segue delle linee capricciose. Salgo sul filo tenendomi in equilibrio. Prima faccio un passo. Poi, un altro. Vado avanti seguendo linee curve e rette. Lo faccio senza difficoltà. Ora, di spalle, faccio la strada inversa fino ad arrivare al punto iniziale. (*)
    Scendo dal filo. Ritorno nella stanza. Vedo uno specchio fatto a mia misura. Cammino verso di esso lentamente, mentre osservo che la mia immagine viene, come è logico, nella mia direzione. Così, fino a toccare il vetro. Poi, indietreggio di spalle guardando la mia immagine allontanarsi. Mi avvicino di nuovo fino a toccare il vetro, però mi accorgo che la mia immagine retrocede e finisce con lo scomparire. Adesso vedo che la mia immagine torna camminando di spalle. Si ferma prima di arrivare al vetro, gira sui tacchi ed avanza verso di me. Esco in un cortile dalle grandi mattonelle. In un punto centrale c’è un divano collocato esattamente su di una mattonella nera. Tutte le altre sono bianche. Mi spiegano che quel divano ha il potere di spostarsi sempre in linea retta e in tutte le direzioni, ma senza cambiare la posizione frontale. Mi siedo su di esso e dico: “Tre mattonelle in avanti”. Allora il divano va a mettersi dove ho indicato. Quattro a destra. Due indietro. Due a sinistra. Una indietro. Due a sinistra, terminando sulla mattonella nera. Ora: tre indietro. Una a destra. Una indietro. Quattro a destra. Quattro in avanti. Cinque a sinistra, arrivando a destinazione. Infine: tre a sinistra. Due indietro. Una in avanti. Due a destra. Tre indietro. Una a destra. Quattro in avanti, concludendo ancora sulla mattonella nera.
    Mi alzo ed esco dalla casa. Sono fermo in mezzo ad una grande strada. Non passa nessun veicolo. Vedo avvicinarsi una persona a cui voglio molto bene. E’ arrivata così vicino che quasi mi tocca. (*)
    Adesso indietreggia sempre più, fino a scomparire. (*)
    Vedo avvicinarsi una persona che mi provoca un profondo senso di disagio. E’ arrivata molto vicino a me. (*)
    Adesso indietreggia, allontanandosi sempre di più, fino a scomparire. (*)
    Sono seduto qui. Ricordo una scena molto difficile nella quale mi trovo davanti ad altre persone. Mi allontanano progressivamente da quelle persone. (*)
    Ricordo una scena nella quale mi vedo partecipare con molto piacere. Mi allontano a poco a poco da quella situazione. (*)

    IX. IL MINATORE

    C’è gente intorno a me. Siamo tutti vestiti da minatori. Aspettiamo che il montacarichi salga. E’ molto presto. Una tenue pioggerellina cade dal cielo plumbeo. Scorgo, in lontananza, la sagoma nera della fabbrica che manda bagliori con i suoi altiforni. Le ciminiere vomitano fuoco. Il fumo si leva in dense colonne. Distinguo, in mezzo al ritmo lento e distante delle macchine, una stridula sirena che annuncia il cambio di turno del personale. Vedo salire lentamente il montacarichi che, con una forte vibrazione, si ferma infine ai miei piedi. Avanziamo fino a piazzarci sulla piattaforma metallica. Si chiude una grata scorrevole e incominciamo a scendere lentamente, fra un mormorio di voci. La luce del montacarichi mi consente di vedere la parete rocciosa che passa vicinissimo a noi. A mano a mano che scendiamo, la temperatura aumenta e l’aria si fa pesante.
    Ci fermiamo davanti a una galleria. Esce la maggior parte degli occupanti del montacarichi. La grata si chiude. Siamo rimasti in quattro o cinque minatori. Continuiamo il cammino, sino a fermarci in un’altra galleria. Gli ultimi occupanti scendono. Rimango solo e ricomincio a scendere. Infine, la piattaforma si ferma con gran fragore. Spingo la grata e mi introduco in una galleria appena illuminata. Sento il rumore del montacarichi che torna su.
    Davanti, su delle rotaie, c’è il carrello trasportatore. Vi salgo sopra ed avvio il motore, procedendo quindi lentamente lungo il tunnel.
    Fermo il carrello al termine delle rotaie. Scendo e comincio a scaricare gli attrezzi. Accendo la lanterna del casco. Sento echi lontani, sembrano trapani e martelli idraulici… ma avverto anche una flebile voce umana che chiama con toni strozzati. So bene di che si tratta! Lascio gli attrezzi e mi butto delle corde sulla spalla. Afferro un piccone e avanzo risolutamente per il tunnel che si va restringendo. La luce elettrica è rimasta là dietro. Mi oriento soltanto con il faretto del casco. Di tanto in tanto mi fermo ad ascoltare da dove viene il lamento. Tutto rattrappito arrivo in fondo al tunnel. Davanti a me, nello scavo praticato di recente, termina la galleria. Il materiale sparso mi fa capire che la volta è franata. Fra rocce e travi spezzate scorre dell’acqua. Il pavimento è ridotto ad un pantano in cui i miei stivali affondano. Smuovo varie pietre, aiutandomi con il piccone. D’improvviso rimane allo scoperto una fessura orizzontale. Mentre studio la maniera di scivolarvi attraverso, percepisco nettamente i gemiti… di certo il minatore intrappolato si trova a pochi metri di distanza. Introduco il manico del piccone fra i massi e vi lego un capo della corda, passando l’altro intorno alla cintola. Regolo la mia imbracatura con una fibbia di metallo. Mi immergo nella cavità a fatica. Strisciando sui gomiti, avanzo per una ripida discesa. Vedo, alla luce del casco, che il condotto si restringe fino a chiudersi del tutto. Il caldo umido è soffocante, il respiro difficile. (*)
    Ai miei piedi scorre una spessa melma. A poco a poco mi ricopre le gambe e scivola appiccicosa fin sotto il petto. Mi rendo conto che il mio angusto spazio rimarrà fra poco del tutto coperto di fango. Esercito una pressione verso l’alto ma la schiena urta contro la roccia viva. Provo a indietreggiare… ma non è più possibile. La voce lamentosa è molto vicina. (*)
    Grido con tutte le mie forze ed il terreno cede trascinandomi nel suo smottamento… Un forte strattone alla cintura coincide con il repentino arresto della caduta. Rimango appeso alla corda come un assurdo pendolo di fango. La mia corsa si è fermata vicinissimo a un pavimento ricoperto da un tappeto. Vedo adesso, in quell’ambiente fortemente illuminato, un’elegante sala in cui distinguo una specie di laboratorio ed enormi librerie. Ma la situazione di urgenza in cui mi trovo mi spinge a cercare una soluzione. Con la mano sinistra sistemo la corda tesa e con l’altra apro la fibbia che la tiene fissata alla mia cintura. Cado dolcemente sul tappeto.
    “Che maniere amico! Che maniere!” fa una voce flautata. Mi volto e resto di sasso. Ho davanti a me un omuncolo alto, sì e no, sessanta centimetri. A parte le orecchie leggermente puntute, si direbbe molto ben proporzionato. E’ vestito a vivaci colori ma con un inconfondibile stile da minatore. Mi sento ridicolo e desolato quando mi offre un drink. In ogni modo, mi faccio animo e lo bevo senza battere ciglio.
    L’omuncolo giunge le mani e le porta alla bocca a mo’ di megafono. Quindi emette il gemito che ben conosco. A questo punto monta in me un’enorme indignazione. Gli chiedo che cosa significhi una burla del genere e mi risponde che, grazie ad essa, in futuro la mia digestione migliorerà. Il tipo continua dicendo che la corda stretta alla vita ed all’addome durante la caduta ha fatto un ottimo lavoro; e così il percorso sui gomiti lungo il tunnel. Per concludere il suo strano discorso, mi chiede se per me ha qualche senso la frase: “Lei si trova nelle viscere della terra”. Rispondo che è un modo figurato di dire le cose, ma l’altro replica che in questo caso si tratta di una grande verità. E poi aggiunge: “Lei si trova nelle sue stesse viscere. Quando qualcosa va male nelle viscere, la gente pensa cose fuorvianti. A loro volta, i pensieri negativi pregiudicano le viscere. Cosicché, d’ora in avanti, lei starà attento. Se non lo farà, mi metterò a camminare e lei sentirà un gran solletico ed ogni genere di disturbi interni… Ho colleghi che si occupano di altre parti, come i polmoni, il cuore, eccetera”. Ciò detto, l’omuncolo prende a camminare sulle pareti e sul soffitto, mentre io avverto tensioni nella regione addominale, al fegato ed ai reni. (*)
    Poi, con una pompa d’oro mi getta addosso dell’acqua, ripulendomi scrupolosamente dal fango. Sono subito asciutto. Mi sdraio su di un ampio divano e comincio a rilassarmi. L’omuncolo passa ritmicamente una spazzolina sul mio addome e sulla vita, producendomi un notevole senso di distensione in quelle zone. Mi rendo conto che, con l’alleviarsi dei malesseri allo stomaco, al fegato ed ai reni, mutano le mie idee ed i miei sentimenti. (*)
    Percepisco una vibrazione ed avverto che mi sto sollevando. Sono sul montacarichi che risale verso la superficie della terra.


    #42726

    mudilas
    Partecipante

    NOTE A ESPERIENZE GUIDATE

    Lo schema con il quale sono costruite le Esperienze Guidate è: 1) entrata ed ambientazione 2) aumento della tensione 3) rappresentazione del nucleo psicologico problematico 4) soluzione (o possibilità di soluzione) del nucleo problematico 5) diminuzione della tensione e 6) uscita in modo progressivo, in generale ripercorrendo le tappe precedenti. Quest’ultimo punto ci permette una specie di sintesi di tutta l’esperienza.
    Gli asterischi (*) segnalano le pause in cui elaborare le proprie immagini.

    NARRAZIONI

    I. Il bambino
    Il quadro attraverso il quale si entra nel luna-park si ispira alla prima carta dei Tarocchi. Si tratta della figura di un giocatore a cui si sono sempre associati l’inversione della realtà, la sparizione ed il trucco. E’ parente del prestigiatore e apre un filone di irrazionalità che permette di entrare nella dimensione del meraviglioso, propizio al ricordo infantile.

    II. Il nemico
    La “paralisi” che domina buona parte del racconto consente di ricreare delle situazioni in cui molte emozioni perdono peso proprio grazie al fatto che la dinamica delle immagini viene resa più lenta. E’ così che si può generare un clima di riconciliazione; inoltre chi “perdona” viene a trovarsi in una posizione di superiorità rispetto a chi in un altro momento controllava la situazione, vale a dire, l’“offensore”.

    III. Il grande errore
    La scena dei pompieri come agenti ed esecutori della giustizia si ispira a Fahrenheit 451 di Bradbury. In questo caso, l’immagine è usata per creare un contrasto con la pena di morte per sete nel deserto. La stessa idea permette di sviluppare la situazione assurda di un giudizio in cui l’imputato, anziché scaricare la sua presunta colpa, “carica” la propria bocca con un sorso d’acqua.
    Quando il Segretario conclude: “Quello che ho detto ho detto!”, altro non fa che adeguarsi alle parole di Pilato, richiamando quell’altro giudizio surreale.
    I vecchi che personificano le ore si ispirano all’Apocalisse di Lawrence.
    Il tema degli occhiali invertitori è molto noto nella psicologia sperimentale ed è stato citato, fra gli altri, da Merleau-Ponty ne La struttura del comportamento.

    V. La coppia ideale
    L’immagine del gigante si ispira a Gargantua e Pantagruele di Rabelais. Il canto ricorda le feste dei Paesi Baschi e le canzoni che intonavano in corteo “giganti e nani dalle grosse teste”.
    L’immagine olografica ricorda le proiezioni de La fine dell’infanzia di Clarke.
    Il tema della ricerca e l’allusione al “non guardare indietro” rimandano alla vicenda di Orfeo ed Euridice nell’Ade.

    VI. Il risentimento
    L’argomento è trattato in un contesto classico, anche quando le scene della città ricordano Venezia o magari Amsterdam.
    I versi recitati dal primo coro sono un adattamento dell’orfico Inno a Thanatos, che suona così: “Ascoltami, oh Thanatos, il cui illimitato impero raggiunge ovunque tutti gli esseri mortali! Da te il tempo alla nostra età concesso dipende, che la tua assenza prolunga e la tua presenza tronca. Il tuo sonno perenne annienta le folle vive e di esse l’anima gravita per attrazione verso il corpo che tutti possiedono, quali che siano la loro età e il loro sesso, poiché a nessuno è dato sfuggire al tuo possente impeto distruttore”.
    I versi recitati dal secondo coro si basano sull’Inno a Mnemosine che suona così: “Tu hai il potere di destare l’assopito unendo il cuore alla testa, liberando la mente dal vuoto, rinvigorendola e stimolandola, allontanando le tenebre dallo sguardo interno e l’oblio”.
    Quanto al dialogo con lo spettro, alla fine questi dice: “Addio, dunque! Il fuoco della lucciola si fa più scialbo, l’alba è prossima. Addio, addio, addio, ricordati di me”. E’ ripreso testualmente dall’atto I, scena V, dell’Amleto di Shakespeare e si riferisce all’ombra del padre che rivela al principe l’identità dei suoi avvelenatori.
    La barca, che è anche un carro funebre, ricorda la radice di “carnevale” (carrus navalis). Questi carri neri, talora decorati con grandi ostriche o conchiglie che recano all’interno il feretro e sono spesso ricoperti di fiori, ricordano il viaggio acquatico. I giochi con fiori e acqua dei Lupercali romani hanno il medesimo precedente. Qui si tratta di travestimenti e trasformazioni, dove al termine del racconto il tetro Caronte, che ritorna all’isola dei morti, si trasforma nel giovane conducente di un motoscafo sportivo.
    Il racconto è costruito su un ricchissimo e complesso gioco di immagini, dove ciascun elemento presuppone uno studio specifico; dal mare immobile, alla barca sospesa sull’acqua, al manto che brucia, ai cori, ai cipressi (che caratterizzano le isole greche ed i cimiteri) ecc.

    VII. La protettrice della vita
    Si ispira alla carta 21 dei Tarocchi. Nel Tarocchino appare l’immagine più prossima a quella di questa esperienza, non così nella prima raccolta di Court de Gébelin o nel Tarocco degli Zingari o ancora nello pseudo Tarocco egizio. Sull’Anima mundi (detta “Il mondo” nei Tarocchi) c’è un’incisione molto illuminante nel libro di Fludd Utriusque Cosmi Maioris, pubblicato nel 1617. Jung si riferisce pure a questo personaggio in Trasformazioni e simboli della libido. Da parte loro, le religioni non trascurano queste vergini delle grotte. In tal senso, la protettrice della vita è una vergine delle grotte con elementi del paganesimo greco, quali la corona di fiori e il cerbiatto che le lecca la mano, che ricorda Artemide o la sua controfigura romana, Diana. Non sarebbe difficile sostituire la corona di fiori con una di stelle o poggiare i suoi piedi su una mezza luna per trovarsi in presenza di una vergine delle grotte ormai patrimonio delle nuove religioni che hanno preso il posto del paganesimo.
    L’ambientazione del racconto è tropicale e ciò contribuisce a porre in risalto la stranezza della situazione. La qualità dell’acqua che beve il protagonista richiama l’elisir dell’eterna giovinezza. Tutti questi elementi messi insieme hanno il comune scopo di facilitare la riconciliazione con il proprio corpo.

    VIII. L’azione che salva
    L’argomento produce un effetto straniante grazie al rilievo dato all’indefinitezza del tempo (“Non sono sicuro se stia facendo giorno o se stia per calare la sera”); al confronto tra spazi (“Vedo che il colosso separa nettamente due spazi: quello da cui provengo, sassoso e morente, da un altro pieno di vegetazione e di vita”); all’impossibilità di connessione con altre persone, od alla creazione di una babelica confusione di lingue (“Domando al mio compagno che cosa stia succedendo. Mi guarda furtivamente e risponde in una strana lingua: ‘Rex voluntas!’). Infine, lasciando il protagonista in balia di forze incontrollabili (caldo, terremoti, strani fenomeni astronomici, acque inquinate, clima di guerra, un gigante armato ecc.).
    Grazie a questi accorgimenti, il soggetto, uscendo da un tempo-spazio caotico, può riflettere sugli aspetti meno catastrofici della propria vita e fare dei proponimenti di una certa solidità per il futuro.
    Le quattro nubi minacciose trovano il loro corrispondente nell’Apocalisse di Giovanni di Patmos (da 6,2 a 6,9): “Guardai e vidi un cavallo bianco. Il suo cavaliere teneva in mano un arco. Dio gli fece dare una corona, simbolo di trionfo, ed egli passò da una vittoria all’altra, sempre vincitore. Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente esclamare: ‘Vieni!’; e si fece avanti un altro cavallo, rosso fiammante; al suo cavaliere Dio diede una grande spada ed il potere di far sparire la pace dalla terra, lasciando che gli uomini si scannassero a vicenda. Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente esclamare: ‘Vieni!’. Guardai e vidi un cavallo nero. Il suo cavaliere teneva in mano una bilancia; e sentii una voce che sembrava venire dai quattro esseri viventi: ‘Per un chilo di grano, la paga di una giornata. Per tre chili d’orzo, la paga di una giornata. Ma non far mancare l’olio d’oliva e il vino’. Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii il quarto essere vivente esclamare: ‘Vieni!’. Guardai e vidi un cavallo color cadavere. Il suo cavaliere si chiamava ‘Morte’, ed era accompagnato da un esercito di morti”.

    IX. Le false speranze
    L’esperienza inizia con elementi della Divina Commedia di Dante. Così, sull’architrave della famosa porta, Dante e Virgilio leggono:

    “Per me si va nella città dolente,
    per me si va nell’etterno dolore,
    per me si va tra la perduta gente.

    Giustizia mosse il mio alto fattore:
    fecemi la divina potestate,
    la somma sapienza e il primo amore.

    Dinanzi a me non fur cose create
    se non etterne, e io etterna duro.
    Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”.

    XI. Il viaggio
    Il veloce spostamento della bolla d’aria ricorda il viaggio così stupendamente narrato da Stapledon ne Il costruttore di stelle. La descrizione dell’effetto Doppler, con il mutamento di colorazione delle stelle dovuto alla velocità, nell’esperienza guidata è dissimulata da questa frase: “Sento aumentare la velocità. Le stelle luminose cambiano colore, fino a scomparire nel buio totale”.
    Una considerazione curiosa: “Come se fossimo lanciati da un grande elastico, partiamo in linea retta. Credo che stiamo andando in direzione di Beta Hydris o magari verso NGC 3621”. Ma perché si riportano queste direzioni cosmiche? Se nel momento della descrizione il sole sta tramontando (“Dalla parte dell’abisso è notte; dalla parte della pianura, gli ultimi raggi di sole sfumano in infinite tonalità”), basterà sapere a che ora locale stia accadendo il fatto. Tenendo presente che quest’opera fu scritta a metà del 1988 (cioè, come giorno centrale, il 30 giugno), e che il luogo in cui fu scritta si trova a 69 gradi di longitudine ovest e a 33 gradi di latitudine sud, l’ora locale corrisponde alle 19.00 (ritardata di quattro ore rispetto al GMT). E in quel momento il punto di elevazione di 90 gradi (vale a dire quello che era al di sopra della bolla e verso il quale questa si dirigeva in linea retta) ci mostra un cielo che, fra la costellazione australe della Croce e quella del Corvo e prossima ad Antlia, permette di individuare vari oggetti celesti. Fra di essi quelli in maggior risalto sono giustamente Beta Hydris e NGC 3621. Con tutte le stranezze che presentano le Esperienze guidate, questa licenza astronomica non sembra fuori posto.
    Riguardo al corpo in movimento, si dice: “Avanzo fino ad arrivare ad un piano al cui centro scorgo un grande oggetto mobile, impossibile da catturare con lo sguardo perché, seguendo una direzione qualunque sulla sua superficie, questa finisce avvolta nell’interno del corpo. Mi sento venir meno e distolgo lo sguardo”. E’ chiaro che la descrizione ricorda alcune costruzioni topografiche della moderna geometria che hanno come risultato oggetti “avvolgenti”. Ponendo in dinamica questo tipo di corpo, l’autore produce un effetto sconcertante. Ricordiamo l’incisione su legno (stampata in quattro tavole) del nastro di Moebius, di Escher, per avvicinarci all’idea centrale dell’esperienza: quel lavoro, sebbene statico, lascia in noi la sensazione di superficie paradossale e di percezione paradossale. Hofstadter, in Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante afferma: “Il concetto di strani anelli contiene quello di infinito: un anello, infatti, non è proprio un modo per rappresentare un processo senza fine in modo finito? In effetti l’infinito interviene ampiamente in molti disegni di Escher. Spesso ci sono più copie di uno stesso tema giustapposte l’una all’altra in modo armonioso, e ciò che ne risulta è un equivalente visivo dei canoni di Bach”. Stando a ciò, l’oggetto dell’esperienza guidata sarebbe un “anello in movimento”.

    XII. Il festival
    Incielo ed inferno Huxley annota: “Per la maggioranza di noi il mondo dell'esperienza quotidiana è quasi sempre insipido e monotono. Tuttavia, per certuni frequentemente e, per un numero abbastanza cospicuo, di qua ndo in quando, qualcosa della lucentezza dell'esperienza visionaria si riversa, sulla versione corrente, trasfigurando l'universo quotidiano”.

    Il punto di vista di uno psicologo che ha analizzato a fondo quest esperienza ( meditandola mentre un'altra persona la leggeva a voce alta) è il seguente: “Vedo che potrebbe indursi unpo stato di percezione aperta, senza ricorrere a droghe o ad altri procedimeti più o meno dissociatori (penso alle pratiche di veglia a oltranza; digiuno; diete alimentari a basso apporto calorico; respirazione forzata; reclusione in stato di immobilità e al buio; trance sperimentale o religiosa ecc.). Questo fatto rappresenta per me un grande progresso per la sua innocuità e per la sua possibilità che offre ai ricercatori dgli stati speciali di coscienza. Ma inoltre, nella pèratica professionale, non si potrebbe contare sulle esperienze guidate come strumenti di terapia?mE anche se mi dice che non sono state concepite ccpon tale intento, insisto che non si divrebbe trascurare di trarne profitto. E ancora, ponendoci dal punto di vista della psicologia sociale, forse si potrebbe darre orientamento a un congruo numero di persone che ricorrono alla doroga o all'alcool come panacea. Questoi sono gli interrogativi che pongo. Per quanto mi riguarda, la materia mi apre un campo di studio che solo pocjhe ore fa non avrei preso in consoderazione. Forse perchè sono rimasto fortemente impressionato da questa esperienza”.

    GIOCHI DI IMMAGINI

    VI. Le maschere
    Sono molti gli elementi che ricordano Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio di Carrol. Ricordiamo le espansioni e le contrazioni di questo passaggio: “‘D’accordo, lo mangio’, disse Alice, ‘e se mi fa crescere, potrò prendere la chiave; se mi fa rimpicciolire, striscerò sotto la porta; in ogni caso, riuscirò a entrare nel giardino, e perciò non mi importa niente di quel che può accadere!’ […]. Ne mangiò un pezzettino, mentre si chiedeva tormentosamente: ‘Da che parte? Da che parte? In su o in giù?’ e si teneva la mano sopra la testa per controllare se stesse crescendo”. E in quest’altro passo i trasformismi dello spazio: “Facciamo finta che lo specchio sia diventato tutto come un leggero velo di nebbia, e che lo possiamo attraversare. Ma guarda, si trasforma, adesso è come se fosse una specie di brina, te lo giuro! Sarà facile passarci”. Anche ne Il signore degli anelli di Tolkien troviamo le modificazioni delle immagini nello specchio magico, come accade in quasi tutta la mitologia universale. Quanto alla trasformazione dell’essere umano in animale, una linea senza soluzione di continuità collega le più antiche tradizioni con La metamorfosi di Kafka.
    Si tratta dunque di temi ampiamente noti di cui l’Autore approfitta nella costruzione dell’esperienza.

    VII. Le nuvole
    Questo lavoro ha lo stesso nome della commedia che Aristofane mise in scena nel 424 a.C. In tutta l’esperienza c’è un sottofondo gaio e burlesco, in omaggio allo spirito dell’opera greca. La voce che si sente all’inizio sintetizza in una stessa enunciazione le “genesi” di tre opere importanti. Così, il cantico della creazione del Rigveda ci dice: “In quel tempo non c’era né l’esistente né il non-esistente; non c’era regno dell’aria, né del cielo, al di là di esso.” Quanto a “le tenebre erano sopra la faccia dell’abisso”, la frase è testuale del Primo Libro di Mosè (Genesi 1,2). E il brano “non c’erano esseri umani, né un solo animale, uccello, pesce, granchio, legno, pietra, caverna, precipizio, erba, foresta”, deriva dal Popol-Vuh (Libro del Consiglio degli indios Quichés, secondo il manoscritto di Chichicastenango). Il passo “non c’erano galassie né atomi”, riprendendo la teoria del Big-Bang, ci colloca nella dimensione del giornalismo attuale. E, infine, “non c’erano nemmeno supermercati”: si tratta della dichiarazione di una bambina di quattro anni. L’aneddoto è questo: “Dimmi, Nancy, come era tutto prima che cominciasse il mondo?” “Non c’era papà, né mamma” rispose la piccola, “non c’erano nemmeno supermercati”.

    IX. Il minatore
    L’omuncolo della miniera è uno gnomo, personaggio delle profondità della terra assai diffuso in leggende e fiabe europee. Per il modo in cui è trattato in questa esperienza, risulta essere una allegoria che corrisponde alla traduzione in immagini visive di impulsi cenestesici viscerali.

    INDICE

    PRIMA PARTE: NARRAZIONI
    I. IL BAMBINO
    II.IL NEMICO
    III. IL GRANDE ERRORE
    IV. LA NOSTALGIA
    V. LA COPPIA IDEALE
    VI. IL RISENTIMENTO
    VII. LA PROTETTRICE DELLA VITA
    VIII. L’AZIONE CHE SALVA
    IX. LE FALSE SPERANZE
    X. LA RIPETIZIONE
    XI. IL VIAGGIO
    XII. IL FESTIVAL
    XIII. LA MORTE

    SECONDA PARTE: GIOCHI DI IMMAGINI
    I. L’ANIMALE
    II. LA SLITTA
    III. LO SPAZZACAMINO
    IV. LA DISCESA
    V. LA SALITA
    VI. LE MASCHERE
    VII. LE NUVOLE
    VIII.AVANZAMENTI E RETROCESSIONI
    IX. IL MINATORE

    NOTE A ESPERIENZE GUIDATE


    #42727
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    Quanta roba….
    ma si può fare con il marito….o meglio di no…


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

    #42728

    mudilas
    Partecipante

    si, certo che si puo.


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