Il limite umano del cambiamento

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Questo argomento contiene 29 risposte, ha 13 partecipanti, ed è stato aggiornato da  Mr.Rouge 9 anni, 7 mesi fa.

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  • #41029

    Mr.Rouge
    Partecipante

    Noi siamo il frutto della nostra esistenza, di ciò che ci capita, direbbe qualcuno, quando siamo intenti a progettare altro per le nostre vite. Nasciamo e cresciamo portandoci dietro traumi, cicatrici e convinzioni derivanti dalla prima educazione fornitaci dai nostri genitori. Tutto questo e molto altro forma quello che chiamiamo carattere. Ognuno ha il suo, siamo tutti diversi. Spesso però ci trinceriamo dietro alla frase “sono così di carattere” per non affrontare le nostre paure alla radice. Con l'evoluzione spirituale in atto ci stiamo adoperando per risolvere tutto ciò che frena il nostro sviluppo, e cerchiamo di CAMBIARE. Quanto questo influisce e influirà sul nostro carattere? Ci somiglieremo tutti una volta che ci saremo evoluti? Quanto un essere umano è capace di cancellare le informazioni indesiderate scolpite nella pietra del nostro inconscio o della nostra memoria remota? Come possiamo sapere quando i nodi che ci apprestiamo a sciogliere derivano da questa o da un'altra vita? Riassumendo: qual'è il limite umano del cambiamento? Quando possiamo affermare con certezza di non riuscire a farcela, senza che questa sia una scusa inconscia per non voler crescere? :lente:


    #41030

    ezechiele
    Partecipante

    beh, la tua firma mi sembra uno spunto rouge,

    in merito all'argomento che proponi l'anno scorso lessi questo libro che senza essere “difficile” stimola ottime riflessioni…. io devo dire che ero in un periodo “particolare”

    LA PSICOLOGIA DEL CAMBIAMENTO

    BOOK SUMMARY
    PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE E DI
    OLYMPOS GROUP SRL ©

    1. ALLA SCOPERTA DEL CAMBIAMENTO

    “Le cose cambiano. Stamani la camicia era pulita e stirata; adesso è sporca e
    stropicciata. Le banane, che erano acerbe, sono maturate. E il caffé nella
    tazzina si sta raffreddando. Nemmeno io sono quello di una volta: sono
    invecchiato, ho perso molti capelli, ho letteralmente cambiato ogni cellula del
    mio corpo. Eppure c’è un senso importante in cui sono sempre io, così come è
    naturale pensare che questa camicia sia proprio quella che ho indossato al
    risveglio e queste banane le stesse che ieri erano in negozio…”. Scene di vita
    quotidiana descritte in queste considerazioni del filosofo contemporaneo
    Achille Varzi1 ed indicative di quel fenomeno cosi semplice e complesso
    nello stesso tempo a cui diamo il nome di “cambiamento”. Lo viviamo tutti,
    nelle forme più svariate, nella soggettività delle percezioni, attraverso
    un’ampia gamma di sfumature emotive, elaborando profonde riflessioni con
    un dotto linguaggio o rimanendo sulla superficie del significato con le parole
    di tutti i giorni.
    Nonostante la “popolarità” del concetto, arrivare a comprendere e definire la
    natura ed i significati del cambiamento ha rappresentato per l’uomo un’ardua
    sfida fin dalla notte dei tempi.
    La ruota della nostra Storia ha sempre girato intorno a due assi incrociati: la
    paura del nuovo ed il coraggio di esplorarlo. La psiche universale dell’essere
    umano ha scandito il tempo della sua evoluzione come un pendolo oscillante
    tra due “archetipi”2 fondamentali:
    1) La paura dell’ignoto
    2) L’eroismo di scoprire cosa ci fosse al di là delle “Colonne d’Ercole di
    ogni situazione” – Uscire dalle caverne – esplorare i territori – costruire
    le civiltà
    A proposito delle famose Colonne, Tucidide, lo storico dell’antichità,
    affermava che oltre quel limite le navi rischiavano “di cadere giù dall’orlo del
    mondo” e nessuno pertanto osava avventurarsi.
    Cristoforo Colombo, incarnando l’ archetipo dell’eroe, ruppe ogni indugio e
    partì alla volta del Nuovo Mondo.
    Oggi anche questi archetipi primordiali si sono evoluti perchè sono cambiati i
    tempi e noi con loro.
    Tuttavia, la sottile ansia o la profonda angoscia dell’incertezza esistenziale
    permane, che ne siamo coscienti o no, in ognuno di noi.
    «Niente è sicuro, neanche il peggio», afferma Edgar Morin.3
    Quando svolgo interventi di formazione, riguardanti il tema specifico della
    “Gestione del Cambiamento”, i partecipanti, durante l’iniziale giro tavolo di

    1
    Articolo de Il Messaggero, maggio 2006
    2
    Secondo l’accezione junghiana, sono immagini/simboli mentali innati e connaturati all’umanità del nostro
    essere, presenti in tutte le culture della Terra
    3
    “L’identità umana”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002
    presentazione, esprimono una serie di aspettative che mi piace riportare qui di
    seguito come alcune tra le “domande” alle quali questo libro è dedicato:

    1) Qual è il “giusto approccio” al cambiamento?
    2) Come trarre il “positivo” dagli eventi?
    3) Come allenarsi nella palestra della vita?
    4) Quando ci troviamo ad affrontare un cambiamento, come “uscirne
    bene?”
    5) Come autovalutare le personali modalità di approccio ai cambiamenti?
    6) Come “rivisitare” il passato senza rimanervi imprigionati?
    7) Come interpretare i cambiamenti?
    8) Le favole e le metafore in che modo si applicano alla vita reale?
    9) Qual è il “valore” del cambiamento?

    L’obiettivo di questo volume è dunque quello di generare nel lettore un lavoro
    interiore utile a sviluppare consapevolezza di come poter governare con
    efficacia i cambiamenti della vita, attraverso il recupero dell’ autentica
    matrice dei significati legati al concetto di cambiamento.
    Troppo spesso, infatti, le parole vengono svuotate dei loro contenuti vitali e
    mummificate attraverso quel processo di banalizzazione dei termini che
    attualmente caratterizza il nostro contesto socioculturale.
    Pertanto, l’invito che rivolgiamo al lettore è quello di considerare gli
    argomenti e gli stimoli presenti nel libro come uno scoglio dal quale la
    riflessione personale possa tuffarsi in un limpido mare di intuizioni ed
    esplorare i fondali dei possibili significati.
    Una volta immersi nella lettura, scopriremo che molto probabilmente la
    “mission impossible” di ogni tipo di cambiamento diventa quella di trovare
    dei “punti fermi” a cui ancorare le nostre “certezze”, capire come fare il
    rafting nel torrente dell’esistenza senza farsi travolgere dalla piena degli
    eventi e delle emozioni. Il paradosso quotidiano del cambiamento risiede nel
    cercare la consistenza nell’inconsistenza, la solidità nella fluidità, l’identità
    personale nella mutevolezza delle nostre diverse età anagrafiche e mentali.
    E poi ancora altre domande sulle quali ragionare o far divertire la fantasia:

    Viviamo la vita o sopravviviamo ai cambiamenti?
    Se l’attimo è fuggente, come possiamo coglierlo?
    Quali sono le differenze, in termini di vissuti e risorse, tra un
    cambiamento desiderato ed un cambiamento imposto/subito?
    Se nessuno è mai tornato dall’ “Aldilà” per raccontarci come è andato
    il “viaggio”, come possiamo attrezzarci nell’ “Aldiquà” per affrontarlo
    in modo opportuno quando sarà il nostro momento?

    Sicuramente, alcuni quesiti rimarranno senza risposta.
    Tuttavia, crediamo che il fascino dei cambiamenti e della Storia, intesa come
    “l’inaspettato che arriva” (Erodoto), consista proprio in questo non sapere.
    “Si possono prevedere la guerra e la rivoluzione. Non si possono prevedere le
    conseguenze di una caccia alle anitre in autunno” (Lev Trockij).
    Nel mondo del cambiamento, dunque, può accadere che l’evento quotidiano
    sia imprevedibile mentre quello straordinario tranquillamente prevedibile. In
    ogni caso, la scelta del verbo “governare”, utilizzato nel titolo del libro, non è
    casuale.
    Indica il fatto che ognuno di noi è chiamato ad essere il timoniere che governa
    il veliero della propria vita, in un oceano di cambiamenti e di trasformazioni.
    Il verbo “gestire”, così inflazionato, associato al termine cambiamento
    produce un effetto surgelante, privando il concetto di tutta la sua ricchezza
    emotiva e poetica.
    Per governare i cambiamenti in modo soddisfacente, così come del resto per
    vivere, sono necessarie le passioni.
    Le passioni che viviamo – nella vita personale, affettiva e lavorativa – sono i
    venti che ci condurranno nel tranquillo porto della saggezza.
    Occorre naturalmente avere chiara “la rotta da seguire” – uno stile di vita
    intelligente – , essere pronti e bravi nel recuperare le “derive” – i momenti di
    crisi – ed evitare quindi pericolosi “naufragi” – malesseri e patologie – o il
    ritrovarsi “in secca” – fasi di stallo prolungato.
    Una volta armata la prora, non resta altro che salpare, prendere il largo e
    godersi il gioco dei colori di albe e tramonti sulla linea infinita dell’orizzonte,
    la fresca brezza marina, gli spruzzi d’ acqua ed il volo degli albatros sospinti
    dal vento sullo sfondo di nuvole infuocate…

    2. “COME SI CAMBIA”

    Una canzone di Fiorella Mannoia (1993)

    Un pomeriggio della vita ad aspettare che qualcosa voli
    a indovinare il viso di qualcuno che ti passa accanto
    Tornare indietro un anno, un giorno, per vedere se per caso c'era
    e sentire in fondo al cuore
    un suono di cemento
    mentre ho già cambiato uomo un'altra volta
    Come si cambia per non morire
    come si cambia per amore
    come si cambia per non soffrire
    come si cambia per ricominciare
    Con gli occhi verdi e brillantina
    sento il duemila certo che verrà
    agile la pioggia sopra le mie spalle nude
    E dentro un taxi nella notte avere freddo e non sapere dove
    sopra un letto di bottiglie rotte strapazzarsi il cuore
    e giocare a innamorarsi come prima
    Come si cambia per non morire…
    Quante luci dentro ho già spento
    quante volte gli occhi hanno pianto
    quante mie incertezze ho già perso, oh no…
    Come si cambia per non morire, come si cambia…
    Sentire il soffio della vita su questo letto che fra poco vola
    toccarti il cuore con le dita e non aver paura
    di capire che domani è un altro giorno
    Come si cambia per non morire
    come si cambia per amore
    come si cambia per non soffrire
    come si cambia per ricominciare…

    Che cos’è il cambiamento? E soprattutto: cosa significa per noi esseri umani
    “cambiare”?
    Dal poetico e suggestivo testo della canzone di Fiorella Mannoia, deduciamo
    che il cambiamento può essere:

    1) Una necessità – “Come si cambia per non morire” o “per non
    soffrire”.
    2) Un adattamento – “Come si cambia per amore”
    3) Un’opportunità – “Come si cambia per ricominciare”
    4) Un’espressione del caos creativo4 della vita – “Ho già cambiato uomo
    un’altra volta”
    5) La consapevolezza del rinnovarsi del tempo e della vita – “Non aver
    paura di capire che
    domani è un altro giorno”

    Proviamo ora ad applicare gli spunti della canzone in alcuni esempi
    quotidiani:

    – La crisalide che diventa farfalla cambia per non morire : cambiamento
    come necessità

    4
    “Creativo” secondo l’accezione generativa di Friedrich Nietzsche:
    “Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante”.
    – Quando due persone diventano genitori cambiano le loro priorità
    individuali e di coppia per amore dei figli: cambiamento come
    adattamento
    – Quando una persona è stanca di una situazione e/o vuole mettersi in gioco
    in nuove situazioni, cambia per ricominciare: cambiamento come
    opportunità

    Esistono dunque diversi tipi di cambiamento.
    Secondo la legge dell’entropia universale, “nulla si crea, nulla si distrugge
    ma tutto si trasforma”. Nell’Universo, nessun tipo di energia, compresa la
    nostra, viene perduta o dissipata ma si trasforma semplicemente in
    qualcos’altro, rifluisce nel cosmo sotto altre forme o dimensioni, molte delle
    quali sono a noi sconosciute.
    Il confronto con questi concetti vi mette in “crisi”? Certo, ma era volutamente
    questo l’obiettivo: farvi andare in “crisi”!
    Il termine viene dal greco “Krisis” e significa “trasformazione” ma anche
    “separazione, scelta, giudizio”. Il cambiamento dall’adolescenza all’età
    adulta, ad esempio, è contrassegnato, dallo sviluppo della capacità di scelta e
    di giudizio – “Adolescere” in latino significa proprio diventar maturi
    psicologicamente, a differenza di “pubescere” – da cui pubertà – che invece si
    riferisce alla crescita dei peli sul corpo, quindi alla maturazione fisiologica
    stimolata dalle tempeste ormonali tipiche di questa fase dello sviluppo umano.
    Quando una persona cara scompare, viviamo questo cambiamento come una
    separazione il cui dolore è tale che pare ci abbiano amputato senza anestesia
    una parte della nostra anima.
    Ogni decisione che prendiamo comporta la scelta di una direzione da prendere
    il che significa spesso dover cambiare schemi, comportamenti, riferimenti
    conosciuti per svilupparne altri del tutto nuovi.
    In origine il termine crisi faceva riferimento ai cambiamenti che avvengono in
    natura come la muta della pelle nel serpente, la crisalide che diventa farfalla,
    il decorso, migliorativo o peggiorativo, di una malattia.
    Oggi la parola è associata esclusivamente ad una condizione psicologica ed
    emotiva negativa ma credo che in realtà vada recuperato il senso originario
    del termine che si lega alla caratteristica peculiare della vita: “Tutto cambia”
    o, se volete, “Nulla è definitivo”.
    Quindi “essere in crisi” è la nostra naturale condizione di esseri umani e
    mutevoli.
    Possiamo, in sintesi, indicare il cambiamento come:

    • La natura stessa della vita, la sua caratteristica più distintiva
    • Un evento od una situazione che ci colpisce come un qualcosa di
    nuovo o di diverso che, dal nostro punto di vista, prima non esisteva o
    non era conosciuto
    • Un comportamento intenzionale od una strategia che mettiamo in atto
    per raggiungere uno “stato desiderato” a livello personale,
    professionale o esistenziale.
    • Una dimensione sociologica che riguarda “il progresso” delle
    comunità umane e quindi degli individui di cui si compongono

    Volendo approfondire questo ultimo punto, nel concetto di cambiamento
    sono insite due definizioni di particolare interesse:

    1) Cambiamento come evoluzione – assimilabile al concetto di
    crescita o sviluppo
    (Con l’ulteriore distinzione tra la crescita che avviene per gradi e lo sviluppo
    che può avvenire per “salti”)
    2) Cambiamento come transizione – assimilabile al concetto di
    mutazione
    3) La nostra storia di esseri umani si snoda attraverso i secoli intrecciando
    evoluzioni e transizioni.

    Qual è la differenza sostanziale? Proviamo ad esemplificare il concetto.
    Ragionare di evoluzione significa prendere in considerazioni cambiamenti che
    accadono all’interno di uno stesso “modello di riferimento”.
    Ad esempio, parlare di evoluzione della specie umana, significa riferirsi a
    cambiamenti avvenuti in noi esseri umani che comunque, per certi aspetti,
    rappresentiamo sempre lo stesso “modello” in termini di caratteristiche
    essenziali. Non cacciamo più i dinosauri o viviamo in palafitte ma il bisogno
    di mangiare lo avvertiamo oggi esattamente come lo sentivano i nostri
    antenati 100.000 anni fa oppure il parto per far nascere i figli avviene sempre
    allo stesso modo.
    Nel concepimento, invece, qualcosa è cambiato – vedi la procreazione
    assistita.
    Prima dell’invenzione del fax, tutti i documenti venivano spediti tramite posta
    o consegnati a mano: il fax ha rappresentato un’evoluzione della
    comunicazione pur rimanendo all’interno di uno stesso modello: “Il
    documento cartaceo”.
    Con l’invenzione della posta elettronica, i documenti vengono inviati tramite
    e-mail: questo cambiamento, a differenza del fax, rappresenta una transizione
    in quanto “usciamo fuori da un modello” – il cartaceo – ed “entriamo” in un
    altro completamente diverso – il digitale.
    Le espressioni “uscire” ed “entrare” significano per noi un cambiamento
    radicale del modo di pensare e soprattutto vivere quel dato “modello” o, per
    dirla con Thomas Khun, quel nuovo paradigma di conoscenza.
    Per paradigma conoscitivo, il famoso epistemologo l’insieme delle coordinate
    interpretative di una data realtà storica, la “mappa di un territorio” scientifico,
    tecnologico, culturale di un epoca e/o di uno specifico contesto sociale che
    impattano nelle psicologie, nelle emozioni e nei vissuti sociali delle persone.
    Immaginate, ad esempio, la portata rivoluzionaria delle idee di Galileo e
    Copernico piuttosto che le invenzioni di Meucci o le scoperte di Fleming e
    soprattutto l’impatto che suscitarono nei loro contemporanei!

    3. RISORSE E STRATEGIE PERSONALI

    Abbiamo visto come sviluppare la capacità di governare i cambiamenti
    significhi, da un lato, saper riconoscere le cosiddette “invarianze”, dall’altro,
    bisogna saper riconoscere cosa è soggetto a cambiamento e viverlo in maniera
    attiva e consapevole: bisogna nuotare nella corrente nella vita – cercando a
    volte anche degli appigli per riposarsi – e non farsi trascinare o sballottare dai
    flutti. Qualcuno nuota anche controcorrente, l’importante è che rispetti le
    regole della civile convivenza.
    E’ necessario ricercare attivamente il progresso personale e sociale,
    migliorare le proprie condizioni materiali e spirituali, prendersi cura di sé e
    degli altri, sviluppare la capacità di governare in modo intelligente emozioni e
    sentimenti.
    La felicità consiste nella ricerca della felicità, per questo non bisogna mai
    smettere di cercarla.
    L’obiettivo principale è dare un senso importante alla propria vita e
    contribuire a costruire un significato anche alla vita degli altri, consapevoli
    del fatto che il “saper divenire”, inteso come un evolversi nel tempo è il
    requisito principale della maturità adulta.
    La persona che dice: “Io sono fatto così”, sottintendendo che “E’ inutile, tanto
    non cambierò mai” sta di fatto precludendosi la strada che porta al
    miglioramento, al benessere e alla serenità. Tale rigidità è come un macigno
    che grava sull’anima. Questa persona non solo “non vola” ma rimane
    addirittura “schiacciata a terra” dal suo stesso modo di vedersi!
    Ad esempio, c’è molta differenza tra “mettersi in discussione” e “mettersi in
    gioco”.
    In diverse occasioni, ci viene rivolto l’invito a “mettersi in discussione”.
    In realtà, è più opportuno sapersi mettere in gioco che in discussione.
    La questione non è solo terminologica.
    “Mettersi in discussione” significa che io devo rivedere “me stesso”, la mia
    identità, i miei punti di riferimento, le mie “certezze” e devo essere pronto a
    cancellarli con un colpo di spugna.
    Invece, da un punto di vista psicologico, per un adulto, è necessario avere dei
    punti fermi rispetto ai quali avere almeno una vaga idea di chi si è!
    E’ necessario avere delle “certezze” che mi danno in quel momento la forza
    per affrontare la situazione. Spieghiamoci ancora meglio: immaginiamo la
    personalità come una tenda da campeggio “fissata” con dei paletti al terreno: i
    paletti sono la mia autostima, i risultati di successo conseguiti nella mia vita,
    gli aspetti importanti della mia identità come persona in cui mi riconosco e mi
    riconoscono anche gli altri.
    Sapersi mettere in gioco e quindi essere bravi nel gestire i cambiamenti,
    significa tenersi pronti a “smontare la tenda” – perché in quel momento c’è
    una tempesta, il campeggio è affollato o semplicemente non è di mio
    gradimento – e a rimontarla in un altro luogo, sempre però con i miei paletti
    “saldi e funzionanti”. Sono dunque un “campeggiatore della vita” in
    movimento ed in mutamento ma sempre con i miei “ancoraggi psicologici”
    che mi tutelano da debolezze e crisi di identità.
    Se con il tempo qualche paletto si arrugginisce, provvederò ad una lucidatura
    o ad una sostituzione ma non posso eliminarli all’improvviso.
    Mettersi in discussione significa invece dubitare pericolosamente della
    funzionalità e del valore dei “paletti” e anche della stessa “tenda” – la propria
    vita – , rischiando quindi di perdere i punti di riferimento personali necessari
    per non ritrovarsi a dormire all’addiaccio.
    Senza i paletti, infatti, la tenda vola via al primo soffio di vento!
    Ognuno quindi non solo è responsabile in prima persona del governo dei
    cambiamenti ma anche del fatto che deve in qualche modo “armonizzarli”
    con la propria personalità. Non bisogna infatti violentarsi, snaturarsi e/o
    comprimere troppo bruscamente gli aspetti naturali del proprio modo di essere
    solo perché “devi/devo/dobbiamo/dovete assolutamente cambiare!”.
    Gli adulti, ad esempio, sono chiamati a vivere i cambiamenti non
    passivamente ma con quella necessaria consapevolezza attiva che porta ad
    interpretare, scomporre e ad assimilare le trasformazioni in modo costruttivo.
    Il cambiamento, dunque, non va assecondato acriticamente ma deve essere
    reinterpretato ed assimilato in modo congruo nelle strutture mentali
    individuali, al fine di evitare pericolose crisi di rigetto.
    Se ragiono o mi fanno ragionare sui motivi e/o sui vantaggi di un
    cambiamento, sarò sicuramente più recettivo nei confronti di ciò che avverrà.
    Possiamo iniziare, ad esempio, a domandare a chi ci “vuole cambiare”:
    “Perché devo farlo?”, nel senso: “Mi spieghi bene i vantaggi o gli svantaggi
    del fare o non fare questa azione (oppure) nell’adottare o non adottare questo
    comportamento?”.
    Attenzione in ogni caso a non cadere nell’estremo opposto, quello dell’ alibi
    psicologico del “Io sono fatto così, non posso cambiare”, sottintendendo: non
    voglio cambiare, mi piaccio talmente tanto così come sono che, anche se
    combino guai, non mi interessa niente altro!
    Queste persone pongono di solito agli interlocutori una sorta di aut aut
    relazionale: “O mi prendi cosi come sono/mi vedi o non se ne fa niente/è
    peggio per te”.
    Il rischio di tale atteggiamento, se protratto alla lunga, è quello di irrigidire la
    personalità precludendo in modo svantaggioso il confronto con le persone e le
    relazioni in genere.
    Anche sul piano dello sviluppo professionale, la convinzione “Io sono fatto
    così, chi mi vuole deve accettarmi in blocco” si rivela un pericoloso
    boomerang sulla fronte.
    Altri “pensieri-tagliola”, emblematici di un pregiudizio legato alla chiusura
    nella propria presunzione ed in una sterile supponenza, sono:

    “Non credo nella formazione/aggiornamento”
    “Non ho bisogno di qualcuno che mi dica cosa devo fare”
    “Non ho bisogno di nessuno che mi insegni queste cose”
    “Con la mia esperienza, ne so più io di qualunque altro”
    “Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”.
    “Una cosa è la teoria, un’altra la pratica!”

    Per evitare di rimanere tranciati nella tagliola dei pregiudizi, è consigliabile
    sviluppare un atteggiamento di massima apertura mentale.
    Ecco le convinzioni ad “alto guadagno” della persona “Open Minded”:

    “Chi ha esperienza sa che l’esperienza non è mai troppa”
    “Ogni occasione è buona per imparare qualcosa di nuovo”
    “Intanto vedo di cosa si tratta, poi scelgo cosa fare”
    “Bisogna prendere quello che c’è di buono in ogni docente/relatore,
    il resto lasciarglielo!”
    “Nella vita c’è sempre da imparare!”
    “Gli esami non finiscono mai”
    “Sono curioso di vedere di cosa si tratta”
    “Perché non farlo?”
    “Perché non provare?”
    “Ogni persona ha qualcosa da insegnare”
    “Interagire con le persone è un’opportunità di conoscenza dei
    caratteri umani”

    In sintesi, come afferma il trainer Skipp Ross, “Cambiare è possibile, basta
    che decidiate che tipo di persona volete essere!”.

    http://www.olympos.it


    #41032

    Pyriel
    Bloccato

    ……….

    Tornare al Sè è come imparare a nuotare, ma due sole cose
    possono fermare un uomo: l'ignavia o il terrore di sé stesso.


    #41033

    altair
    Partecipante

    Ipse dixit.


    #41034

    deg
    Partecipante

    [quote1226185467=Pyriel]
    ……….

    Tornare al Sè è come imparare a nuotare, ma due sole cose
    possono fermare un uomo: l'ignavia o il terrore di sé stesso.
    [/quote1226185467]

    Si Pyriel, è giusto, questo vale per qualsiasi cambiamento l'essere umano debba affrontare.
    Ma se trova la via giusta, non c'è più la pigrizia, c'è l'entusiasma, non c'è più la paura, c'è la speranza.


    #41035

    altair
    Partecipante

    [quote1226186206=Mr.Rouge]
    Quando possiamo affermare con certezza di non riuscire a farcela, senza che questa sia una scusa inconscia per non voler crescere? :lente:
    [/quote1226186206]

    Perchè cercare una risposta a questa domanda?

    Quando hai stabilito con certezza che non riuscirai a farcela sei fregato.


    #41036

    Mr.Rouge
    Partecipante

    [quote1226186891=altair]
    [quote1226186206=Mr.Rouge]
    Quando possiamo affermare con certezza di non riuscire a farcela, senza che questa sia una scusa inconscia per non voler crescere? :lente:
    [/quote1226186206]

    Perchè cercare una risposta a questa domanda?

    Quando hai stabilito con certezza che non riuscirai a farcela sei fregato.

    [/quote1226186891]

    Non credo, altair, a quel punto puoi sempre accettare che quello è un tuo limite, come un handicap fisico, smettere di sprecarci dietro tempo ed energie, per dedicarti ad altro più costruttivo. Senza contare che avrai una risposta certa ad una annosa domanda. Ma a me non interessa tanto la risposta di per se, ma confrontarmi sulla domanda. Devo dire che per adesso ognuno ha portato degli ottimi spunti di riflessione (ribadisco che siete impagabili). Vediamo solo dove porta questo topic e se qualcuno ha intrapreso qualche altra strada che porta allo stesso punto: io, come ha detto ezechiele, mi rispondo con la mia firma, anche se tra il dire e il fare…


    #41037

    altair
    Partecipante

    Se il proposito è l'evoluzione attraverso il cambiamento (se non ho letto male), è tassativo non porsi mai alcuna limitazione o stabilire con certezza che non possiamo farcela.
    L'evoluzione attraverso il cambiamento non va vissuta necessariamente come un fatto cerebrale su cui possiamo o non possiamo stabilire qualcosa, essa può avvenire comunque in maniera lenta, impercettibile, travalicando le funzioni ordinarie della mente.
    L'ostacolo più grande potrebbe essere proprio porsi il quesito.


    #41038
    Pasquale Galasso
    Pasquale Galasso
    Amministratore del forum

    [quote1226188021=Mr.Rouge]
    Ci somiglieremo tutti una volta che ci saremo evoluti?
    [/quote1226188021]

    Non so rispondere a questa tua riflessione, in passato non ho saputo rispondere a gius.

    Intervengo solo per il punto quotato: non credo che ci somiglieremo tutti, in effetti ci saranno le differenze dei gusti: musicali, artistici et similia. Sarebbe solo un mondo migliore, dove tutti sono pronti ad accettare critiche (sempre meno frequenti, per forza di cosa) e a migliorarsi.

    Non saprei davvero, certe domande mi risultano molto difficili…


    CONOSCERE NON È AVERE L'INFORMAZIONE

    #41031

    ezechiele
    Partecipante

    DAAAAIIIIII FANCULO!!!!!
    (tanto ormai il buon grillo ce l'ha sdoganato)

    FAMOLO!

    [youtube=425,344]-Mu5IjNvQoU

    … piu una bella pedalata in bicicletta, s'intende…

    errrmm…. forse sono un pochetto OT … o no?


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