IL Ricordo Di Sè

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Questo argomento contiene 2 risposte, ha 3 partecipanti, ed è stato aggiornato da  karonte 9 anni, 3 mesi fa.

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    karonte
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    Ricordarsi di sè nell'arco delle 24 ore ,risulta estremamente difficile,eppure non facciamo quasi niente per ricordarcelo! io un sistema ce lo avrei,e sono sicuro che se lo metterete in pratica funzionerà a perfezione,allora dovete mettervi intasca un piccolo campanellino uguale a quelli che si usano per la pesca,ogni volta che lo sentirete suonare ! dovrete ricordarvi ,che non siete il corpo, e che non siete liberi,ma! state sognando, nello stesso tempo osservatevi senza pensare ,e giudicare, ricordatevi che è la mente la nostra prigione,una prigione con la porta aperta,da non riuscire a trovarla, allego un articolo non mio.Karonte

    Il ricordo di sé
    ( parte I )

    …In quel periodo avevo cominciato a leggere i libri di Gurdjieff e Ouspensky. Un giorno stavo dialogando con un mio amico, quando a un certo punto vidi che era addormentato. Mi parlava con veemenza dei fatti del giorno, ma non era sveglio. “Qualcosa” parlava al suo posto mentre lui dormiva. Ne provai orrore. Quello era il mio migliore amico… avevamo vissuto insieme momenti belli e brutti per anni. In quell'istante decisi che avrei dedicato il resto della mia vita a cercare di svegliarmi.

    Entriamo nel vivo dei processi alchemici atti a trasmutare l’uomo in qualcosa di splendidamente superiore. Affrontiamo quindi per la prima volta anche il concetto di « risveglio » dell’essere umano.
    Il primo passo verso l’acquisizione dell’immortalità’ consiste in un accurato lavoro di risveglio; l’individuo deve cioè rendersi pienamente conto che allo stato attuale sta dormendo.
    Quando ci destiamo al mattino in realtà non ci svegliamo, ma passiamo da uno stato di sogno a un altro: e’ il sonno verticale; un sonno, cioè, che permette la posizione verticale, il movimento, il parlare, lo studiare… pur tuttavia e’ ancora ben lungi dall'essere un reale stato di veglia. Si tratta di una condizione di perpetuo rintronamento nella quale non si pensa, ma si e’ pensati, non si provano emozioni, ma si e’ da esse trascinati, non si gestisce il proprio corpo, ma si subisce la sua fisiologia.
    Se vogliamo lavorare per evadere dalla prigione e’ imperativo innanzitutto che sappiamo di essere all'interno di una prigione. Il più grande ostacolo al risveglio e’ che l'uomo pensa di essere già cosciente e pienamente libero! Per avere la certezza di essere in uno stato di prigionia e’ necessario vederlo con i propri occhi e, magari, rimanerne scioccati. L'ideale sarebbe riuscire a SENTIRE EMOTIVAMENTE l'addormentamento. Questo fornisce l'energia occorrente per iniziare a lavorare su di sé.
    I seguenti esercizi si basano sull'« osservazione di sé ». L'osservazione di noi stessi nell'arco della giornata ci permette di vedere come siamo fatti e in quale stato viviamo tutti i giorni; serve a farci comprendere che durante il giorno dormiamo e di conseguenza non siamo mai coscienti di noi. Viviamo dentro un’allucinazione; non vediamo la realtà e non possediamo alcun potere occulto in grado di modificarla semplicemente perché dormiamo.
    Osservandoci costantemente evitiamo di lasciar scorrere nell'inconsapevolezza la nostra esistenza quotidiana e cominciamo a portare alla luce anche le zone più nascoste di noi. Il ricordo di sé di cui adesso tratteremo e’ solo una forma più intensa e concentrata della semplice osservazione di sé. Si tratta di essere presenti qui-ed-ora almeno in corrispondenza di determinate occasioni che vengono stabilite a priori. Un uomo risvegliato e’ un uomo che si ricorda di sé sempre, e’ un uomo che e’ sempre presente qui-e-ora per ventiquattro ore al giorno… anche nel sonno. Il ricordo di sé e’ infatti un livello di coscienza superiore che si può raggiungere solo sforzandosi di ricordarsi di sé!
    L'errore principale della filosofia e della psicologia moderna risiede nell'aver ignorato un quarto stato di coscienza oltre i tre già noti all'uomo ordinario. Gli stati di norma conosciuti sono: sonno verticale (quello ritenuto a torto il normale stato di veglia dell'uomo), sonno profondo, sogno. Nessuna psicologia e nessuna filosofia sono proponibili se non si considera la possibilità nell'uomo di un quarto stato: lo « stato di ricordo di sé », che e’ il reale stato di veglia.
    L'osservazione di sé – e quindi il ricordo di sé – e’ il 'terribile segreto' dell'Ars Regia che tutti gli alchimisti si sono preoccupati di tenere occulto nei loro scritti: e’ il « regime », l'« agente universale », il « fuoco lento » a cui la materia deve essere sottoposta per ottenere una trasformazione.
    Premettiamo che l'effettivo stato di ricordo di sé e’ uno stato EMOTIVO SUPERIORE, non un fenomeno intellettuale. Quando nel corso della presente trattazione ci riferiremo al ricordo di sé, ci staremo in realtà riferendo all'unico stato attualmente possibile per il neofita: uno stato di osservazione di sé, che all'inizio e’ soprattutto intellettuale, in cui ci si sforza di essere presenti per ricordarsi di sé. Con l'espressione « ricordo di sé » intendiamo quindi riferirci allo sforzo di ottenere questo stato, e non allo stato stesso. Attraverso gli sforzi ripetuti sarà però possibile attivare il 'centro emotivo superiore' ( il Cuore ) e quindi entrare nel reale ricordo di sé… e questo e’ il nostro scopo.
    Attraverso lo sforzo di ricordarci di noi tocchiamo con mano la totale assenza di volontà che ci contraddistingue… ma non dobbiamo abbatterci a causa dei pessimi risultati. Il nostro lavoro consiste nello sforzarci ogni giorno di riuscire, non nell'ottenere un risultato, il risultato non interessa minimamente i nostri scopi.
    Il ricordo di sé e’ il fenomeno più importante della magia e dell’esoterismo in genere. Compreso questo, l’uomo possiede la chiave per farsi progressivamente strada in altri stati di coscienza e acquisire nuovi poteri. L'unico modo che abbiamo per capire cosa e’ il ricordo di sé e’ fare degli esercizi; esso non può essere compreso attraverso una spiegazione intellettuale come un qualunque altro concetto. Si può conoscere la meccanicità solo cercando di contrastarla: se noi siamo nati in catene, se siamo nati in una prigione, fino a quando non proviamo a uscire e ci accorgiamo che e’ difficilissimo, non abbiamo alcuno strumento per capire di essere nati dentro un carcere. Fino a quando stiamo zitti e buoni dentro la nostra prigione tutto fila liscio, solo quando tentiamo di superare il muro perimetrale e non ci riusciamo comprendiamo che non siamo liberi e non lo siamo mai stati.
    Attraverso il persistente sforzo teso al ricordo di sé si produce una trasmutazione alchemica che consente di costruire il « corpo dell'anima », o « corpo di gloria », e di trasferire in esso la nostra coscienza. Tale corpo – e il Sé a esso legato – sopravvive alla morte del nostro corpo fisico. Stiamo quindi parlando di « immortalità ».
    L'uomo nel « corpo di gloria » è immortale ma non ha ancora portato a compimento la Grande Opera. È infatti possibile raggiungere l'immortalità’ assoluta e, soprattutto, l’immortalità “della carne”.
    Ma è necessario procedere per gradi. Il nostro primo obiettivo consiste nel lavorare alla fabbricazione del corpo dell'anima e al trasferimento della coscienza dalla mente al Cuore, il Sé. Ciò si ottiene grazie ai ripetuti sforzi tesi verso l'osservazione di sé e il ricordo di sé, il controllo dell'immaginazione negativa e, soprattutto, grazie alla trasmutazione delle emozioni negative in emozioni superiori (le emozioni del Cuore).
    Tuttavia è bene sottolineare che praticando tali sforzi non ci stiamo limitando ad agire soltanto per il « corpo di gloria », poiché stiamo anche lavorando alla fissazione dei corpi “inferiori”: l'astrale (o emotivo) e il mentale, che nell'uomo ordinario non sono interamente sviluppati. La fissazione completa di tali corpi consente di ottenere poteri sovra normali.

    La pratica del ricordo di sé

    1° – Una mattina ci alziamo e prendiamo una decisione risoluta: “Oggi, mentre sono in ufficio, voglio ricordarmi di me tutte le volte che giro la maniglia di una porta per aprirla.” Questo significa che ogni volta in cui stiamo aprendo una porta dobbiamo essere presenti e pensare: “Ecco, sono presente, sono cosciente di stare aprendo questa porta.”
    Tornati a casa, oppure alla sera prima di andare a dormire, analizziamo la giornata e verifichiamo quante volte siamo riusciti a ricordarci di noi aprendo una porta. Se aprendo una porta non ci siamo mai fermati a pensare: “Ecco, ora ci sono, sono presente, sto aprendo la porta”, allora non ci siamo mai ricordati di noi. Abbiamo aperto le porte nell'inconsapevolezza più totale, cioè nello stesso stato in cui abbiamo compiuto tutte le altre azioni nel corso della giornata.
    All'inizio probabilmente non ci ricorderemo mai, o addirittura non ci ricorderemo nemmeno di analizzare la giornata alla sera per verificare se qualche volta siamo stati presenti durante il giorno. Ma se tutte le mattine per giorni e giorni ci riproponiamo di farlo, la situazione presto migliorerà. E' importante ribadire che un uomo risvegliato vive permanentemente in quello stato di ricordo di sé che noi fatichiamo a riprodurre solo per qualche istante nella nostra giornata. Essere svegli significa, tra le altre cose, anche questo: ricordarsi continuamente di essere presenti.
    Aprire le porte con consapevolezza rappresenta un esercizio efficace perché ci si costringe a restare presenti in un momento in cui è difficile esserlo, poiché stiamo passando da un ambiente a un altro. Questo è solo un esempio e le varianti adottabili sono molteplici. Possiamo fare sforzi per ricordarci di noi tutte le volte che:
    – apriamo la portiera di un'auto per salire o scendere,
    – saliamo o scendiamo da un autobus,
    – ci alziamo da una sedia o ci sediamo,
    – squilla un telefono (sia nostro che di altri),
    – portiamo il bicchiere alla bocca per bere qualcosa,
    – azioniamo la freccia alla guida dell'auto,
    …e così via.
    Nei primi tempi sarebbe bene non mischiare i differenti esercizi: è meglio concentrarsi per un’intera settimana su un unico esercizio e poi cambiare. Sette giorni è il periodo ideale. Dopo sette settimane si conclude un ciclo e se ne può cominciare uno successivo, mantenendo gli stessi esercizi oppure sostituendone qualcuno. Le varianti possiamo anche inventarle noi: scegliamo una qualunque azione e ci imponiamo di ricordarci di noi tutte le volte che la svolgiamo, tenendo conto del fatto che l'esercizio serve solo fino a quando ci costringe a compiere uno sforzo; quando ci abituiamo perde la sua efficacia e si deve passare a un altro.
    Non facciamo esercizi per ottenere risultati, i risultati non contano nulla, il risveglio non e’ altro che un costante tendere verso il risveglio, pertanto il nostro obiettivo è restare sempre in uno stato di sforzo verso il risveglio, e non raggiungere il traguardo di ricordarci di noi, né un qualunque altro traguardo. La trasmutazione alchemica si produce a causa dello sforzo, non del risultato. Il lavoro alchemico è un salto nel vuoto, è l'accettazione della propria eternità. Ma a questo stadio è difficile comprendere tale affermazione.

    2° – Gli esercizi di 'ricordo di sé prolungato' sono molto differenti dai precedenti: non si tratta infatti di ricordarsi di sé per un istante in corrispondenza di azioni distribuite lungo la giornata, e che possono anche giungere all'improvviso (non possiamo infatti sapere quando squillerà il telefono o in quale momento ci alzeremo dalla sedia), si tratta invece di ricordarsi di sé più a lungo che si può durante lo svolgimento di un'azione prolungata nel tempo. Un esercizio classico è il ricordo di sé mentre laviamo i piatti; ma anche mentre spazziamo il pavimento, scendiamo le scale, ci laviamo i denti, ci facciamo la barba, ci depiliamo, mangiamo un panino, facciamo la doccia, oppure nel tragitto fra l’automobile parcheggiata e il posto di lavoro, o fra casa nostra e la fermata dell’autobus… Ogni attività che abbia una durata non eccessiva può essere utilizzata come esercizio.

    Si tratta di fermare il lavorio della mente, il dialogo interiore della mente, tutte le volte che ci ricordiamo, e sforzarci poi di rimanere presenti più a lungo possibile prima di ricadere nell'identificazione con i pensieri e le immagini della mente. Dobbiamo concentrarci su quello che stiamo facendo rimanendo coscienti di noi, senza divagare con il pensiero lasciando che il corpo fisico esegua il lavoro da solo meccanicamente. Il corpo fisico sa lavare benissimo i piatti, anche se intanto la mente pensa all'ultimo film che ha visto, ma lo scopo dell'esercizio e’ che TUTTO L'ESSERE lavi i piatti, non solo un corpo; dobbiamo rimanere pienamente coscienti di ciò che facciamo come se il corpo senza il nostro aiuto cosciente non potesse farlo. Mentre il corpo lava i piatti la mente deve essere lì con lui, e non vagare per associazioni di pensiero come e’ abituata a fare.
    Negli istanti in cui riusciamo a essere presenti sappiamo già che a breve ripiomberemo nel sonno e ci identificheremo con il contenuto della mente sognando a occhi aperti, immaginando situazioni e dialoghi assortiti… ma per ora siamo schiavi e non possiamo evitarlo, non abbiamo sufficiente volontà per evitarlo, possiamo solo sforzarci di tornare in noi appena ce ne ricordiamo e prolungare questo stato di presenza finché ci e’ possibile. Noteremo presto che questi esercizi sono quindi un continuo andare e venire da uno stato di presenza a uno di assenza. Una continua lotta per rimanere desti. E la lotta contro la meccanicità e’ ciò che ci serve per provocare la « cottura alchemica ».
    Anche per questa pratica vale la regola dei sette giorni e delle sette settimane. I due diversi generi di esercizi possono essere alternati di settimana in settimana, in modo che dopo quattordici settimane abbiamo completato un ciclo di sette esercizi diversi per ognuno dei due tipi.

    Praticando gli esercizi ci si accorge che il ricordo di sé implica il verificarsi di un particolare fenomeno detto « attenzione divisa », cioè la capacità di prestare attenzione a ciò che si sta facendo e contemporaneamente a sé stessi. L'attenzione prende così due direzioni: una verso l'esterno e una verso l'interno. Nel corso della vita normale invece l'attenzione e’ monodirezionale, cioè la coscienza e’ interamente persa nell'evento esterno. Se una persona ci sta parlando noi siamo concentrati su di lei, la nostra coscienza e’ interamente PERSA in lei, annullata nell'avvenimento esterno. Quando ci si sforza di rimanere presenti ci si accorge che e’ possibile parlare con una persona prestando attenzione a quanto dice, e contemporaneamente ricordarsi di sé. Si può cioè tenere una parte dell'attenzione sempre rivolta verso l'interno.
    Questo sforzo fa sì che dentro di noi si strutturi il corpo dell'anima – che sopravvive alla morte del corpo fisico – e che il nostro centro di consapevolezza si sposti in esso. Accade che noi diveniamo progressivamente l'entità’ che osserva l’apparato psicofisico al lavoro, e non si identifica più interamente con esso, non si annulla più in esso. Questa entità e’ la coscienza extracerebrale, ciò che in oriente viene definito il « testimone », l'osservatore imparziale. Il nostro non identificarci dalla macchina biologica, il rimanere presenti come osservatori mentre il corpo e la mente fanno qualcosa, fa sì che creiamo un nuovo corpo da abitare e simultaneamente ci identifichiamo con esso. I due processi vanno di pari passo.
    Se mentre camminiamo per strada ci proponiamo fermamente di rimanere « svegli » fino all’incrocio successivo, ma dopo qualche minuto sorprendiamo la nostra mente a fantasticare sopra gli argomenti più svariati, allora ancora una volta ci siamo ‘dimenticati di noi’… ci siamo ‘addormentati’.
    Non abbiamo il controllo della nostra mente! Non abbiamo il controllo delle nostre emozioni! Non viviamo la vita che scegliamo noi, ma solo quella della nostra macchina biologica.
    A questo punto l’assenza di libero arbitrio diviene per noi un fatto indubitabile. Non dobbiamo affidarci alle teorie di qualche filosofo per decidere se l’uomo possiede oppure no una libera volontà. Lo possiamo sperimentare sulla nostra pelle!
    Ma fino a quando non vengono attuate nella pratica, queste rimangono solo parole prive di utilità!

    Il ricordo di sé
    ( parte II )

    Ricordati di te stesso, idiota!
    (Gurdjieff, nascosto dietro le quinte, a Orage che sta parlando sul palco)

    esercizi più avanzati
    Dopo aver acquisito dimestichezza con gli esercizi precedenti, si possono fare tentativi con esercizi che richiedono maggiore impegno. Ad esempio, molti trovano più difficile ricordarsi di sé quando sono in compagnia di altre persone. Fino a quando svolgono gli esercizi in solitudine riescono a mantenere una sufficiente concentrazione su sé stessi, ma nel momento in cui devono prestare attenzione a ciò che fa o dice un'altra persona piombano nel sonno più completo.

    Facciamo un esempio. Quando laviamo i piatti di norma non occorre un notevole grado di concentrazione, questa e’ infatti un'attività’ prevalentemente meccanica, il corpo la compie quasi da solo, tanto che la maggior parte del tempo possiamo permetterci di pensare a tutt'altro fantasticando con la mente. Un po' come accade quando si guida su un'autostrada senza traffico: si può pensare ad altro o parlare con il passeggero, eppure la parte più meccanica del nostro cervello continua a guidare senza problemi.

    Se vogliamo svolgere l'esercizio di ricordo di sé mentre stiamo lavando i piatti dobbiamo portare l'attenzione su di noi oltre che sulle consuete azioni necessarie a lavare i piatti ( attenzione divisa ). Dal momento che tali azioni non ci impegnano mentalmente o emotivamente, ma solo fisicamente, l'esercizio risulterà relativamente (relativamente alla dimestichezza che abbiamo acquisito con tali esercizi) semplice. Dovremo infatti impiegare molte energie per dirigere l'attenzione verso l'interno, ma relativamente poche per fare sì che il nostro corpo continui a lavare i piatti.
    Se invece stiamo ascoltando una persona che parla siamo molto impegnati a livello mentale, e spesso lo siamo anche a livello emotivo. Se poi siamo noi a parlare, l'impegno e’ totale. In tali frangenti dividere l'attenzione fra esterno e interno diventa complesso. Sarà sufficiente provare per accorgersi di quanto sia difficile. Se mentre il nostro interlocutore parla noi ci sforziamo di ricordarci di noi, inevitabilmente perdiamo alcuni frammenti del suo discorso. Se la paura di perdere parte di ciò che sta dicendo l'altro e’ molta, saremo costretti a smettere di fare sforzi per il ricordo e farci assorbire completamente da ciò che dice
    (identificarci).
    L'unico modo per migliorare consiste nel provare e riprovare instancabilmente, magari cominciando con i dialoghi al telefono – giacché la presenza fisica dell'interlocutore e’ fonte di ulteriore disturbo per il ricordo di sé. Se possiamo guardare in faccia l'altra persona, e lei può guardare noi, siamo molto più coinvolti e identificati con la situazione che si sta svolgendo, mentre al telefono il numero di sensi interessati all'esperienza e’ minore.
    Provando ci accorgeremo che nel momento in cui la mente deve comprendere il significato delle parole dell'altro, o deve pensare alla risposta da dare, perde la capacità ricordarsi di sé. O fa una cosa, o fa l'altra: non siamo abituati a dividere l'attenzione perché siamo sempre vissuti nell'identificazione completa con la nostra mente. Nessuno ci ha mai detto che possiamo essere un''entità’ esterna' che osserva la mente al lavoro.
    Riusciamo a osservare il corpo che lava i piatti, ma ci e’ difficile osservare la mente mentre compie un ragionamento. Nell'istante in cui la mente deve pensare alle prossime parole da dire, la nostra coscienza, che magari fino a un attimo prima era riuscita a restare presente, e quindi divisa, si reidentifica al cento per cento con la mente pensante.
    Questo e’ dovuto al fatto che noi possediamo ancora uno scarso controllo sulla nostra mente e sulle nostre emozioni, mentre ne abbiamo uno molto maggiore sul corpo fisico. Controllo e identificazione sono inversamente proporzionali: meno siamo identificati – cioè meno siamo coinvolti – con qualcosa, più ne abbiamo il controllo.

    Un buon esercizio in preparazione al ricordo si sé in compagnia di altre persone può essere fatto mentre si guarda la televisione. In questo caso si e’ meno coinvolti perché ci si esercita in solitudine, ma allo stesso tempo si lavora sulla disidentificazione dalla mente, cioè sul ricordarsi di sé mentre la mente segue i dialoghi di un film o di una qualsiasi trasmissione. All'inizio non e’ semplice nemmeno questo, ma in ogni caso e’ preferibile cominciare a compiere questo genere di sforzi davanti alla tv, uno strumento con il quale non dobbiamo interagire in maniera attiva, che buttarsi subito nel mezzo di una conversazione dove il coinvolgimento e’ decisamente maggiore e il ricordo di sé diviene un'impresa titanica.

    Altra possibilità e’ di sforzarsi di ricordarsi di sé mentre si legge. Ci si accorgerà presto che nei momenti in cui si porta l'attenzione verso l'interno si perde il significato di ciò che si sta leggendo. Più precisamente: una parte di noi e’ ancora capace di svolgere una funzione automatica di lettura, ma la mente che deve comprendere il significato non riesce a lavorare in due direzioni contemporaneamente: o si ricorda di sé, o afferra il significato. E' consigliabile esercitarsi inizialmente con letture poco impegnative dal punto di vista del significato.

    Ricordarsi di sé ogni volta che si inizia a parlare a qualcuno costituisce un altro buon esercizio. Appartiene alla prima categoria di esercizi. Il momento in cui parleremo ci coglierà sempre di sorpresa. Sul lavoro qualcuno ci farà una domanda e la risposta uscirà da noi meccanicamente. Solo al termine della conversazione ci accorgeremo di non esserci ricordati di noi quando abbiamo pronunciato le prime parole.
    E' interessante analizzare cosa accade in questo caso. Per esempio, decidiamo fermamente che ci ricorderemo di noi tutte le volte che rivolgeremo la parola a qualcuno durante le prossime tre ore. Non dobbiamo ricordarci di noi durante l'intera conversazione, il che costituirebbe già il passo successivo, ma solo al momento di pronunciare le prime parole. Nonostante il nostro fermo proposito, quando qualcuno ci interpellerà, le parole usciranno dalla nostra bocca come se fossero attirate dalle parole del nostro interlocutore, come se fossero una conseguenza inevitabile delle sue parole. Ciò dimostra che la nostra risposta in realtà non e’ mai pensata, ma e’ solo frutto di una reazione meccanica alla domanda dell'altro, o all'evento che abbiamo commentato.
    Il nostro parlare e’ sempre una reazione meccanica all'avvenimento esterno, perché noi, come coscienza, veniamo bypassati dalla nostra mente. La coscienza osservatrice ( il testimone ) e la mente razionale sono due cose completamente diverse. Non riusciamo a frenare la reazione meccanica della nostra mente, non ci ricordiamo nemmeno di farlo, perché il nostro parlare e’ un meccanismo che funziona nello stesso modo da decenni, e tutti intorno a noi ne sono ugualmente schiavi, pertanto non abbiamo un valido metro di paragone. Notiamo un evento esterno e reagiamo meccanicamente, pensando o parlando senza aver realmente pensato in maniera cosciente, cioè con tutto il nostro essere in stato di presenza.
    Possiamo veramente accorgerci che i nostri pensieri e le nostre parole sono meccanici – cioè reazioni meccaniche a stimoli sensoriali esterni – solo quando proviamo a fermarli coscientemente attraverso questi esercizi. Altrimenti questa rimane una teoria come tante.
    Le conseguenze del parlare in stato di sonno anziché in stato di ricordo di sé sono sotto i nostri occhi tutti i giorni: i rapporti sociali su questo pianeta sono semplicemente disastrosi; e si va dal rapporto di coppia ai rapporti internazionali fra gli stati.

    Un altro buon esercizio consiste nel pensare “Io sono” non meno di una volta ogni ora, per tutto il giorno. Questo serve a permeare di ricordo di sé l’intera giornata.
    Ricordarsi di sé ogni volta che si pronuncia la parola “Io” costituisce un esercizio molto avanzato e difficile da mettere in pratica. Pur tuttavia a un certo grado del cammino sarà possibile eseguirlo e la sua efficacia è assicurata.
    Anche mentre si mangia ci si può ricordare di sé. L’esercizio consiste nel rimanere presenti dal momento in cui si porta il cibo alla bocca a quando si inghiotte il boccone. Portare la propria attenzione sulla masticazione condiziona in maniera notevole l’assimilazione delle sostanze nutritive da parte dell’organismo; la presenza fa sì che cogliamo con maggiore profondità i sapori, estraiamo molta più energia dagli alimenti e di conseguenza percepiamo molto prima il senso di sazietà.
    Ricordarsi di sé mentre si mangia spesso risulta difficoltoso per la presenza di altre persone che ci rivolgono la parola. In tal caso la buona regola di “non parlare con la bocca piena” può venirci in aiuto per consentirci di svolgere il nostro esercizio prima di dover rispondere a qualcuno.
    Un contributo al ricordo di sé viene dato dallo sforzo di compiere delle semplici operazioni invertendo il lato con cui si compie l’azione. Per esempio, possiamo sforzarci di mangiare per una settimana con la mano sinistra invece che con la destra (o viceversa per chi è mancino) portando il cibo alla bocca con la mano sinistra e tagliando il pane con la mano sinistra. Lavarsi i denti, farsi la barba o depilarsi con la sinistra è un altro buon metodo per costringersi a rimanere presenti durante queste attività.

    All'interno di una scuola esoterica e’ possibile esercitarsi fra allievi, e questa e’ in effetti la soluzione migliore. E' infatti più semplice ricordarsi di sé mentre si ascolta o si parla con qualcuno che sappiamo si sta a sua volta sforzando di ricordarsi di sé. Questo permette di acquisire una certa sicurezza 'in famiglia', e sarà poi meno complicato fare sforzi quando ci si sposta all'esterno della scuola.

    Concentrare lo sforzo
    Un’importante raccomandazione e’ necessaria: concentrare tutto lo sforzo durante il tempo che si e’ deciso di dedicare all'esercizio e non cercare di ricordarsi di sé anche al di fuori di questo tempo. Per quanto riguarda la prima serie di esercizi, se ad esempio decidiamo di ricordarci di noi tutte le volte che ci alziamo da una sedia, dobbiamo decidere in anticipo per quanto tempo fare sforzi in questa direzione.
    Possiamo farlo per tutta la mattina, o durante le ore di lavoro in ufficio, o solo nel percorso dall'ufficio a casa, o esclusivamente dal momento in cui varchiamo la soglia di casa fino all'ora di cena, oppure possiamo decidere di fare sforzi per le prossime due ore indipendentemente da dove ci troveremo.
    E' importante stabilire un limite di inizio e fine. Non e’ di alcuna utilità fare sforzi indiscriminati per tutto il giorno, perché si perde in capacità di concentrazione e l'esercizio non risulta altrettanto efficace. A meno che non si stiano praticando esercizi che per la loro natura richiedono un'estensione illimitata (ad es. l'esercizio dell'”Io sono”).

    Per quanto concerne gli esercizi di 'ricordo di sé prolungato' vale lo stesso principio. Se decidiamo di ricordarci di noi mentre spazziamo il pavimento non dobbiamo fare alcun tentativo nella prima ne’ dopo. Se decidiamo di farlo per il tempo in cui viaggiamo sull'autobus, dal momento in cui scendiamo dobbiamo interrompere gli sforzi.
    Tuttavia nel breve tempo in cui decidiamo di concentrare gli sforzi tutta la nostra energia deve essere veicolata in quel tentativo. Se decidiamo di compiere sforzi per due ore, dobbiamo considerare quelle due ore come le ultime due ore della nostra vita. Sprecheremmo le nostre ultime due ore di vita per vagare con l'immaginazione da un pensiero all'altro senza alcuno scopo?
    Qualunque cosa succeda in quelle due ore noi ci ricorderemo di noi stessi! Questo deve essere l'atteggiamento. Sforzi prolungati per troppe ore lungo la giornata non portano a nulla. Sforzi concentrati ma potenti portano inevitabilmente al risveglio.
    Approdare a un nuovo stato di coscienza significa anche entrare consapevolmente in una nuova dimensione: la quarta dimensione. Questa dimensione e’ stata esaurientemente descritta da poeti, scrittori e chiaroveggenti, e la letteratura in merito e’ vastissima (si vedano Arthur E. Powell e P.D. Ouspensky fra tutti). Penetrare in questa dimensione e’ come conquistare una fortezza nemica: dobbiamo organizzare dei raid mirati e potenti. Non possiamo combattere tutto il giorno con tutte le nostre truppe, perché ci esporremmo eccessivamente al fuoco nemico e dopo una settimana saremmo esausti. Attacchi di poche ore, ma portati regolarmente tutti i giorni, prima o poi ci consentiranno inevitabilmente di aprire una breccia nel muro nemico. Una volta aperta una breccia nella quarta dimensione, sarà più semplice penetrarvi le volte successive.

    Il ricordo di sé
    ( parte III )

    vedere il sonno
    Un risultato importante che si ottiene dagli esercizi di ricordo e’ di toccare con mano il proprio stato ipnotico. Possiamo comprendere che se siamo svegli solo nei momenti in cui ci sforziamo di ricordarcelo, allora dormiamo e viviamo come burattini per tutto il resto della giornata. Prendiamo decisioni nel sonno, lavoriamo nel sonno, studiamo nel sonno, facciamo l'amore nel sonno, intratteniamo i rapporti umani nel sonno.
    Praticando gli esercizi, dopo un po’ di tempo, ci ricorderemo di noi – cioè saremo coscientemente presenti – anche al di fuori dei momenti stabiliti per l'esercizio. Magari camminando per strada improvvisamente ci ricorderemo di noi (“Ecco, sono presente, cammino e mi ricordo di me, non sto vagando fra i pensieri come il solito”), senza averlo prestabilito e senza aver fatto uno sforzo. In tal caso potremo approfittare della situazione mantenendo quello stato di presenza più a lungo possibile prima di ricadere nel sonno, ma, come detto in precedenza, non si devono fare sforzi al di fuori dello spazio riservato agli esercizi.

    Nei momenti di ricordo, osservandoci con attenzione, possiamo cogliere la differenza fra lo stato di coscienza in cui ci ricordiamo di noi e lo stato in cui eravamo un attimo prima, quando non ci ricordavamo e stavamo dormendo. E' indispensabile portare avanti questo lavoro sul cogliere la differenza fra i due stati di coscienza. Dovremmo farlo ogni volta che ci e’ possibile, cioè ogni volta che ce ne ricordiamo.
    Se stiamo scendendo dall'autobus e ci ricordiamo di noi per un istante, se riusciamo cioè a essere presenti e non compiamo nel sonno quell'azione (“Ecco, ci sono, sono presente e sto scendendo dall'autobus”), possiamo sforzarci di prolungare questo stato cogliendo la differenza tra come siamo adesso e come eravamo qualche minuto prima sull'autobus: “Cosa facevo? A cosa ho pensato per tutto il tempo del viaggio? Se io sono presente solo ora, allora chi pensava e chi compiva le azioni al mio posto fino a poco prima? Nel sonno avrei potuto picchiare qualcuno reagendo a un'offesa, avrei potuto decidere di cambiare lavoro, o avrei potuto invaghirmi di una persona e risolvermi in seguito di sposarla.”
    Vivere nel sonno e’ pericolosissimo, ma lo si può comprendere solo a un certo grado di risveglio. L'uomo comune, che non ha mai provato a svegliarsi, non può essere cosciente del pericolo derivante dal trascorrere la propria vita nel sonno. D'altronde le cronache quotidiane illustrano in maniera soddisfacente le conseguenze della vita nel sonno.
    Se, ad esempio, mentre mangiamo un panino proviamo a fare l'esercizio di ricordo prolungato, possiamo confrontare i momenti in cui siamo coscienti delle azioni che compiamo con quelli in cui invece mangiamo pensando a tutt'altro, e quindi in effetti non mangiamo nel vero senso del termine, perché il nostro corpo fisico mangia meccanicamente senza che noi ne siamo coscienti (“Adesso mangio e sono presente, porto il panino alla bocca e lo mordo, e ne sono cosciente. Ma un attimo prima dove ero mentre mangiavo? Perché la mia coscienza non era qui con me?”).
    Il risveglio consiste nello sforzo di ricordarsi di sé e nel successivo confronto fra i momenti di ricordo, di effettiva presenza, e i momenti precedenti di sonno, di assenza. Se riusciamo a sentire dentro di noi in modo EMOTIVO questa sottile ma enorme differenza allora abbiamo compreso la differenza fra un uomo che dorme e un uomo che cerca di svegliarsi. Questo significa toccare con mano il proprio stato ipnotico, e sovente qualcuno ne rimane sconvolto.

    volontà
    Il secondo scopo degli esercizi e’ sviluppare un certo grado di forza di volontà e di capacità di ricordo di sé indispensabili negli altri aspetti del lavoro su di sé. Quando lavoriamo sull'immaginazione negativa e sulle emozioni negative possiamo sfruttare le qualità che acquisiamo grazie al ricordo di sé.
    Rammentiamo che l'uomo addormentato non possiede vera forza di volontà, egli fa ciò che la vita gli permette di fare; questo può anche consentirgli di divenire casualmente un uomo colto e di successo, ma non di acquisire un reale potere sugli eventi circostanti. Il fatto che dobbiamo compiere degli sforzi immani per combattere la meccanicità dei nostri atti e ricordarci di noi, e’ la dimostrazione di questa nostra incapacità di volere. Pensiamo di essere liberi di volere perché decidiamo cosa ordinare al ristorante, mentre in realtà non decidiamo nemmeno quello, i nostri meccanismi inconsci decidono, e loro decidono in base alle informazioni presenti nell’ambiente. Fingiamo di volere, mentre ci lasciamo trascinare da forze più grandi di noi.
    La forza di volontà non e’ altro che la capacità di utilizzare l'energia. Gli esercizi sul ricordo aumentano la nostra capacità di disporre dell'energia. Quando cominciamo a svolgere questi esercizi per noi e’ un giorno storico, sacro, perché per la prima volta opponiamo resistenza cosciente alla meccanicità. Per la prima volta ci sforziamo di decidere qualcosa: “Voglio essere io a stabilire cosa pensare e quando pensarlo, voglio decidere io se arrabbiarmi o no, se avere paura o no. Non voglio più essere schiavo.” Un uomo nuovo sta nascendo in noi e ora vuole essere padrone in casa sua.
    Ogni singolo sforzo compiuto nel tentativo di svegliarsi provoca una TRASMUTAZIONE ALCHEMICA: durante questi tentativi di ricordo di sé si viene a creare un notevole attrito fra l'abitudine meccanica della nostra esistenza e il nostro voler diventare coscienti. Questo attrito genera « Fuoco », e questo Fuoco agisce sui nostri atomi per creare nuovi elementi più sottili che costituiranno il corpo dell'anima o « corpo di gloria ». Tale trasmutazione coinvolge anche lo sviluppo dei corpi emotivo (astrale) e mentale, con la conseguente acquisizione di siddhi, i poteri inerenti al mago: capacità di viaggiare in astrale, materializzare e smaterializzare oggetti, invocare ed evocare entità presenti sul piano astrale.
    Quel punto di luce che è l'anima comincia ad aggregare gli atomi per costruire il suo nuovo corpo e il nostro centro di consapevolezza inizia a spostarsi in quella direzione, il nostro Cuore comincia ad aprirsi. Il primo giorno in cui compiamo sforzi qualcosa cambia per sempre in noi. Ovviamente, se gli sforzi non proseguiranno, non accadrà nulla di tangibile, ma un seme e’ stato comunque gettato.

    difficoltà
    Quando si inizia la pratica di esercizi per il ricordo di sé si possono verificare due condizioni in particolare: si incontrano subito grosse difficoltà e non ci si ricorda nemmeno di fare gli esercizi, oppure si riesce molto bene per qualche giorno o settimana, ma poi si subisce un rapido calo di energia e si abbandona tutto. Entrambi i comportamenti sono perfettamente normali.
    Per qualcuno all'inizio sarà difficile persino il ricordarsi di stabilire al mattino appena sveglio in quali occasioni si sforzerà di ricordarsi di sé durante il giorno. E' necessario trovare la forza di volontà per eseguire almeno i passi iniziali. Il fatto che durante il giorno non riusciamo a essere presenti nemmeno una volta e’ perfettamente normale, ma se non ce lo imponiamo con forza non abbiamo speranza di migliorare. E' vitale non abbattersi in questa fase, per quanto possa durare a lungo, e ribadire ogni giorno il proprio desiderio di ricordarsi di sé.
    Teniamo a mente che lo scopo e’ sforzarsi, tendere verso, non raggiungere il risultato voluto. Paradossalmente l'esercizio funziona solo fino a quando non siamo in grado di farlo bene e ci sforziamo di farlo.
    Quando si riesce anche per una sola volta a essere presenti mentre si sta compiendo una delle azioni descritte negli esercizi, si deve assaporare quel momento cercando di prolungarlo: “Ecco, sono vivo, sono presente qui-e-ora, mi sto ricordando di me, sono in uno stato di coscienza diverso da quello in cui ero prima e diverso da quello in cui sarò fra qualche istante.” All'inizio il lavoro e’ soprattutto mentale, si e’ costretti a ripetersi frasi simili, in cui si afferma di essere presenti; con il tempo diventerà uno stato interiore: ci si sentirà presenti senza alcun bisogno di ripeterselo; poi diverrà un fatto emozionale (EMOZIONALE SUPERIORE), e solo questo sarà il vero ricordo di sé!

    Grazie al contatto con un sistema di pensiero nuovo e all'entusiasmo iniziale che ne deriva accade spesso che si riesca a svolgere anche più esercizi nella stessa giornata e che ci si accorga subito della differenza fra i momenti di presenza e quelli di sonno. Altrettanto spesso però accade che l'entusiasmo iniziale svanisca e si perda totalmente interesse per gli esercizi, se non addirittura per il lavoro su di sé in generale. I cali di energia devono essere previsti, perché sono ciclici e rispettano leggi ben precise su cui noi non abbiamo potere. Ma già il solo fatto di sapere che tali cali devono obbligatoriamente arrivare serve a non far precipitare l'individuo nell'abbattimento più completo.
    I cali devono avvenire perché così vogliono le leggi naturali. L'attenzione non va concentrata sul tentativo di evitarli, bensì sui metodi per uscirne velocemente grazie a nuove immissioni di energia: leggere un libro, vedere un film particolare, parlare con persone che sono anche loro impegnate nel lavoro, assistere a conferenze… La necessità di contrastare i cali ciclici di energia e’ forse il principale motivo per cui non e’ possibile lavorare da soli e a un certo punto e’ indispensabile trovare una scuola.

    Quando si intraprende la strada del risveglio e si decide di iniziare gli sforzi per ricordarsi di sé, accade di frequente che agli sguardi dei nostri conoscenti – paradossalmente – si appaia come più distratti e meno presenti. Ciò e’ normale e accade perché non siamo abituati allo stato di ricordo di sé, che e’ uno stato di attenzione divisa. Il fatto di dividere l'attenzione, all'inizio, e per un lungo periodo, impiega tutte le nostre energie, per cui succede spesso di dimenticare oggetti, di scordare gli appuntamenti, di girare nella via sbagliata, di non afferrare ciò che il nostro interlocutore sta dicendo. Sembriamo più assenti agli occhi degli altri proprio perché ci stiamo sforzando di fare qualcosa che non abbiamo mai fatto e nessuno fa mai: essere presente.
    Inoltre il risveglio ci modifica caratterialmente: tutto ciò che e’ superfluo nella nostra macchina biologica progressivamente scompare. Di conseguenza alcuni potranno trovarci meno interessanti, o più noiosi, o più seri. In realtà non stiamo diventando meno interessanti, e’ solo che disidentificandoci dalla macchina e identificandoci con l'anima, non rispecchiamo più le aspettative della società, la quale si fonda sulle caratteristiche della macchina biologica: l'essere al centro dell'attenzione, l'essere competitivi, il discutere con coinvolgimento degli argomenti futili più alla moda in un dato momento, esprimere inutili opinioni su qualunque avvenimento… e così via. D'altra parte diventeremo sempre più interessanti e riconoscibili agli occhi di chi ha intrapreso un percorso di risveglio come noi, o di chi possiede anche solo una visione più profonda dell'esistenza.

    economizzare l'energia
    L'uomo ha in sé la capacità di costruire un nuovo corpo che gli permette di cogliere la quarta dimensione, una realtà completamente diversa da quella che percepisce nelle condizioni ordinarie, ma per fare ciò ha bisogno di una quantità notevole di energia. All'inizio tale energia viene ricavata semplicemente dalla drastica riduzione degli sprechi. Un uomo infatti, possiede già nella sua macchina biologica l'energia necessaria a iniziare il lavoro su di sé, ma non ne può disporre perché la disperde continuamente in attività inutili e dannose.
    Il suo primo obiettivo deve essere quindi il risparmio di energia. Questo gli consentirà di disporre della quantità di energia necessaria a fare sforzi per il ricordo di sé. Gli sforzi per ricordare sé stesso necessitano di molta energia. Tali sforzi con il tempo produrranno episodi di reale ricordo di sé, e questi faranno affluire ulteriore energia da reimpiegarsi nel lavoro.
    Per risparmiare energia dobbiamo lottare contro le abitudini che ci costringono a disperderla. Sprechiamo energia provando emozioni negative di ogni sorta (quando siamo in ansia, quando ci arrabbiamo con qualcuno, quando siamo nervosi, quando siamo depressi, ecc), sprechiamo energia lasciandoci ossessionare dall'immaginazione negativa (pensiamo a episodi spiacevoli che potrebbero accadere a noi o ai nostri cari, costruiamo dialoghi immaginari nella nostra testa, alimentiamo inutili fantasie di ogni sorta, realizzabili o irrealizzabili, ecc) e sprechiamo energia utilizzando male il nostro corpo (nel compiere ogni movimento contraiamo molti più muscoli di quelli necessari, assumiamo posture sbagliate, ecc).

    Emozioni negative e immaginazione negativa verranno trattate nei successivi capitoli, mentre riguardo all'energia che viene sprecata a causa di un cattivo utilizzo del corpo accenneremo qualcosa subito.
    Ogni giorno disperdiamo una grande quantità di energia nella contrazione di muscoli che non sono interessati nel movimento che stiamo compiendo, oppure nella contrazione sproporzionata dei muscoli interessati in tale movimento. Ad esempio, nel semplice atto di piantare un chiodo in una parete contraiamo un inimmaginabile numero di muscoli che non dovrebbero venire coinvolti in quell'atto (muscoli del viso, delle spalle, delle gambe, ecc) e contraiamo sia i muscoli necessari sia quelli non necessari con un'intensità’ sufficiente a trainare il vagone di un treno!
    Le posture che assumiamo durante il giorno e il nostro modo di camminare sono scandalosamente antieconomici. In particolare la contrazione dei muscoli del viso, che non e’ quasi mai necessaria, accompagna tutte le nostre attività e causa una fuoriuscita continua di preziosa energia. Ci sono molte persone che vivono l'intera giornata con la fronte aggrottata, lo sguardo corrucciato o la mandibola serrata; tanti digrignano i denti anche di notte.
    Tutti viviamo con i muscoli del collo e delle spalle – il trapezio – perennemente contratti. Se in questo momento portate la vostra attenzione alle spalle e provate a rilassarle vi accorgete di averle tenute contratte, senza motivo, fino a ora.
    Rientra nell'opera di economizzazione dell'energia portare periodicamente durante la giornata la nostra attenzione sui muscoli del volto e cercare di rilassarli. Lo stesso deve essere fatto per il collo e le spalle. Ogni qualvolta ce ne ricordiamo la postura che abbiamo assunto in un dato momento – per parlare, per scrivere o per aspettare il bus – deve essere osservata scrupolosamente, mettendo l'accento sui muscoli che non dovrebbero essere contratti e invece – poiché non siamo consapevoli del nostro corpo e questo e’ quasi un estraneo per noi – lo sono.

    la gestione dell'energia
    Un ultimo appunto riguarda l'afflusso di energia che accompagna gli esercizi di ricordo di sé. Un uomo che decide di fare sforzi a lungo e in maniera intensa consuma molto energia, ma allo stesso tempo il frutto di questi sugli sforzi – il ricordo di sé – introduce energia e innalza la sua frequenza vibratoria. Se egli non e’ seguito da qualcuno che e’ più avanti di lui sul percorso del risveglio (e qui si ripresenta la necessità di lavorare all'interno di una scuola) non sa come utilizzare questa nuova energia, la quale, se non correttamente indirizzata, si riversa nella personalità ingigantendone le caratteristiche.
    L'individuo potrebbe andare incontro a maggiore irritabilità, nervosismo, mal di testa, crisi depressive, sbalzi d'umore, disarmonia nella capacità decisionale (scelte improvvise condotte in maniera irrazionale). E' dunque necessario che chi svolge tali esercizi si tenga sotto costante osservazione, diventi lo spettatore e l'analizzatore di sé stesso, dei suoi pensieri e delle sue emozioni, in modo da accorgersi di quando il suo carattere inizia a manifestarsi con toni esasperati. Quando si rilevano tali disarmonie e’ consigliabile interrompere ogni esercizio e concentrarsi esclusivamente sugli altri aspetti del lavoro di risveglio: osservazione delle emozioni negative e controllo dell'immaginazione negativa.

    Testo tratto dal sito:OfficinaAlkemica


    #42764

    meskalito
    Partecipante

    E' molto bello essere consapevoli di Se Stessi,non mi ricordo con che libro fui spinto a questa pratica…..forse Castaneda,i suoi sono stati i miei primi libri sulla metafisica.

    Come fà notare Lipton in media nella giornata si utilizza per il 5% del tempo attivamente la mente conscia,per il resto si và in modalità automatica :hihi:

    Confermo anche l'aumentata energia derivante da questa (fondamentale) pratica.


    #42765

    deg
    Partecipante

    Grazie Karonte. 🙂

    Approfitto per segnalare che inserendo “Salvatore Brizzi” o soltanto “Brizzi” come parola chiave nella sezione “trova un articolo” si possono trovare tantissimi argomenti su questa tematica.


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