la globalizzazione ci ha portato a questa crisi. Che fare?

Home Forum L’AGORA la globalizzazione ci ha portato a questa crisi. Che fare?

Questo argomento contiene 7 risposte, ha 7 partecipanti, ed è stato aggiornato da  paolodegregorio 6 anni, 3 mesi fa.

Stai vedendo 8 articoli - dal 1 a 8 (di 8 totali)
  • Autore
    Articoli
  • #141024

    paolodegregorio
    Partecipante

    -la globalizzazione ci ha portato a questa crisi. Che fare?-
    di Paolo De Gregorio, 17 marzo 2012

    Paolo Flores d’Arcais scrive sull’editoriale del 16 marzo su “il Fatto Quotidiano”: “dunque una o più liste di società civile le cui forme di sinergia con i partiti di centro-sinistra dipenderanno dalla legge elettorale”.
    Qui evidentemente l’eterno intellettuale della “sinistra” parla del nulla assoluto.
    Le liste di “società civile”, se si eccettua il Movimento 5 stelle (che peraltro vuole andare da solo), non esistono in forma organizzata, non c’è in giro un programma politico antagonista capace di coalizzare i mille rivoli di persone che non ne vogliono più sapere di tutti i partiti esistenti. Quanto alla legge elettorale, rimarrà la “porcata” o si farà una nuova legge che mantenga al potere PDL, PD e terzo polo.

    Rimango allibito, ancor di più, sentendo un dirigente della sinistra alternativa che parla a vanvera di una possibile sinergia elettorale con il centro-sinistra di cui ancora non si conosce la composizione, e dunque non vi è un programma-manifesto al quale aderire, mentre la cosa più probabile è che il blocco di potere che oggi tiene in piedi il governo Monti (PDL, PD, terzo polo), prosegua questa esperienza anche nella prossima legislatura.
    Perché invece di queste astrazioni filosofiche non ci si occupa di obiettivi possibili, unificanti, cercando di parlare a quel 96% del popolo italiano a cui tutti i partiti presenti oggi in Parlamento fanno schifo perché sono pieni di ladri, di ignoranti, di politicanti a vita gonfi di privilegi e subalterni al potere economico e finanziario?

    La nostra crisi è in gran parte dovuta al non governo degli ultimi 30 anni, periodo in cui si è ottenuto il consenso politico dilapidando il denaro pubblico, accumulando un debito costosissimo in termini di interessi da pagare, e favorendo una evasione fiscale enorme che ha impedito di contare su risorse per economia,cultura, ricerca, ambiente.
    Il nostro declino economico, etico, culturale, ha un responsabile: il non governo-politico, che ha lasciato tutte le decisioni che contano al liberismo, alla globalizzazione, alla finanza internazionale, alla Nato che ci ha coinvolto in costosissime avventure militari da cui non abbiamo tratto alcun vantaggio.

    Dobbiamo cominciare, laicamente senza ideologie, ad occuparci di unificare tutti i movimenti antagonisti con obiettivi possibili, urgenti, di salute pubblica, poiché da tempo non viviamo più in democrazia e le decisioni le prendono i capitalisti, le banche, e noi cittadini non abbiamo più neppure il piacere di scegliere le persone da mandare in Parlamento.
    La questione più urgente è riconoscere la natura della crisi e mettere un punto fermo:
    è la globalizzazione con le sue logiche che ci ha buttato addosso la speculazione finanziaria dei sub-prime e dei derivati, gentilmente esportata dagli USA, la delocalizzazione di migliaia di imprese italiane in aree con manodopera a basso costo, la conquista da parte dei paesi emergenti (Cina, India, Brasile, ecc.) di interi settori di mercato che producono e vendono merci a costi con cui non è possibile competere e le enormi spese per interventi militari solo a vantaggio degli USA.

    La globalizzazione conviene ed è stata già vinta da quei paesi che hanno grandi multinazionali, materie prime, manodopera a basso costo, potenza militare. Noi non possediamo nulla di questo e per noi, se non ci svincoliamo da questa trappola, vi è solo il declino.
    Appare banale e velleitario il “mantra”, di governo e opposizione, che sanno solo ripetere che è necessaria la “crescita”, in una situazione di recessione strutturale sistemica, in cui è più facile che si perdano altri mercati piuttosto che conquistarne di nuovi. Tra l’altro non possiamo nemmeno parlare di ricerca e di settori avanzati, di nuovi materiali e nuova tecnologia, poiché sono ormai anni che si tagliano i fondi per la ricerca e i nostri migliori cervelli vanno a soccorrere economie vincenti.

    Se continuiamo così, non affrontando il tema “uscita dalla globalizzazione, dall’euro e dal debito (quasi 2.000 miliardi di euro)”, secondo me non c’è futuro possibile. Appaiono sempre più ridicoli e fuori contesto i tentativi governativi e confindustriali di togliere diritti ai lavoratori con la complicità dei sindacati (Fiom esclusa) sostenendo che ciò ci porterà fuori dalla crisi.

    Ecco cosa ci può portare verso uno sviluppo sostenibile, mettendo in campo una strategia in cui una buona politica sia in grado di governare con il sostegno dei cittadini:
    -puntare ad un piano industriale moderno con l’obiettivo di rendere il nostro paese, che dipende dall’estero per l’80% dell’energia e il 60% dei prodotti alimentari, indipendente energeticamente e alimentarmene.
    Oggi basterebbe una crisi petrolifera, per uno scontro negli stretti di Ormuz o per una interruzione sulla linea del gas russo, che in pochi giorni saremmo alla fame, al freddo e al buio.

    Con un piano straordinario, trentennale, che preveda: il risparmio energetico e la solarizzazione di ogni capannone, ogni attività agricola, ogni tetto di case singole, progettando, costruendo, installando in Italia sistemi fotovoltaici, geotermici, solare termico, piccoli rotori eolici, e proteggendo questa attività industriale con divieti di importazione, è possibile creare milioni di posti di lavoro, forte riduzione dell’inquinamento e, abbinando il fotovoltaico alla produzione di idrogeno per autotrazione, è possibile pensare a un trasporto su gomma totalmente pulito.

    Questa strategia richiede una forte mano pubblica che comprenda una nuova funzione della Banca d’Italia che deve diventare finanziatrice dei privati che si vogliono gettare sul terreno dell’autonomia energetica, e una iniziativa di Università ed istituti di ricerca per preparare ingegneri e strumenti all’avanguardia perché i margini per migliorare il rendimento di pannelli, rotori e captazione dell’idrogeno sono ancora molto alti.

    In agricoltura, se si vuole arrivare all’autosufficienza nazionale, è ovvio pensare a centinaia di migliaia di persone che tornano nelle campagne, che però possono essere aiutate in questa scelta se viene incentivata una “fattoria solare” che trae una parte del suo reddito come produttrice di energia pulita. Energia con cui si cucina, ci si scalda, si alimentano elettrodomestici domestici, accanto alle normali produzioni agricole.
    Niente a che fare con l’antica povertà ed isolamento delle campagne a cui fu preferita la schiavitù salariata della rivoluzione industriale.
    Paolo De Gregorio


    #141026
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    non è stata una globalizzazione, ma una guerra per il dominio mondiale tramite la finanza e l'economia deviate, una scalata per ottenere il monopolio anche in vista della crescita delle economie “emergenti”
    http://books.google.it/books?id=X-1GOn0G7E4C&printsec=frontcover&dq=giulio+tremonti&hl=it&sa=X&ei=q8NlT8PlE4WBOvzxjPAH&ved=0CDIQ6AEwAA#v=onepage&q=giulio%20tremonti&f=false

    ——–
    http://www.gsb.stanford.edu/news/headlines/vftt_wolfensohn.html

    Spostamento di potere in arrivo, dice Wolfensohn ex presidente della banca del mondo
    Nei prossimi 40 anni vedremo uno spostamento di potere in cui le economie principali passerano dall'80% della ricchezza al 35% dice John Wolfensohn, ex presidente della banca del mondo. Per il 2030 due terzi della classe media del mondo sarà cinese

    Gennaio 2010

    Presso l'Università di Stanford- James Wolfensohn parla di bilanciamento. L'ex presidente della banca del mondo si è presentato dicendo di essere felice per poter spendere ora tempo e denaro nel “bilanciamento tra attivita di lavoro e tempo libero”. Ha consigliato agli studenti di arricchire la loro vita come il loro lavoro.
    “Questo aspetto della dualita è la cosa che ha dato significato alla mia vita” ha detto.
    Però il bilanciamento di potere nel mondo è cio in cui Wolfensohn ha speso la maggior parte del suo discorso. Avverra un enorme spostamento di potere nei prossimi 40 anni che ridurra l'influenza dei paesi piu ricchi. Con la crescita di popolazione e gdp in paesi come Cina e India, loro assumeranno un ruolo maggiore in relazione a Stati Uniti ed Europa. I paesi sviluppati avranno il 35% delle entrate rispetto all'attuale 80%. “Ci sara uno spostamento monumentale di potere economico. Non è una cosa moderata, ma un cambiamento fondamentale nell'equilibrio de mondo”.

    Per il 2030 due terzi della classe media mondiale sara cinese. “Non sono cose banali, sono cambiamenti tettonici nel funzionamento del mondo. Nella mia generazione non abbiamo dovuto pensarci, sapevamo di essere i ricchi”.
    Oggi gli studenti devono confrontarsi con un nuovo mondo in cui l'Africa non è piu continente isolato ma il mercato piu rapido dei cellulari.
    Sempre piu studenti dalla cina e dall'india vanno negli USA per studiare, invece che il contrario. Nel 2007 11200 americani hanno studiato in cina. Questo anno piu di 110000 Cinesi hanno studiato negli USA

    “E' una tragedia che i giovani vengano ancora guidati a cercare nei paesi Europei”.

    Il sistema è un parassita che gioca contro la popolazione che lo ospita, il gioco è scoperto in tutta la sua assurdità e insostenibilità matematica, questo dev'essere messo sotto i riflettori e dovrà essere per forza rigenerato in altra forma.
    Le popolazioni, l'umanità intera non può sostenere la guerra di potere di pochi dalla mentalità ottusa e vecchia, che per vari interessi bloccano anche le soluzioni alternative necessarie o le rallentano o le distorcono pur di mantenere un vecchio status-quo ormai incompatibile con l'evoluzione necessaria.


    #141025

    Xeno
    Partecipante


    #141027
    prixi
    prixi
    Amministratore del forum

    [quote1332074067=Xeno]

    [/quote1332074067]
    :salu:


    "Il cuore è la luce di questo mondo.
    Non coprirlo con la tua mente."

    (Mooji - Monte Sahaja 2015)

    #141028
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    https://www.facebook.com/brig.zero

    #141029

    Anonimo

    Ne vedrete di belle alle comunali a l'Aquila, i politici stanno tremando
    E se ci riusciremo, sarà solo l'inizio


    #141030
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    Col governo Monti il debito pubblico raddoppia: quasi 15,5 miliardi di euro al mese o-O
    19 marzo – L’Italia e’ arrivata alla cifra-monstre di 1.935,829 euro, vale a dire 32.300 euro per ciascuno, neonati compresi. A fare i conti sono Adusbef e Federconsumatori, che assegnano al governo Monti il record dell’esecutivo che, negli ultimi 15 anni, ha registrato la piu’ consistente crescita mensile del debito pubblico, pari a 15,4 miliardi.

    Dal 1996 in poi, sottolineano ancora Adusbef e Federconsumatori, gli incrementi del debito pubblico sono andati crescendo di volume: il primo governo di centro sinistra (1996-2001) ha proceduto a colpi di 2,7 miliardi di euro al mese. Col successivo governo Berlusconi (2001-2006) siamo arrivati ad oltre 3,8 miliardi al mese. Il nuovo governo Prodi (2006-2008) ha ritoccato le emissioni portandole a 3,9 miliardi al mese. Con l’ultimo governo Berlusconi (2008-2011) l’incremento si impenna fino a superare i 6 miliardi al mese.

    Da febbraio 2011 a gennaio 2012, spiegano le due associazioni, il debito pubblico e’ passato da 1.875,917 a 1.935,829 euro, con un aumento di 59,912 miliardi. Pertanto, solo nell’ultimo anno, l’aumento del carico per ciascuno dei 60 milioni di residenti, neonati compresi, e’ stato pari a 998 euro (a 32.300 euro), mentre per ciascuna famiglia l’onere e’ cresciuto di 2.723 euro a circa 88mila euro. Ma sotto il governo Monti la cifra e’ addirittura raddoppiata arrivando a quasi 15,5 miliardi di euro al mese e ”raggiungendo un record difficilmente superabile”.

    Oltre a fare i conti, le due associazioni ricordano anche la loro ricetta per ridurre il debito pubblico, ripetuta negli ultimi 10 anni: la soluzione, dicono, ”passa per la vendita dell’oro e delle riserve di Bankitalia, non piu’ necessarie a garantire la circolazione monetaria, la lotta agli sprechi ed alla corruzione, i tagli dei privilegi ovunque siano annidati, il tetto agli stipendi dei manager pubblici, la sostituzione delle auto blu in tutti i settori (nessuno escluso) con l’abbonamento ai servizi pubblici di trasporto locale e nazionale, la riduzione dei finanziamenti pubblici ai partiti”.

    Per rilanciare l’economia in recessione, infine, ‘‘occorre finalizzare almeno il 50% dei prestiti triennali di 251 miliardi di euro, che le banche hanno ricevuto dalla Bce al tasso dell’1%, costituendo un fondo straordinario per ridare ossigeno alle famiglie ed alle imprese strangolate, ad un tasso non eccedente il triplo, introdurre l’accisa mobile sui carburanti per impedire un surplus fiscale (ben 4 miliardi di euro negli ultimi anni incassati dallo Stato), congelare l’aumento dell’Iva previsto dal 1 ottobre dal 21 al 23% ed i rincari dell’Iva intermedia che vanno a gravare sui beni di prima necessita”’. http://www.imolaoggi.it/?p=14264


    https://www.facebook.com/brig.zero

    #141031
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    Imprese, superare la crisi è possibile. Basta “umanizzare l’economia”
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/24/imprese-superare-la-crisi-e-possibile-basta-umanizzare-leconomia/772033/

    Circa 1.400 aziende in tutta Europa hanno scelto di adottare principi per sviluppare l'economia dei beni comuni. Regole che non condannano il profitto, ma lo raggiungono nel rispetto dell'ambiente e delle comunità. Alcune realtà imprenditoriali, inoltre, hanno adottato meccanismi democratici al loro interno per prendere decisioni tra vertici e dipendenti

    di Alessandro Bartolini

    È possibile creare un modello di sviluppo economico e sociale a misura d’uomo, per superare quello attuale, estremo e selvaggio, che ha generato la crisi, ridotto in povertà milioni di persone e violentato l’ecosistema? Secondo diverse realtà del mondo dell’economia, della cooperazione e delle scienze psicologiche e sociali, sì: vivere in un società fondata sui principi della human economy è possibile e ormai indispensabile, basta seguire le regole dell’economia dei beni comuni. Dove il profitto non viene demonizzato, ma acquista un valore diverso rispetto alla concezione classica. Alla base di questo decalogo c’è la difesa di beni condivisi come l’acqua, l’ambiente o le tecnologie. Ma anche la coesione sociale, la solidarietà e la sussidiarietà, l’istruzione, la cultura e la salute. Questa forma di economia non ubbidisce unicamente alle decisioni imposte dal mercato, ma cerca di valorizzare la partecipazione dei dipendenti attraverso il dialogo e il confronto, costruendo modelli partecipativi all’interno delle stesse aziende

    L’economia dei beni comuni è stata teorizzata da filosofi, economisti e sociologi. Il premio Nobel per l’economia, Elinor Ostrom, sosteneva che le comunità organizzate possono essere in grado di regolamentare efficacemente l’uso dei beni comuni a vantaggio di tutti. Se riescono a darsi delle norme e a sanzionare i trasgressori; se il loro sviluppo non è ostacolato dallo Stato o dalle corporation, le comunità auto-organizzate sono in grado di ramificarsi e adattarsi ai mutamenti, riuscendo così a salvaguardare nel tempo i beni comuni (o commons). Al contrario, la loro privatizzazione comporta lo spreco di risorse preziose, gravi inefficienze e dinamiche non sostenibili. Ma anche la monopolizzazione dei commons da parte dello Stato – secondo la Ostrom – sarebbe dannosa. Eccessiva burocrazia, privilegi, corruzione: queste le conseguenze.

    Per l’imprenditore sociale californiano, Peter Barnes, profeta dell’utopia post-capitalista, l’economia di mercato espropria e mette a beneficio di pochi privilegiati i beni di tutti: sia quelli culturali, sia quelli sociali o naturali. Il sistema capitalistico inoltre non si preoccupa – secondo Barnes – degli interessi delle comunità. Le aziende, quindi, si appropriano gratuitamente, o per pochi spiccioli, dei beni comuni ma scaricano sulla società i costi ambientali e sociali. Per superare questo sistema, Barnes propone una terza via di sviluppo: no profit, autonoma dal mercato e dai governi che dovrebbe avere la proprietà formale dei commons e gestirli in un’ottica di lungo periodo a vantaggio delle comunità. Per l’imprenditore statunitense le strutture più adatte a gestire i beni comuni sono le fondazioni, perché non hanno scopo di lucro. “Sono un uomo d’affari, – dice di sé Barnes – credo che la società debba realizzare iniziative di successo, con profitto. Ma so anche che le azioni finalizzate al profitto hanno effetti indesiderati, quali inquinamento, degrado, disuguaglianza, ansia, confusione”.

    Ma questi principi possono essere trasferiti in contesti che devono produrre ricavi e lavoro, o rimangono teorie accademiche e idee strampalate di guru new age?[color=#ff0000] In tutta Europa sono circa 1.400 – sparse tra Austria, Germania, Spagna e Italia – le aziende che puntano su un modello di sviluppo rispettoso dei principi che cercano di “umanizzare l’economia”.[/color] Forse ancora troppo poche, sicuramente in aumento rispetto alle 500 di un anno e mezzo fa. Per lo psichiatra e psicoterapeuta cileno Claudio Naranjo, una delle personalità più autorevoli nel dibattito sui diversi modelli economici, “bisogna che l’attuale sistema crolli, solo così può esserci una salvezza. Ma per cambiare veramente, bisogna modificare il nostro modo di pensare, è necessario acquistare nuovi valori: queste aziende lo stanno già facendo”.

    Tra i casi portati a esempio nel corso di un recente convegno milanese sul tema organizzato dall’associazione Sat Italia, ci sono gruppi medio – grandi come [color=#ff0000]Loacker,[/color] azienda dolciaria che ha deciso di rimodellare la propria struttura interna, passando da un modello piramidale a un’organizzazione circolare, dove le scelte vengono prese in maniera democratica e dove ogni settore sente di appartenere ad un’unica visione. “In questo modo – spiega il direttore marketing Hand Peter Dejakum – ognuno dei nostri collaboratori è parte integrante del processo decisionale ed è consapevole di rivestire un ruolo indispensabile. La persona è il soggetto principale del sistema produttivo: così si possono affrontare le sfide della competività che ci aspettano”.

    Ma non ci sono solo i grandi contesti come l’azienda di Bolzano, con centinaia di dipendenti e un fatturato annuo che sfiora i 270 milioni di euro l’anno, anche piccole realtà a conduzione familiare hanno scelto di cercare di creare ricchezza in modo più responsabile. C’è un hotel incastonato sulle Dolomiti, a Corvara in Alta Badia, altro caso portato a esempio da Sat Italia. Lo gestice Michil Costa, insieme alla famiglia e ad una decina di collaboratori, da una vita. Il signor Costa ha osservato, anno dopo anno, lo stupro delle valli in nome di un turismo selvaggio che per inseguire il profitto si è accaparrato la licenza di distruggere e inquinare. Costa ha deciso di opporsi a questo scempio, puntando a trasformare l’Hotel La Perla in un esempio che faccia da traino per altri albergatori e per tutti coloro che lavorano nel settore. In questo hotel i clienti non sono clienti, ma ospiti. A loro si offrono i prodotti che la stagione regala e solo quelli provenienti dal territorio. Se arrivano da lontano a bordo di auto, dovranno pagare una piccola tassa in base alle emissioni di CO2 che sono servite per raggiungere l’hotel: metà della cifra è pagata dall’azienda, metà dall’ospite.

    Tutto è devoluto alla Costa Family Foundation Onlus che finanzia la costruzione di strutture per l’infanzia in Tibet e in Uganda.
    Anche qui le decisioni si prendono insieme, proprietari e dipendenti che hanno un orario di lavoro ridotto a parità di stipendio. E non esistono disparità abissali di retribuzioni: il rapporto è 1 a 4. Tutto questo non intacca i guadagni: “La nostra azienda – dice Costa – con 100 posti letto, fattura ogni anno un netto di 720 mila euro. Solo rispettando le nostre tradizioni e valorizzando la nostra terra possiamo salvaguardare la bellezza che si traduce in ricchezza”.


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

Stai vedendo 8 articoli - dal 1 a 8 (di 8 totali)

Devi essere loggato per rispondere a questa discussione.