L’euro non è una moneta, l’euro è un metodo di governo!

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Questo argomento contiene 469 risposte, ha 23 partecipanti, ed è stato aggiornato da Richard Richard 3 anni, 4 mesi fa.

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  • #142994

    Spiderman
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    #142995
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    [size=26]Paul Krugman: “Usano il panico da deficit per smantellare i programmi sociali”
    Un articolo illuminante, da leggere e diffondere, del premio Nobel Paul Krugman, uscito in questi giorni sul New York Times. Come è ormai chiaro a tutti, Krugman spiega perché le politiche di austerity non hanno senso dal punto di vista economico, al contrario: l’austerity è solo la scusa per smantellare i programmi sociali su scala globale. Ecco l’articolo:

    L’AGENDA DELL’AUSTERITY

    “Il tempo giusto per le misure di austerità è durante un boom, non durante la depressione”. Questo dichiarava John Maynard Keynes 75 anni fa, ed aveva ragione. Anche in presenza di un problema di deficit a lungo termine (e chi non ce l’ha?), tagliare le spese quando l’economia è profondamente depressa è una strategia di auto-sconfitta, perché non fa altro che ingrandire la depressione.

    Allora come mai la Gran Bretagna (e l’Italia, la Grecia, la Spagna, ecc. NDR) sta facendo esattamente quello che non dovrebbe fare? Al contrario di paesi come la Spagna, o la California, il governo britannico può indebitarsi liberamente, a tassi storicamente bassi. Allora come mai sta riducendo drasticamente gli investimenti, ed eliminando centinaia di migliaia di lavori nel settore pubblico, invece di aspettare che l’economia recuperi?

    Nei giorni scorsi, ho fatto questa domanda a vari sostenitori del governo del primo ministro David Cameron. A volte in privato, a volte in TV. Tutte queste conversazioni hanno seguito la stessa parabola: sono cominciate con una metafora sbagliata, e sono terminate con la rivelazione di motivi ulteriori (alla ripresa economica NDR).

    La cattiva metafora – che avrete sicuramente ascoltato molte volte – equipara i problemi di debito di un’economia nazionale, a quelli di una famiglia individuale. La storia, pressappoco è questa: Una famiglia che ha fatto troppi debiti deve stringere la cinghia, ed allo stesso modo, se la Gran Bretagna ha accumulato troppi debiti – cosa che ha fatto, anche se per la maggior parte si tratta di debito privato e non pubblico – dovrebbe fare altrettanto!

    COSA C’È DI SBAGLIATO IN QUESTO PARAGONE?

    La risposta è che [u]un’economia non è come una famiglia indebitata[/u]. Il nostro debito è composto in maggioranza di soldi che ci dobbiamo l’un l’altro; cosa ancora più importante: il nostro reddito viene principalmente dal venderci cose a vicenda. La tua spesa è il mio introito, e la mia spesa è il tuo introito.

    E allora cosa succede quando tutti, simultaneamente, diminuiscono le proprie spese nel tentativo di pagare il debito? La risposta è che il reddito di tutti cala – il mio perché tu spendi meno, il tuo perché io spendo meno.- E mentre il nostro reddito cala, il nostro problema di debito peggiora, non migliora.

    Questo meccanismo non è di recente comprensione. Il grande economista americano Irving Fisher spiegò già tutto nel lontano 1933, e descrisse sommariamente quello che lui chiamava “deflazione da debito” con lo slogan:”Più i debitori pagano, più aumenta il debito”. Gli eventi recenti, e soprattutto la spirale di morte da austerity in Europa, illustrano drammaticamente la veridicità del pensiero di Fisher.

    Questa storia ha una morale ben chiara: quando il settore privato sta cercando disperatamente di diminuire il debito, il settore pubblico dovrebbe fare l’opposto, spendendo proprio quando il settore privato non vuole, o non può. Per carità, una volta che l’economia avrà recuperato si dovrà sicuramente pensare al pareggio di bilancio, ma non ora. Il momento giusto per l’austerity è il boom, non la depressione.

    Come ho già detto, non si tratta di una novità. Allora come mai così tanti politici insistono con misure di austerity durante la depressione? E come mai non cambiano piani, anche se l’esperienza diretta conferma le lezioni di teoria e della storia?

    Beh, qui è dove le cose si fanno interessanti. Infatti, quando gli “austeri” vengono pressati sulla fallacità della loro metafora, quasi sempre ripiegano su asserzioni del tipo: “Ma è essenziale ridurre la grandezza dello Stato”.

    Queste asserzioni spesso vengono accompagnate da affermazioni che la crisi stessa dimostra il bisogno di ridurre il settore pubblico. Ciò e manifestamente falso. Basta guardare la lista delle nazioni che stanno affrontando meglio la crisi. In cima alla lista troviamo nazioni con grandissimi settori pubblici, come la Svezia e l’Austria.

    Invece, se guardiamo alle nazioni così ammirate dai conservatori prima della crisi, troveremo che George Osborne, ministro dello scacchiere britannico e principale architetto delle attuali politiche economiche inglesi, descriveva l’Irlanda come “un fulgido esempio del possibile”. Allo stesso modo l’istituto CATO (think tank libertario americano) tesseva le lodi del basso livello di tassazione in Islanda, sperando che le altre nazioni industriali “imparino dal successo islandese”.

    Dunque, la corsa all’austerity in Gran Bretagna, in realtà non ha nulla a che vedere col debito e con il deficit; si tratta dell’uso del panico da deficit come scusa per smantellare i programmi sociali. Naturalmente, la stessa cosa sta succedendo negli Stati Uniti.

    In tutta onestà occorre ammettere che i conservatori inglesi non sono gretti come le loro controparti americane. Non ragliano contro i mali del deficit nello stesso respiro con cui chiedono enormi tagli alle tasse dei ricchi (anche se il governo Cameron ha tagliato l’aliquota più alta in maniera significativa). E generalmente sembrano meno determinati della destra americana ad aiutare i ricchi ed a punire i poveri. Comunque, la direzione delle loro politiche è la stessa, e fondamentalmente mentono alla stessa maniera con i loro richiami all’austerity.

    Ora, la grande domanda è se il fallimento evidente delle politiche di austerità porterà alla formulazione di un “piano B”. Forse. La mia previsione è che se anche venissero annunciati piani di rilancio, si tratterà per lo più di aria fritta. Poiché [u]il recupero dell’economia non è mai stato l’obiettivo; la spinta all’austerity è per usare la crisi, non per risolverla[/u]. E lo è tutt’ora.

    fonte: http://cambiailmondo.org/2012/08/04/paul-krugman-usano-il-panico-da-deficit-per-smantellare-i-programmi-sociali/


    Come può la vista sopportare, l'uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi... non ripugna il gusto berne gli umori e il sangue, le carni agli spiedi crude... e c’era come un suono di vacche, non è mostruoso desiderare di cibarsi, di un essere che ancora emette suoni... Sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo.
    - Franco Battiato

    #142996
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    Partecipante

    [size=24]Il giorno in cui la Germania uscì dall'Euro

    E se la Germania desse ascolto agli euroscettici ed uscisse dall'Euro? Risponde Die Zeit, che si diverte a descrivere gli effetti nefasti di una tale decisione: i tedeschi sono davvero ricattabili?

    Che cosa accade se la Germania abbandona l'Euro? L'economista Gustav Horn descrive il dopo Euro – e anche Thilo Sarrazin ha un ruolo.

    Un gioco: che cosa succederebbe se, come richiesto dal finanziere George Soros, la Germania uscisse dall'Euro?

    Il parlamento tedesco approva con una maggioranza di due terzi l'uscita dall'Euro e la reintroduzione del D-Mark. Solo i Verdi votano contro. Il tasso di cambio è uno a uno. Il presidente della Bundesbank lascia il consiglio BCE con effetto immediato.

    I mercati finanziari e dei cambi reagiscono immediatamente all'uscita della Germania. Dal resto dell'unione monetaria arriva in Germania un fiume di liquidità. La nuova valuta si apprezza del 50 % nei confronti dell'Euro. Un marco costa ora 1.5 €. Allo stesso tempo crolla il valore delle garanzie statali offerte per i fondi di salvataggio. La stessa cosa accade per i debiti e i crediti nati dal sistema Target della BCE: la Bundesbank chiede che siano saldati immediatamente. I rischi per il bilancio pubblico, almeno all'inizio sembrano scendere.

    Circa 200 economisti celebrano la ritrovata libertà della Germania. Thilo Sarrazin dichiara in tv: “la Germania non ha bisogno dell'Euro”.

    Nel resto dell'Eurozona i mercati finanziari sono in difficoltà. La BCE dopo l'uscita della Germania ha immediatamente spostato la sua sede da Francoforte a Parigi. Nel frattempo annuncia acquisti illimitati di obbligazioni. In questo modo i banchieri centrali riescono a governare le quotazioni dei titoli. La nuova Banca Centrale Europea rimborsa tutti i crediti Target della Bundesbank con del denaro fresco di stampa. Calcolati in marchi, hanno perso un terzo del loro valore. La Bundesbank è costretta a contabilizzare una grossa perdita. Lo stesso accade con il rimborso dei fondi tedeschi conferiti all'ESM. L'indebitamento pubblico tedesco cresce di un valore corrispondente.

    Dopo alcune settimane di sollievo dovute all'uscita dall'Euro, numerosi produttori di auto dichiarano che il loro fatturato nel resto d'Europa è crollato. Le auto tedesche per il resto d'Europa sono troppo costose. I costruttori chiedono la cassa integrazione e iniziano a licenziare.

    Poco dopo, l'associazione degli industriali dichiara che l'economia tedesca a causa dell'apprezzamento del Marco non è piu' competitiva ed esorta i sindacati tedeschi ad accettare una riduzione dei salari. Dopo appena un trimestre, l'Ufficio Federale di Statistica comunica che gli avanzi delle partite correnti si sono dimezzati e che l'export verso il resto d'Europa è crollato. Thilo Sarrazin dichiara in un altro talk show che anche senza l'Euro si sente molto bene. Il suo reddito non si è affatto ridotto.

    Nel resto d'Europa, gli altri paesi avranno piu' tempo per raggiungere gli obiettivi di risparmio e decidono di aumentare i loro depositi nel fondo ESM, per compensare l'uscita della Germania.

    La Germania entra in recessione

    Il Fiskalpakt viene sospeso e sostituito con un patto di stabilità. I paesi europei si impegnano a rispettare gli obiettivi di inflazione e a evitare che si formino degli squilibri nelle partite correnti. L'ESM diventa un Fondo Monetario Europeo (FME), con il compito di controllare il rispetto dei trattati da parte dei membri. I paesi che registrano un avanzo o un deficit delle partite correnti eccessivo, dovranno cedere una parte delle proprie entrate fiscali al FME.

    La nuova BCE comunica che il suo obiettivo di inflazione resta invariato al 2%. La Bundesbank dichiara subito dopo che l'obiettivo di inflazione per la Germania è dell'1%, e aumenta i tassi. Il Marco continua ad apprezzarsi.

    L'Ufficio Federale di Statistica comunica che la bilancia commerciale della Germania, a causa del crollo delle esportazioni, ha raggiunto il pareggio. La congiuntura in Germania si indebolisce ulteriormente. L'industria dell'export è in recessione e taglia in maniera massiccia posti di lavoro. Anche l'economia interna inizia a perdere slancio per i tassi troppo alti. Nel resto d'Europa la situazione economica a poco a poco si stabilizza. Thilo Sarrazin dichiara in tv: questo non ha nulla a che fare con l'Euro.

    VW sposta le sue fabbriche

    Martin Winterkon, a.d. di VW, fa sapere che l'azienda sposterà una grossa parte della sua produzione nel resto dell'Eurozona. “Il mercato tedesco è troppo piccolo per la nostra produzione, e abbiamo bisogno di tassi di cambio piu' sicuri”, dice Winterkorn. Il valore delle azioni VW cresce vertiginosamente. BMW e Daimler confermano piani analoghi. Nei rinnovi contrattuali dei metalmeccanici, a causa della difficile situazione nell'industria, viene concordato un aumento dell'1%. Nel settore pubblico, una riduzione delle entrate costringe a tagliare il numero dei dipendenti pubblici. I rinnovi contrattuali portano ad un aumento di mezzo punto percentuale.

    Un anno dopo l'uscita dall'Euro, la Germania si trova in piena recessione con una crescente disoccupazione. Nel frattempo anche la domanda interna è crollata: i bassi aumenti salariali e i licenziamenti stanno affossando i consumi. Sempre piu' aziende trasferiscono posti di lavoro nell'Eurozona, in Asia o negli Stati Uniti. La Borsa di Francoforte ha perso molta della sua importanza; quella di Parigi al contrario ha accresciuto la sua influenza. I capitali continuano ad uscire dalla Germania mentre i tassi di interesse tornano a crescere. La rivalutazione del Marco si è fermata.

    Il drammatico appello degli economisti tedeschi.

    La zona Euro nel frattempo si è stabilizzata e mostra almeno una debole crescita economica. Sta crescendo l'export dai paesi in crisi – soprattutto verso la Germania. VW pianifica l'allargamento dei suoi impianti in Spagna e prende in considerazione la costruzione di uno stabilimento aggiuntivo in Grecia.

    Dopo 2 anni, la crescita nel resto dell'area Euro torna oltre il 2%. L'economia in Germania invece ristagna, la disoccupazione resta alta. Circa 200 economisti pubblicano un drammatico appello per aumentare la competitività della Germania. Il mercato del lavoro è poco flessibile, i salari troppo alti e le prestazioni sociali troppo generose per poter affrontare le sfide della globalizzazione. Grecia e Spagna sono in pieno boom, mentre l'economia tedesca è in difficoltà, scrivono 2 anni dopo l'uscita dall'Euro.

    Thilo Sarrazin dichiara in un programma televisivo: “Non ho mai suggerito l'uscita dall'Euro, al massimo mi sono permesso di dire che non abbiamo bisogno dell'Euro”.

    fonti: http://vocidallagermania.blogspot.it/2012/11/il-giorno-in-cui-la-germania-usci.html e http://www.beppegrillo.it/2013/01/il_giorno_in_cu/index.html


    Come può la vista sopportare, l'uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi... non ripugna il gusto berne gli umori e il sangue, le carni agli spiedi crude... e c’era come un suono di vacche, non è mostruoso desiderare di cibarsi, di un essere che ancora emette suoni... Sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo.
    - Franco Battiato

    #142998

    Vino
    Partecipante

    Un’occasione d’oro
    venerdì, novembre 9, 2012 di Patrick Barron tradotto da Francesco Simoncelli

    La crisi del debito in Europa ha presentato alla Germania un’occasione unica per traghettare il mondo lontano dalla distruzione monetaria e dalle sue conseguenze di caos economico, disordine sociale e indicibile sofferenza umana. La causa della crisi del debito è un’errata interpretazione della moneta unica, che permette a tutti i membri del all’Unione Monetaria Europea (UME), attualmente 17 nazioni sovrane, di stampare euro “forzandoli” su tutti gli altri membri. Il Dr. Philipp Bagus, della Università Re Juan Carlos di Madrid, ha diagnosticato questa situazione come ”tragedia dei beni comuni” nel suo libro, giustamente intitolato “La Tragedia dell’Euro”. La Germania è sul punto di vedere saccheggiata la sua base di capitale dalle dinamiche inevitabili di questa vicenda: dovrebbe lasciare l’UME, ripristinare il marco tedesco (DM) e ancorarlo all’oro.

    La Struttura dell’Unione Monetaria Europea

    Il Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC) è composto da una banca centrale, la Banca Centrale Europea (BCE) e dalle banche centrali nazionali dell’UME, tutte ancora esistenti all’interno delle proprie nazione sovrane. Sebbene alla BCE sia vietato dal trattato la monetizzazione del debito sovrano dei suoi membri, attraverso gli acquisti a titolo definitivo del loro debito, essa stessa ha interpretato questa limitazione non includendo gli euro prestati alle banche centrali nazionali, prendendo il debito sovrano stesso come garanzia. Naturalmente questo rappresenta, semplicemente, un metodo per aggirare la limitazione, richiesta soprattutto dai membri più responsabili dell’UME, come la Germania.

    La Corruzione della Banca Centrale Europea come Motore dell’Inflazione

    Quando la BCE venne formata, i mercati obbligazionari pensavano avrebbe operato secondo le linee della banca centrale Tedesca, la Bundesbank, che probabilmente gestì il sistema monetario meno inflazionistico nel mondo sviluppato. Tuttavia, ritennero che l’UME non avrebbe permesso il default sovrano di uno dei suoi membri. Di conseguenza, il tasso di interesse, per molti membri, scese ai livelli di quello Tedesco. Purtroppo, molte nazioni non utilizzarono il tasso di interesse più basso come un’opportunità per ridurre i loro bilanci; anzi, molti presero a prestito ancora di più. Così nacque la crisi del debito Europea, quando fu chiaro al mercato obbligazionario che il rimborso del debito non era più così sicuro; i tassi di interesse, per queste nazioni, salirono.

    Nel corso degli ultimi anni, l’Unione Europea stessa ha istituito diversi fondi di salvataggio, ma la situazione non è stata risolta. In realtà, le cose sono ancora peggiori, poiché ora, alcuni tra i membri più grandi del dell’UME, pare abbiano ceduto all’orgia debitoria e potrebbero, presto, aver bisogno di un piano di salvataggio per evitare il default. Siamo così arrivati al punto previsto dal Dr. Bagus, in cui il sistema monetario europeo è stato saccheggiato da più parti e il piatto è vuoto. La BCE e molti membri dell’UME desiderano l’acquisto illimitato di debito sovrano da parte della BCE. Solo la Germania si oppone a questo progetto ma è la voce fuori dal coro contro questo nuovo attacco di inflazione monetaria.

    Il Contesto Storico dell’Antipatia Tedesca per l’Inflazione Monetaria

    Nel 1923 la Germania sperimentò uno dei peggiori casi al mondo di iperinflazione e il peggiore di sempre per una nazione industrializzata. Il marco fu distrutto dalla sua banca centrale, gettando il popolo Tedesco nella miseria e nella disperazione. Ora, dopo solo una decina d’anni di relativa disciplina monetaria, l’euro affronta la stessa sorte poiché, paese dopo paese, richieste di salvataggio, attraverso la creazione illimitata di denaro, pervengono alla BCE. Poiché la Germania è parte dell’UME, deve accettare tutto ciò. Questa minaccia, rappresentata da un’inflazione monetaria di quantità illimitata, ha scosso i banchieri Tedeschi. È lo scenario da incubo che temevano quando, a differenza delle loro rosee previsioni, i politici Tedeschi decisero di rinunciare al loro amato marco, mettendo il destino economico della nazione nelle mani di una commissione di stranieri non preoccupati dell’inflazione monetaria. Ma la Germania può mettere fine a questa distruzione e salvare il mondo, mentre salva sé stessa. Può lasciare l’UME, ripristinare il marco tedesco e legarlo all’oro.

    Un Marco Tedesco Aureo è possibile e auspicabile

    Nonostante le dichiarazioni arroganti dei funzionari dell’Unione Europea, non c’è nulla che possa fermare un paese sovrano dal lasciare l’UME e adottare un sistema monetario diverso. Lo scenario più probabile sarebbe una ridenominazione dei conti denominati in euro delle banche Tedesche in marchi tedeschi. Successivamente, il DM dovrebbe fluttuare liberamente nei mercati valutari allo stesso modo delle sterline Inglesi e dei dollari Americani. La Bundesbank sarebbe responsabile della politica monetaria come lo era prima che la Germania si unisse all’UME. Lasciando l’UME, la Germania si isolerebbe dalle conseguenze monetarie europee (le stesse che derivano dalla tragedia dei beni comuni); vale a dire, l’inflazione monetaria da parte di terzi avrebbe fine, la Germania non sperimenterebbe un aumento dei prezzi e finirebbero i trasferimenti di ricchezza che distruggono il capitale.

    Ma la Germania dovrebbe fare un ulteriore passo in avanti. Dovrebbe ancorare il DM all’oro. La Germania è la quarta economia del mondo, dietro solo a Stati Uniti, Cina e Giappone. Inoltre, la Germania possiede più oro di qualsiasi altro soggetto, ad eccezione degli Stati Uniti; più di Cina o Giappone e più di qualsiasi altro paese Europeo. Una condizione essenziale, affinché il mercato accetti una qualunque moneta aurea, sarebbe costituita dalla fiducia nell’integrità dell’istituzione che la sponsorizza. Non solo la Bundesbank è nota per la sua integrità e il rispetto della stabilità monetaria; la stessa Germania ha un’eccellente reputazione, in tutto il mondo, per lo stato di diritto, l’avanzata architettura finanziaria e un sistema politico stabile. Per queste ragioni, la Germania dimostrerebbe a tutti che una moneta coperta dall’oro non è solo possibile ma auspicabile. Aspettatevi una cascata di dichiarazioni simili una volta che i partner commerciali della Germania si renderanno conto dell’importanza di fissare le transazioni finanziarie internazionali nella migliore moneta a disposizione — che, inizialmente, sarebbe un DM aureo.

    La Germania dovrebbe cogliere l’attimo!

    Naturalmente le conseguenze positive di una moneta aurea vanno oltre la fine dell’inflazione e dei trasferimenti di ricchezza che distruggono il capitale. Possiamo aspettarci tutte le conseguenze positive di un ritorno ad un governo limitato, poiché esso non potrebbe più finanziarsi attraverso la diabolica alleanza con una banca centrale inflazionistica che crea moneta fiat, al fine di monetizzare la spesa pubblica dissoluta. Il popolo non sarebbe più così sottomesso al governo, supplicando ed implorando l’elemosina per interessi particolari a scapito del resto della società, poiché questo sarebbe costretto a chiedere alla collettività le risorse per aumentare il suo bilancio (e quindi necessiterebbe di approvazione). L’elenco dei vantaggi potrebbe continuare all’infinito; basti dire che tutto ha inizio con denaro sonante, ancorato all’oro. La Germania può aprire la strada e guadagnare il giusto rispetto di un mondo grato. E’ nel posto giusto al momento giusto della storia: dovrebbe cogliere l’attimo!

    Articolo di Patrick Barron e Godfrey Bloom su Mises.org

    Traduzione di Francesco Simoncelli


    #142999
    sphinx
    sphinx
    Partecipante

    Caro Vino,interessantissimo articolo. Grazie. :yesss:
    Mi chiedo se i governi accetteranno un'idea del genere, cioè di ancorare il denaro all'oro..pare che facciano di tutto per portare l'economia allo sfascio. 🙁
    Vorrei,visto che sei competente in materia, sapere cosa ne pensi dell'investimento in oro da parte dei privati. #reprur
    un abbraccio.


    #142997

    Spiderman
    Partecipante

    #143000
    InneresAuge
    InneresAuge
    Partecipante

    [quote1359083844=Spiderman]

    [/quote1359083844]

    Fantastico 🙂


    Come può la vista sopportare, l'uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi... non ripugna il gusto berne gli umori e il sangue, le carni agli spiedi crude... e c’era come un suono di vacche, non è mostruoso desiderare di cibarsi, di un essere che ancora emette suoni... Sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo.
    - Franco Battiato

    #143001

    Erre Esse
    Partecipante

    #143002
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    Ahahah alla fine, gli è scappato un pezzo di verità anche a Fassina del PD… deve essere difficile conoscere e tenersi tante verità dentro e dover prendere per il sedere milioni di italiani…!!!

    A futura memoria!


    Come può la vista sopportare, l'uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi... non ripugna il gusto berne gli umori e il sangue, le carni agli spiedi crude... e c’era come un suono di vacche, non è mostruoso desiderare di cibarsi, di un essere che ancora emette suoni... Sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo.
    - Franco Battiato

    #143003
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    [size=22]Anche i tedeschi iniziano a pensare che la crisi europea sia colpa della Germania

    Bisogna essere grati a Morgan Stanley, la grande banca d’affari americana, che in un suo studio del 17 gennaio scorso ha distillato i numeri decisivi di quella trappola recessiva che va sotto il nome di euro. Trappola per tutti i cittadini dell’Eurozona, tranne quelli che abitano nel territorio compreso fra Amburgo e Monaco (da nord a sud) e fra Berlino e Colonia (da est a ovest). Perché se è vero che il tasso di cambio ufficiale fra il dollaro e l’euro oscilla attorno a 1,33, il tasso corretto, quello che rifletterebbe le differenze di competitività e di fondamentali economici, è diverso da paese a paese: la Germania dovrebbe cambiare ogni suo euro contro 1,53 dollari, l’Italia invece contro 1,19. In mezzo, fra i tedeschi e gli italiani, ci starebbero tutti gli altri paesi dell’Unione monetaria (tranne la Grecia, che dovrebbe cambiare addirittura a 1,07). Detto in altre, più comprensibili parole, le esportazioni tedesche corrono grazie a una moneta che è sottovalutata del 13,2 per cento rispetto al suo valore reale, invece quelle italiane restano al palo a causa di una moneta sopravvalutata del 12,1 per cento. Quando la Germania compete con l’Italia sui mercati mondiali, parte con un vantaggio del 25 per cento che dipende da una sola cosa: siamo tutti e due dentro all’euro, che premia loro e punisce noi, e non avendo più una moneta nostra noi italiani non possiamo intervenire autonomamente sul tasso di cambio. Per sfangarla dobbiamo ricorrere alla “svalutazione interna”, cioè alla macelleria sociale fatta di tagli della spesa pubblica, nuove tasse e stipendi bloccati. Col bel risultato che i consumi scendono, il Pil si contrae, il gettito fiscale idem e ci ritroviamo più indebitati di prima. Se recupereremo un po’ di competitività, servirà solo a pagare interessi sul debito pubblico diventati nel frattempo più onerosi; perché se è vero che i tassi d’interesse sul debito pubblico italiano sono un po’ diminuiti grazie anche all’austerity del governo Monti (ma in realtà grazie soprattutto alla Bce di Mario Draghi e alla sua decisione di acquistare i titoli del debito pubblico dei paesi in crisi sul mercato secondario “senza limiti”), è altrettanto vero che il rapporto debito/Pil si è velocemente logorato: fra il terzo trimestre del 2011 e il terzo del 2012, cioè sotto il governo Monti meno un mese e poco più di governo Berlusconi, siamo passati da un debito pubblico che era pari al 119,9 per cento del Pil a uno che è il 127,3 per cento: 7,4 punti percentuali in più! Quello che abbiamo guadagnato sul fronte dello spread, lo abbiamo perso sul fronte dell’indebitamento in rapporto alla ricchezza prodotta. Non si era mai visto un deterioramento così cospicuo nel giro di un anno, se non ai tempi della manovra «lacrime e sangue» di Giuliano Amato nel luglio 1992: quell’anno il debito pubblico italiano arrivò al 116,2 per cento del Pil, mentre alla fine del 1991 si era fermato a 106,9.

    Autorevoli autodenunce
    Alcuni dicono: non è colpa dell’euro e neppure della Germania, è colpa dei paesi europei che, Italia in testa, non hanno fatto per tempo le riforme strutturali nelle quali si è impegnata la Germania alla fine degli anni Novanta, mentre si decideva la nascita dell’euro, e nei primi anni del nuovo secolo. Ci tocca farle oggi, ed è molto più difficile l’operazione ed è incerto il risultato finale. Ragionamento fallace. In realtà, la colpa della crisi dell’Unione monetaria europea è anzitutto dei tedeschi. E a dirlo non sono politici italiani versati nella retorica antieuropeista e antitedesca per esigenze di campagna elettorale: no, a criticare l’architettura dell’euro e le politiche passate e presenti di Berlino sono autorevoli firme tedesche. Per esempio Wolfgang Münchau, l’editorialista del Financial Times che ha fatto tanto incavolare Mario Monti, e Jörg Bibow, economista che insegna al Levy Economics Institute del Bard College di New York ed è autore di uno studio del maggio scorso che spiega come a dinamitare l’euro sia stata la Germania sin dall’inizio.

    Münchau scrive e ripete da anni che non sono state le riforme, genericamente intese, a produrre il boom dell’export tedesco, ma la moderazione salariale, che ha generato una riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto. Se la questione principale fossero le riforme, l’Italia non doveva avere i problemi che ha avuto: il sistema pensionistico italiano era giudicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) uno dei più sostenibili del mondo già prima della riforma Fornero grazie alle riforme Dini e Maroni. I sermoni della Merkel che invitano gli altri paesi dell’Eurozona a replicare la ricetta tedesca suonano insensati alle orecchie dell’editorialista tedesco: «Una riduzione nei costi per unità di prodotto rappresenta un guadagno solo se la fa un paese e gli altri no. Ma se la proponete come la politica che ogni paese della zona deve praticare, alla fine tutti si ritroveranno negli stessi rapporti di forza iniziali».

    Mano d’opera e inflazione
    Ma il vero fustigatore delle politiche di Berlino è Jörg Bibow; è lui che ribalta sulla Germania l’accusa di indisciplina che i tedeschi normalmente indirizzano alla periferia dell’Europa: è stata Berlino per prima a violare lo spirito di Maastricht e le indicazioni della Bce, e da lì sono derivati i mali attuali. Spiega Bibow nella sua ricerca “The Euro Debt Crisis and Germany’s Euro Trilemma” che l’euro e la creazione della Bce dovevano rappresentare il culmine di cinquant’anni di cooperazione monetaria europea volta a limitare le svalutazioni competitive, quelle incentrate sulla modifica dei tassi di cambio e che miravano di fatto a impoverire il proprio vicino. Con l’introduzione della moneta unica i tassi di cambio sono spariti, ma la competizione si è spostata inopinatamente sul costo della mano d’opera e sul tasso di inflazione. «La regola aurea di una unione monetaria richiede che le tendenze nei costi per unità di prodotto nazionali stiano in linea con il tasso di inflazione comune al quale i membri dell’Unione si sono impegnati, ma questa è stata violata», scrive Bibow. «Una realtà ben nota è che la tendenza del costo per unità di prodotto in Germania si è allontanata per un certo tempo dalla norma di stabilità del 2 per cento, arrivando a sfiorare lo zero in regime di euro (iniziato già l’1 gennaio 1999, quando diventa possibile fare operazioni finanziarie in euro, mentre la moneta entra in circolazione l’1 gennaio 2002, ndr). Quando la Germania divenne supercompetitiva, i suoi soci nell’euro persero competitività in una misura equivalente a una svalutazione del 20 per cento in epoca anteriore all’unione monetaria».

    Quando, nel 1996, la Germania ha deciso unilateralmente di imbarcarsi in una politica di tasso di inflazione più vicino a 0 che a 2, e di perseguirla comprimendo i salari e la domanda interna, il destino dell’Eurozona è stato segnato prima ancora che nascesse: l’unione monetaria che stava per costituirsi attorno al comune impegno dei paesi partecipanti a perseguire «un tasso di inflazione inferiore ma prossimo al 2 per cento» (come ancora oggi si può leggere nella homepage della Bce) si sarebbe destabilizzata, era solo questione di tempo.

    Un avvocato difensore della Germania e dell’euro a questo punto potrebbe intervenire dicendo: «Ma gli altri paesi dell’Unione Europea non potevano non capire il senso di questi fatti mentre accadevano, e avevano due possibili scelte: condizionare la loro partecipazione all’Unione monetaria al rispetto dei criteri da parte della Germania, oppure imbarcarsi anche loro in una politica di inflazione zero». Più facile a dirsi che a farsi. Uno degli strumenti della strategia tedesca per il raggiungimento della ipercompetitività è stato proprio quello di incoraggiare l’indebitamento pubblico e privato negli altri paesi Ue: anziché reinvestire in Germania il suo attivo della bilancia del commercio con l’estero (che è cresciuto di 10 punti percentuali da quando è stato istituito l’euro!) facendo lievitare i salari, cosa che avrebbe fatto lievitare i consumi e quindi l’inflazione, i tedeschi hanno investito i loro soldi in titoli di Stato e obbligazioni bancarie dei paesi dell’Europa mediterranea, alimentando bolle immobiliari e indebitamento pubblico. In questo la Bce è stata un alleato oggettivo della strategia tedesca, perché ha mantenuto il costo del denaro a un livello intermedio fra quello che avrebbe dovuto essere in Germania e quello che avrebbe dovuto essere nei paesi del sud Europa; col risultato appunto di scoraggiare l’indebitamento in Germania e di incoraggiarlo nei cosiddetti paesi Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). Scrive Bibow in un editoriale apparso su El Pais: «I flussi di credito dalla Germania furono fondamentali nel rendere possibile che persistessero divergenze all’interno dell’Eurozona e che crescessero gli squilibri. Lì risiede anche l’origine dell’odierna esposizione della Germania ai problemi di solvibilità nella periferia europea. Questi dati di fatto dovrebbero essere ben noti, ma l’interpretazione ufficiale scarica la colpa interamente sui paesi debitori».

    La forza di America e Giappone
    Il problema dunque l’hanno creato principalmente i tedeschi, e il problema non può essere risolto senza di loro; se non si prende in considerazione la soluzione del default selettivo nei paesi sotto pressione, che avrebbe come conseguenza la fine dell’euro, la via maestra dovrebbe essere quella della mutualizzazione del debito. I tedeschi, cioè, dovrebbero garantire i debiti degli altri paesi dell’Eurozona in cambio degli impegni al risanamento dei conti da parte di questi ultimi. Ma da questo orecchio Berlino non ci sente, come spiega suggestivamente Martin Wolf (britannico di origini austriache), altro editorialista del Financial Times: «La Germania come vuole che sia organizzata l’Eurozona? Questo è quel che capisco della posizione delle autorità politiche e monetarie tedesche: no agli eurobond; no a ulteriori fondi per il Meccanismo di stabilità europeo (non hanno voluto concedergli la licenza bancaria che gli avrebbe permesso di procurarsi altro credito, ndr); no a una vera unione bancaria (l’unione entrerà in funzione fra parecchi anni e non prevederà nessuna tutela comune dei depositi, ma solo una supervisione delle attività delle principali banche, ndr); no a deviazioni dall’austerità fiscale, anche in Germania (in base al Fiscal compact nessuno Stato potrà più aumentare il proprio debito di una percentuale superiore allo 0,5 per cento del Pil all’anno, ndr); no al finanziamento monetario dei governi (cioè no alla svalutazione, ndr); no al rilassamento della politica monetaria dell’eurozona (cioè no a ulteriori riduzioni del costo del denaro, ndr); no a un boom creditizio in Germania. Il paese creditore, nelle cui mani sta il potere in tempo di crisi, sta dicendo “nein” almeno sette volte». L’unica cosa a cui la Germania dice sì è il doloroso aggiustamento strutturale dei paesi indebitati in cambio dei quattro soldi del Meccanismo di stabilità europeo. Ma la ricetta non può funzionare per almeno due innegabili motivi. Primo, i casi di Irlanda, Grecia, Spagna e Italia dimostrano che le politiche di austerità producono recessione che logora il rapporto debito/Pil, in attesa di un ritorno alla crescita che forse renderà il debito in qualche modo sostenibile, ma non lo eliminerà. Allora come potranno i paesi in crisi rispettare l’impegno, contenuto nel Fiscal compact e voluto da Angela Merkel, di ridurre di un ventesimo all’anno il loro indebitamento eccedente il tetto del 60 per cento del Pil? Per raggiungere tale demenziale obiettivo i paesi Piigs dovrebbero semplicemente smettere di pagare le pensioni e di provvedere copertura sanitaria per qualche anno. Secondo: mentre l’Eurozona si dissangua a colpi di “svalutazione interna” per recuperare competitività, i paesi extraeuropei perseguono lo stesso obiettivo ricorrendo alla tradizionale svalutazione monetaria. In sei mesi il dollaro Usa è passato da 1,22 sull’euro a 1,33, mentre è di pochi giorni fa la notizia che il governo giapponese ha minacciato la sua banca centrale che avrebbe messo mano ai suoi statuti e ridotto la sua indipendenza se non si fosse decisa a deliberare una svalutazione dello yen. Il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha gridato al pericolo di guerra valutaria innescata da una politicizzazione delle banche centrali, ma le sue urla, diversamente da quello che accade quando le emette in Europa, non gioveranno a nulla. L’amara realtà è la seguente: Usa e Giappone si mangeranno come niente il recupero di competitività che l’Italia e gli altri paesi europei indebitati stanno riconquistando con sforzi sanguinosi.

    [u]Da cui un’amara quanto logica conclusione: l’Eurozona si avvia a implodere, e i tedeschi non hanno intenzione di fare nulla che eviti questo esito. Perché preferiscono la fine dell’euro alla fine della loro indipendenza politica ed economica in un’Europa politicamente ed economicamente unita.[/u]

    fonte: [link=http://www.tempi.it/anche-i-tedeschi-iniziano-a-pensare-che-la-crisi-europea-sia-colpa-della-germania]tempi.it[/link]


    Come può la vista sopportare, l'uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi... non ripugna il gusto berne gli umori e il sangue, le carni agli spiedi crude... e c’era come un suono di vacche, non è mostruoso desiderare di cibarsi, di un essere che ancora emette suoni... Sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo.
    - Franco Battiato

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