nuvole nere sul Medio Oriente

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Questo argomento contiene 7 risposte, ha 6 partecipanti, ed è stato aggiornato da  paolodegregorio 6 anni, 6 mesi fa.

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  • #140485

    paolodegregorio
    Partecipante

    – nuvole nere sul Medio Oriente –
    di Paolo De Gregorio, 3 gennaio 2012

    Proviamo ad elencare i fattori di instabilità che si stanno concentrando nell’area del petrolio mediorientale, che rendono possibile e probabile un conflitto militare di proporzioni tali da ripercuotersi su tutte le economie mondiali.

    -la minaccia iraniana di bloccare lo stretto di Hormuz (da cui passa il 40% del petrolio mondiale) è realistica e relativamente facile, affondando vecchie navi da carico e minando la zona.
    Bisogna tener conto che questa minaccia origina dalle sanzioni occidentali che, come sanzione al programma nucleare di questo paese, vogliono impedire la commercializzazione del petrolio iraniano.

    -qualche mese di blocco porterebbe il petrolio a 200 dollari al barile, la qual cosa non dispiacerebbe a entità potenti come il cartello multinazionale delle grandi compagnie petrolifere le cui riserve raddoppierebbero di valore e compenserebbero i mancati introiti.
    Anche i paesi produttori non vedrebbero male uno stop alla estrazione, anche perché il petrolio è un bene in via di esaurimento e aumenterà di valore fino a quando non sarà sostituito da altre modalità energetiche.

    -Visto che una parte del petrolio che passa dallo stretto di Hormuz è destinato alle emergenti economie di India e Cina, non credo che dispiacerebbe agli strateghi della globalizzazione un rallentamento di queste economie.

    -da parte israeliana vi è un interesse vitale ad una crisi, in cui intervenire per bloccare “manu militari” il programma atomico iraniano e ristabilire la propria egemonia in Medio Oriente, in stretta alleanza con gli USA.

    -gli USA, lasciato l’IRAK e prossimi a lasciare (da perdenti) l’Afghanistan, entrerebbero prestissimo in crisi di astinenza da guerre, sistema vitale che alimenta economia e politica americana, metodo “democratico” che deve procacciare materie prime e quindi ricchezza, in nome degli “interessi vitali” e della “sicurezza” (una volta chiamato più semplicemente ed efficacemente IMPERIALISMO)

    -la tentazione USA di mettere le mani sul petrolio iraniano e ristabilire l’egemonia imperiale sull’intero Medio Oriente è FORTISSIMA e ora non si tratta nemmeno di fabbricare prove false sulle armi di sterminio in possesso di Saddam Hussein, visto che gli iraniani lavorano chiaramente per disporre dell’arma atomica.
    Certo mi assale sempre quel dubbio che le armi di distruzione di massa in mano alle cosiddette democrazie sono legittime, anche se pesano enormemente nel minacciare i nemici di chi le possiede (famosa la frase della Clinton che minacciava di incenerire quello Stato che avesse toccato Israele).

    -un rallentamento dell’economia globale, dovuto ad una guerra contro l’Iran, apparirebbe non molto pesante anche perché c’è una crisi di saturazione dei mercati, e facilmente la guerra potrebbe coprire la crisi sistemica del capitalismo mondiale, addossando la responsabilità agli ayatollah.

    Concludendo, penso che molti fattori convergano nel rendere questo conflitto possibile.
    Solo gli iraniani potrebbero fare un bel dispetto ai colonialisti: potrebbero annullare il programma nucleare, dichiarare la pace con Israele e vendere il loro petrolio a 50 dollari solo a Cina e India.
    Segnalati suicidi al Pentagono!
    Paolo De Gregorio


    #140486
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    [quote1325664511=paolodegregorio]

    – … :yesss:
    Concludendo, penso che molti fattori convergano nel rendere questo conflitto possibile.
    Solo gli iraniani potrebbero fare un bel dispetto ai colonialisti: potrebbero annullare il programma nucleare, dichiarare la pace con Israele e vendere il loro petrolio a 50 dollari solo a Cina e India.
    Segnalati suicidi al Pentagono!
    Paolo De Gregorio

    [/quote1325664511]

    :hehe:


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    #140487

    Anonimo

    http://comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9645

    PERCHÉ GLI STATI UNITI HANNO BISOGNO DI UNA GUERRA GLOBALE
    Postato il Venerdì, 06 gennaio @ 18:45:31 CST di supervice

    DI VICTOR BURBAKI
    Strategic Culture
    Al momento, ci troviamo al centro di una fase turbolenta del ciclo evolutivo globale avviato negli anni '80 e che dovrebbe finire alla metà del XXI secolo. In questo processo, gli Stati Uniti stanno evidentemente perdendo il proprio status di superpotenza.

    Stime elaborate dagli esperti dall'Accademia Russa delle Scienze indicano che l'attuale periodo di forte instabilità dovrebbe finire attorno al 2017-2019 con una nuova crisi. Questa non sarà profonda come quella del 2008-2009 o del 2011-2012 e segnerà la transizione verso un'economia incentrata su nuove basi tecnologiche. La ripresa economica del 2016-2020 probabilmente provocherà serie modifiche nell'equilibrio del potere globale e gravi conflitti politico-militari che riguarderanno i pesi massimi planetari e i paesi in via di sviluppo. L’epicentro del conflitto dovrebbe essere localizzato nel Medio Oriente e nell'Asia Centrale post-sovietica.

    Il secolo del dominio militare-politico globale e del primato economico degli Stati sembra che stia giungendo al suo completamento. Gli Stati Uniti hanno fallito nel loro tentativo unipolare e, dissanguati dai conflitti permanenti nel Medio Oriente, ora mancano delle risorse necessarie a mantenere il comando globale.

    La multipolarità implica una molto più equa distribuzione della ricchezza in tutto il mondo e una trasformazione profonda delle istituzioni internazionali come l'ONU, il FMI, la Banca Mondiale, eccetera. Al momento il Washington Consensus sembra irreversibilmente morto e le agende globali dovrebbero essere rinnovate per costruire un'economia con livelli di incertezza molto più bassi, regolamentazioni finanziarie più rigide e maggiore giustizia nell'allocazione dei redditi e dei benefici economici.

    I centri di sviluppo economico stanno spostandosi dall’Occidente – che ha dalla sua l’introduzione della rivoluzione industriale – verso l’Asia. Cina e India dovrebbero prepararsi a una corsa economica senza precedenti in uno scenario che vede una forte competizione tra le economie che hanno introdotto il capitalismo di stato e i modelli democratici tradizionali. Cina e India, i due paesi più popolati al mondo, definiranno la direzione e il ritmo di sviluppo nel futuro, ma la battaglia principale per il primato globale verrà giocata tra Stati Uniti e Cina, e in ballo ci saranno il modello socioeconomico post-industriale il sistema politico del XXI secolo.

    La domanda che sorge in questo contesto è, “Come reagiranno gli Stati Uniti alla transizione?”

    * * *

    Intanto va considerato che qualsiasi strategia attuata dagli Stati Uniti parte dal presupposto che perdere il primato globale è per loro una cosa inaccettabile. Il collegamento tra leadership globale e la prosperità del XXI secolo è un assioma per le élite statunitensi, indipendentemente dai dettagli politici.

    I modelli matematici delle dinamiche geopolitiche globali assicurano che una guerra vittoriosa di grosse dimensioni e combattuta con le armi convenzionali è l’unica opzione a disposizione degli Stati Uniti per invertire il rapido collasso del suo ancora insuperato status geopolitico.

    È fatto noto che anche i metodi non militari hanno una loro utilità – come nel collasso dell’Unione Sovietica – e che le tecnologie relative vengono costantemente impiegate dagli Stati Uniti. Ma, fino a questo momento, paesi come Cina o Iran sembrano essere immuni alla manipolazione esterna. Se l’attuale dinamica geopolitica dovesse persistere, ci si può aspettare un cambio di leadership globale entro il 2025, e l'unica possibilità che gli Stati Uniti hanno a disposizione per impedire questo processo è provocando una guerra allargata.

    Questo paese, che deve affrontare un’imminente perdita della leadership, deve necessariamente colpire per primo, e Washington sta facendo proprio questo negli ultimi 15 anni. La tattica specifica degli Stati Uniti è quella di non scegliere come obiettivo un candidato alternativo al primato geopolitico, ma quei paesi con cui lo scontro può essere fattibile. Attaccando la Jugoslavia, l’Afghanistan e l’Iraq, gli Stati Uniti hanno cercato di occuparsi di problemi regionali o economici relativamente minori, ma un gioco più allargato richiederebbe per forza un rivale più consistente. Gli analisti militari ritengono che Iran, Siria e i gruppi sciiti non arabi – come gli Hezbollah in Libano – hanno le maggiori opportunità di venire colpiti nell’ambito di una nuova redistribuzione globale.

    La redistribuzione è già in corso. La Primavera Araba provocata e gestita da Washington ha creato le condizioni adatte per la fusione del mondo musulmano in un unico califfato. Il piano degli Stati Uniti è che questa nuova formazione possa aiutare la superpotenza a mantenere la sua presa sulle maggiori risorse energetiche mondiali e a salvaguardare i propri interessi in Asia e in Africa. Non ci sono dubbi che lo sfidante degli Stati Uniti nella composizione di questi accordi è la potenza sempre più forte della Cina.

    Liberarsi di Iran e Siria, che stanno intralciando il cammino verso il dominio globale statunitense, sarà il prossimo passo di Washington. I tentativi di mettere in difficoltà il regime iraniano, provocando le rivolte civili all’interno del paese, hanno palesemente fallito e gli analisti militari ritengono possa essere riproposto in Iran uno scenario di intervento simile a quelli implementatati in Iraq e in Afghanistan. Il piano ha sicuramente l’opportunità di materializzarsi anche se, al momento, il ritiro delle truppe dall'Iraq e dall'Afghanistan comporta per gli Stati Uniti una serie di problematiche.

    La realizzazione del progetto del Grande Medio Oriente – con i danni inferti alla posizione di Russia e Cina – sarebbe il primo desiderio degli Stati Uniti dopo la vittoria in un conflitto allargato. Questo progetto è diventato ben noto negli Stati Uniti dopo la pubblicazione nell’Armed Forces Journal della famosa mappa di Peters. Le motivazioni nascoste dietro a questo disegno erano di escludere Russia e Cina dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, di separare la Russia dal Caucaso meridionale e dall'Asia Centrale e di scollegare la Cina dai suoi più importanti fornitori di energia.

    La materializzazione del progetto del Grande Medio Oriente rovinerebbe le prospettive di un pacifico e solido sviluppo da parte della Russia, mentre il Caucaso del Sud controllato dagli Stati Uniti invierebbe onde d’urto verso il Caucaso del Nord. Le rivolte verrebbero provocate dalle forze del fondamentalismo musulmano, e le regioni russe a prevalenza musulmana sarebbero sicuramente colpite.

    Gli Stati Uniti non sono capaci di sostenere il consenso di Washington contando solamente sugli strumenti economici e politici. Il cinese Jemin Jibao ha parlato con la massima chiarezza quando ha scritto che gli Stati Uniti sono diventati un parassita globale che stampa quantità illimitate di dollari, che li esporta per pagarsi le proprie importazioni per potersi comprare un ricco tenore di vita derubando il resto del pianeta. Il primo ministro russo ha espresso simili considerazioni durante la sua visita in Cina del 17 novembre 2011.

    Al momento la Cina sta spingendo per limitare la sfera di circolazione del dollaro. La quota della moneta statunitense presente nelle riserve cinesi si sta restringendo e, nell’aprile del 2011, la Banca Centrale cinese ha annunciato un piano per escludere il dollaro dalle compensazioni internazionali. Il colpo inferto al dominio valutario degli Stati Uniti non rimarrà senza risposta, evidentemente. L'Iran sta tentando allo stesso modo di ridurre la quota di dollari che vengono utilizzati nelle transazioni: nel luglio 2011 ha aperto una borsa petrolifera dove vengono accettati solo l’Euro e la valuta iraniana. Iran e Cina stanno trattando uno scambio di prodotti cinesi con il petrolio iraniano che, tra l’altro, renderebbe possibile aggirare le sanzioni imposte all'Iran. Il dirigente iraniano detto che il volume di scambi del suo paese con la Cina dovrebbe raggiungere i 100 miliardi di dollari, e ciò renderebbe il piano di aggiramento degli Stati Uniti assolutamente insignificante.

    Gli sforzi degli Stati Uniti per minare la stabilità nel Medio Oriente possono in parte essere attribuiti al fatto che la ricostruzione delle infrastrutture devastate in tutta la regione renderebbe necessaria una massiccia infusione di dollari, rivitalizzando così l’economia statunitense. Nel 2011 la strategia degli Stati Uniti per la conservazione della propria leadership globale punterà a politiche basate sulla forza, mentre Washington sta anche pensando alla svalutazione del dollaro tra le possibili soluzioni alla crisi. Una guerra di primo livello potrebbe davvero servire allo scopo. Al termine, il vincitore sarebbe in grado di imporre le proprie condizioni al resto del mondo come avvenne quando il sistema di Bretton Woods fu introdotto nel 1944. Per Washington, per guidare il mondo bisogna essere pronti a combattere una guerra globale.

    L'Iran potrà riuscire, se ben appoggiato, a porre fine all'espansione universale degli Stati Uniti? La domanda avrà la sua risposta nel prossimo articolo.


    #140488

    Anonimo

    http://comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9644

    INDEBOLIRE L’IRAN PER L'ATTACCO FINALE
    Postato il Venerdì, 06 gennaio @ 17:10:00 CST di supervice

    DI WAYNE MADSEN
    Strategic Culture
    In un certo senso, la tanto attesa guerra dell’America e di Israele contro l’Iran é già iniziata. Non é il tipo di guerra che ci si aspettava (uno stile a sorpresa da manuale israeliano e un attacco lampo alle installazioni nucleari iraniane, seguito da un’intensa campagna di bombardamenti aerei da parte degli Stati Uniti e della Nato), bensì una guerra segreta dal carattere tranquillo e inaspettato. La guerra segreta, risultata nell’aumento di velivoli statunitensi radioguidati nei cieli dell’Iran e nell’incremento di esplosioni sospette alle installazioni militari iraniane, é stata associata a un’azione di destabilizzazione di tutti gli alleati e amici dell’Iran, compresi Siria, Russia, Cina, Corea del Nord e Venezuela…
    Tale strategia d’attacco multifronte ha mandato un messaggio chiaro all’Iran, che é minacciato a casa propria dai sabotaggi segreti e non può più contare sui suoi alleati esteri, che devono fare i conti con problemi interni causati da Stati Uniti e Israele.

    Nonostante la Libia di Muammar Gheddafi non fosse un alleato dell’Iran, l’ascesa al potere di elementi filosauditi wahabiti e sunniti-salafiti a Tripoli e a Bengasi aumenta la falange di stati arabi che si oppone attivamente al governo sciita di Teheran. Il successo della Fratellanza Musulmana e dei partiti salafiti alle elezioni parlamentari in Egitto é un ulteriore fattore di preoccupazione per l’Iran.

    Tuttavia, é la potenziale perdita di potere del regime di Bashar al Assad in Siria a rappresentare la peggiore disfatta immediata per l’Iran. La Siria é stata l’alleato del mondo arabo più vicino all’Iran. L’Occidente, i sauditi e i qatarioti hanno appoggiato gli elementi salafiti, terroristi inclusi, che hanno commesso la loro parte di atrocità in Siria, come quelle contro i sostenitori di Gheddafi o i massacri razzisti degli lavoratori africani e libici di colore durante la guerra civile in Libia.

    Ai confini dell’Iran e nelle aree marine adiacenti, i paesi che ospitano le forze militari americane (Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman, Turchia e Afghanistan) si stanno preparando a un conflitto militare con l’Iran. Anche se l’amministrazione Obama ha proclamato la fine dell’occupazione militare degli Stati Uniti in Iraq, alcune forze americane restano nel paese, così come un gruppo di organi di sicurezza privata paramilitare.

    Con la notizia che in Iraq, dove prevale lo Sciismo, il governo filoiraniano di Nouri al Maliki a Baghdad ha formato un’alleanza militare con l’Iran e che il vicepresidente sunnita dell’Iraq, Tareq al-Hashimy, ha cercato protezione dall’arresto presso il governo di Maliki nel Kurdistan iracheno, ci si aspetta che gli Stati Uniti aumentino la propria presenza militare segreta e non nelle aree sunnite dell’Iraq nella parte occidentale del paese, così come nel Kurdistan iracheno. Le prime linee del fronte in un confronto militare americano e/o israeliano con l’Iran potrebbero formarsi lungo le linee di scontro tra sciiti e sunniti in Iraq, una nazione già molto debole e decimata dalla guerra.

    Le forze della Guardia Rivoluzionaria Iraniana potrebbero alla fine attraversare i confini dell’Iraq per sostituire le restanti forze americane e i loro bracci armati sunniti e curdi.

    Gli Stati Uniti hanno fatto pressione su Maliki perché non schieri le sue forze contro i 3400 esiliati iraniani, per la maggior parte membri del gruppo rivoluzionario Mujaheddin-e-Khalq che un tempo avevano l’appoggio di Saddam Hussein. Le forze MEK contro il regime di Teheran ora godono dell’appoggio di alcuni politici americani ma sono considerati dei terroristi dagli iraniani. Dai tempi dell’occupazione statunitense in Iraq, i rifugiati del MEK sono stati messi sotto assedio a Camp Ashraf. Gli Stati Uniti hanno fatto pressione su Maliki affinché consenta agli iraniani di ristabilirsi a Camp Liberty vicino a Baghdad, prima che gli Stati Uniti procedano all’esfiltrazione dell’Iraq. Non é stato firmato nessun accordo finale tra Washington e Baghdad, ma le forze lealiste del MEK potrebbero finire in uno degli stati del Golfo e rendersi disponibili per future operazioni di guerriglia all’interno dell’Iran.

    L’altra incognita nel futuro degli Stati Uniti é il Pakistan, i cui rapporti con Washington sono al momento interrotti dopo gli intensi e continui attacchi americani che hanno causato la morte dei soldati pakistani di frontiera e di alcuni civili. Il presidente corrotto del Pakistan, Ali Asraf Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, é visto come un fallimento. Come quelle di George Soros e del National Endowment for Democracy (NED), le ribellioni “a tema” vengono attualmente fomentate contro gli alleati diplomatici e i partner economici e militari dell’Iran, quali Russia e, Cina, mentre il Pakistan, la sola potenza nucleare del mondo musulmano, é nel mezzo di un’insurrezione “popolare” guidata da Imran Khan, ex giocatore di cricket entrato in politica.

    Il partito pakistano Tehreek-e-Insaf (Movimento per la Giustizia) di Khan radunato recentemente oltre 100.000 persone a Karachi, dove i manifestanti hanno richiesto a gran voce riforme politiche ed economiche e la fine della corruzione praticata da Zardari e dai suoi amici. Il messaggio assomiglia a quello delle forze anti-Vladimir Putin a Mosca, contro la corruzione e l’istituzione di riforme politiche. Persino il numero di manifestanti é lo stesso: 100.000 sia nell’ultima protesta contro Putin a Mosca, sia nella protesta anti-Zardari a Karachi.

    Tuttavia, Khan é appoggiato dall’élite istruita e professionista del Pakistan, per la maggior parte formata da giovani. La sua ex moglie è la londinese Jemima Goldsmith Khan, un agente che opera in Islam e imparentata con la famiglia Rothschild. Anche se ha divorziato da Khan nel 2004, Jemima Khan sostiene gli obbiettivi del movimento PTI dell’ex marito. Il PTI sta iniziando a riscuotere sostegno politico in Pakistan da alcuni ex membri e funzionari del Partito del Popolo di Zardari, un segnale che ci mostra come Khan stia espandendo la propria base.

    Jemima Khan ha anche aderito all’appello a favore di Julian Assange di WikiLeaks, una chiara indicazione che il movimento di Khan è davvero vicino al concetto dell’”infiltrazione cognitiva e della dissidenza” propugnato da Soros-NED-CIA e applicato in varie nazioni.

    Khan ha dovuto assumere un tono anti-americano per condannare gli attacchi incessanti della presenza militare statunitense in Pakistan. In ogni caso, Khan, per rimanere un candidato al potere, deve seguire una linea politica nazionalista perché l’America é odiata da un ampio spaccato della popolazione pachistana. Khan sta adottando lo stesso approccio politico privo di carattere assunto da Barack Obama nel 2008, prendendo a prestito alcuni elementi dalla sua campagna come i poster elettorali con le scritte “Speranza” e “Cambiamento” che tappezzano tutto il Pakistan e persino usando lo stesso slogan di Obama, con un leggero cambiamento: “Yes We Khan”.

    Ci si aspetta che l’intensa campagna aerea americana fondata su velivoli automatici (Unmanned Aerial Vehicle – UAV), che utilizza tecnologie dell’intelligence e droni armati, continui nonostante la presa iraniana di un sofisticato drone americano a reazione (RQ0170 Sentinel) fatto precipitare in Iran. Inoltre, circolano voci che Israele potrebbe essere in possesso di basi di droni e altre tecnologie dell’intelligence da utilizzare contro l’Iran dall’Azerbaijan, sulla frontiera settentrionale dell’Iran. Si sospetta che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e Israele siano i responsabili di questi attacchi segreti (fisici e cibernetici) contro il programma di sviluppo nucleare iraniano.

    Scienziati nucleari iraniani e funzionari della difesa sono stati assassinati e sequestrati da agenti dell’intelligence occidentale che operano in Iran e in altre nazioni. Ci sono state misteriose esplosioni nella base di produzione dei missili iraniani appena fuori da Teheran e presso l’istallazione nucleare vicino a Esfahan. L’Occidente, inoltre, sta usando gruppi di guerriglia formati da minoranze iraniane per condurre operazioni all’interno dell’Iran, compresi gli Arabi iraniani nel sud-ovest del paese, i curdi nel nord e i beluci nel sud-est.

    Nonostante le azioni militari UAV contro l’Iran siano state ampiamente denunciate, l’uso di veicoli sottomarini autonomi (Unmanned Undersea Vehicles – UUV) contro le forze navali dell’Iran, attualmente impegnate in grosse operazioni nel Golfo, non può essere ignorato. La marina americana potrebbe usare gli UUV per condurre azioni mirate all’interno della zona navale iraniana di Bandar Abbas nel Golfo e in un prossimo futuro potrebbe effettuare azioni di sabotaggio sui vascelli iraniani e annullare la minaccia delle mine iraniane facendole esplodere.

    É inoltre risaputo che Israele mantiene due dei suoi sottomarini diesel elettrici della Classe Dolphin nel Golfo. Questi sottomarini trasportano missili da crociera molto probabilmente dotati di testate nucleari.

    Nel frattempo, l’Occidente non lascia nulla di intentato nella neutralizzare ogni sostegno fornito dagli alleati all’Iran. Oltre a sostenere le proteste contro la Russia e la Cina (le cosiddette rivoluzioni “bianche”), l’amico dell’Iran in Venezuela, Hugo Chavez, é accusato di collaborare con gli iraniani allo sviluppo di armi nucleari in Venezuela, una vecchia storia totalmente infondata, e di appoggiare gli Hezbollah libanesi e venezuelani coinvolti nel narcotraffico in Messico. Quest’ultima versione é stata fatta circolare dall’emittente televisiva in lingua spagnola Univision, che appartiene al famoso magnate israelo-americano di Hollywood Chaim Saban, un sionista che finanzia il Saban Centre della Brooking Institution. Il Saban Centre permette anche ai propagandisti dal proprio ufficio satellitare a Doha, in Qatar, di influenzare la propaganda in stile Fox News, spacciata per “notiziario”, trasmessa dagli studi di Al Jazeera a Doha.

    Gli alleati Hezbollah libanesi dell’Iran e il governo del Sudan e della Corea del Nord, noti per mantenere stretti rapporti con Teheran, subiscono nuovamente le pressioni dell’Occidente, in particolar modo la Corea del Nord dopo l’improvvisa morte di Kim Jong-il. Mentre si affastellano le voci a Seul e a Pechino secondo cui Kim Jong potrebbe essere stato assassinato da ufficiali militari in una contesa di potere sfociata in un colpo di stato, il ruolo della Corea del Nord come fonte di missili iraniani e di tecnologia nucleare potrebbe ora non essere più certo. Il Sudan, che ha già perso il Sudan del Sud in mano a un regime filoisraeliano, rischia ora di perdere anche il Darfur e il Nord Kordofan, lasciando Karthoum con un regime impotente.

    Negli Stati Uniti, i propagandisti sionisti stanno diffondendo voci assurde circa un presunto coinvolgimento dell’Iran negli attacchi dell’11 settembre con Al Qaeda, l’organizzazione inventata da Mossad e dalla CIA.

    Rimane un fatto. L’Iran al momento sta facendo i conti con una guerra non dichiarata finanziata dall’Occidente e da Israele. Si tratta una guerra di virus informatici (come lo Stuxnet, creato da Israele), di propaganda, di sostegno a ribelli armati, omicidi e sabotaggi segreti e di pressione politica contro gli alleati dell’Iran in tutto il mondo. L’Occidente si aspetta che un tale indebolimento dell’Iran trasformi l’assalto militare finale alla nazione in un “gioco da ragazzi”.


    #140489

    Anonimo
    #140490

    Erre Esse
    Partecipante

    [quote1325960893=CadeIlVelo]
    Mi auguro che non succeda mai:

    http://mentereale.com/articoli/il-tempo-di-attaccare-l-iran-e-arrivato
    [/quote1325960893]

    Con tutto il rispetto, ma l'articolo di Corrado Belli mi sembra leggermente delirante.


    #140491

    Erre Esse
    Partecipante

    [quote1334584063=paolodegregorio]
    Solo gli iraniani potrebbero fare un bel dispetto ai colonialisti: potrebbero annullare il programma nucleare, dichiarare la pace con Israele e vendere il loro petrolio a 50 dollari solo a Cina e India.
    Segnalati suicidi al Pentagono!
    Paolo De Gregorio

    [/quote1334584063]

    Se non lo fanno, può essere una conferma di ciò che dicono alcuni, compresi Fausto Carotenuto e Benjamin Fulford: cioè che in realtà il “nemico” Iran è una marionetta nelle mani dei Rothschild come Israele, dentro un gioco apocalittico.


    #140492
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    http://www.newnotizie.it/2012/04/usa-da-obama-si-al-nucleare-iraniano-se-destinato-a-uso-civile/
    Mano tesa- La notizia è stata riportata dal Washington Post, che ha citato fonti dell'intelligence, ed arriva come un fulmine a ciel sereno, considerando il clima di forte tensione registrato negli ultimi mesi tra Stati Uniti e Iran: Barack Obama avrebbe inviato un messaggio privato alla Guida Suprema iraniana, l'Ayatollah Ali Khamenei, contenente parole di approvazione per un utilizzo dell'energia nucleare nel Paese mediorientale, purchè limitata esclusivamente a scopi civili.


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