Piccoli racconti, monologhi, poesie, nostre o che abbiamo sentito come nostre

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Questo argomento contiene 44 risposte, ha 15 partecipanti, ed è stato aggiornato da  mudilas 9 anni, 10 mesi fa.

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  • #106944

    mudilas
    Partecipante

    Quiete Tempesta Andata e Ritorno

    Di Marco Salidu (del 28/03/2007 @ 06:56:32, in http://www.web-parole.it/dblog/articolo.asp?id=372

    Era la prima volta che mio padre, soventemente stoico, chiedesse qualcosa di cui avesse bisogno.
    Aveva bisogno di me, di mia sorella, del nipotino, della nuora, insomma della famiglia. Ci voleva vicini e ci chiamò.
    Tutto il rancore adolescenziale, evidentemente non risolto, riaffiorato nell'ultimo periodo trascorso insieme, svanì nel nulla, per una richiesta che evidenziava una fragilità celata, che non mi sentivo di aggravare.
    Ero reduce da una lite di coppia sconfinata in ogni dove, e si era creata tensione anche con mia sorella.
    Un momentaccio che mi aveva confuso ed ero indeciso sul da farsi.
    Partimmo comunque, stranamente pacifici e incoscienti.
    Il mio acufene era peggiorato, diventavo mezzo sordo e contemporaneamente sensibile alle vibrazioni sonore che dolevano.
    L'accelerazione mi provocava sempre un certo disagio e vertigini… scelsi il mezzo più veloce per condurmi alla mia isola.
    Ero incerto se avvisare il mio Amico, non sapevo se la mia visita potesse fargli piacere, era passato talmente tanto tempo.. e poi ci sentivamo sempre meno… Cercavo dì fare mente locale di esempi comportamentali umani, che potessi attuare e che potessero adattarsi all mia “natura”.
    Trovai sicuramente funzioni mnemoniche di varie guide interne, talmente repentinamente e un pochino inconscie che ora, non riesco visualizzarne neanche una. Bhe, gli mandai un timido sms poco prima di partire: “Ciao, come va? Verrò in Sardegna per Natale, spero riusciremo a vederci”

    L'aereo decollò tra paranoie adulte ed entusiasmi infantili.
    L'ubicazione nel cielo, la terra dall'oblò, sconvolge ancora oggi, la realtà dei sensi.
    Mancavo dalla mia “patria” da quasi 7 anni, non vedevo il mio amico d'infanzia da altrettanti anni, e i miei genitori da sei mesi.
    Atterrammo. Ero inebriato per i forti rumori, per la pressione atmosferica, e anche per l'emozione.
    Mia sorella e mio figlio scapparono spazientiti.
    Mia moglie ed io aspettammo le valigie.
    All'apertura delle porte automatiche, trovai famiglia e parenti, tutti riuniti e con occhi lucidi.
    Io, che non sono molto affettuoso ed espansivo, mi lasciai abbracciare e baciare.
    Fui felicemente meravigliato di vedere anche il mio amico, che mi fece una sorpresa e mi prelevò dicendo: ” Ve lo rubo e lo riporto subito ” Mia madre rispose: ” Ma presto, eh ”
    La mamma!

    Parlammo brevemente di noi, con l'abbraccio, capimmo l'essenziale.
    Lui era diventato un bravo Trader indipendente; durante i grandi spostamenti di denaro, operati dai veri governatori del mondo, riusciva a trovare delle falle, e sotrarre loro, un po' di denaro.
    Io, tempo addietro, mi maledissi; facendo un “voto di povertà”, scelsi uno dei tanti lavori umili ma utili, che potesse compromettermi moralmente, nel minor modo possibile.
    Poi gli “argomentoni”, come la macroeconomia, il denaro, il mercato, le multinazionali e la massoneria… ed eravamo sorprendentemente in sintonia.
    Noi due, cresciuti in famiglie, politicamente agli antipodi, con percorsi diametralmente opposti, eravamo giunti alle medesime analisi sociali.
    Gli volli bene come ai tempi in cui ci chiamavano Cip e Ciop, perchè eravamo sempre insieme, uniti.
    Quando arrivai a casa, istintivamente, con lo sguardo cercai Rudi, il mio cane morto da anni.
    Era tutto così diverso, la strade una volte sterrate, erano asfaltate; le piantine, divenute alberi; il pagliericcio, le distese di prati gialli e secchi, invece erano più piccoli, verdi, rigogliosi circodati da nuove case; anche il clima era mutato.
    Ci mettemmo d'accordo e ci vedemmo la sera , o meglio, la notte stessa, dopo un'abbondante cena, in cui continuavo inutilmente a ricercare familiarità con gli elementi esterni.
    Mi portò in città, che distava cinque chilomertri dalla campagna in cui abitai. Facemmo un tour dei punti storici e nevralgici della città; il centro storico, la piazza principale, i giardinetti dove gli studenti pendolari si incontravano e conoscevano, tra una partenza e un arrivo…il mio petto si gonfiava, rivissi emotivamente scorci di un passato, che sembrava essere senza i remoti limiti del tempo.
    Era come se passato e futuro, collidessero senza intermedi, causando un boato che sentivo echeggiare nello stomaco e nelle viscere.

    Mi accorsi delle nuove costruzioni e dei nuovi locali di intrattenimento, e sebbene fossi contento delle novità, mi rammaricavo del fatto che fossero prive di identità culturali e folcloristiche, bensì uguali a tutti quegli edifici dei paesi in “via di sviluppo”, proiettati verso orizzonti sterili, come gli enormi centri commerciali, visti nell'Europa del nord-est.
    E' strana la nostalgia, accompagnata dalla sensazione di allontanamento, comune a tanti immigrati che non si sentono più a casa loro, in nessun luogo geografico.
    Gli isolani vissuti in un'atmosfera unica, percepiscono i confini lentamente, e tutto, arriva morbido, tiepido, bagnato dalle correnti, diluito dall'acqua e insaporito dal sale, richiamando cenestesicamente le entità umane contigue, con i loro vissuti sociali, lontani migliaia di chilometri, ma vicini a quell'unità arcaica e primordiale.
    Incontrammo altri conoscenti, le cui direzioni si incrociarono in dimensioni temporali differenti, lasciando reciproche influenze.
    Ero così felice per la bellezza e l'intensità dell'attimo, eterno presente.
    Bevemmo, non tanto, ma abbbastanza, in svariati locali, e mi ubriacai, inavvertitamente, talvolta in compagnia di momentanei compagni di viaggio, a volte soli, con i nostri bei ricordi. Rievoco un bowling con le luci blue, un multicentro dalla forma esa o ettagonale….poi con la vesciva piena, velocemente verso un posto in cui tutti finivano per svuotarsi. In effetti era semivuoto, ma con le file chilometriche, appena fuori dai bagni.
    Ridevo e ridevo, qualsiasi cosa mi dicessero…con la vescica colma…che connubio! Scappai di corsa farfugliando qualcosa al mio amico, che era davanti al bancone con due “fileferru” (grappe) in mano.
    Urinai nel primo posto semi-appartato, che poi si rivelò essere, il parcheggio privato del suo ex-datore di lavoro. -il quale, anni orsono, gli negò il permesso per recarsi al mio matrimonio- Brindammo all'evento ridendo come adolescenti cazzoni, mandai giù il fileferru come fosse acqua.
    Lui sgranò gli occhi e quasi gli andava di traverso.
    Oramai i sensi erano narcotizzati dall'alcool.
    Il freddo della notte isolana, colpì il mio stomaco dimentico dell'escursione temica notevole, ed aggiunse una congestione alla sbornia.
    Passai gli altri giorni a smaltire i postumi, un po' rintronato, osservavo tutto ciò che mi accadeva attorno, con occhi aperti e grandi, assaporavo un tenore di vita natalizio che un tempo mi appartenne.


    #106945

    sephir
    Partecipante

    ogni sardo che ritorna prova o ha provato molte di queste sensazioni mudilas…ma tu sei sardo or dunque ?!


    #106946

    mudilas
    Partecipante

    Eh, già! Sono sardo, non sbandiero i 4 mori per senso pudico!


    #106947

    mudilas
    Partecipante

    già pubblicato in web-parole.it

    Il mio giardino

    Mi vergogno un po', ma l'amore per I miei difetti, per la mia follia, mi spinge a scrivere.
    Non avevo mai personalizzato il mio rapporto emotivo con le piante, soprattutto con gli alberi, sebbene amassi la fauna e la terra, e fossi particolarmente a favore dell'ecosistema…sarà per il periodo particolare, sarà perchè ad autunno mi deprimo sempre, -se dovessi collocare cronologicamente I miei licenziamenti, le mie liti, le mie crisi ecc. mi accorgerei che corrispondono alla stagione autunnale- come le foglie cado giù, regurgitando sentimenti bassi, prima di giungere alla fine, trascinerei con me, il mio “nemico”.
    Ebbene, gli alberi: mentre spazzavo le foglie davanti all'ingresso di casa, mi sentivo osservato, alzai lo sguardo e Vidi lui, il pino:
    “Certo che sei un bello stronzo, potresti far cadere meno rametti, o almeno un poco distante da qua”.
    Per risposta mi lanciò un suo ago nell'occhio.
    “Vaffanculo” urlai iroso.

    La gente che passava, giustamente mi guardava attonita, ma subito dopo aver calpestato un bimbo che chiedeva l'elemosina.
    Il mondo, il mio mondo, era cambiato, esistevano nuovi esseri che comunicano esplicitamente.
    Dopo quell'aneddoto, osservai diversamente, col mio nuovo sguardo, mi accorsi della peculiarità di ogni singolo albero, del loro carattere individuale.
    Mentre innaffiavo, diedi una carezza ad un altro pino, sentendo un'irresistibile voglia di elargire coccole, lui chiamò il vento e mi posò leggermete il ramo sulla spalla.
    Non vi è dubbio, ero impazzito, eppure scoprii una cosa talmente straordinaria che ora ho voglia di confidarla e di narrare, come si racconta dei normali avvenimenti quotidiani, tipo:
    “Sai, oggi quello stronzo ha lanciato gli aghi sulla finestra, ha sputato la resina sui davanzali. Guerra vuole e guerra avrà!”

    Il banano che cresceva affianco al pino, stordito -per il paesaggo urbano di cui non sapeva, e di cui i suoi simili e i suoi genitori non gli avevano mai fatto menzione- cominciò a produrre una miriade di bananini per ricreare la foresta tropicale; il giardiniere basito, tagliò i suoi figli e non riuscì a comprendere come fosse potuto accadere:
    “Persino il casco di banane! A Milano?” esclamò.
    Per il dolore, Banano diventò schizofrenica, limitò la riproduzione a tre arbustelli, che con un delirio mistico, battezzò, “Pio, Santa Maria e Spirito Santo”.
    Pino, osservava divertito: “Sadico, bastardo” Gli dissi.
    Lui permaloso, diede una frustata sulla tapparella della mia finestra, rompendola; Banano tremava e piangeva, poi rise vigorosamente, nel pieno di una crisi nervosa; Pino gli intimò di smetterla, lei (Banano), fece cadere una foglia, un'enorme foglia, a confronto con gli aghi, un vero e proprio smacco.
    Pino rispose con una pioggia di pigne e vinse.
    Banano oramai assume comportamenti psicotici, si è ammalata e soffre di nostalgia, racconta continuamente della grande foresta madre.
    Per vendetta piantai alcune Eriche nel giardino; loro pettegole, avrebbero sicuramente indispettito Pino, ma lui scafato, inacidì la terra con i suoi aghi.
    Ora sopravvivono a malapena.
    Il giardiniere mi rimproverò, perchè asseriva che non si possono piantare le eriche in un terreno acido.
    Paonazzo per la rabbia, presi la sega elettrica del giardiniere, e con un espressione maligna gli dissi che dovevo tagliare i rami del pino che:
    “… Danno fastidio alla signora di sopra -mentii spudoratamente- dice che gli aghi intasano gli scarichi dell'acqua del terrazzo…”
    Anche Pino cominciò ad avere timore, il ricordo dell'ultima potatura giunse accompagnato da un brivido.

    Era tutto vero, le lamentele della signora, tempo addietro, spinsero il giardiniere alla recisione; e chissà come mai, la vecchia non andò mai più nel terrazzo.
    Forse perchè era follemente terrorizzata da Pino?
    Il giardiniere mi fermò, mi requisì la sega, spiegandomi, un po' preoccupato, che aveva già tagliato.

    L'unica risorsa era l'alleanza col Glicine, il soffocatore!
    Anche lui era un vecchio, coetaneo di Pino.
    Fino a quel momento non si erano mai attaccati, si rispettavano reciprocamente ed obbedivano ad un codice legislativo implicito.
    Glicine era taciturno, sempre intento ad arrampicarsi sui muri e ad infilarsi nei cunicoli impervi, alla ricerca di climi costantemente miti.
    Nonostate la stagione estiva fosse finita da un pezzo, non pioveva, così attuai il mio piano.
    Alle ore 12 il sole alto addormentò la vegetazione, silenziosamente colsi gli aghi di pino e li lanciai sul glicine e sulla terra vicino alle sue radici ed accesi gli erogatori d'acqua per pochi minuti.
    Qualche ora dopo, Glicine si svegliò all'ombra col sapore acidulo di Pino; sferrò immediatamente il contrattacco, soffocando un ramo che mal tollerava da diversi giorni.
    Il giorno seguente, Glicine perse quasi tutta la sua prole di rametti, cosparso di resina di pino, ma decise di indirizzare tutte la sua linfa vitale ai rami che stavano invadendo il grande albero.
    Mi sembrava di sentire urla disperate, rabbiose, quasi feroci come quelle dei soldati umani, ed io sentii male per aver eguagliato un generale manipolatore.
    Trascorrevo la notte insonne, quando sentii dei rumori e sussurri umani.
    Uscii e vidi il giardiniere che con cautela districava i rami e accarezzava accuratamente entrambe le piante, cantando una melodia sconosciuta.
    “Cosa stai facendo?” domandai stupito.
    “Ho sentito il vento che mi chiamava, lo spirito del pino è stronzo, ma è pur sempre mio padre! -lo guardavo sbalordito- sai, si chiamava Giuseppe, tutti lo chiamavano Pino, era dispettosissimo…quando morì, seppellii le sue ceneri, proprio qui sotto”

    Forse ho sognato, ma mi piace credere che sia tutto vero, perchè digerisco senza drammi le negatività futili, e amo di più, anche i tanti “Pini” del mondo.


    #106948

    deg
    Partecipante

    [quote1222785560=mudilas]
    già pubblicato in web-parole.it

    Il mio giardino

    Mi vergogno un po', ma l'amore per I miei difetti, per la mia follia, mi spinge a scrivere.
    Non avevo mai personalizzato il mio rapporto emotivo con le piante, soprattutto con gli alberi, sebbene amassi la fauna e la terra, e fossi particolarmente a favore dell'ecosistema…sarà per il periodo particolare, sarà perchè ad autunno mi deprimo sempre, -se dovessi collocare cronologicamente I miei licenziamenti, le mie liti, le mie crisi ecc. mi accorgerei che corrispondono alla stagione autunnale- come le foglie cado giù, regurgitando sentimenti bassi, prima di giungere alla fine, trascinerei con me, il mio “nemico”.
    Ebbene, gli alberi: mentre spazzavo le foglie davanti all'ingresso di casa, mi sentivo osservato, alzai lo sguardo e Vidi lui, il pino:
    “Certo che sei un bello stronzo, potresti far cadere meno rametti, o almeno un poco distante da qua”.
    Per risposta mi lanciò un suo ago nell'occhio.
    “Vaffanculo” urlai iroso.

    La gente che passava, giustamente mi guardava attonita, ma subito dopo aver calpestato un bimbo che chiedeva l'elemosina.
    Il mondo, il mio mondo, era cambiato, esistevano nuovi esseri che comunicano esplicitamente.
    Dopo quell'aneddoto, osservai diversamente, col mio nuovo sguardo, mi accorsi della peculiarità di ogni singolo albero, del loro carattere individuale.
    Mentre innaffiavo, diedi una carezza ad un altro pino, sentendo un'irresistibile voglia di elargire coccole, lui chiamò il vento e mi posò leggermete il ramo sulla spalla.
    Non vi è dubbio, ero impazzito, eppure scoprii una cosa talmente straordinaria che ora ho voglia di confidarla e di narrare, come si racconta dei normali avvenimenti quotidiani, tipo:
    “Sai, oggi quello stronzo ha lanciato gli aghi sulla finestra, ha sputato la resina sui davanzali. Guerra vuole e guerra avrà!”

    Il banano che cresceva affianco al pino, stordito -per il paesaggo urbano di cui non sapeva, e di cui i suoi simili e i suoi genitori non gli avevano mai fatto menzione- cominciò a produrre una miriade di bananini per ricreare la foresta tropicale; il giardiniere basito, tagliò i suoi figli e non riuscì a comprendere come fosse potuto accadere:
    “Persino il casco di banane! A Milano?” esclamò.
    Per il dolore, Banano diventò schizofrenica, limitò la riproduzione a tre arbustelli, che con un delirio mistico, battezzò, “Pio, Santa Maria e Spirito Santo”.
    Pino, osservava divertito: “Sadico, bastardo” Gli dissi.
    Lui permaloso, diede una frustata sulla tapparella della mia finestra, rompendola; Banano tremava e piangeva, poi rise vigorosamente, nel pieno di una crisi nervosa; Pino gli intimò di smetterla, lei (Banano), fece cadere una foglia, un'enorme foglia, a confronto con gli aghi, un vero e proprio smacco.
    Pino rispose con una pioggia di pigne e vinse.
    Banano oramai assume comportamenti psicotici, si è ammalata e soffre di nostalgia, racconta continuamente della grande foresta madre.
    Per vendetta piantai alcune Eriche nel giardino; loro pettegole, avrebbero sicuramente indispettito Pino, ma lui scafato, inacidì la terra con i suoi aghi.
    Ora sopravvivono a malapena.
    Il giardiniere mi rimproverò, perchè asseriva che non si possono piantare le eriche in un terreno acido.
    Paonazzo per la rabbia, presi la sega elettrica del giardiniere, e con un espressione maligna gli dissi che dovevo tagliare i rami del pino che:
    “… Danno fastidio alla signora di sopra -mentii spudoratamente- dice che gli aghi intasano gli scarichi dell'acqua del terrazzo…”
    Anche Pino cominciò ad avere timore, il ricordo dell'ultima potatura giunse accompagnato da un brivido.

    Era tutto vero, le lamentele della signora, tempo addietro, spinsero il giardiniere alla recisione; e chissà come mai, la vecchia non andò mai più nel terrazzo.
    Forse perchè era follemente terrorizzata da Pino?
    Il giardiniere mi fermò, mi requisì la sega, spiegandomi, un po' preoccupato, che aveva già tagliato.

    L'unica risorsa era l'alleanza col Glicine, il soffocatore!
    Anche lui era un vecchio, coetaneo di Pino.
    Fino a quel momento non si erano mai attaccati, si rispettavano reciprocamente ed obbedivano ad un codice legislativo implicito.
    Glicine era taciturno, sempre intento ad arrampicarsi sui muri e ad infilarsi nei cunicoli impervi, alla ricerca di climi costantemente miti.
    Nonostate la stagione estiva fosse finita da un pezzo, non pioveva, così attuai il mio piano.
    Alle ore 12 il sole alto addormentò la vegetazione, silenziosamente colsi gli aghi di pino e li lanciai sul glicine e sulla terra vicino alle sue radici ed accesi gli erogatori d'acqua per pochi minuti.
    Qualche ora dopo, Glicine si svegliò all'ombra col sapore acidulo di Pino; sferrò immediatamente il contrattacco, soffocando un ramo che mal tollerava da diversi giorni.
    Il giorno seguente, Glicine perse quasi tutta la sua prole di rametti, cosparso di resina di pino, ma decise di indirizzare tutte la sua linfa vitale ai rami che stavano invadendo il grande albero.
    Mi sembrava di sentire urla disperate, rabbiose, quasi feroci come quelle dei soldati umani, ed io sentii male per aver eguagliato un generale manipolatore.
    Trascorrevo la notte insonne, quando sentii dei rumori e sussurri umani.
    Uscii e vidi il giardiniere che con cautela districava i rami e accarezzava accuratamente entrambe le piante, cantando una melodia sconosciuta.
    “Cosa stai facendo?” domandai stupito.
    “Ho sentito il vento che mi chiamava, lo spirito del pino è stronzo, ma è pur sempre mio padre! -lo guardavo sbalordito- sai, si chiamava Giuseppe, tutti lo chiamavano Pino, era dispettosissimo…quando morì, seppellii le sue ceneri, proprio qui sotto”

    Forse ho sognato, ma mi piace credere che sia tutto vero, perchè digerisco senza drammi le negatività futili, e amo di più, anche i tanti “Pini” del mondo.

    [/quote1222785560]

    🙂


    #106949

    mudilas
    Partecipante

    Autoguarigione (già pubblicato su web-parole.it)

    Era agitato, afflitto, parlava con se stesso, si capiva dalle numerose pause, si esprimeva ermeticamente e disordinatamente.
    Si emozionava , era tachicardico, con enfasi generava ricordi lontani, e uno specchio ingeneroso rifletteva memorie fotografiche negative.

    – Mea culpa- Ruttò-disse col diaframma contratto! -Eh sì, e con la colpa cosa ci faccio? Si, ma tu non mi stai a sentire-
    – Come no, parlami dei tuoi ricordi-
    – Ma non è un vero e proprio ricordo, cioè si..insomma..hai presente il lavoro interiore che feci sulla guida interna, in cui visualizzai un occhio?-
    – Si, e quindi?-
    – E poi quando lessi del Nuovo Ordine Mondiale e del suo simbolismo con l'occhio in cima alla piramide?-
    – Si, l'immagine della banconota da un dollaro-

    Muoveva le mani nervosamente, si teneva le dita, guardava le sue unghie insoddisfatto, riusciva a tagliarsele con le stesse, e poi incurante, le lasciava cadere sul pavimento come se non lo vedessi, come se fosse nascosto.

    – Mio padre mi ha raccontato che il quadro astratto che dipinse, quello che da bimbo osservavo incantato per diverso tempo, quello che mia madre ha buttato via, raffigurava, tra le altre cose, un occhio. Un occhio capisci?-
    – Cosa intendi?-
    – O tutti i miei familiari e i miei amici sono vittime di un reale complotto globale, o…. con gli archetipi ci schiavizzano subdolamente. Ci manovrano come burattini!-
    – Oppure?-
    – Aspetta, volevo dirti un'altra cosa, mio padre mi ha anche raccontato che ha smesso di dipingere per colpa mia, perchè ogni volta che dipingeva, la notte, di nascosto, modificavo i suoi quadri pasticciandoli. A 3-4 anni!. Chissà come mi avrà punito. Ora capisco perchè non ho mai voluto disegnare-
    – Oppure?-
    – Oppure condivido gli stessi mostri di mio padre, ciò che non ha risolto lui, mi è stato tramandato. Oppure inconsciamente, sono influenzato da mio padre, altro che Nuovo Ordine Mondiale! E' lui la mia falsa guida!-
    – Ecco-
    – Ecco cosa? Guarda, sei il solito analista freudiano. Non aspettavi altro-
    – Il fatto che non ti possa giudicare, non ti da il diritto di giudicare me-
    – Perchè con l' “ecco” cosa intendevi fare?-
    – Io non devo dire niente, parla tu-
    – CIAAOO!-

    E se ne andò, deciso, sicuro, vero. -Dovrebbe incazzarsi più spesso- Pensai.
    – Ci vediamo domani- Gli dissi.

    Mangiai qualcosa che potessi cucinare rapidamente, la prima cosa che trovai nel freezer: una cottoletta con spinaci che galleggiavano nell'olio.
    Che schifezza, soprattutto gli spinaci.
    Chissà quando riuscirò a diventare veramente vegetariano?
    Andai a dormire senza lavarmi i denti, nè il resto del corpo. Non mi spogliai nemmeno. Ero distrutto.
    Mi svegliai e il mattino passò senza che me ne accorgessi.
    Arrivò lui con un sorriso e un'espresione da ebete.
    Sembrava ancora più confuso del solito, pensai di farlo incazzare subito, sembrava un elfo asessuato, e non lo sopportavo.
    Lo feci attendere qualche minuto.
    Lui, dall'altra stanza gridò:
    – Ciao. Com'è?-
    Andai da lui, e per provocarlo, ad un palmo da lui, risposi:
    – Com'è, cosa? –
    – Come va-
    – Ah, bene, tu?
    – Bene, quasi, non ti riconoscevo, mi sei sembrato un frate ed ho pensato: “Vuoi vedere che ero talmente assorto nei miei pensieri, che ho bussato alla porta sbagliata?” Non sarebbe la prima volta!-
    – Ah, ah, ah-
    – Ah, ah, ah-

    Era talmente folle che era persino simpatico.
    Bevemmo una spremuta d'arancia e gli venne mal di stomaco.
    Dovetti somministrargli un prodotto fittizio, un placebo, per calmarlo e si acquietò.
    Cominciò:
    -Oh, è passato, grazie. Ho fatto strani sogni , ho capito che faccio continuamente pensieri negativi. Devo perdonarmi, volermi bene, guidare i miei pensieri e dire le cose come stanno. Per farlo devo essere sveglio, lucido e cosciente, e per essere sveglio e cosciente, devo continuamente evocare quella sensazione che si prova quando si sente la vita dentro. Tu, senti la vita dentro di te?
    – Cosa intendi?-
    – Non analizzare me, è una domanda rivolta a te, ma solo per cercare di farti capire. Cosa ci tiene vivi? Quale immagine ci fa alzare dal letto e ci da la forza quando abbiamo bisogno? Quando sento la vita dentro di me, sto bene, sono felice, in pace e forte allo stesso tempo. Divento capace di qualsiasi cosa e nulla diventa impossibile. Anzi, tutto diventa possibile. Tutto ciò che voglio, e non tutto ciò che non voglio. Capisci? Siamo troppo concentrati a pensare a ciò che non vogliamo, a ciò di cui abbiamo paura, quando invece, basta pensare a ciò che ci fa piacere, che vogliamo e che ci da coraggio –

    Mi sentivo a disagio, perdevo il controllo della situazione.

    – Non mi vuoi rispondere? Non so che prodotto mi hai fatto ingerire, ma il mal di stomaco è passato solo perchè ho cominciato ad essere me stesso e a dirti ciò che penso liberamente. Sai, ieri ho comperato dei colori ad olio, delle tele, dei pennelli di diversa misura, un cavalletto e li ho regalati a mio padre. Gli ho chiesto se volesse fare un quadro per me. Gli ho confessato che quando ero piccolo, ho provato ad emularlo perchè mentre dipingeva, sembrava esprimesse beatitudine. Gli ho raccontato del mio passato rancore, gli ho spiegato, e lui mi ha spiegato. Ci siamo abbracciati e riconciliati profondamente. Devo ancora riconciliarmi con qualche altra persona. Ti saluto, io sono guarito, io sono ciò che voglio essere. Senti la vita dentro di te. Auguri –

    Andò via e non lo rividi più.
    Sembrava felice.


    #106950

    marì
    Bloccato

    Bello sto 3d 🙂 riprendiamolo suvvvia!


    “CINQUE DITA”

    di Michael Santhers

    Cinque dita
    sulla fronte
    sparse
    come pilastri
    a sorreggere
    lo scheletro
    dei ricordi

    Cinque dita
    come tentacoli
    aggrappati
    al tetto dei pensieri
    col peso del palmo
    che si faceva leggere
    ora sipario
    avaro di ombre

    Cinque dita
    nei capelli
    superstiti
    a quelli
    che ti ho regalato
    per le ansie
    di perderti

    Cinque dita
    per contare
    la finzione
    di un amore
    solitario

    Cinque dita
    ora quattro alleate
    per il solo gesto
    di vincere
    l'indecisione
    dell'indice
    di accarezzare
    con forza
    un grilletto

    Cinque dita
    per un pugno
    sul tavolo
    per la sconfitta
    dei cattivi pensieri

    Cinque dita
    per salutarti
    amore
    che non mi servi
    più a niente …

    (dal volume:silenzi che hanno parlato al vento)

    … a volte capitano questi pensieri nella vita …


    #106951

    marì
    Bloccato

    Vabbe' una piu' allegra va :hehe:


    Da dove siamo nati?

    Da dove siamo nati?
    Dall'amore.

    Come saremmo perduti?
    Senza amore.

    Cosa ci aiuta a superarci?
    L'amore.

    Si può trovare anche l'amore?
    Con amore.

    Cosa abbrevia il pianto?
    L'amore.

    Cosa deve unirci sempre?
    L'amore.

    (Goethe)

    :cor:


    #106952
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    … dal CIfior :bay:

    Anche la situazione più disordinata è tale solo in apparenza perchè ha la funzione di dare ordine alla comprensione di chi ne è partecipe … :medit:

    Se tu fossi davvero privo di difese di fronte al mondo e alla vita, figlio e fratello, non esisterebbe spiegazione per i sorrisi che riesci a trovare nei tuoi giorni …


    https://www.facebook.com/brig.zero

    #106953

    perdi
    Partecipante

    LA FACCIATA
    È scrostata un po'
    Da stagioni e venti
    Ammaccata per i sentimenti…
    Gli eventi…
    Un amico va,
    Qualcun altro torna…
    Chi credevi onesto è una carogna!
    Questa facciata
    Nasconde una vita,
    Ma più di tanto,
    Ingannarti non può…
    Puoi fare il punto
    Di quello che è stato,
    Il sole ha già bruciato e
    La pioggia che è passata su di te…
    Signore si, davvero un signore,
    E più è potente, più infido è.
    Quanti segreti
    Fra quattro pareti.
    Signore, io non ci giurerei!
    L’esterno tiene, si,
    Basterà un sorriso
    E una mano di colore
    Più acceso…
    Sul viso!
    Ma non sai
    Le coordinate della vita mia,
    Per ogni storia andata in gloria e via,
    Perché ogni ruga
    Ha un nome
    Ch’io soltanto so
    E a stento nascondo…
    Che ne sai
    Se quel che appare è quel che credi tu
    O non piuttosto un bel sipario blu.
    Con dietro un uomo che non ha smaltito
    Le vecchie ferite…
    Le antiche offese …Ma Si!
    Le sento qui!
    E la facciata
    Che vuole la gente,
    Quella che il mondo
    Pretende da te…
    Ma basta un niente,
    E l’intonaco cede…
    E dietro la facciata, che c’è ?!
    Non lo sai,
    Treni perduti o non partiti mai,
    Fantasmi di un’infanzia che vorrei
    Dimenticare ad ogni costo ma poi
    Il tempo non basta…
    Non lo sai
    Che mai c’è dietro e chi nasconderai!
    Vecchie passioni
    Stanche ipocrisie
    Coscienze logore
    Nel fingersi così
    Così immacolate


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