Ramana Maharshi

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Questo argomento contiene 3 risposte, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da  ezechiele 9 anni, 5 mesi fa.

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  • #41560

    ezechiele
    Partecipante

    volevo solo segnalarvi il sito di questo Maestro quasi contemporaneo che mi ha colpito

    http://www.ramana-maharshi.it/

    forse stava pure in link vari.. ma preso dall'emozione ho aperto un nuovo 3d … tanto vale allegare qualche riga di spiega….

    Ramana Maharshi
    (30 dicembre 1879 – 14 aprile 1950) è stato un mistico indiano ed un maestro dell'Advaita Vedānta del XX secolo. È uno dei saggi più celebrati in India.

    Dall'età di 17 anni visse la sua vita ai piedi del monte Arunachalla (chiamato anche Tiruvannamalai), uno dei più sacri dell'India. Con il tempo numerosi ricercatori spirituali divennero suoi devoti e ricevettero i suoi insegnamenti, secondo cui l'essenza dell'essere umano è conoscenza senza limiti, beatitudine e completa libertà. Restó sul luogo fino alla sua morte nel 1950.


    #41561
    Pasquale Galasso
    Pasquale Galasso
    Amministratore del forum

    Grazie, dicci di più se sai…


    CONOSCERE NON È AVERE L'INFORMAZIONE

    #41562

    ezechiele
    Partecipante

    il sito segnalato sul link e' abbastanza ben fatto a parte un paio di link rotti, e' il portale ufficiale dei seguaci, la bibliografia e' ricca, ha anche un interessante glossario sanscrito

    questo e' un estratto della vita, preso da queast'altro sito, più semplice ma interessante, ha anche una versione in inglese
    http://maharshi.bizland.com/bhagavan/

    Bhagavan, alla nascita, nel 1879, ricevette in nome di Venkateswaram Ayyar, che corrispondeva al nome della divinita' della loro famiglia, Sri Venkateswara of Tirumala. In seguito, quando si iscrisse a scuola, il nome fu cambiato in Venkataraman. Bhagavan fu chiamato Ramana, o talvolta anche Ramani da un anziano parente di nome Lakshaman Ayyar, che era erudito in Telugu. Bhagavan, da ragazzo, imparo' un po' di Telugu e conversava in tale lingua con questo parente. Di conseguenza, comincio' a chiamare su padre Nayana, l'equivalente Telugu per 'Papà'. Dopo la morte di suo padre, il giovane Venkataraman e suo fratello Nagaswami furono mandati a Dindigul a casa di un loro zio, di modo che potessero ricevere un'istruzione in inglese. Quando il loro zio fu trasferito a Madurai, i due ragazzi lo seguirono.

    Ramana crebbe come un ragazzo assolutamente normale. Fu mandato a una scuola elementare a Tirucculi, e quindi per un anno in una scuola a Dindigul. Quando ebbe compiuto dodici anni, suo padre mori'. Di conseguenza dovette trasferirsi a Madurai con la famiglia, e vivere con lo zio paterno Subbaiyar. Qui fu mandato alla Scott's Middle School e poi alla American Mission High School. Era uno studente mediocre, molto poco impegnato nei suoi studi. Ma era forte e pieno di salute.

    Un giorno (all'eta' di diciassette anni) stava sedendo al primo piano nella casa di suo zio. Si sentiva bene, come suo solito. Non c'era niente di strano riguardo alla sua salute. Ma, improvvisamente, venne afferrato da un'inesplicabile paura della morte. Si senti' come se stesse per morire. Perche' avesse questa sensazione non lo sapeva. La sensazione della morte imminente, comunque, non lo innervosi'. Con calma penso' a cosa avrebbe dovuto fare. Si disse: “Adesso, e' arrivata la morte. Cosa significa? Cosa e' che sta morendo? Il corpo muore.” Subito dopo si sdraio' allungando le sue membra e tenendole irrigidite come per il rigor mortis. Trattenne il respiro e serro' con forza le labbra, cosi' che all'apparenza il corpo sembrasse un cadavere. Ora, cosa sarebbe accaduto? Penso': “Bene, questo corpo e' morto. Sara' portato via al campo di cremazione, verra' bruciato e ridotto in cenere. Ma con la morte di questo corpo, sono morto anch'io? Il corpo e' 'Io'? Questo corpo e' silenzioso e inerte. Ma io sento la piena forza della mia personalita' e anche la voce dell' 'Io' denro di me, separata da esso. Cosi' io sono lo Spirito che trascende il corpo. Il corpo muore, ma lo Spirito che trascende il corpo non puo' essere toccato dalla morte. Questo significa che io sono lo Spirito immortale.” “Tutto questo non fu un semplice pensiero; baleno' in me vividamente come una Verita' che percepivo direttamente… Da quel momento in poi, l' 'Io' o Sé' focalizzo' l'attenzione su se stesso con un potente fascino. La paura della morte era svanita una volta per sempre. L'Assorbimento nel Sé continuo' ininterrotto da allora in poi.”

    (N.d.T.: Molti anni dopo, un devoto gli chiese se nella sua Realizzazione c'era stato un cambiamento. Il Maharshi rispose: “No. Se c'e' un cambiamento, non e' Realizzazione”.)

    Si noto' un completo cambiamento nella vita di questo ragazzo. Le cose che aveva stimato in precedenza, persero adesso il loro valore. I valori spirituali che aveva ignorato fino ad allora divennero il suo unico oggetto di attenzione.

    Vide che non aveva alcun senso di fingere di studiare e di essere il suo vecchio se'. Decise di andar via da casa; e ricordo' che c'era un posto in cui andare, Tiruvannamalai.

    Il resto della vita di Ramana fu passato a Tiruvannamalai.

    Quando le persone andavano da lui con le loro storie, lui rideva con loro, e a volte piangeva con quelli che erano afflitti. In questo modo, sembrava rispecchiare le emozioni degli altri. Bhagavan non alzava mai la sua voce e se occasionalmente sembrava arrabbiato, non ce ne era segno sulla superficie della sua pace. Se gli si parlava subito dopo, rispondeva con grande calma e tranquillita'. Non toccava mai soldi, non perche' li odiasse -sapeva che erano necessari per la vita quotidiana- bensi' perche' non ne ebbe mai bisogno e non ne era interessato.

    Lo spirito di equita' e non-aggressivita' che permeava il saggio (N.d.T.:la parola piu' giusta sarebbe il termine sanscrito samathva: il considerare e trattare tutte le creature allo stesso modo) e l'ambiente intorno a lui, fece si' che anche gli animali e gli uccelli gli fossero amici. Lui mostrava loro la stessa considerazione che mostrava agli esseri umani quando andavano da lui. Quando si riferiva a qualcuno di loro, usava sempre la forma 'lui' o 'lei', e mai 'esso'. Uccelli e scoiattoli costrivano i loro nidi intorno a lui. Mucche, cani e scimmie trovarono asilo nell'Asrama. Tutti loro si comportavano in modo intelligente, specialmente la mucca Lakshmi. Lui conosceva i loro comportamenti abbastnza bene. Si preoccupava che venisse dato loro da mangiare in modo appropriato. E, quando qualcuno di loro moriva, il corpo veniva sepolto con una piccola cerimonia.

    La vita nell'Asrama scorreva tranquillamente. Con il passare del tempo vennero sempre piu' visitatori, alcuni per brevi, altri per lunghi periodi. Le dimensioni dell'Asrama si accrebbero, e nuove piccole costruzioni vennero aggiunte: una stalla, una scuola per lo studio dei Veda, un centro per la pubblicazione, il tempio della Madre, ecc.

    Ramana sedeva la maggior parte del tempo nella Sala, come testimone di tutto quello che accadeva intorno a lui.

    Non permetteva mai che gli venisse mostrata qualsiasi preferenza, e nella sala del pranzo era inflessibile su questo punto. Se qualcuno gli portava qualche speciale medicina o tonico, lo faceva dividere con tutti gli altri. “Se va bene per me, allora deve andare bene anche per gli altri,” diceva e lo faceva distribuire a tutti.

    Il 5 Febbraio 1949, ebbe inizio la tragedia della malattia finale. Bhagavan si sfregava frequentemente il gomito sinistro, che aveva una qualche irritazione. Il suo attendente lo guardo' attentamente per capire il problema e trovo' una piccola ciste della grandezza di un pisello. Il dottore decise che era una cosa di poca importanza e decise di asportarla con un'anestesia locale; l'operazione venne svolta nella stanza da bagno. La cortina sull'ultimo atto stava per scendere. La ciste si rivelo' un sarcoma maligno.

    Ramana era abbastanza distaccato, e del tutto indifferente alla sua sofferenza. Sedeva come uno spettatore che guardava la malattia che distruggeva il corpo. Ma i suoi occhi brillavano luminosi come non mai (N.d.T.: guardate la fotografia nella Homepage per capire… fu scattata proprio in quei giorni); e la sua Grazia scorreva verso tutti gli esseri. Le folle arrivarono in gran numero. Ramana insiste' che a tutti dovesse essere concesso di vederlo (di avere cioe' il suo darsan). I devoti desideravano profondamente che il saggio curasse il suo corpo con l'esercizio dei poteri sovrannaturali. Ramana aveva molta comprensione per coloro che si addoloravano per la sua sofferenza, e cercava di confortarli ricordando loro la verita' che Bhagavan non era il corpo: “Loro scambiano questo corpo per Bhagavan e attribuiscono a lui la sofferenza. Che peccato! Sono abbattuti perche' credono che Bhagavan stia per lasciarli e per andar via – ma dove potrebbe andare, e come?”

    La fine arrivo' il 14 Aprile 1950. Quella sera il saggio diede il darsan ai devoti che erano venuti. Tutti quelli presenti nell'Asram sapevano che la fine era vicina. Sedevano cantando l'inno di Ramana ad Arunachala con il ritornello Arunachala-Siva. Il saggio chiese ai suoi attendenti di aiutarlo a mettersi seduto. Apri' i suoi occhi luminosi per un po'; ci fu un sorriso; una lacrima di beatitudine scese dall'angolo esterno dei suoi occhi; e alle 20.47 il respiro si fermo'. Non ci furono convulsioni, ne' spasmi, nessun segno di morte.

    In quel momento una cometa (una cometa che fu vista in tutta l'India) attraverso' lentamente il cielo, raggiunse la sommita' della collina sacra, Arunachala, e scomparve dietro di essa.

    su questo sito dedicato alla meditazione c'e' una pagina dedicata agli aforismi di Ramana
    http://www.meditare.it/aforismi/maharshi.htm

    Aforismi di Ramana Maharshi (1879-1950)

    Chi sono io?

    Così come tutti gli esseri viventi desiderano essere sempre felici, senza dolori, così avviene per chiunque osservi il supremo amore per il Sé, e poiché solo la felicità è la causa dell'amore, per ottenere questa felicità, che è la propria natura, e che si sperimenta nello stato di sonno profondo, dove non c'è la mente, bisogna conoscere se stessi. Per fare questo – il cammino della conoscenza – il mezzo principale è il chiedersi “Chi sono io?”.

    ***

    Il beneficio dei vari metodi di Yoga: “Perché sprecare tempo su altre strade che al massimo condurranno al sentiero finale? Meglio essere su quel sentiero per tutto il tempo, e non perdere momenti preziosi. Medita sul Sé, solo su Quello. Non c’è altra meta.”

    ***

    Tutte le altre pratiche spirituali richiedono oggetti esterni e un ambiente adatto, ma per l’investigazione (del Sé) non è richiesto niente di esterno a se stessi.

    ***

    Volgere la mente all’interno è tutto ciò che è necessario.

    ***

    Mentre si è impegnati nell’investigazione (del Sé) si può con facilità badare anche alle altre attività. Inoltre, l’investigazione, essendo puramente interiore, non distrae gli altri che sono intorno.

    ***

    La perseveranza in un’unica direzione è essenziale nella ricerca del Sé e quella è fatta soltanto interiormente, per tutto il tempo. Solo la vostra attenzione sul Sé interiore è essenziale.

    ***

    Se osservi unicamente il respiro, una tale attenzione ti condurrà spontaneamente alla ritenzione dello stesso (kumbhaka). Questo è jnana pranayama.

    ***

    Più umile ti fai, meglio è per te, in tutti i modi.

    ***

    Ritirando la mente all’interno, puoi vivere dappertutto e sotto qualsiasi circostanza.

    ***

    Dovresti considerare il mondo solo come un sogno.

    ***

    Non permettere alla tua mente di essere distratta dalle cose oggettive e dai pensieri. Ad eccezione del badare al tuo dovere quotidiano nella vita, il resto del tempo dovrebbe essere dedicato nell’Atma-nishta (dimora nel Sé); non sprecare nemmeno un secondo nella disattenzione, nel torpore.

    ***

    Non causare nemmeno il più piccolo ostacolo o disturbo agli altri. Inoltre, fai tutto il tuo lavoro tu stesso.

    ***

    Sia piaceri che dispiaceri dovrebbero esser ugualmente scartati ed evitati.

    ***

    Con l’attenzione focalizzata sulla prima persona e sul Cuore all’interno, si dovrebbe incessantemente praticare ‘Chi sono io’ Quando questo viene fatto con assoluta concentrazione, il respiro si calmerà da solo. Durante tale pratica controllata, la mente potrebbe improvvisamente balzar fuori; perciò si deve eseguire con vigilanza l’investigazione, ‘Chi sono io?’

    ***

    Rimanere in silenzio senza pensieri è il Tutto.
    Rimanere senza pensieri è Nishta (permanere in ferma meditazione).
    Rimanere senza pensieri è Jnana (saggezza).
    Rimanere senza pensieri è Moksha (liberazione).
    Rimanere senza pensieri è sahaja (spontaneità).
    Perciò, lo stato senza nessuna traccia di pensiero è lo Stato Finale di Completezza, davvero!

    ***

    Per conoscere il tuo aspetto devi guardare in uno specchio, ma non scambiare quel riflesso con te stesso. Quello che è percepito dai nostri sensi e dalla nostra mente non è mai la verità. Tutte le visioni sono solo creazioni mentali; se credi ad esse, il tuo progresso si ferma. Chiedi per chi avvengono le visioni, chi è il loro testimone. Liberati da tutti i pensieri, rimani nella pura consapevolezza. Da quella non muoverti.

    ***

    C'è il bhakta, perché egli possa adorare, ci deve essere un Dio… Mediante la devozione egli si sviluppa fino a sentire che Dio solo esiste e che egli personalmente non conta. Arriva a uno stadio in cui dice: “non io, ma Tu” ; …nel bhakti marga si chiama abbandono completo… cancellare l'ego significa conseguire il Sé.

    ***

    Il Jnani, uomo di Saggezza, realizza attraverso l'Amore che Dio non è altro che il Sé. Il Bhakta, sebbene consideri Dio come separato (da sé), nondimeno si fonde e dimora nel Sé.

    ***

    Un discepolo chiese, “Cosa riguardo a religioni, insegnanti, guru?”
    La risposta: “Possono aiutare nella ricerca del Sé? Può una religione, che ti insegna a guardare fuori di te, che promette un paradiso e una ricompensa fuori di te, può aiutarti? È solo immergendosi profondamente nel Cuore spirituale che uno può trovare il Sé.” Pose la sua mano destra sul lato destro del petto e continuò, “Qui sta il Cuore, il dinamico cuore spirituale. È chiamato Hridaya ed è collocato sul lato destro del petto ed è chiaramente visibile all’occhio interiore di un esperto del sentiero spirituale. Attraverso la meditazione puoi imparare a trovare il Sé all'interno di questo Cuore.”

    Ramana Maharshi

    §

    Bhagavan mi disse che il Sé reale è senza tempo. “Ma, nonostante l’ignoranza, nessun uomo prende
    seriamente il fatto della morte. Egli può vedere la morte intorno a lui, ma lui ancora non crede che morirà. Egli crede, o piuttosto, sente, in qualche strano modo che la morte non è per lui. Solo quando il corpo è minacciato egli cade vittima della paura della morte. Ogni uomo crede di essere eterno, e questa è alla fine la verità. Questa verità afferma se stessa nonostante l’ignorante convinzione dell’uomo che il corpo sia il Sé.”

    Ramana Maharshi

    §

    Gli domandai come pregare per altre persone. Egli rispose, “Se tu dimori nel Sé, non ci sono
    altre persone. Tu e io siamo lo stesso. Quando io prego per te prego per me stesso, e quando
    prego per me stesso, prego per te. La vera preghiera è dimorare nel Sé. Questo è il significato
    di ‘Tu Sei Quello’, Tat Twam Asi. Non ci può essere separazione nel Sé. Non c’è bisogno di altra
    preghiera che dimorare nel Sé.”

    Ramana Maharshi

    §

    Io dissi, “Bhagavan, voi dite che devo intraprendere la ricerca del Sé attraverso l'investigazione, facendomi la domanda ‘Chi sono io?’ Posso chiedere ‘Chi siete Voi?’”
    Bhagavan rispose, “Quando tu conosci il Sé, ‘Io’, ‘Tu’, ‘Lui’ e ‘Lei’ scompaiono. Essi si fondono insieme nella Coscienza Pura.”

    Ramana Maharshi

    §

    Notando una volta che c’erano alcuni preti dallo sguardo cattivo che erano venuti dal tempio, ne parlai a Bhagavan. Egli disse, “Cosa intendi per cattivo? Io non so la differenza tra quello che tu chiami bene e male. Per me sono la stessa cosa, come i lati opposti di una moneta.” Avrei dovuto saperlo. Bhagavan era, naturalmente, oltre la dualità. Egli era oltre amore e odio, oltre bene e male, e oltre tutte le copie di opposti.

    Ramana Maharshi

    §

    La sostanza primordiale la cui essenza è il silenzio, quello io sono. Perché prendersi il disturbo di pensare “quello sono io”? La meditazione è quiete; è l'estinzione dell'io; quando l'io è andato, dov'è il posto per il pensiero?

    Ramana Maharshi

    chi fosse interessato ad acquistare libri sull'argomento li trova nel giardino dei libri
    http://www.ilgiardinodeilibri.it/autori/_sri_ramana_maharshi.php

    video in lingua inglese sul maestro, un'ora circa

    domande al maestro

    Ramana Maharshi – Il guru

    (Questo brano è stato pubblicato in Quaderno Advaita & Vedanta, nei mumeri 36, 37, 38, 39, 40, 41;)

    [Evans-Wentz] D. Si possono avere diversi maestri spirituali?
    R. Chi è il maestro? Non è altro che il Sé, in definitiva. A seconda del grado di evoluzione spirituale, il Sé si manifesta talvolta sotto forma di maestro fisico, in carne ed ossa. Il famoso santo Avadhûta dei tempi antichi avrebbe avuto più di ventiquattro maestri. Il maestro è colui che vi insegna qualcosa. Il guru può anche essere un oggetto inanimato, come nel caso di Avadhûta. Dio, il guru, il Sé, sono identici. Un uomo, avendo delle inclinazioni spirituali, pensa che Dio è onnipresente e prende Dio come suo guru. Più tardi, Dio lo mette in contatto con un guru vivente e l’uomo lo considera come il Tutto-in tutto. Più tardi ancora la stessa persona, per grazia del suo Maestro, è portato alla scoperta che il suo proprio Sé è la realtà suprema, e nient’altro. È allora che scopre che è il Sé il suo vero maestro.
    D. Shrî Bhagavân inizia i suoi discepoli?
    Il Maharshi non risponde, ma uno dei suoi seguaci prende la parola: “Il Maharshi non vede alcuna persona al di fuori del suo Sé. Per lui, non ci sono quindi discepoli. La sua grazia è onnipotente, ed è con il suo silenzio che egli la comunica a chiunque la meriti.”[20.25]
    D. Ci sono al mondo molti guru. Ne esistono di diverse categorie?
    R. Che cosa può contare se non si rassomigliano esteriormente? Non c’è alcuna differenza nella loro saggezza.
    D. Se siete collegato a un guru è leale rispettarne altri?
    R. Il guru è unico. Non è fisico. Finché si è deboli si ha bisogno di essere aiutati dalla forza.
    D. J.Krishnamurti sostiene “che nessun guru è necessario”.
    R. Come fa a saperlo? Si ha il diritto di dirlo quando si è già realizzati, ma non prima. [35.50-51]
    D. Come posso realizzare il Sé?
    R. Ognuno, in ogni momento della sua esistenza, fa l’esperienza del Sé.
    D. Ma il Sé non è realizzato come si vorrebbe.
    R. È esatto. L’esperienza ordinaria è viparita, differente dalla Realtà. Ciò che non è, è confuso con ciò che è.
    D. Ma come scoprire l’Atman?
    R. Non c’è da cercare l’Atman. L’investigazione può portare solo sul non-Sé. La sola eliminazione possibile è quella del non-Sé; il Sé, essendo evidente di per sé stesso, brilla di per sé stesso. Si danno al Sé diversi nomi: Atman, Dio, kundalini, mantra, ecc. Attaccatevi ad uno qualunque di questi e il Sé vi apparirà. Dio non è altro che il Sé. La kundalini si presenta ora sotto forma del mentale. Se si risale alla sorgente del mentale si constata che è la kundalini. Il mantra-japa conduce all’eliminazione degli altri pensieri e alla concentrazione sul mantra. Infine questo si fonde nel Sé e risplende in quanto tale.
    D. Per quanto tempo occorre far ricorso a un guru per ottenere la Realizzazione del Sé?
    R. Il guru è necessario per tutto il tempo in cui c’è laghu (leggerezza) [gioco di parole su “guru” che vuol dire anche “pesantezza”] Quando Dio diventa oggetto d’adorazione Egli concede uno stato di stabilità devozionale che conduce al dono di sé. Quando l’adoratore si abbandona completamente, Dio gli prova la sua misericordia manifestandosi sotto forma di guru. Il guru, cioè Dio, guida l’uomo pio dicendogli che Dio è in lui e che Egli è il Sé. Ciò provoca l’introversione mentale e finalmente la realizzazione. Lo sforzo è una condizione sine qua non per pervenire alla realizzazione. A questo stadio il Sè deve diventare evidente in modo spontaneo. Altrimenti la felicità non sarà completa. È dunque fino a quando questo stato di spontaneità non sarà realizzato che, in un modo o nell’altro, dovrete produrre degli sforzi.
    D. Ma la nostra attività quotidiana non è compatibile con questi sforzi.
    R. Perché pensate che voi siete attivo? Prendete l’esempio concreto del vostro arrivo qui. Avete lasciato la vostra casa, in auto; avete preso il treno, siete sceso alla stazione, siete risalito in auto e siete arrivato all’Ashram. Quando vi si chiede cosa avete fatto dite di essere stato voi a percorrere tutta la strada dalla vostra città fino a qui. Non è così? In realtà voi non vi siete mai mosso; sono differenti mezzi di locomozione che vi hanno trasportato lungo il vostro cammino. Così come confondete questi movimenti con i vostri, allo stesso modo succede per le vostre attività, che non vi appartengono. Non sono le vostre. Sono attività di Dio.
    D. Un simile ragionamento mi porterà verso il vuoto mentale e il mio lavoro ne patirà.
    R. Tuffatevi innanzitutto in questo vuoto mentale e me ne parlerete in seguito.
    D. Si sostiene che le visite rese ai saggi favoriscano la realizzazione del Sé.
    R. Sì. È esatto.
    D. Questa mia visita di oggi a voi, produrrà questa realizzazione?
    R. [dopo un momento di silenzio] Che cosa deve essere prodotto? A vantaggio di chi? Riflettete, cercate. A chi viene questo dubbio? Se arriverete a trovare la sorgente il dubbio scomparirà. [71.80-82]
    D. Avete coscienza di ciò che avviene alla vostra presenza?
    R. Tutto ciò che avviene davanti a me, così come le domande poste, sono soltanto fabbricazioni del mentale. [156.141]
    D. Una persona malata e che è costretta a letto nell’ashram fa sapere a Shrî Bhagavân che è infelice di stare così vicino a lui ma non in grado di vederlo.
    R. Questo modo di pensare gli permette di restare sempre in contatto con la Presenza. Questo è meglio che essere in mia presenza e pensare ad altro.
    D. Il contatto con certi santi può essere pericoloso?
    R. Un inno tamil dice questo: “Conserva il contatto con il tuo guru fino allo stadio di videha-mukti (la liberazione disincarnata)”.E ancora: “O Maestro beneamato che sei sempre stato in me durante tutte le mie vite anteriori e che ti sei manifestato in forma umana col solo scopo di parlare il linguaggio che comprendo e di guidarmi”.Dove si trova dunque il Satpurusha (lo Spirito eterno e immobile del Sé)? Egli è in ognuno di noi. [404.395]
    R. [Congedo ad un’Europea che parte: ] Voi non andate da nessuna parte fuori dalla Presenza eterna, come vi piace immaginarla. La Presenza è dappertutto. Il corpo si sposta ma non lascia mai l’unica Presenza. Nessuno può essere fuori dalla vista della Presenza suprema. Poiché identificate Shrî Bhagavân in un involucro corporale e voi stessa in un altro, individuate due entità separate e dite di andarvene da qui. Qualunque sia il luogo dove vi trovate voi non potete lasciarmi. Illustro questo mediante l’esempio seguente: Le immagini scorrono sullo schermo di un cinema, ma lo schermo si muove? No. La Presenza eterna è lo schermo; voi, io e gli altri siamo le immagini. Gli individui possono muoversi, ma giammai il Sé. [414.401-02]
    D. La via tantrica conduce alla realizzazione del Sé?
    R. Sì.
    D. Quale tantra è il migliore?
    R. Tutto dipende dal temperamento.
    D. Quale ruolo svolge la kundalinî nel produrre la realizzazione del Sé?
    R. La kundalinî si innalza da qualsiasi livello mentale (lakshya). Kundalinî è lo slancio vitale (prâna-shakti).
    D. Si insegna che differenti divinità risiedono nei differenti chakra. Si arriva a vederle nel corso della sâdhana?
    R. Potete verificarlo, se lo desiderate.
    D. La via della realizzazione del Sé passa attraverso il samâdhi?
    R. Sono termini sinonimici.
    D. Si afferma che il guru può arrivare a far realizzare il Sé al suo discepolo trasmettendogli una parte del suo potere. È esatto?
    R. Sì. Il guru non crea il Sé del discepolo. Egli supera semplicemente gli ostacoli che lo separano da esso. Il Sé è realizzato da sempre.
    D. L’intervento di un guru è assolutamente indispensabile alla realizzazione del Sé?
    R. Per tutto il tempo che cercherete la realizzazione un guru vi sarà necessario. Il vero guru è il Sé. Considerate il guru come il Sé reale, e voi stesso come il Sé individuale. La scomparsa di questo sentimento di dualità porta alla soppressione dell’ignoranza. Ma fino a quando la dualità “io/non-io” sussisterà in voi, un guru sarà necessario. È perché vi identificate col vostro corpo che credete che il guru sia, anch’esso, un altro corpo. Voi non siete il vostro corpo, non più di quanto il guru non sia un altro corpo. Voi siete il Sé, come il guru. Questa conoscenza vi viene impartita da quello che denominate la Realizzazione del Sé.
    D. Qual è il criterio che permette di stabilire se un individuo possiede le qualità indispensabili di un guru?
    R. È allo stesso tempo la corrente di pace che emana dalla sua persona e il sentimento di rispetto che egli ispira.
    D. Ma se il guru si rivela incompetente, quale sarà il destino del discepolo che ha riposto tutta la sua fiducia in lui?
    R. Ognuno raccoglie ciò che merita.
    D. Qual è la vostra opinione sulle riforme sociali?
    R. La riforma del Sé porta automaticamente alla riforma sociale. Accontentatevi della vostra propria riforma e la riforma sociale scaturirà da sola.
    D. Qual è la vostra opinione riguardo al movimento Harijan creato da Gandhi?
    R. Chiedetelo a lui.
    D. È necessario fare un bagno dopo aver toccato un cadavere?
    R. Il corpo in se stesso è già cadavere. Finché resterete in contatto con lui, dovete bagnarvi nelle acque sacre (del Sé).
    D. Se la non-dualità (advaïta) è definitiva, perché Madhavâchârya ha insegnato la dualità (dvaïta)?
    R. Il vostro Sé è forse dvaïta o advaïta? Tutti i sistemi spirituali sono d’accordo nel raccomandare l’emancipazione del Sé. Emancipatevi, dunque, e una volta ottenuto questo risultato vi sarà agevole giudicare se questa o quella scuola è veridica o no.
    D. Perché non fate più prediche o conferenze per rimettere le persone sulla buona strada?
    R. Avete deciso da solo che io non predico. Sapete dunque chi sono e cosa significa predicare? [246.224-25]
    R. Gli Shâstra dicono che bisogna servire il proprio guru per dodici anni se si vuol ottenere la realizzazione. Che cosa fa il guru in realtà? Trasmette forse la realizzazione al discepolo come se fosse un oggetto? Forse che il Sé non è sempre realizzato? Qual è dunque il significato di questa credenza popolare? L’uomo è sempre il Sé e tuttavia lo ignora. Egli lo confonde con il non-Sé, ovvero la vita delle apparenze psichiche. Questa confusione è provocata dall’ignoranza. Una volta soppressa quest’ultima la confusione cesserà e la vera conoscenza prevarrà. È restando in contatto con dei saggi realizzati che l’uomo si sbarazza gradualmente della sua ignoranza, fino alla sua scomparsa definitiva. È allora che il Sé eterno si rivela in lui.È questo il senso della storia leggendaria del saggio Ashtâvakra e del re Janaka. Gli aneddoti in proposito differiscono un po’, a seconda dei libri. Poco importa, ciò che conta è la morale della storia, o tatva. Il discepolo si sottomette al maestro. Questa sottomissione, se è totale, implica che il discepolo si è distaccato da ogni traccia di individualità, e che da allora non ha più nessuna ragione di soffrire. L’eternità dell’ipseità suprema gli viene rivelata in quanto felicità. La maggior parte delle persone non comprendono neppure queste nozioni elementari; immaginano che il guru insegna al discepolo una frase misteriosa, come “Tattvamasi” e che il discepolo realizza “Io sono Brahman”. Nella loro ignoranza credono che Brahman sia qualcosa di enorme, di una potenza senza limiti. L’uomo ordinario, munito del suo piccolo ego, è già tronfio e fuori di sé. Che cosa avverrà di lui quando il suo ego assumerà proporzioni gigantesche? La sua stupidità e la sua ignoranza raggiungeranno le stesse dimensioni! Il falso ego deve perire. La sua annichilazione è il frutto del guruseva. La realizzazione è eterna e non viene creata improvvisamente dal guru. Il suo ruolo consiste semplicemente nello spazzar via l’ignoranza. [311.301-2]

    Distributed by Advaita_Vedanta@yahoogroups.com
    Traduzione da Talks (Ed. francese) a cura di Bua

    Ramana Maharshi – Cinque versi sul Sé

    Quaderno Advaita & Vedanta N. 5 – 27 Luglio 2006 – Ramana Maharshi Cinque versi sul Sé

    Commento di Bodhananda

    Questi sono gli ultimi versi composti da Sri Ramana Maharshi.
    Furono scritti su richiesta di una devota, Suri Nagamma, autore del libro “Lettere dal Ramanasram”. Bhagavan li scrisse in Telegu, usando però una forma metrica Tamil, chiamata venba, e quindi li tradusse in Tamil. Poiché già esisteva una composizione di Shankara chiamata Atma Paanchakam, Bhagavan decise di chiamare la sua composizione Ekatma Panchakam.

    1. When, forgetting the Self, one thinks that the body is oneself and goes through innumerable births and in the end remembers and becomes the Self, know this is only like awaking from a dream wherein one has wandered over all the world.

    1. «Quando, dimenticando il Sé, si pensa di essere il corpo… Quando si è errato fra innumerevoli nascite… Quando, alla fine, ricordando si diviene il Sé… Sappi che è solo come svegliarsi da un sogno, in cui si è vagato in tutto il mondo.»

    L’avidya, l’ignoranza metafisica dell’essente sulla sua stessa natura di puro essere, rende l’individuazione (o alterità o percezione) meta preminente all’attenzione dell’essente.
    La percezione definisce l’alterità e quindi l’individuo, il quale opera nel tempo quivi definito, in luogo dell’essente.
    Così il fenomenico diviene la sfera vitale, dove l’ente, identificato col corpo, con la percezione dei sensi, persa la consapevolezza di essere, si ritiene esistente grazie alla percezione dell’individuazione; è questa a credere, a credersi esistente: individuo. Credenza in luogo di consapevolezza, individuo in luogo di essenza. È questa individuazione- credenza a rimanere quale seme causale e a manifestarsi nel ripristino della percezione, dopo l’esaurimento degli involucri precedenti.
    L’essente in sé non è soggetto al tempo, perché la sua Realtà è al di là di ogni tempo. È a questa Realtà che l’essente reintegra sé medesimo; tutte le individuazioni man mano interpretate, con i relativi involucri indossati, assumono la consistenza di un sogno già finito. L’alterità e la conseguente individuazione marcano il tempo definendolo. Alla loro risoluzione nella conoscenza, anche il tempo perde consistenza, sottraendo l’oggettività al fenomenico: le vite sono state un errare nel sogno.

    2. One ever is the Self. To ask oneself ‘Who and whereabouts am I?’ is like the drunken man’s enquiring ‘Who am I?’ and ‘Where am I?’

    2. «Si è sempre il Sé. Chiedersi “Chi e dove sono ?” È come l’ubriaco che si chiede “Chi sono?” e “Dove sono?”»

    L’essente, il Sé e l’Essere sono un’unica e identica Realtà. Non c’è un solo momento, un solo istante in cui non si sia ciò che si è: l’essente. Esso è il medesimo Sé o atman di cui parla la tradizione, identico a Quello: il Reale. Chiedersi “Chi sono io?” è l’azione di chi, ubriaco del fenomenico, completamente accecato dall’ignoranza metafisica o avidya, crede che basti una domanda o una azione fenomenica a disciogliere l’individuazione che crede di essere. L’indagine sull’io necessita del distacco per prendere le dovute distanze dall’io stesso, per poterlo vedere e identificare in tutti i suoi aspetti, e della discriminazione per distinguere fra i vari livelli di oggettività nella percezione. La pura Realtà, l’Essere, il Sé, tutto questo è lo stato naturale dell’essente. Nessuna distanza spazio-temporale separa l’essente da ciò che è, solo l’ignoranza metafisica, che insieme è e non è.

    3. The body is within the Self. And yet one thinks one is inside the inert body, like some spectator who supposes that the screen on which the picture is thrown is within the picture.

    3. «Il corpo è nel Sé. Nonostante questo, si pensa invece di essere dentro il corpo inerte, come quegli spettatori credono che lo schermo sia entro il film che ivi si proietta.»

    Ritenere la coscienza di altro più reale della consapevolezza in sé è l’ignoranza metafisica. La sovrapposizione della percezione sull’essenza che ne è sostrato è l’ignoranza metafisica della propria autoesistenza, indipendentemente da ogni sensorialità. In questa ignoranza vengono accumulati tutti quei dati sensoriali che invece di essere immediatamente risolti sono oggetto di adesione-apprensione. In questa ignoranza si formano le erudizioni: accumuli, contenuti, affettività in luogo di riconoscimento del libero fluire del continuo divenire.

    4. Does an ornament of gold exist apart from the gold? Can the body exist apart from the Self? The ignorant one thinks ‘I am the body’; The enlightened knows ‘I am the Self’.

    4. «Potrebbe mai esistere un gioiello d’oro senza l’oro? Può esistere il corpo separato dal Sé? L’ignorante pensa “Io sono il corpo”. L’illuminato conosce “Io sono il Sé”.»

    È l’ignoranza a far credere all’acqua del mare di essere un’onda, a far credere alla neve di essere un pupazzo, a far credere all’essente di essere un corpo fisico, un corpo emotivo, un corpo mentale. Il corpo mentale aderisce ad ogni percezione che lo impressiona, il corpo emotivo aderisce ad ogni vibrazione che lo attraversa, il corpo fisico aderisce al tempo-spazio in cui si manifesta. Come “attratto” nel mondo dei nomi e delle forme, è di questi che l’essente si riveste, dimentico di essere il puro sempiterno Sé, non nato, non morto, non creato. Nell’ignoranza metafisica crede di iniziare, di spostarsi e di terminare. Nella conoscenza metafisica, l’illuminato sa di essere ciò che è e non diviene.

    5. The Self alone, the Sole Reality, exists for ever. If of yore the First of Teachers revealed it through unbroken silence say who can reveal it in spoken words?

    5. «Solo il Sé, unica Realtà esiste per sempre. Se dai tempi dei tempi il Primo dei Maestri, lo [ha] rivelato attraverso il silenzio ininterrotto, dimmi chi può rivelarlo con la semplice parola?»

    È l’accesso a questa Realtà suprema, né immobile né non immobile, ad essere evocata nelle parole di ogni tradizione trascendente il fenomenico. La Realtà non può essere descritta né dalle parole, né dalle non parole, ma non esiste dito più grande del silenzio per indicarla. Un silenzio che risuoni possente in quelle menti svuotate da ogni contenuto e placate da una sadhana adeguata. Sri Ramana pur indirizzando ad indagare su colui che si interroga, pur supportando diversi percorsi, ha istruito attraverso il silenzio; un silenzio coltivato con attenzione da chi arrivava e arriva da tutto il mondo pur di meditare in sua presenza. In silenzio.

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    Translated in English by Prof. K Swaminathan
    Traslated in Italian by Vidya Bharata – 27 July 2006
    Commentary in Italian by Bodhananda
    From “The collected works of Sri Ramana Maharshi”, pag. 130 – Digital Edition by Ramanasram

    Tratto da Quaderno Advaita & Vedanta N. 5


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    Pasquale Galasso
    Pasquale Galasso
    Amministratore del forum

    Aforismi di Ramana Maharshi (1879-1950)

    Volgere la mente all’interno è tutto ciò che è necessario.

    Se osservi unicamente il respiro, una tale attenzione ti condurrà spontaneamente alla ritenzione dello stesso (kumbhaka). Questo è jnana pranayama.

    Più umile ti fai, meglio è per te, in tutti i modi.

    [color=#ff0000]Dovresti considerare il mondo solo come un sogno.[/color]

    Ramana Maharshi

    :ave:


    CONOSCERE NON È AVERE L'INFORMAZIONE

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