SALVIAMO IL NOSTRO PIANETA

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Questo argomento contiene 414 risposte, ha 23 partecipanti, ed è stato aggiornato da  Anonimo 7 anni fa.

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  • #91992

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/efficienza_energetica/efficienza_energetica_associazioni_chiedono_proroga_detrazione_55.html

    Efficienza: per la detrazione del 55% le imprese chiedono una proroga
    Investimenti per l'efficienza energetica e posti di lavoro a rischio in assenza di una proroga della detrazione di imposta sulle spese per la riqualificazione degli immobili, in scadenza il prossimo 31 dicembre. Le imprese costruttrici di serramenti chiedono al nuovo governo di estendere la durata dell'incentivo fino al 2015.

    di Angela Lamboglia – 28 Novembre 2011

    Grazie all'incentivo molti stavano considerando l'ipotesi di migliorare il risparmio energetico dei propri immobili
    Per diversi giorni si è discusso della possibilità che il Governo Berlusconi inserisse nel decreto Sviluppo la proroga della detrazione del 55 per cento prevista per gli interventi di riqualificazione energetica e miglioramento termico di edifici già esistenti. Poi le dimissioni, la formazione di un nuovo esecutivo e il provvedimento è rimasto in un cassetto.

    Il rischio, ora, è che rimangano in un cassetto anche i propositi di quanti, grazie all'incentivo, stavano considerando l'ipotesi di migliorare il risparmio energetico dei propri immobili, che fossero singoli cittadini, imprese o enti pubblici. Progetti morti sul nascere che avrebbero potuto contribuire, oltre che al raggiungimento degli obiettivi comunitari sull'efficienza energetica, anche alla tenuta della filiera dell'involucro edilizio e alla sua capacità di creare e mantenere occupazione.

    Secondo un dossier prodotto da FederlegnoArredo e Uncsaal – Unione nazionale costruttori serramenti alluminio acciao e leghe -, ad esempio, grazie alla detrazione del 55% è stata generata una domanda pari a 1.300 milioni di euro sul comparto dei serramenti e di circa 400 milioni di euro nel relativo indotto.

    Al contrario, l'eventuale abbandono della misura, o un suo depotenziamento, determinerebbe nel 2012 un'immediata contrazione delle richieste, stimabile, secondo Uncsaal, intorno al 27 per cento.

    L'associazione confindustriale prevede, infatti, anche in virtù della crisi economica, che in assenza degli incentivi fiscali ci sarebbe meno disponibilità a spendere per migliorare l'isolamento degli edifici, perdendo l'opportunità di riqualificare una porzione rilevante del patrimonio immobiliare italiano e mettendo a rischio centinaia di aziende e oltre 10mila dipendenti.

    In assenza degli incentivi fiscali ci sarebbe meno disponibilità a spendere per migliorare l'isolamento degli edifici
    Le proposte dell'Uncsaal vanno quindi in direzione di mantenere l'agevolazione fiscale, ma anche di ampliare la platea dei suoi possibili beneficiari.

    Una proposta è, ad esempio, quella di ammettere agli aiuti anche i soggetti pubblici non assoggettati all'Ires – cui attualmente la detrazione si applica, oltre che sull'Irpef – prevedendo per loro la possibilità di stornare la quota da detrarre dalle utenze energetiche. Un provvedimento che, nelle previsioni degli industriali, farebbe aumentare del 30% gli investimenti per l'efficienza sugli edifici di proprietà pubblica.

    La proposta è stata raccolta, insieme ad altre, in una mozione al Governo Monti votata all'unanimità dai membri dell'associazione riunitisi la scorsa settimana a Milano.

    Nello specifico la mozione chiede di confermare l'aliquota al 55% e di prorogare l'incentivo dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2015, e non fino alla fine del 2014 come previsto nella bozza del decreto Sviluppo.

    L'agevolazione dovrebbe poi essere estesa anche ai beni non strumentali e applicata agli enti pubblici non assoggettati all’Ires, mentre il recupero del credito, attualmente in dieci anni, dovrebbe essere modulabile dai 5 ai 10.

    Per il Governo un'occasione per promuovere un settore industriale, e tutelare l'occupazione che genera, non a spese dell'ambiente. Anzi contribuendo a ridurre gli sprechi energetici e le emissioni inquinanti.


    #91991

    Anonimo

    Un'altra Italia? Nasce 'Ecologisti e Reti Civiche'

    http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/nasce_ecologisti_reti_civiche.html

    Capannori: da gennaio meno tasse per chi fa la differenziata

    http://www.ilcambiamento.it/riuso_riciclo/tariffa_igiene_ambientale_capannori.html


    #91993

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/agricoltura_biologica/biologico_cambia_congresso_aiab_2011.html

    Il biologico che cambia: si apre il Congresso AIAB
    Si apre oggi, 30 novembre 2011, il congresso federale di AIAB. A 23 anni dalla sua nascita, l’Associazione italiana per l'agricoltura biologica riflette sul futuro del settore e delle nostre agricolture. L'evento si concluderà il 4 dicembre ed è aperto a chiunque sia interessato a parteciparvi. Abbiamo intervistato Andrea Ferrante, presidente dell'AIAB.

    di Daniela Sciarra – 30 Novembre 2011

    Il Biologico è l'unico settore dell'agroalimentare che continua a far registrare una crescita positiva nei consumi, nonostante la crisi
    Il settore biologico ha fatto molta strada. Ce lo ricorda l’appuntamento congressuale dell’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica (AIAB) che si apre oggi, a Milano, e durerà fino al 4 dicembre.

    Il Biologico è l'unico settore dell'agroalimentare che continua a far registrare una crescita positiva nei consumi nonostante la crisi. L'Italia continua ad essere, per numero di aziende convertite al biologico, leader in Europa e il principale attore dell'export a livello dell'Unione Europea. A questa vocazione verso l'esportazione, si è accompagnato in questi ultimi anni uno sviluppo tumultuoso del mercato nazionale, costantemente in crescita nonostante le difficoltà della crisi economica.

    Ma oltre i numeri, il mondo del biologico ha contribuito ad innescare cambiamenti negli stili di vita, dal modo di concepire la produzione alle scelte di consumo e di acquisto dei cittadini consumatori. Ne sono esempi concreti la crescita dei nuovi canali di distribuzione come la rete dei gruppi di acquisto solidale (GAS), l’implementazione del Green public procurement (acquisti verdi pubblici) che si basano sull’idea di portare le tematiche ambientali all’interno delle istituzioni pubbliche, per esempio introducendo pasti biologici nelle mense di scuole e ospedali pubblici fino alla realizzazione di spazi urbani dedicati ai mercati contadini e alla vendita diretta dove si mescolano prodotti biologici certificati con quelli tipici di qualità, freschi e locali.

    Abbiamo intervistato Andrea Ferrante, presidente dell'AIAB.

    Ma che cosa è l’Agricoltura biologica per Aiab?

    È il modello di sviluppo per le campagne italiane alternativo all’agricoltura industriale, capace di produrre cibo di qualità nel rispetto dell’ambiente, dei cicli naturali e del benessere umano ed animale, nonché di indirizzare in senso ecologico i comportamenti degli operatori e dei cittadini.

    Non è solo un metodo di produzione – ci dice Andrea Ferrante presidente di AIAB – ma rappresenta un modello di sviluppo alternativo ed ecocompatibile, che non considera il cibo alla stregua di qualsiasi altra merce, bensì riconosce la terra e la biodiversità come beni comuni e promuove l’accesso alla terra.

    Il mondo del biologico ha contribuito ad innescare cambiamenti negli stili di vita
    Da oggi fino al 4 dicembre si svolge il congresso federale dell’AIAB. L'associazione è nata 23 anni fa dall'unione dei coordinamenti regionali dei produttori biologici italiani e oggi conta su 18 Associazioni regionali federate divenendo così un soggetto di rappresentanza dei produttori biologici italiani.

    Il titolo del Congresso di AIAB è Il Bio che cambia. Perché questo titolo?

    Se è vero che il biologico ha cambiato in maniera importante l’agricoltura europea – ci dice Andrea Ferrante – è vero anche che non può realizzarsi appieno secondo i canali classici della ricerca, della intensivizzazione produttiva, del mercato e della certificazione. Il bio deve rimanere il modello di sviluppo capace di dare risposte alla società che evolve, al mondo rurale sempre meno popolato, alle crisi finanziarie perenni, al clima che cambia e proporre innovazioni nel campo della ricerca, degli standard di produzione, dei canali di distribuzione alternativi e anche nel campo della certificazione.

    Cosa deve fare il biologico per affrontare la crisi climatica e ambientale?

    Per fronteggiare le attuali crisi alimentare e climatica – sottolinea Andrea Ferrante – sia in Italia che in Europa è arrivato il momento di fare scelte di politica agricola importanti e lungimiranti, che siano in grado di promuovere modelli di produzione del cibo sostenibili, proprio come il biologico. Se l'Italia e l'Europa dovessero rinunciare a scelte di politica agricola capaci di promuovere e sostenere gli agricoltori, ed in particolare chi pratica il biologico, l'agricoltura rischierebbe di scomparire, nonostante il cibo sia centrale e imprescindibile per la vita di tutti.


    #91994

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/legislazione_ambientale/trasporti_pubblici_dissesto_idrogeologico_clini.html

    Trasporti pubblici e misure anti-dissesto idrogeologico, la 'svolta' di Clini
    30 Novembre 2011

    “Per la messa in sicurezza del territorio bisogna muoversi innanzitutto sulle regole dell'uso del territorio” ha dichiarato Clini
    Potenziamento dei mezzi pubblici, stop ai condoni edilizi e nuove misure contro il dissesto idrogeologico. Dopo una partenza che non faceva ben sperare, con tanto di scivolone sul nucleare, il nuovo ministro dell'Ambiente Corrado Clini sembra essersi rimesso sulla giusta carreggiata. Nel presentare le linee programmatiche del proprio dicastero al Senato, Clini ha affrontato alcune delle questioni più spinose del nostro paese, mostrando ottime intenzioni.

    “Per la messa in sicurezza del territorio – ha dichiarato il ministro – bisogna muoversi innanzitutto sulle regole dell'uso del territorio, quindi bisogna modificare, integrare, o meglio aggiornare le leggi urbanistiche e regionali e non solo in termini di limitazione dell'uso del territorio, ma anche escludendo la possibilità di utilizzare, di varare condoni edilizi”.

    Clini ha poi fissato per il 5 dicembre, data del prossimo consiglio dei ministri, la presentazione di uno schema di decreto legge per la messa in sicurezza del territorio e contro il dissesto idrogeologico. Il disegno dovrebbe contenere un sistema di incentivi per investimenti privati finalizzati alla sicurezza del territorio, come ad esempio la manutenzione di boschi o fiumi di proprietà privata, che però svolgono una funzione positiva sulla sicurezza del territorio.

    Gli incentivi dovrebbero provenire dall'estensione a questo tipo di interventi del credito d'imposta del 55 per cento per la riqualificazione energetica degli edifici. “Serve un contributo importante dei privati che va incentivato”, ha dichiarato Clini.

    Il ministro ha inoltre sottolineato la necessità di rivedere il patto di stabilità fra stato e regioni, nell'ottica di garantire a queste ultime i fondi necessari per intervenire sulla messa in sicurezza del territorio. I vincoli imposti dal patto di stabilità, infatti, “impediscono alle regioni di accedere ai fondi spesso già disponibili per interventi”.

    Anche sul tema dei trasporti, Clini ha mostrato posizioni confortanti. In diretta al programma La telefonata di Belpietro ha dichiarato: “Il problema di fondo, in particolare al Centro-Nord, è quello di avere a disposizione un sistema di 'trasporto rapido di massa' pubblico che consenta una mobilità efficiente senza ricorrere al mezzo privato, soprattutto nei trasferimenti quotidiani, dagli interland delle grandi città al centro”.

    “Abbiamo bisogno di rafforzare il sistema ferroviario metropolitano e regionale – ha proseguito – per il trasporto delle persone che si muovono per motivi di lavoro. Credo che farebbero molto volentieri a meno delle automobili se avessero questi servizi”, dunque “si deve avviare una politica d'infrastrutture che affronti questi nodi”.

    Insomma, per una volta le dichiarazioni di Clini sono condivisibili su tutta la linea. Anche Legambiente si dice soddisfatta. “Le dichiarazioni del ministro dell’Ambiente Corrado Clini […] dimostrano che finalmente nel nostro paese il ministero dell’ambiente sta riacquistando un suo ruolo e centralità”, ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, presidente dell'associazione. Che ha concluso “attendiamo quindi fiduciosi lo schema di decreto legge per la messa in sicurezza del territorio annunciato per il Consiglio dei ministri del 5 dicembre”.

    Certo – unica ma fondamentale pecca – dispiace che una riforma dei servizi di trasporto pubblico volta all'efficienza, sia inserita in un più generale quadro di privatizzazioni, che strapperà dalle mani dello stato tutti i servizi locali di rilevanza economica, per consegnarli a privati.


    #91995

    Anonimo

    http://www.agoravox.it/Italia-dei-veleni-ora-c-e-la-mappa.html

    Italia dei veleni, ora c’è la mappa

    Quindici aree al sud, ventuno al nord e otto al centro. E' la mappa del territorio malato di amianto e diossina, disseminato di discariche pericolose e di siti tossici abbandonati. Porto Marghera e Gela, Taranto e Porto Torres, Brindisi e Massa Carrara, ma anche Castel Volturno e il Melfese nell'ex “isola felix” Basilicata. Da decenni questi ed altri territori vivono nel più assoluto inquinamento, eredità di un processo di industrializzazione che avrebbe dovuto diffondere sviluppo e benessere ma che invece e sovente ha significato degrado e morte.

    I centri più colpiti sono 44, dove le misure di bonifica non sono mai decollate ed il tasso di morbilità tumorale ha raggiunto punte elevatissime con le vittime che si contano ormai a migliaia. Questi dati, “biologicamente ed ecologicamente” disastrosi, sono stati appena diffusi dallo studio “Sentieri”, Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento realizzato dall'Istituto Superiore di Sanità. Evidenziano numeri impressionanti, da cui emerge un quadro di profondo malessere in cui molti cittadini rischiano quotidianamente la vita solo perché risiedono vicino a fonti di emissioni pericolose, respirando aria contaminata e mangiando prodotti tossici che essi stessi coltivano.

    Il veleno agisce ovunque e nell'ombra, contro l'ambiente e contro le persone. I killer più spietati sono le industrie insalubri e le discariche abusive. Come a Taranto, dove l'Ilva confina con il centro abitato e i bambini continuano a morire per la diossina. O come nelle zone lucane della Val d'Agri e del Metapontino, dove le falde acquifere risentono dei depositi nocivi degli stabilimenti estrattivi di gas e petrolio. Ma ad aggravare il quadro è anche l'incuria delle istituzioni, non di rado oggetto di sospetti di collusione col malaffare tutt'altro che infondati.

    L'esempio di maggior clamore, in tal senso, riguarda di nuovo la Basilicata dove proprio di recente sono stati inquisiti diversi politici e disposti gli arresti domiciliari nei confronti di numerosi funzionari pubblici rei di aver omesso i prescritti controlli – e in taluni casi di averne invece contraffatto gli esiti – sull'impianto mega inceneritore “Fenice” di San Nicola di Melfi, autentica bomba ecologica che ha infestato l'aria, l'acqua e i terreni dell'area Nord della regione (della quale chi scrive è originario).

    Le località altamente inquinate, nell'indagine svolta dall'Iss sono state ribattezzate “Sin”: Siti di bonifica di interesse nazionale. Le statistiche di mortalità relative alle aree di riferimento, circa 300 comuni con oltre 5 milioni e mezzo di abitanti, hanno fatto emergere nel periodo ricompreso fra la metà degli anni '90 ed il 2002 ben 10 mila decessi in più (dei quali circa 9000 nel solo Meridione, dove le cosiddette “ecomafie” e il sistema di corruttele perversano) rispetto alla cifra attesa considerando tutte le cause di morte. Limitando l'analisi alle patologie chiaramente ricollegabili, invece, alla prossimità urbana agli stabilimenti siderurgici e alle raffinerie, alle miniere e alle cave, alle discariche e ai centri di trasformazione, il dato delle morti si attesta intorno a poco più di 3.500 unità, che rimane comunque sproporzionato e intollerabile.

    Nello specifico, una delle casistiche più ricorrenti è quella rappresentata dalle morti per tumore alla pleura contratto nei siti contaminati da amianto. Tra questi, particolare rilevanza assumono le situazioni di Casale Monferrato, Broni, Biancavilla, Massa Carrara, Priolo, Pitelli, di alcuni comuni situati lungo il litorale vesuviano e dei territori confinanti con lo stabilimento “Fibronit” di Bari. L'impatto sulle popolazioni locali delle presenze industriali ed estrattive di Taranto, Gela, Porto Torres, Sulcis-Iglesiente e Porto Marghera assume addirittura tratti drammatici per quanto concerne l'incidenza letale dei tumori polmonari e delle malattie respiratorie in genere.

    Gli aumentati decessi per insufficienza renale e per altre malattie del sistema urinario sono invece fortemente legate alle emissioni di metalli pesanti, di composti alogenati e di idrocarburi nei dintorni degli stabilimenti di Piombino, Massa Carrara e Orbetello. Si registra, infine, un incremento anomalo delle morti per malformazioni congenite nelle aree di Falconara e Milazzo.

    LA MAPPA DEI SITI DA BONIFICARE

    Le patologie colpiscono indiscriminatamente tutta la popolazione e non soltanto gli operai che hanno lavorato nei siti industriali interessati dal dossier. E' questa la conclusione amara dello studio epidemiologico dell'Istituto Superiore di Sanità. Il più subdolo fra i veleni, quello che colpisce le sue vittime nascosto nelle tubature e nei rivestimenti di case ed edifici pubblici, è proprio l'amianto, che nel nostro Paese uccide purtroppo 3 mila persone ogni anno.

    L'impiego di tale minerale è stato bandito in Italia da circa un ventennio ma nel nostro ecosistema ne restato a tutt'oggi 32 milioni di tonnellate, pari a 5 quintali per ogni cittadino. Lo smaltimento, nonostante viviamo in un'era ipertecnologica, è fra i maggiori problemi che impediscono una piena e definitiva opera di bonifica. E il livello di rischio cancerogeno, come denunciano gli esperti del Ministero della Salute, è ancora scarsamente percepito dalla stessa popolazione.

    Il primato negativo, in tal caso, spetta al Piemonte con 200 nuovi malati all'anno. Qui aveva sede la fabbrica “Eternit”, i cui vertici sono ancora sotto processo con migliaia di parti lese, in prevalenza ex operai e dipendenti, in attesa di risarcimento. Ma è significativa anche l'esposizione familiare, con nuovi casi che riguardano mogli e figli entrati in passato in contatto con l'amianto tramite gli indumenti dei lavoratori esposti. L'Iss calcola che l'aumento dell'incidenza della connessa forma tumorale, il mesotelioma, durerà almeno fino al 2015.

    Riassumendo i dati del rapporto, sono oltre 9 milioni gli italiani residenti in aree contaminate, che rappresentano il 3% dell'intero territorio nazionale. La Sardegna è la regione più contaminata con 445 mila ettari di terreno da bonificare, seguita dalla Campania con 345 mila ettari. I siti a rischio sono in tutto 57 e la relativa “speciale” classifica vede stavolta in testa la Lombardia con 7 siti, seguita nuovamente dalla Campania con 6, da Piemonte e Toscana con 5, da Puglia e Sicilia con 4.

    Al di là della mappatura delle aree degradate in attesa di risanamento, la cui definizione è certamente un passo in avanti, permane lo stato di emergenza denunciato ad esempio dall'associazione dei geologi e dovuto all'assenza di un piano nazionale per le bonifiche che conti su investimenti certi e su procedure snelle ed efficaci. Occorre, insomma, uno strumento normativo che vincoli più seriamente le istituzioni e le autorità di vigilanza e le preservi dalle infiltrazioni della criminalità organizzata.

    La percentuale di malattie tumorali e di decessi, che nelle zone “testate” dall'Iss aumenta come visto in maniera esponenziale, finisce per riflettersi negativamente anche sulle rispettive economie, legate nella maggior parte dei casi prevalentemente al turismo e all'agricoltura. Per tale ragione, concludono gli scienziati impegnati in questa campagna di sensibilizzazione, vanno prese decisioni coraggiose che consentano di passare dalla perenne logica emergenziale degli ultimi anni a una fase attuativa.

    LE TABELLE DELLO STUDIO “SENTIERI”

    http://www.agoravox.it/IMG/bmp/tabella1.bmp
    http://www.agoravox.it/IMG/bmp/tabella2-3.bmp


    #91996

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/clima/durban_zanotelli_salviamoci_pianeta.html

    Durban. Alex Zanotelli: “Salviamoci con il pianeta”
    In occasione della conferenza sul clima in corso a Durban, in Sud Africa, Alex Zanotelli sottolinea la necessità di un grande lavoro di informazione finalizzato alla presa di coscienza che all'origine del disastro ecologico cui oggi stiamo assistendo vi è il nostro stile di vita. È necessaria una rivoluzione culturale: “o si cambia o si muore”.

    di Alex Zanotelli – 1 Dicembre 2011

    “Con i governi del Nord del mondo concentrati sui problemi della finanza, la crisi ecologica è passata in second’ordine”
    Il 28 novembre si è aperta a Durban (Sudafrica) la 17 Conferenza (COP 17) per rispondere alla sempre più drammatica crisi ecologica. I rappresentanti di tutti i governi del mondo dovranno in dieci giorni trovare delle vie per bloccare il surriscaldamento del Pianeta. Dopo i fallimenti della Conferenza di Copenhagen (2009) e di Cancun (2010), un’altra sconfitta a Durban l’umanità non se la può permettere. Con i governi del Nord del mondo concentrati sui problemi della finanza, la crisi ecologica è passata in second’ordine.

    Purtroppo anche i media (sia stampa che TV) non hanno acceso i riflettori su questo problema fondamentale, rivelandosi così profondamente funzionali a questo Sistema economico-finanziario. Siamo grati al Papa Benedetto XVI perché spesso ritorna sui temi ecologici. Siamo altresì grati ai vescovi del Sudafrica che in una lettera inviata recentemente e letta in tutte le parrocchie, “vedono questo importante evento di Durban come un’occasione per riflettere”.

    I vescovi sudafricani affermano: “Questa crisi climatica globale pone una grande sfida spirituale a tutti i cristiani, alle altre fedi e a tutti gli uomini e donne di buona volontà, dato che è la conseguenza della distruzione della creazione di Dio a cui tutti in vari modi abbiamo contribuito. Siamo tutti convocati a cambiare mentalità e ad assumere nuovi stili di vita per ridurre la nostra dipendenza dall’energia fossile come il carbone e il petrolio”.

    “Le ragioni fondamentali del disastro ecologico sono il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita”
    La situazione climatica del Pianeta infatti è grave. La comunità scientifica teme che, andando avanti così, la temperatura potrebbe salire di 3-4 gradi centigradi. E i tempi che abbiamo per evitare tale catastrofe sono brevi. Gli esperti affermano che, per evitare tale disastro, dobbiamo tagliare l’80% delle emissioni di gas serra entro il 2050. Purtroppo i governi sono prigionieri sia dei potentati economico-finanziari che dei potentati agro-industriali che traggono enormi profitti da questo Sistema.

    La finanza poi è talmente scaltra che vuole guadagnare anche sulla crisi ecologica, con la cosiddetta ‘economia verde’. Ne sono espressione il ‘mercato del carbonio’, il ‘Redd+’ (produzione agro-forestale per bio-carburanti), la geo-ingegneria, che introducono l’assurdo principio del ‘diritto ad inquinare’ e finanziarizzano la crisi ecologica, per poterci speculare.

    Dobbiamo invece aiutare tutti i cittadini a capire che le ragioni fondamentali del disastro ecologico sono il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita. Se tutti a questo mondo vivessero come viviamo noi occidentali, avremmo bisogno di quattro pianeti Terra come risorse e di altrettanti come pattumiere ove buttare i nostri rifiuti.

    C’è bisogno di un grande lavoro di informazione e coscientizzazione che porti a una rivoluzione culturale. È quanto stiamo tentando di fare come Rete per la Giustizia Ambientale e Sociale (RIGAS). Chiediamo a tutte le realtà che lavorano sull’ambiente di fare rete come abbiamo fatto per l’acqua. Insieme si può!

    “Oggi lo sappiamo: o si cambia o si muore”
    E chiediamo a tutti di impegnarsi:

    -a livello personale, con uno stile di vita più sobrio;

    -a livello locale, con un riciclaggio totale dei rifiuti opponendosi agli inceneritori;

    -a livello nazionale, con un bilancio energetico (mai fatto!) che riduca del 30% le emissioni dei gas serra entro il 2020;

    -a livello europeo, sostenendo il Piano della Commissione Europea che prevede una riduzione per tappe dell’80% delle emissioni dei gas serra entro il 2050;

    -a livello globale, iniziando un Fondo per le nazioni del Sud del mondo per fronteggiare i cambiamenti climatici; riconoscendo il debito ecologico delle nazioni del Nord nei confronti del Sud; estendendo il protocollo di Kyoto; tassando dello 0,05% le transazioni finanziarie; concedendo il diritto d’asilo per i rifugiati climatici; riconoscendo i diritti della Madre Terra.

    È su queste basi che noi ci mobilitiamo come Rete in vista di Durban e di Rio+20, la conferenza indetta dall’ONU per il prossimo giugno. È un momento gravissimo questo, sia per il Pianeta sia per Homo sapiens. E la colpa è dell’uomo, soprattutto della nostra generazione! Giustamente il teologo cattolico americano Paul Collins ha scritto: “La generazione che ha vissuto dalla II guerra mondiale ad oggi sarà tra le più maledette della storia umana, perché nessuna altra generazione ha talmente danneggiato e sfruttato la terra come la nostra”.

    Oggi lo sappiamo: o si cambia o si muore. A noi tocca lavorare dal basso in Rete per portare il nostro paese e il governo Monti (nel suo discorso al Senato ha menzionato trenta volte la parola crescita!) a mettere al centro dell’impegno politico il salvarci tutti insieme con il Pianeta Terra.


    #91997

    Anonimo

    http://www.beppegrillo.it/2011/11/lettera_dal_fut/index.html

    Lettera dal futuro

    Caro Beppe,
    devo dire che il problema della crisi non mi riguarda,e magari crollassero veramente tutti i governi! La mia polica di vita è diversa dal SISTEMA. Mentre gli altri si indebitavano per le auto ,gli scooter, i maxitelevisori led da 200 pollici, cellulari di lusso, ecc…io anni fa mi sono indebitato per uno stile di vita diverso,semplice e nel pieno rispetto della natura. Mi sono creato il mio impianto fotovoltaico da 5000W, ma non quello connesso in rete e che poi l'Enel ti piscia in faccia con quattro soldi, ma indipendente. Non ho pertanto problemi di black out e sono completamente indipendente dall'Enel! Ho installato tutte lampade led che hanno una vita media di 100.000 ore. Ho messo il pannello solare dell'acqua calda .Io e la mia famiglia abbiamo bici elettriche e uno scooter elettrico, che carichiamo dal fotovoltaico. Beviamo acqua di rubinetto depurata ad osmosi inversa, e le acque reflue chiare vengono a loro volta depurate e riutilizzate per usi di pulizia cortile,ecc… Ho fatto installare una grande vasca esterna con capacita' di 15.000 litri per la raccolta delle acque piovane, che vengono anch'esse depurate e usate per la cucina e i sanitari. Lavoriamo io,mia moglie e i miei due figli tramite web. Abbiamo una piccola azienda di commercio on line, quindi non abbiamo bisogno di nessuno spostamento per lavoro. I corrieri ci riforniscono di merce,e vengono poi a effettuare i ritiri da noi. Siamo vegetariani,quindi niente carne. Mia moglie si occupa da 20 anni di biologia e naturopatia.Non abbiamo pertanto bisogno di medici con le loro cure e per ingrossare le lobby dei farmaci .Mangiamo biologico e roba fatta in casa.Niente surgelati e cibi industriali di nessun tipo.Viviamo in un paesino di collina e all'aria buona.SIAMO FELICISSIMI e non risentiamo di nessun tipo di crisi.” Diego Balestri


    #91998

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/riuso_riciclo/collegno_riscarpa_riciclo_scarpe_usate.html?bcsi-ac-DF4CEB9F957C9077=1DC2689A00000503cdcjNBbj0+OaokCzI/9MymfTfBskAwAAAwUAAIAdLwAIBwAA7wAAAEDqBQA=

    A Collegno arriva 'Ri-scarpa', per il riciclo delle scarpe usate
    A Collegno, in provincia di Torino, la Cooperativa Sociale Lavoro e solidarietà ha lanciato l'iniziativa 'Ri-scarpa', finalizzata ad accrescere la cultura eco-ambientale attraverso la raccolta e il recupero delle scarpe usate nelle scuole. Un progetto che coinvolge istituti e studenti.

    2 Dicembre 2011

    La Cooperativa Sociale Lavoro e solidarietà ha lanciato l'iniziativa Ri-scarpa
    Mercoledì 26 ottobre alla scuola Boselli di Collegno, in provincia di Torino, è stato consegnato il primo contenitore del progetto Ri-scarpa. Un’iniziativa ideata dalla Cooperativa Sociale Lavoro e solidarietà – patrocinata dalla Provincia di Torino, dal Cidiu e dal Comune di Collegno, e sostenuta dalla Compagnia San Paolo – finalizzata ad accrescere la cultura eco-ambientale nelle scuole attraverso la raccolta e il recupero delle scarpe usate nelle scuole a fini sociali.

    Tale iniziativa è già partita l’anno scorso a Torino riscuotendo un notevole successo sia in termini di adesione degli istituti scolastici sia in termini di raccolta e recupero dei materiali.

    A Collegno sono già 13 gli istituti scolastici che hanno aderito al progetto e in cui sarà quindi posizionato il contenitore per la raccolta delle scarpe usate.

    Con Ri-scarpa è possibile contribuire alla raccolta differenziata educando i ragazzi alla tutela e al rispetto dell'ambiente, spiegano gli organizzatori in una nota: “infatti il recupero ed il riciclo di calzature usate consente il riutilizzo delle stesse o del materiale di cui sono composte per impieghi vari quali, pavimentazioni insonorizzate di palestre o sale riunioni, piste di atletica, giocattoli ecc.”. Il concetto è molto semplice, spiegano sempre i promotori, più si ricicla, meno si utilizzano materie prime e meno rifiuti finiscono in discarica o nei termovalorizzatori.

    Le finalità di Ri-scarpa sono educative e ambientali, ma sono anche occupazionali-sociali “perché il progetto prevede l'impiego di personale per il trasporto, la raccolta, la selezione e l'igienizzazione del materiale; personale che può essere scelto anche tra cittadini svantaggiati e socialmente deboli” s legge nel comunicato.

    Un contenitore Ri-scarpa è stato posizionato anche nell’atrio del Comune per permettere il conferimento delle scarpe a chi non frequenta il mondo scolastico, ma desidera ugualmente aderire a questa iniziativa.

    L’assessore alla Città Sostenibile, Barbara Martina ha commentato: “La nostra Amministrazione, da anni, lavora insieme al mondo scolastico per promuovere la cultura e il rispetto dell’ambiente; numerosi progetti educativi sono dedicati alla riduzione e al riutilizzo dei rifiuti, e per questo motivo crediamo che l’adesione a tale iniziativa sia un segno importante per testimoniare il proseguimento nell’impegno a diffondere una coscienza ambientale nelle nuove generazioni, favorendo l’acquisizione di un sempre maggior interesse nella raccolta differenziata”.


    #91999

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/clima/pruni_fioriscono_ottobre.html

    Se i pruni fioriscono a ottobre, il vero prezzo dei cambiamenti climatici
    Quali motivi di inquietudine possono esserci in tranquille immagini primaverili di pruni in fiore? Molti, se si considera che queste fotografie sono state scattate in ottobre. Le conseguenze dei cambiamenti climatici sono sotto i nostri occhi, basta volerle vedere.

    di Filippo Schillaci – 5 Dicembre 2011

    Quali motivi di inquietudine possono esserci in tranquille immagini primaverili di pruni in fiore?
    Se io definissi inquietanti, preoccupanti, di più, spaventose le illustrazioni di questa pagina probabilmente restereste fortemente perplessi. Quali motivi di inquietudine possono esserci in tranquille immagini primaverili di pruni in fiore? Molti se a esse si aggiunge il fatto che queste fotografie sono state fatte in ottobre.

    Inoltre per voi sono dei pruni qualsiasi, per me no. Sono i miei pruni, quelli che l’estate prossima avrebbero dovuto produrre le prugne che avrei mangiato. Questi infatti sono i fiori che avrebbero dovuto sbocciare la prossima primavera e trasformarsi in frutti durante l’estate. Sbocciati adesso, non allegheranno e anche se lo facessero sarebbero presto distrutti dal freddo che sta per giungere. Niente prugne dunque per me l’anno prossimo.

    Non sono l’unico a cui capitano cose strane: a Montevecchia, in Brianza, quest’anno la vendemmia l’hanno fatta in agosto. E in molte altre parti d’Italia so che accadono cose che non dovrebbero accadere. Né del resto è una novità. Nel 2005 una mia corrispondente frutticultrice che vive in Trentino mi scriveva: “Anche da noi, pur trovandoci in un parco naturale, dove pertanto dovrebbe esserci un buon equilibrio nella popolazione faunistica, ci sono delle stranezze da alcuni anni. Uccelli che non migrano più, uccelli d’alta quota che scendono a cercare cibo… insomma un gran brutto segnale, a mio avviso”.

    Questi sono i fiori che avrebbero dovuto sbocciare la prossima primavera e trasformarsi in frutti durante l’estate
    Mi aspetto che a questo punto il solito signor Rossi dirà: vabbè, passi per gli uccelli, di cui in fondo non vedo perché dovrei preoccuparmi, ma le prugne, che problema c’è? Se il tuo albero non le dà vai al supermercato. Il supermercato, che per tutti i 'Signor Rossi' di questo mondo è una sorta di cornucopia della fortuna, in cui il cibo appare come dal nulla. Vano notare che questo 'nulla' è in realtà un luogo in carne e ossa, perché è un luogo con cui il signor Rossi non ha nulla a che fare, un luogo spesso lontanissimo da lui, un’astrazione da cui egli può ben prescindere. E questo non è un dettaglio trascurabile.

    Ora, lavoriamo un po’ di fantasia e viaggiamo fino all’estate prossima. Ecco il signor Rossi davanti al banco della frutta nel suo solito supermercato. “Eccole le prugne”, mi dice soddisfatto. I pruni fioriti a ottobre non erano dunque una così gran tragedia, e questa, per lui, ne è la prova. “Chissà da dove vengono”, commento io, “e chissà quanto costeranno…”. “Ma no!”, interrompe lui, “guardi qui, costano un’inezia, anche meno dell’anno scorso”. “Mi lasci finire: chissà quanto costeranno… alla Terra”. “Alla Terra?”, domanda lui, perplesso e anche un po’ imbarazzato. “Ma sì: al pianeta, agli ecosistemi, alla biosfera”. Si guarda intorno per esser certo che nessuno abbia sentito: non si fa bella figura a intrattenersi con uno svitato che dice cose strane. Mi saluta e va via.

    Poco dopo eccolo in strada sotto il sole di giugno che scotta come l’anno scorso scottava quello di luglio. Il prezzo delle prugne è più basso e il sole è più caldo. Non gli viene in mente che fra le due cose possa esserci una relazione. Andando via passa accanto a un’edicola, dà un’occhiata frettolosa ai titoli di prima pagina dei quotidiani esposti. Uno o due parlano di nuovi allarmi degli scienziati per le variazioni climatiche, ma come al solito in articoletti poco appariscenti nelle pagine interne. Il signor Rossi non li vede, il signor Rossi passa oltre, con le sue prugne in mano.


    #92000

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/territorio/alluvioni_pulizia_boschi.html

    Boschi “ordinati e puliti”. Ecco perché le alluvioni distruggono
    “Tutto quello che viene considerato disordine e sporco negli assurdi discorsi del dopo alluvioni è invece vita, biodiversità, equilibrio e protezione del suolo”. La responsabilità dei disastri conseguenti al maltempo delle ultime settimane è stata da molti attribuita alla mancata 'pulizia' dei boschi. Eppure un bosco privo di arbusti, fronde e legni lasciati sul terreno costituisce un disastro ambientale in fieri.

    di Sonia Savioli – 6 Dicembre 2011

    Molti ritengono che un bosco pulito sia quello col terreno nudo e pochi alberi distanziati
    Dopo i disastri innescati dalle piogge torrenziali di quest’ultimo autunno, ancora una volta si è levato il coro delle 'campagne abbandonate' e dei 'boschi che non vengono puliti'.

    Coloro che parlano di 'boschi non puliti' (sporchi?) non si riferiscono a lattine, bottiglie e sacchetti di plastica, pacchetti di sigarette, bossoli e altre schifezze; si riferiscono ad alberi vivi e morti, arbusti, fronde e legni lasciati sul terreno.

    La cosa più tragica è che molti di loro sono in buona fede e ritengono che un bosco 'ben curato' sia quello ridotto più o meno come un parco cittadino, cioè col terreno nudo e pochi alberi distanziati. Con la differenza che nel parco cittadino gli alberi sono secolari o tendono a diventarlo, mentre nel bosco 'pulito' gli alberi spesso non riescono a superare i dieci anni, perché ogni dieci anni vengono tagliati. Questo vuol dire che il bosco 'pulito' è popolato da precari fuscelli.

    Un bosco così 'pulito' è un disastro ambientale in essere e in fieri per molti motivi, tanto più oggi, con l’aumento delle temperature, le estati torride e siccitose, le piogge concentrate e torrenziali.

    Perché? Perché un terreno, come sanno tutti i naturalisti e i contadini biologici, per sopravvivere deve essere sempre 'coperto': la terra nuda muore e viene erosa. Coperto dunque di foglie e di erba o di arbusti e alberi o, quantomeno, dalle loro chiome imponenti.

    Il che vuol dire: se si vogliono lasciare pochi alberi, devono essere talmente grandi e vetusti da coprire con le loro fronde tutto il terreno sottostante. Deduzione: non si può tagliarli ogni dieci anni e lasciare sessanta querciole di dieci anni su diecimila metri quadri di ripida collina, come consente oggi la legge regionale Toscana, per esempio, e poi dare la colpa ai boschi non puliti quando arriva l’alluvione.

    Se si vogliono lasciare pochi alberi, devono essere talmente grandi e vetusti da coprire con le loro fronde tutto il terreno sottostante
    In un bosco 'pulito' secondo il concetto dei cultori dell’innaturalità, cioè con esili alberini molto distanziati, niente sottobosco e niente frasche e legno marcio sul terreno, al massimo crescerà l’erba in primavera, per seccare impietosamente in estate, esposta ai quaranta gradi all’ombra che sono ormai la norma, senza creare humus e lasciando il terreno esposto e indifeso: il sole estivo lo calcinerà, le piogge autunnali in presenza di un minimo pendio se lo trascineranno giù nell’alveo di ruscelli, poi torrenti e poi fiumi che, da corsi d’acqua quali erano, diventeranno corsi di pietre e fango, decuplicati appunto dalle tonnellate di pietre e fango. Che sarebbero stati terra fertile e sarebbero rimasti a far parte del suolo, invece di diventare un’alluvione, se il suolo fosse stato coperto e vivo: 'sporco', secondo la vulgata corrente nel nostro paese.

    Tutto quello che viene considerato disordine e sporco negli assurdi discorsi del dopo alluvioni è invece vita, biodiversità, equilibrio e protezione del suolo; l’ambiente in cui crescono spore, licheni e funghi che nutrono e fertilizzano, nonché il rifugio e il nutrimento per ogni tipo di vita, dai batteri agli uccelli, dai carnivori agli ungulati. Tutto ciò è vita e salute del bosco e, ovviamente, del suo terreno: che non si muoverà dal proprio posto nemmeno sotto piogge torrenziali.

    Mentre la Liguria, denudata e incendiata, coperta di asfalto e cemento e coi fiumi asfaltati e cementati, crollava disastrosamente su se stessa, io ero in Friuli, in una di quelle valli prealpine friulane con letti di fiumi larghi centinaia di metri, a volte chilometri, e che per la maggior parte del tempo appaiono come distese di ghiaia e pietre di misure svariate, con un rivolino d’acqua celeste che scorre quieto e che si può attraversare togliendosi le scarpe. Ero in una valle dalle montagne scoscese e a tratti ripidissime, con le cime rocciose e nude.

    Nei giorni di ottobre in cui in Liguria cadevano tra i 200 e i 500 millimetri di pioggia, sulle prealpi carniche sono caduti dai 200 ai 400 millimetri in 48 ore, di cui una buona parte concentrata in poche ore. In 24 ore sulle montagne friulane sono caduti fino a 377 millimetri di pioggia. In Val Resia in ottobre, in cinque giorni, di cui solo 3 di pioggia intensa, sono caduti fino a 632 millimetri di pioggia. Le dosi giornaliere, dunque, erano molto simili a quelle liguri. Solo che per il Friuli non era un evento eccezionale.

    I proprietari di boschi della val Onsernone hanno deciso, di comune accordo, di non tagliare più alberi per i prossimi cinquant’anni
    Per questo, forse, sulle montagne friulane si taglia il bosco con regole severe e con ferrei controlli; per questo non si costruisce nelle zone di esondazione, sulle rive di fiumi né, tanto meno, i fiumi vengono cementificati. E per questo, dopo le 'normali' piogge torrenziali di quei giorni, il fiume della valle in cui ero, benché avesse riempito tutto il proprio alveo in larghezza e profondità e ruggisse minaccioso, aveva acque pulite e limpide.

    Nella Svizzera ticinese le valli prealpine sono particolarmente impervie e scoscese, strade strette si arrampicano costeggiando burroni, molti piccoli abitati sono raggiungibili solo a piedi, essendo impossibile in quel contesto la costruzione di strade carrozzabili. In val Onsernone i paesi sono fatti a scale: cioè, a parte la prima fila di case costeggiante la strada, alle altre si arriva salendo o scendendo viottoli a gradini.

    L’ultimo paese della val Onsernone finisce con una stradina sterrata che s’inoltra nel bosco. Lì accanto c’è un cartello. Dice che i proprietari di boschi della val Onsernone hanno deciso, di comune accordo, di non tagliare più alberi per i prossimi cinquant’anni. Neanche uno. E non solo di non tagliare alberi: hanno deciso e scelto di non prelevare nemmeno gli alberi morti o i rami caduti. Nulla. Perché, dicono gli abitanti della val Onsernone, tutto quello che muore nel bosco serve alla vita del bosco, e dunque alla nostra vita, poiché il bosco è fonte di protezione dei suoli, rigenerazione dell’aria e dell’acqua, biodiversità.

    Per le generazioni future, dicono gli abitanti della Val Onsernonde, noi rinunciamo a sfruttare il bosco. È un sollievo rendersi conto che la cultura di 'pulire' il bosco, distruggendone il suo popolo vegetale, finisce al confine con l’Italia. È anche un sollievo vedere che c’è chi ai propri figli e nipoti preferisce regalare il futuro invece del cellulare


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