SALVIAMO IL NOSTRO PIANETA

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Questo argomento contiene 414 risposte, ha 23 partecipanti, ed è stato aggiornato da  Anonimo 6 anni, 11 mesi fa.

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  • #92322
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    [quote1365070541=Spiderman]
    Ecuador, il governo mette all'asta la foresta amazzonica

    L'Ecuador sta per mettere all'asta circa tre milioni di ettari di foresta amazzonica, polmone verde della Terra. L'intenzione delle autorità sarebbe quella di venderli alle compagnie petrolifere internazionali, in particolare a quelle cinesi.

    Il governo di Quito ha infatti organizzato un tour nelle capitali straniere che potrebbero essere maggiormente interessate all'affare. Lunedì a Pechino i rappresentanti dell'Ecuador hanno quindi illustrato le potenzialità energetiche dei terreni in vendita ai manager delle principali aziende petrolifere cinesi, tra cui la China Petrochemical e la China National Offshore Oil.

    L'intenzione delle autorità dell'Ecuador ha provocato la dura protesta di organizzazioni non governative e leader delle tribù locali, che denunciano una “sistematica violazione dei diritti sulle terre ancestrali”…
    http://www.ilcambiamento.it/foreste/ecuador_governo_mette_asta_foresta_amazzonica.html

    [/quote1365070541]
    http://translate.google.it/translate?sl=en&tl=it&js=n&prev=_t&hl=it&ie=UTF-8&eotf=1&u=http%3A%2F%2Fwww.guardian.co.uk%2Fworld%2F2013%2Fmar%2F26%2Fecuador-chinese-oil-bids-amazon

    http://www.internazionale.it/news/ecuador/2013/03/27/un-pezzo-di-foresta-allasta/

    ” In questo modo, il governo di Quito spera di velocizzare lo sviluppo dell’industria petrolifera nazionale.”
    “Ecuador potrebbe presto costruire una raffineria di $ 12,5 miliardi di petrolio con finanziamento cinese.”

    10 / 6 / 2011
    Governo dell'Ecuador nazionalizza industria petrolifera statunitense
    Quito, il presidente ecuadoriano, Rafael Correa, definì un atto storico la nazionalizzazione del campo di idrocarburi Amicizia, dopo una dura negoziazione con la compagnia statunitense Noble Energy che operava qui attraverso la sua filiale Energy Development Company (EDC)
    http://marxiani.forumfree.it/?t=56175707

    http://translate.google.it/translate?sl=en&tl=it&js=n&prev=_t&hl=it&ie=UTF-8&eotf=1&u=http%3A%2F%2Fblogs.ft.com%2Fbeyond-brics%2F2012%2F10%2F06%2Fecuador-vs-us-oil-quito-loses-a-round%2F%23axzz2PUNPE3qp


    #92323

    Anonimo

    http://www.abruzzoweb.it/contenuti/trivelle-20-mila-contro-ombrina–il-piu-grande-corteo-degli-ultimi-anni/514473-4/

    TRIVELLE: 20 MILA CONTRO OMBRINA,
    IL PIU' GRANDE CORTEO DEGLI ULTIMI ANNI

    PESCARA – Sfilano in circa 20 mila, riempiono il centro di Pescara con oltre 2 chilometri di corteo, tra striscioni, musica, cori ed esortazioni ai passanti a unirsi alla protesta: tutti in massa contro Ombrina Mare.

    Si tratta della più grande manifestazione che l'Abruzzo ricordi negli ultimi anni. Gli organizzatori si dicono più che soddisfatti. “È una mobilitazione straordinaria – dice Luciano Di Tizio, presidente regionale del Wwf – che ha assunto il carattere di una vera e propria sollevazione pacifica contro la deriva petrolifera. Ma ora vogliamo che le istituzioni rispettino gli impegni presi e riportino immediatamente il blocco a 12 miglia, evitando tutte le attività di estrazione e di ricerca sugli idrocarburi”.

    Molti gli esponenti della politica e delle istituzioni presenti. C'erano, fra gli altri, gli onorevoli Fabrizio Di Stefano (Popolo della libertà), Giovanni Legnini (Partito democratico), Gianni Melilla (Sinistra ecologia libertà) e Gianluca Vacca (Movimento 5 stelle), i consiglieri regionali Riccardo Chiavaroli ed Emilio Nasuti del Pdl, Maurizio Acerbo di Rifondazione, Franco Caramanico di Sel, Walter Caporale dei Verdi e Lucrezio Paolini dell'Italia dei valori.

    Tanti, inoltre, i sindaci con la fascia tricolore sulle spalle e anche i due presidenti delle Province di Chieti e Pescara, Enrico Di Giuseppantonio e Guerino Testa. Ha aderito anche la Regione, ma il presidente Gianni Chiodi non c'era, anche se sulla sua pagina Facebook ha scritto: “Sta riuscendo bene la manifestazione di Pescara, per una volta l'Abruzzo unito”.

    La partecipazione dei rappresentanti delle istituzioni della provincia teatina è stata la più numerosa, visto che il progetto della piattaforma petrolifera Ombrina 2 interessa la costa al largo dei comuni di Fossacesia (Chieti), San Vito Chietino (Chieti) e Rocca San Giovanni (Chieti).

    “Mi auguro di non dover vedere mai questa struttura a largo di Rocca San Giovanni – ha detto il primo cittadino Giovanni Di Rito – è un progetto scellerato che andrebbe a vanificare tutti i risultati ottenuti in termini di qualità delle acque e tutela dell'ambiente, attestati dall'aver ottenuto, unico comune in Abruzzo, le 4 vele di Legambiente”.

    “Cominciammo nel 2008 la battaglia contro questa scelleratezza – ha ricordato il sindaco di San Vito, Rocco Catenaro – che danneggia fortemente la nostra economia, sia dal punto di vista turistico che da quello agroalimentare”.

    “Siamo pronti a utilizzare anche i cannoni contro questo progetto – avverte il sindaco di Fossacesia Fausto Stante – che non porta benefici ma solo danni”.

    “Si dice che l'ambientalismo sia un tema caro solo alla sinistra – commenta il sindaco di Pescara Luigi Albore Mascia (Pdl) – con il nostro fattivo aiuto alla riuscita della manifestazione, abbiamo dimostrato che non è così e che siamo sempre in prima linea, sia nella battaglia contro l'inquinamento elettromagnetico, come nel caso delle antenne di San Silvestro, sia in quella contro l'inquinamento atmosferico, come dimostra la vicenda del cementificio, sia in questo caso”.

    “Non mi iscrivo tra quelli che dicono no a prescindere nei confronti di nuovi insediamenti produttivi che creano sviluppo e posti di lavoro – ha detto il presidente della Provincia di Pescara Guerino Testa – credo che occorra prima analizzare ogni singolo caso. E in questo caso tutti gli elementi che sono venuti fuori sono di natura negativa”.

    “Questa riuscitissima e partecipatissima manifestazione – ha aggiunto il presidente della Provincia di Chieti Enrico Di Giuseppantonio, che a un certo punto si è anche impossessato della bicicletta di un giornalista – è la testimonianza tangibile della bontà delle tante battaglie fatte per contrastare l'insediamento di Ombrina Mare e non solo. L'Abruzzo ha già dato alla causa petrolifera. Adesso occorre puntare sul turismo, volano della ripresa economica, soprattutto per quanto riguarda i giovani”.

    È polemico, invece, il commento del consigliere regionale dei Verdi Walter Caporale che ha approfittato dell'appuntamento per fare volantinaggio distribuendo la risoluzione urgente da lui presentata per una moratoria delle estrazioni di idrocarburi: “La manifestazione di oggi è la più grande mai realizzata in Abruzzo – ha detto – peccato che si sia dimostrata anche una fiera dell'ipocrisia. Perché hanno sfilato anche i responsabili politici dell'inquinamento e della petrolizzazione in Abruzzo. Pdl in primis”.

    Ma oltre agli esponenti politici e ai gonfaloni dei tanti comuni aderenti, compresi quelli dell'entroterra abruzzese, occorre sottolineare che la maggior parte del corteo era animata dalla cosiddetta società civile: associazioni, sindacati, rappresentanti di aree protette, movimenti e comitati. C'era inoltre tanta gente che non apparteneva a niente, famiglie in bicicletta arrivate semplicemente per dire no a mbrina.

    “Il nostro fondatore Baden Powell – ha detto Fabrizio Talone, del gruppo scout Lanciano 1 – ci ha esortato a lasciare il mondo un po' meglio di come l'abbiamo trovato. Ecco perché noi degli Scout e dell'Agesci siamo venuti qui oggi”.

    “Noi siamo stati il primo comitato a sorgere nel 2007 contro il Centro Oli – spiega il francavillese Nicola Lorito, membro del comitato Natura Verde – oggi non potevamo non essere qui contro Ombrina”.

    Ci sono anche gli studenti di Lanciano (Chieti) che qualche giorno fa hanno organizzato flash mob e cortei contro le trivelle: “Attorno a questa battaglia – spiega uno di loro, Raffaele Spadano – stiamo cercando di organizzare un collettivo studentesco che sinora ha risposto benissimo”.

    Sfilano pure le bandiere del comitato 3.32 dell'Aquila. “Sappiamo come operano le istituzioni e siamo abbastanza disillusi – dice Marco, un membro del comitato – crediamo che bisogna manifestare per fare informazione dal basso e arginare in questo modo le favole che ci propinano le istituzioni, perciò per noi è importante essere venuti qui dall'Aquila”.

    C'è anche una rappresentanza della Valle Peligna. “Il problema di Ombrina non ci vede solo solidali – spiega Mario Pizzola, portavoce dei comitati cittadini per Sulmona (L'Aquila) – perché il problema ci interessa e ci tocca da vicino, visto che oltre il 50 per cento del territorio abruzzese è interessato da attività di ricerca, estrazione e stoccaggio di idrocarburi. Noi, per esempio, ci stiamo battendo da 5 anni per impedire la realizzazione di un grande metanodotto che passa all'interno della regione e contro la centrale di spinta e compressione della Snam”.

    Dopo essere partita intorno poco dopo le 15.30 dalla Madonnina e aver girato in corso Vittorio Emanuele e corso Umberto per poi tornare sul lungomare Matteotti, il corteo, verso le 18.30 è arrivato allo Stadio del Mare.

    Qui, sul palco allestito sulla spiaggia, hanno preso la parola Antonio Onorati, “contadino laureato in economia” com'è stato presentato, Valerio Rossi Albertini, fisico del Cnr, e l'attore Domenico Galasso del gruppo “Artisti per il Matta”, che ha letto un documento condiviso da tutti gli organizzatori. Poi i microfoni sono stati ceduti alla musica di Anemamè e C.U.B.A Cabbal.

    Alla sfilata era presente anche la senatrice del Movimento 5 stelle Enza Blundo, che nei giorni scorsi ha presentato in Parlamento un’interrogazione orale ed un disegno di legge per modificare l’articolo 6 comma 17 del D.L.152 del 3 aprile 2006.

    Con l’iniziativa in Senato si vuole chiedere nuova successiva procedura Via ovvero di limitare la possibilità di eseguire prospezioni in area marina in prossimità delle coste.

    La maternità di tale proposta di modifica è stata rivendicata anche dalla senatrice del Partito democratico Stefania Pezzopane, ma la Blundo spiega che “al di là di quale sia la promotrice di tale proposta, dato che i due documenti risultano depositati nello stesso giorno, ciò che si rileva è l’attenzione e l’amore dimostrato verso il nostro territorio”.


    #92324
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    Le conseguenze di una guerra nucleare
    Più freddo, meno piogge e raggi ultravioletti a raffica. E la colpa non sarebbe della radioattività. Ecco cosa succederebbe se una manciata di bombe atomiche colpissero altrettante metropoli
    di Tiziana Moriconi

    In caso di guerra nucleare, qualcuno potrebbe pensare che gli effetti sul clima siano una questione abbastanza secondaria. Di sicuro non lo crede Michael Mills, chimico dell’atmosfera al National Center for Atmospheric Research di Boulder (Colorado), che lascia parlare le sue complesse ed accurate simulazioni: una scaramuccia nucleare tra due nazioni potrebbe causare una gravissima riduzione dello strato di ozono per svariati anni, anche sopra i tropici. Le conseguenze? Abbassamento di 2 gradi delle temperature (e non di 1,3 come prevedono precedenti modelli dell’ inverno nucleare), una riduzione del 7% delle precipitazioni globali medie e raggi ultravioletti come se piovesse su numerose città. Basterebbe che sparisse il 16% dell’ozono (una previsione rosea, secondo Mills), per innescare una reazione a catena che porterebbe alla perdita del 5% del fitoplancton, che a sua volta risulterebbe in un calo del 7% della fauna ittica. Il quadro, in breve, è quello di una carestia globale.

    La radioattività, in questo caso, non c’entra nulla, come spiega lo stesso Mills in una intervista di Wired.com. La distruzione dell’ozono (O 3, ovvero una molecola formata da tre atomi di ossigeno) dipenderebbe dalle tempeste di fuoco che si innescherebbero nelle città colpite dalle testate.

    Fondamentalmente sono due i processi che mangiano lo strato di ozono. Uno coinvolge gli ossidi di azoto (come il biossido, NO 2): dopo un’esplosione nucleare, il calore e i venti delle tempeste di fuoco spingono in alto rapidamente questi gas reattivi, che raggiungendo i 30 chilometri di altezza e cominciando a dare fondo all’ozono. Il processo dura fino a cinque anni dopo l’evento scatenante, con un picco dopo due anni. Nell’altro processo, gli atomi liberi di ossigeno reagiscono con l’ozono per dare la forma molecolare che ci consente di vivere, l’O 2. Questa è una reazione naturale, ma che risulta potenziata nell’anno che segue una guerra nucleare.

    Mills aveva già condotto delle simulazioni pochi anni fa. Rispetto a quelle, le nuove sono molto più complete e, in teoria, realistiche, perché comprendono tutti i modelli: atmosferico, oceanico, delle terre emerse e glaciali. In una di queste simulazioni, il ricercatore immagina una guerra tra India e Pakistan in cui ciascun paese lancia 50 testate nucleari sulle città nemiche. Dopo l’esplosione della prima bomba, si innescherebbero dei fuochi che continuerebbero a bruciare per ore. Al bombardamento seguirebbe quindi una tempesta di fuoco, come accadde a Hiroshima durante la Seconda Guerra Mondiale. “ Ma dobbiamo fare i conti con il fatto che oggi le città sono megalopoli”, dice Mills: “ Le tempeste di fuoco comincerebbero a risucchiare aria dal basso, le persone verrebbero trascinate all’interno delle costruzioni dai venti; brucerebbe praticamente ogni cosa, e le città sarebbero completamente carbonizzate, mentre i gas raggiungerebbero la stratosfera”.

    La temperatura dell’atmosfera inizialmente supererebbe i 100 gradi centigradi, e rimarrebbe di 30 gradi più elevata del normale per più di tre anni. E il calore aumentaerebbe il ritmo delle due reazione che consumano l’ozono.

    Che i modelli di Mills siano catastrofisti o meno, il loro effetto potrebbe essere positivo: “ La risposta a questi studi da parte della classe politica è spesso sottovalutata”, sottolinea il ricercatore, “ e ai tempi di Gorbachev e Reagan hanno avuto un grande impatto. Attualmente basterebbe l’1 per mille degli arsenali che il mondo possiede per distruggere il pianeta”. [color=#ff0000][/color]


    #92325

    Anonimo

    http://www.lettera43.it/ambiente/clima-record-co2-mai-cosi-alta-da-3-mln-di-anni_4367594629.htm

    Clima, record Co2: mai così alta da 3 mln di anni
    Record di anidride carbonica nell'atmosfera. Superate le 400 parti per mln. E scatta l'allarme mondiale per le conseguenze sull'uomo. Per Greenpeace «stiamo andando verso un punto di non ritorno».

    Negli anni Novanta le emissioni di Co2 sarebbero state sottostimate.

    Per la prima volta nella storia dell'uomo è stato raggiunto il record di concentrazione di Co2 nell'atmosfera. La concentrazione dell'anidride carbonica ha infatti superato le 400 parti per milione (ppm). Si tratta di un record storico perché non succedeva da almeno tre milioni di anni. A rendere pubblica la notizia l'11 maggio è stato Greenpeace, che ha citato l'ultima rilevazione del Noaa (National Oceanic and Atmosferic Administration) del dipartimento del Commercio degli Stati Uniti e dello Scripps Institution of Oceanography, nella base di Mauna Loa, nelle Hawaii, nell'Oceano Pacifico.
    CRESCITA SENZA PRECEDENTI. «Un livello altissimo che rappresenta l'ennesimo campanello d'allarme rispetto ai cambiamenti climatici in corso nel Pianeta», ha avvertito ancora l'associazione ambientalista Greenpeace.
    Gli scienziati stimano che «gli attuali livelli di concentrazione di Co2 in atmosfera furono raggiunti tra i 3,2 e i cinque milioni di anni fa: quando le temperature medie erano tra i tre e i quattro gradi centigradi più alte di adesso e le regioni polari più calde di 10 gradi centigradi rispetto a oggi. L'estensione dei ghiacci era molto limitata, rispetto a quella attuale, e il livello dei mari tra i cinque e i 40 metri più alto». Il rischio, dunque, è che si possa tornare a queste condizioni, con conseguenze devastanti per la natura e l'uomo.
    IMPEGNI INSUFFICIENTI. L'innalzamento delle temperature, provocato soprattutto da petrolio, carbone e gas che bruciano, provoca fenomeni atmosferici estremi, siccità, alluvioni, frane. E, in tanti casi, disastri e vittime. L'sos è continuo da parte di scienziati e ambientalisti, la Banca Mondiale ha previsto un aumento della temperatura globale di quattro gradi centigradi nel 2060, ma gli impegni dei Paesi sviluppati non sono ancora sufficienti per ridurre i gas serra.
    Il tasso di crescita della concentrazione di Co2 in atmosfera «è senza precedenti», ha sottolineato Greenpeace. «Se le emissioni di gas serra continueranno con questo ritmo il pianeta raggiungerà le 1.000 ppm nel giro di 100 anni, laddove, invece, aumenti di concentrazione di solo 10 ppm richiedevano, nelle ere passate di più intensi cambiamenti climatici, mille o più anni», ha avvertito ancora l'associazione ambientalista.
    VERSO PUNTO DI NON RITORNO. «La nostra dipendenza dalle fonti fossili ci ha condotti oltre l'ennesima soglia di distruzione del clima», ha dichiarato Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Ciò che siamo purtroppo riusciti a fare in poco più di un secolo aveva richiesto alla natura, in altre ere, migliaia di anni. Tuttavia, gli imprenditori delle fonti fossili e i governi che garantiscono le loro fortune economiche, continuano a progettare un futuro di energie sporche spingendo il cambiamento climatico verso un punto di non ritorno», ha proseguito Boraschi, «e questo nonostante l'alternativa per una vera rivoluzione energetica esista, oggi, e sia concreta e praticabile: è nelle fonti rinnovabili e nell'efficienza energetica».


    #92326

    Anonimo

    http://comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11833

    RITORNO ALL’AGRICOLTURA. E AGLI DEI

    DI ALESSIO MANNINO
    ilribelle.com

    Secondo quanto riportato da un recente rapporto Coldiretti, sono sempre più numerosi i giovani che scelgono il ritorno all'agricoltura. Sono i genitori stessi a consigliare ai propri figli un futuro lavorativo nel settore agricolo, in primis appoggiando la scelta di iscriversi alle facoltà universitarie di scienze agrarie e Zootecniche. A confermare tale tendenza, l'incremento del 26% delle immatricolazioni in questi corsi di studio, con una percentuale di donne pari al 40%, in netta contrapposizione con il calo generalizzato delle iscrizioni nelle università italiane.

    Il giovane agricoltore di oggi è nel 68% dei casi diplomato e nel 15% laureato, con una buona preparazione scientifica e una forte competenza nell'utilizzo dei nuovi strumenti multimediali. Io, in tutto questo, ci leggo un risveglio del fondamentale istinto alla sopravvivenza. Un vagito di reazione antimoderna.

    La modernità, ha detto qualcuno, si fonda sulla solitudine: individui-atomi solitari che si aggregano sulla base dello scambio di merci – la desolazione più sconsolante e disperata. Peggio: nasce da una scissione. L’uomo moderno è un orfano, si porta nel sangue la tara originaria della separatezza da un senso sacro dell’essere, della natura, della sua stessa esistenza. Non adora più, non rispetta più, non crede più. Non ama più. È un distruttore, un sovvertitore, un barbaro, uno straniero a se stesso e al mondo. Nella sua parabola ha rovesciato l’umanesimo in delirio individualistico, ha ridotto l’ideale della libertà di pensiero a licenza e anarchia degli istinti, la prosperità materiale in totalitarismo della merce e del mercato, l’illuminismo in nichilismo, il nichilismo in capitalismo assoluto, l’universale in conformismo globale, la filosofia in intellettualismo, la ragione in fede irrazionale nella scienza, la religione in folklore, le leggi naturali in formulette da laboratorio, la comunicazione in virtualità. È scavato dentro, spiritualmente in coma, un automa da lavoro e col mutuo da pagare. È l’ultimo uomo di nicciana memoria.

    Ha perduto la facoltà di sentire il divino che giace nel profondo delle sue viscere. Gli déi se ne sono andati, lo hanno lasciato, e il distacco lo ha reso un bambinone stupido e presuntuoso, che gioca con la Tecnica a fare e disfare il mondo come se questo fosse materia bruta di sua proprietà. È il figlio del cosmo, e pensa di esserne il creatore e padrone. Questa tracotanza ha la sua inquietante ombra nel vuoto che lo assale e lo divora. Tanto più si vede forte e invincibile grazie all’onnipotenza tecnologica che produce un’abbondanza spaventosa di ricchezze economiche, tanto più il mostro della solitudine, fra tutti questi oggetti scintillanti e conoscenze vanagloriose, gli desertifica l’anima.

    Come se ne esce? Ritornando alla realtà. È dura, la realtà. Ma anche meravigliosa. È eraclitea: bene e male fusi insieme – non può essere solo bene, come vorrebbe farci credere la pubblicità. È irta di ostacoli, costellata di limiti, gravata dal peso della necessità (la “terra è bassa”). Ma è anche volontà, aspirazione, creazione. Bene, ora che il nichilismo è compiuto, si può riprendere in mano la sfida di colui che l’aveva diagnosticato e previsto: Nietzsche il folle. La sua mente collassò per l’implosione psicologica di anni e anni di solitudine, metafora dell’assenza di forza divina. Il suo Superuomo vuole essere dio di se stesso, atrocemente consapevole del non-senso dell’universo e, contemporaneamente, dionisiaco creatore di leggi e forme di vita. Ma questa tensione è veramente sovra-umana, l’uomo è incapace di sopportarla. Non può farsi dio senza credere agli déi. Deve esserci qualcosa più grande di lui, non può essere la sua volontà di potenza il principio e la fine del senso da dare all’Essere. L’alternativa è impazzire, come capitò al filosofo crollato per aver troppo represso la compassione, l’amore verso il prossimo, il dono di sé.

    La nuove tavole di valori devono basarsi sì sulla fedeltà alla terra, come insegnava Nietzsche-Zarathustra, ma una terra piena di déi, profondamente presenti in noi e fuori di noi come tali, come potenze vive che ci dominano. Non come illusioni coscienti d’artista, non come se noi dominassimo loro. Il nostro destino non è nelle nostre mani, ma nelle loro: questa saggezza tragica va ripresa alla lettera.

    Ma quali déi? Dopo tanta secolarizzazione e disincanto, dopo che Dio è morto, richiamarlo in vita, per l’uomo europeo, è un’impresa terribile, difficilissima. Ma non impossibile, se pensiamo che è la natura il suo regno visibile. Rinaturalizzare la vita, ridimensionando tutto l’apparato artificiale, economico-tecnologico, che le abbiamo sovrapposto fino a soffocarla: ecco la via maestra. All’alba del terzo millennio, un contadino, un vero contadino – non specializzato e industrializzato, ma quello che se volesse vivrebbe benissimo in una magnifica autarchia, con la sua porzione di mondo e i suoi cari – è già di suo una speranza, un autentico sabotatore del sistema. Il più reazionario, il più rivoluzionario. Inconsapevolmente, si capisce (quei giovani neo-agricoltori non ci vanno con Nietzsche sotto il braccio, ma se lo portano dentro, senza saperlo).

    Alessio Mannino
    http://www.ilribelle.com


    #92327

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/territorio/no_inceneritori_biomasse_biogas_umbria_manifestazione.html

    No inceneritori, biomasse e biogas in Umbria: 11 maggio manifestazione a Terni
    Decine di impianti a biomasse, biodigestori e in generale impianti a combustione già attivi o previsti in tutta la regione senza il coinvolgimento della popolazione locale nel processo decisionale. Comitati e associazioni di cittadini dell'Umbria scenderanno in piazza l'11 maggio a Terni per denunciare questo atteggiamento delle amministrazioni e riaffermare il diritto a lottare in difesa dei territori, della salute e di un futuro sostenibile.

    I comitati e le associazioni di cittadini firmatari, attivi in diversi comuni della regione Umbria denunciano la condizione di emergenza che i nostri territori stanno sopportando a seguito della costruzione di decine di impianti a biomasse, bio digestori e in generale a combustione già in produzione e/o previsti in tutta la regione. Alla data di oggi infatti se ne contano circa trenta.

    In nessuno di questi casi la popolazione locale è stata coinvolta nel processo decisionale dalle amministrazioni, ma solo ex post messa di fronte al fatto compiuto, spesso con l'impianto in avanzato stato di costruzione. Del resto la stessa legislazione vigente permette ciò, non recependo l'importanza della decisione condivisa in merito a impianti che hanno una ricaduta consistente in termini di accumulo di inquinanti. Valga come esempio la situazione della conca Ternana, già pesantemente colpita da emissioni di origine industriale, alle quali si sommano, malgrado la ferma opposizione dei cittadini e le stesse caratteristiche orografiche, un impianto di incenerimento di rifiuti da 10 Mw a cui presto si sommerà una seconda centrale a biomasse e linoleum da 4 Mw.

    L'Umbria, conosciuta anche come 'polmone verde' d'Italia, è già punteggiata da centinaia di ettari di impianti fotovoltaici a terra, progetti eolici e metanodotti sui crinali. Inoltre la vocazione agricola della nostra regione volta alla salvaguardia dell'ambiente e delle biodiversità è altamente compromessa dal proliferare di queste decine di centrali a biomasse e bio digestori, poiché il loro approvvigionamento di combustibile rende necessarie anche le coltivazioni dedicate, le quali, oltre all'inquinamento dei terreni e la loro degradazione nel corso di un solo decennio per l'uso massiccio di concimi e diserbanti, mettono a repentaglio la sovranità alimentare di intere popolazioni più o meno vicine e causano di fatto l'estinzione delle piccole produzioni agricole già duramente provate dalle normative vigenti in materia. Note sono le società, per le quali l'Italia vanta un triste primato numerico, che su tali fenomeni speculano e non può che spaventare il loro ingresso sul nostro territorio.

    Riteniamo che ciò sia possibile esclusivamente grazie ad una incentivazione alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e assimilate che non ha alcuna rispondenza con una strategia di reale efficienza energetica, ma che per ora di contro alimenta solo circuiti speculativi; tale inefficienza è stata reinterpretata anche dal Piano Energetico Regionale che peraltro ha fissato una percentuale obbiettivo di energia da fonti rinnovabili già ampiamente superata.

    Risulta poi foriero di dubbi e sospetti, e ne chiediamo conto anche alla Presedente Marini, il fatto che l'attuale Assessore Regionale all'Ambiente Silvano Rometti, di cui sono già state chieste le dimissioni, continui a ricoprire l'incarico malgrado il suo personale conflitto di interessi.

    Allo stesso modo chiediamo la sospensione del Direttore dell'ARPA di Terni fin quando non siano chiarite le sue responsabilità oggi oggetto di indagini giudiziarie.

    Comuni, Province e Regione hanno dimostrato di non essere in grado di rappresentare un interlocutore serio per le popolazioni. Riteniamo indispensabile denunciare questo atteggiamento e di contro riaffermare il nostro diritto a lottare in difesa dei territori, della salute e di un futuro di vera sostenibilità.

    Per questo invitiamo alla manifestazione regionale dell'11 maggio a Terni, ore 16 Piazzale della Rivoluzione Francese al lato della stazione.

    Comitato No Inceneritori Terni, Italia Nostra Terni, WWF Terni, Comitato Salviamo la Valnerina, Comitato No Biomasse Avigliano, Coordinamento regionale Terre Nostre, Coordinamento Regionale Rifiuti Zero, Comitato tutela patrimonio ambientale Acquasparta, Italia Nostra Regionale, Italia Nostra Valnerina, Coordinamento regionale Fonti Energie Rinnovabili, Comitato Colle Umberto, Comitato Aria Pulita Massa Martana, Comitato Inceneritori Zero, No Biogas Narni, Movimento contadino Genuino Clandestino Umbria.


    #92328

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/territorio/salviamo_paesaggio_assemblea_nazionale_proposte_governo.html

    Salviamo il paesaggio, dall'assemblea nazionale le proposte per il governo
    Si è riunito a Bologna il 4 maggio il Forum Salviamo il paesaggio. Dall'incontro sono uscite le nuove linee da proporre al governo e agli enti locali. Dall'utilizzo degli immobili sfitti – sui quali continua il censimento promosso dal forum – al dl “salva suoli”, al rifiuto di nuove cementificazioni e della pratica del project financing.

    Quella crisi permanente che è ormai entrata a far parte delle nostre vite logora tanto le anime quanto l’ambiente. Se le persone sono afflitte dalla mancanza di liquidità, dall’impossibilità di far fronte ai pagamenti mensili, il paesaggio subisce uno stupro non minore, sacrificato in nome di una ripresa economica che tarda ad arrivare, che neppure arriverà.

    “Dall’edilizia la spinta per ripartire” titolava mesi fa il Sole 24 Ore, mentre giusto qualche giorno fa Brunetta incensava l’eliminazione dell’Imu che a detta sua “farà ripartire il settore edilizio”. “Incentiviamo il cemento!” sembra essere il grido di battaglia della classe dirigente italiana, che vede nelle grandi opere e nelle nuove costruzioni la via maestra per uscire dalla crisi. O per arricchirsi nel frattempo.

    Ma a ben vedere, non tutti sono convinti che nuovi ettari di terreno cementificato, nuove opere monumentali, altre strade e palazzi siano la soluzione per una crisi che non è solo economica, ma anche – soprattutto – ambientale e sociale (e poi politica, culturale, in una parola sistemica).

    Ad esempio, non sono d’accordo le le 911 organizzazioni aderenti al Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio, nato un anno e mezzo fa e riunitosi a Bologna lo scorso 4 maggio per celebrare la sua terza assemblea nazionale. Assemblea, a detta dei partecipanti, vivace e molto partecipata, con comitati e associazioni provenienti da ogni Regione d’Italia e una marea di proposte, idee, analisi.

    “Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori”. Un nome ma anche un messaggio, che il forum vuole mandare allo stato, agli enti locali, alla cittadinanza. Perché, si legge nel comunicato diffuso dopo l’assemblea, “i suoli liberi o fertili” vanno considerati “come assoluto Bene Comune e come Valore ecologico ed economico (turistico, culturale, agricolo, enogastronomico …)”.

    E per chi pensasse che la costruzione di nuovi edifici potrebbe servire a dare finalmente una casa a chi non l’ha, il forum fa presente che in Italia esistono centinaia di migliaia, forse milioni, di appartamenti sfitti. Solo a Roma sono circa 150mila. Contro una popolazione di senza fissa dimora che in tutto il paese supera di poco le 50mila persone.

    Dunque ciò che abbiamo costruito in passato sarebbe di per sé più che sufficiente per soddisfare le nostre esigenze abitative.

    Sull’argomento il forum non manca di inviare un messaggio esplicito al “al nuovo Governo e alle forze economico-produttive”: “riorientare il Mercato edilizio, alla luce della conclamata crisi immobiliare in atto, dal ‘nuovo mattone’ al rigoroso ‘recupero dell’esistente’”.

    Per facilitare le operazioni delle amministrazioni il forum aveva indetto, ormai più di un anno fa, un censimento di tutti gli immobili sfitti sul suolo nazionale, invitando ogni comune ad inviare i propri dati realtivi. Alcuni comuni lo hanno fatto, altri no.

    Fra le altre richieste emerse dall’assemblea, “il rapido inserimento nel calendario dei lavori parlamentari delle commissioni competenti del ddl ‘Salva suoli’, per il contenimento del consumo di suolo e la valorizzazione delle aree agricole”, “l’invito alle amministrazioni comunali a valutare con attenzione una recente sentenza del Consiglio di Stato che stabilisce la non esistenza di ‘diritti edificatori’ di suoli non ancora edificati e, dunque, la possibilità di stralciare dai Piani Urbanistici le nuove aree di espansione, senza doversi assoggettare a risarcimenti pecuniari”.

    Infine “l’invito a voler non considerare come una risposta alla crisi gli investimenti in (nuove) autostrade e il ricorso al project financing, considerando nel contempo conclusa l'esperienza della legge Obiettivo.”

    Molte idee, molti stimoli, tanti suggerimenti. Perché dalla crisi si esce con le piccole opere utili, non con ulteriori costruzioni e cemento.


    #92329

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/orticultura/orti_urbani_italia_tendenza_aumento.html

    Orti urbani in Italia, la tendenza è in continuo aumento
    Le nostre città sono caratterizzate da un numero sempre maggiore di orti urbani e periurbani: appezzamenti di terreno che vengono sottratti al degrado e coltivati dai residenti, favorendo lo sviluppo di un’economia etica a vantaggio diretto delle comunità locali.

    In Italia il fenomeno degli “orti urbani”, cioè delle aree che si trovano all'interno dei centri abitati e che vengono destinate alla coltivazione di frutta e verdura, è in costante aumento. Secondo gli ultimi dati resi noti da Italia Nostra, gli orti urbani occuperebbero, ad oggi, un'estensione di oltre 500.000 metri quadrati, ma si stima che in realtà siano molti di più. E la tendenza è in continua ascesa su tutto il territorio nazionale, complici da un lato la crisi economica e dall'altro la maggiore attenzione delle famiglie italiane alla qualità e genuinità del cibo.

    Gli orti urbani sono importanti perché permettono alle municipalità di incrementare la presenza di aree verdi, migliorando così la qualità dell'ambiente e riducendo l'inquinamento, di riqualificare le zone degradate, di frenare il consumo di suolo (in particolare quello agricolo delle fasce periurbane), sottraendo i terreni all’abusivismo edilizio e alla speculazione e valorizzando il paesaggio attraverso le attività agricole.

    Inoltre, consentono la produzione di ortofrutta tipica e di stagione, permettendo ai residenti di cibarsi in modo sano e genuino, migliorano sensibilmente il decoro e l'estetica urbana e favoriscono lo sviluppo di un'economia etica e solidale. Gli orti cittadini, quindi, sono un valido strumento non solo di riqualificazione urbana, ma anche di aggregazione sociale.

    L'iniziativa di Italia Nostra di creare una rete di orti all'interno delle città è nata nel 2006 e, dopo soli due anni, aveva raccolto l'adesione e il sostegno dell'ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), con cui era stato firmato, nel 2008, il primo Protocollo d'intesa per la diffusione dell'agricoltura urbana. Pochi giorni fa, quel Protocollo è stato rinnovato ed è diventato il “Progetto nazionale Orti Urbani”, che ha ampliato il numero delle adesioni: da quest'anno partecipano anche il Ministero per le Politiche Agricole e Forestali e l'Associazione Res Tipica (che è formata da ANCI e dalle “Associazioni Nazionali delle Città di Identità” ad ha l'obiettivo di valorizzare e promuovere, anche all'estero, il nostro patrimonio eno-gastronomico, ambientale, culturale e turistico).

    Gli orti urbani favoriscono lo sviluppo di un’economia etica a vantaggio diretto delle comunità locali
    Il nuovo Progetto mira a realizzare un’unica rete in tutta Italia, che – pur nella diversità delle tipologie, degli usi e dei territori – sia accomunata da regole etiche condivise e che favorisca lo sviluppo di un’economia etica a vantaggio diretto delle comunità locali. Inoltre, il progetto punta tutelare la “memoria storica” degli orti, favorendo la partecipazione, la socialità e l'aggregazione; a favorire il recupero della manualità nelle attività collegate agli orti; e favorire la collaborazione e lo scambio di esperienze.

    I Comuni italiani che partecipano al Progetto nazionale sono sempre più numerosi: si va da grandi città come Roma, Torino e Genova ai centri medio-piccoli. Roma, ad esempio, vanta da anni una grande estensione di orti urbani e periurbani e sta per destinare ad orto altri 170 ettari di proprietà municipale nella valle della Caffarella, con l'obiettivo di creare uno spazio aperto di didattica e ricerca, un’aula dove sperimentare nuove tecniche di coltura ed approfondire la conoscenza del mondo naturale. A Torino, il Comune ha già destinato al Progetto circa 50.000 metri quadrati in favore dei residenti – per promuovere la qualità delle coltivazioni, l’educazione alle pratiche agricole e l’attività formativa nel settore – e intende raggiungere una superficie totale di 2 milioni di metri quadrati di orti urbani e periurbani.

    Anche Genova, dall’iniziale adesione di 7.000 metri quadrati ubicati dell’area di Begato, punta ad estendere l'agricoltura urbana a tutte le zone che un tempo ospitavano orti tradizionali (si tratta di 140 zone urbane) per una superficie complessiva di 300.000 metri quadrati. E a Padova, dai primi 4.000 metri quadrati della zona Mandrie, si è passati ad ulteriori 18.000 metri quadrati sparsi nei vari quartieri della città, suddivisi in orti di circa 30/40 metri quadrati ciascuno, destinati sia a cittadini singoli, di ogni età, sia ad associazioni.

    Il Comune di Ostuni intende riqualificare l'intera cinta muraria attraverso la creazione di tipici orti urbani terrazzati
    Ma è nei centri minori italiani che si registrano le sperimentazioni più interessanti e creative. Tra queste, spiccano molti comuni dell'Umbria: a Perugia si stanno ripristinando i 5.000 metri quadrati dell'orto-frutteto dell'antico Convento di San Matteo degli Armeni, con l'obiettivo di riqualificare anche lo storico quartiere Sant’Angelo, uno dei più antichi della città. A Foligno, nel parco di Villa Jacobelli, edificio storico del centro, verrà realizzato un orto urbano di 2.000 metri con annesso mercato ortofrutticolo, mentre m il comune di Sant'Anatolia di Narco sta sistemando un orto di 4.500 metri quadrati nei pressi dell’Abbazia di San Felice, che sarà destinato alla coltivazione della canapa.

    Infine, merita senz'altro una segnalazione il Comune di Ostuni, che intende riqualificare l'intera cinta muraria attraverso la creazione di tipici orti urbani terrazzati, per un totale di 27.000 metri quadrati. Il progetto prevede l’acquisizione da parte del Comune della fascia verde addossata al centro storico e la ricostruzione dei terrazzamenti con materiali e tecniche della tradizione locale. Ma non è tutto: ci sarà anche il ripristino integrale dei fabbricati rurali e dell'antico sistema di canalizzazione delle acque, fatto di cisterne, acquari e rogge. Gli orti terrazzati di Ostuni, un tempo floridi “giardini” di produzione di frutta e verdura, saranno destinati, in parte, a verde pubblico e gestiti dalla pubblica amministrazione e in parte saranno dati in gestione diretta ai residenti, alle associazioni e alle scuole.

    Marco Parini, presidente di Italia Nostra, spiega che “l'operazione Orti urbani è un 'work in progress', un'iniziativa partita da alcune esperienze che via via si sta diffondendo in città piccole, medie e grandi; un modo per creare verde nelle aree residuali, generare un vero e proprio intervento agricolo alla ricerca di un cibo sano, con l'impegno – altrettanto sano – del tempo di molti cittadini. La tutela dell'ambiente e del verde urbano si attua anche attraverso questa importantissima azione”.

    Ad Ostuni ci sarà anche il ripristino integrale dei fabbricati rurali e dell'antico sistema di canalizzazione delle acque, fatto di cisterne, acquari e rogge
    Alla presentazione ufficiale del Progetto, Evaristo Petrocchi, responsabile del “Progetto nazionale Orti Urbani”, ha sottolineato che “creare una rete di orti, offre una possibilità di rilancio ad una tendenza che si sta delineando già da qualche anno e che è destinata ad estendersi con lo sviluppo delle aree orticole, che sia le grandi metropoli, sia comuni medio-piccoli hanno intenzione di sostenere ancor più efficacemente con nuovi orti o con la riqualificazione di quelli già esistenti o in corso di realizzazione”. “La crescente diffusione del Progetto 'Orti Urbani' – continua Petrocchi – risponde ad una esigenza fortemente sentita dalle comunità di poter disporre di aree urbane o periurbane da destinare a coltivazioni agricole per una migliore vivibilità, socialità e qualità dei luoghi da vivere”.

    E Fabrizio Montepara, Presidente dell' Associazione Res Tipica, ha concluso: “L'istituzione degli orti urbani rientra nella filosofia di promozione del territorio agricolo comunale, individuando in essa un mezzo efficace per la sua salvaguardia. Salvaguardare, ma anche valorizzare: è indubbio che un'area territoriale destinata a coltivazioni venga preservata dal degrado, dall'abbandono, e venga rivisitata e rivissuta dai cittadini in una ottica dinamica di appartenenza e tutela. E' indubbio, inoltre, che la diffusione degli orti urbani possa rappresentare, soprattutto nei piccoli centri, una fotografia del paesaggio più armoniosa per i turisti in visita e uno strumento di promozione del territorio”.


    #92330

    Anonimo

    http://carlobertani.blogspot.it/2013/05/ma-piove-piove.html

    MA PIOVE PIOVE…

    DI CARLO BERTANI
    carlobertani.blogspot.it

    Piove governo ladro, piove sempre. Da mesi, settimane, giorni: al Nord è acqua a catinelle un giorno sì e l’altro anche, mentre al Sud inizia a far caldo, come di consueto. Anche al Sud, comunque, la situazione climatica non è così “normale” come, a prima vista, potrebbe apparire.

    Il dato nuovo, che sta sconvolgendo il clima europeo, è la Corrente del Golfo che ha mutato intensità e direzione: lo vedremo nel dettaglio ma – nei primi tempi nei quali si manifestò il fenomeno – si riteneva che avrebbe avuto effetti minimi sui Paesi mediterranei, e invece così non è.

    La corrente, iniziamo da quella.

    Come tutti sanno, lo scioglimento dei ghiacci polari comporta l’espandersi verso Sud d’acqua relativamente dolce e fredda, che incontra l’acqua, calda e salata, che sale dal Golfo del Messico, e questo incontro avviene sempre più a Sud, perché – nella stagione calda – nell’Artico le temperature sono alte (nessuno sa il perché proprio lì) ed il ghiaccio si scioglie. Abbiamo avuto più notizie di questo fenomeno: la “discesa” degli Orsi Polari alla ricerca di un habitat meno “ballerino” e la nuova “guerra fredda” fra Russia ed USA per lo sfruttamento del petrolio in quel mare basso, convenientissimo per l’estrazione.

    La presenza del petrolio era conosciuta da tempo, ma il Mar Artico non era navigabile nemmeno nella buona stagione: oggi, d’Estate, le petroliere possono varcarlo senza l’ausilio dei rompighiaccio, che comporta un risparmio notevole nei costi di produzione. Ma torniamo alle nostre acque, calde e fredde, dolci e salate, che abbiamo lasciato al largo delle isole Britanniche.

    L’acqua calda è più leggera dell’acqua fredda, la dolce è più leggera della salata, ma il fatto è che una è calda e salata, l’altra quasi dolce e fredda. Come potrete notare, ciascuna delle due correnti contiene un elemento che la mantiene in superficie e l’altro che tende a farla affondare.

    Per migliaia d’anni questo è stato l’andazzo: la Corrente del Golfo saliva fino al mare fra la Norvegia e l’Islanda dove incontrava la corrente fredda e poco salina. Fin che ce la faceva rimaneva in superficie poi, quando aveva ceduto il suo calore, il peso specifico aveva il sopravvento e s’approfondiva in conosciuti “camini” per poi, alla profondità di migliaia di metri, operare il percorso inverso fino al Golfo del Messico.

    Ecco il dato importante: la Corrente del Golfo percorreva tutte le coste europee cedendo calore.

    Oggi – osservate l’immagine satellitare – è diminuita per quantità ed ha deviato più al largo il suo percorso: la ragione? Non si sa: sono stati creati tre, diversi modelli matematici che hanno fornito risposte poco chiare o contrastanti. Per finire, gli scienziati hanno gettato la spugna e dichiarato che, fra una decina d’anni, i modelli saranno più affidabili, ossia quando gli effetti saranno evidenti.

    Questa è la situazione in ambito scientifico oggi, che non sto ad appesantire con citazioni o fonti: ciascuno di voi potrà farsi la propria, personale ricerca e contestare i miei dati, nella miglior tradizione popperiana. Allo stesso modo non tratterò il tormentone sulle cause: personalmente, sono ancora convinto che sia a causa dell’aumento annuo dello 0,3% della CO2 nell’atmosfera, ma so che esistono anche altre teorie. Soprattutto dalle parti delle compagnie petrolifere: ci tengo a precisare che, alle mie spalle, non c’è nessun finanziatore né fondazione, né istituto, né congregazione “scientifica” di sorta.

    La situazione, oggi – per quanto da molte parti si continui a minimizzare – non è tragica ma nemmeno (parafrasando Flajano) poco seria.

    In Europa le temperature, a Maggio, sono glaciali: sulle isole britanniche si registrano (Scozia, Irlanda) temperature poco sopra lo zero, mentre in Scandinavia nevica. A Maggio inoltrato.

    Mi fido poco della meteorologia ufficiale: per fortuna ho qualche fonte personale, le quali mi raccontano che a Boston, la mattina, sono pressoché a zero, per poi andare avanti in un tourbillon di temperature, da 25° a 12°, a zero nell’arco della giornata. Nella Francia centrale ci sono ancora oggi minime di 3° che impediscono le comuni semine mentre in Svizzera nevica sopra i 1500 metri.

    Non mi sembra affatto una situazione normale poiché annate “eccezionali” ci sono sempre, mentre qui è da almeno un quinquennio che la situazione è mutata: siamo andati avanti quasi senza neve per un decennio (2000-2010) a circa 45° di latitudine Nord, mentre oggi – nelle stesse zone – ho notato che non è stato possibile seminare gli orti. Troppa acqua, troppo freddo, poco tempo fra una perturbazione e l’altra.

    Anche l’andamento del ciclo solare lascia molti dubbi: è vero che abbiamo appena lasciato un modesto minimo, ma l’attività solare sembra influenzare il clima nel lungo periodo, non nell’arco di pochissimi anni. E tanto meno avere effetti alle alte latitudini.

    Come si può notare, siamo in un mare di dubbi.

    A tal riguardo, forse è meglio “volare bassi” e cercare – qui e là – indizi che almeno squarcino qualche aspetto del problema, giacché la quantità dei meccanismi di feedback è tale da poter essere analizzata solo con i mainframe e l’immissione dei dati, la loro valutazione e l’ordine d’importanza – sono gli scienziati ad ammetterlo – non è attualmente sicura.

    Uno degli aspetti che ha condotto in errore gran parte delle previsioni è stato che si riteneva la catena delle Alpi sufficiente a fornire protezione all’area mediterranea e, più propriamente, all’Italia: il che è parzialmente vero, visto che mezza Italia è al freddo mentre l’altra mezza è al caldo.

    Perché continuano a giungere perturbazioni con forti precipitazioni?

    Torniamo alla nostra Corrente.

    Nel suo percorso e nella sua forza tradizionali, la Corrente del Golfo lambiva le Azzorre e le superava: questo era conosciuto come “anticiclone” delle Azzorre, poiché impediva alle correnti artiche di proseguire (nella bella stagione) verso latitudini basse. La tipica rotta Capo Sable – Lisbona era terrificante nel tratto prima delle isole portoghesi poi – lentamente, ma costantemente – i venti s’affievolivano e la navigazione era meno impegnativa.

    Ciò avveniva perché la presenza d’acque calde generava moti convettivi (aria che saliva), i quali “frangevano” la forza delle correnti polari fino al punto di creare – man mano che la buona stagione procedeva – un’area abbastanza tranquilla di bel tempo, fresco e poco umido. L’Anticiclone delle Azzorre, appunto, che s’estendeva verso Est, nel Mediterraneo generando quel tempo caldo ma non afoso, non umido: le condizioni che abbiamo vissuto per molti anni.

    Oggi, la scarsa importanza della Corrente del Golfo confina quell’area di alte pressioni solo intorno alle Azzorre: una linea – diretta e costante – di perturbazioni scende dall’alto Canada verso l’Oceano Atlantico e – senza ostacoli – procede fino alle coste Francesi, abbassando le temperature nelle Gallie.

    Una parte, invece, imbocca il cosiddetto “corridoio di Carcassonne” – lo spazio pianeggiante fra i Pirenei ed il Massiccio Centrale Francese – e s’espande nel Mediterraneo: in effetti, questa era la meteorologia invernale del Mediterraneo, non è una novità, solo che siamo quasi a Giugno…

    Qui giunto, i primi “bersagli” sono le isole – Corsica e Sardegna – ed il Golfo Ligure il quale, avendo forma fortemente curva, funziona come una vera “trappola” per le perturbazioni, che lì si scaricano. E’ il cosiddetto “Genoa Storm”: La Spezia è piovosissima, mentre la riviera occidentale è meno umida.

    Altre aree colpite, traversate le Bocche di Bonifacio (note per l’irruenza del Maestrale, vento di Nord-Ovest), sono le zone costiere della Toscana: non a caso alcune zone dell’alta Toscana hanno, in passato, sofferto terribili alluvioni.

    Poi, la forza del vento si stempera e lascia solo i cosiddetti “piovaschi improvvisi”, i quali però giungono fino a Roma ed oltre.

    E il Sud?

    Il Sud è al caldo, ma di un caldo diverso; non è l’Anticiclone delle Azzorre, bensì quello Africano: di per sé torrido, che però si carica d’umidità sul Mar Mediterraneo e porta condizioni di tempo caldo ed umido, con un’afa mortale.

    I danni, al Nord – soprattutto nella Pianura Padana – sono già oggi evidenti: le semine primaverili sono in forte ritardo e molte, probabilmente, non avverranno. Nei campi stazionano pozze d’acqua, che rendono impossibile la lavorazione dei terreni argillosi.

    Complice una sciagurata gestione del territorio, possiamo attenderci anche allagamenti e tutta la casistica alla quale siamo abituati: stabili allagati, strade non percorribili, terreni sommersi, ecc…ma questa è un’altra storia, che dovrebbe farci riflettere sulla mancata cura del nostro territorio: aspro, franoso, così diverso da quello dei nostri vicini francesi e tedeschi.

    Infine, voglio ricordare il tempo nel quale i meteorologi avevano solo strumenti che oggi diremmo “primitivi” per le loro riflessioni e citiamo un caso.

    Nella Primavera del 1941 la nave da battaglia Bismarck lascia la Germania per la sua prima (ed ultima) missione. Passata Kristiansand (dove fu avvistata) la nave proseguì costeggiando, al largo, la costa norvegese: gli inglesi erano oramai sicuri dei luoghi dove, pressappoco, si trovava la nave insieme al Prinz Eugen.

    A quel punto, l’ammiraglio Lütjens – che comandava l’operazione – chiamò a colloquio il meteorologo di bordo e gli chiese se le condizioni climatiche consentissero qualche forma di copertura da parte di Giove Pluvio. Il meteorologo chiese otto ore di tempo.

    Allo scoccare delle otto ore – era solo sulla nave e in silenzio radio – l’ufficiale si presentò affermando che, di fronte a Stavanger, si stava formando un groppo, poco di più di un temporale, il quale avrebbe proceduto per circa tre giorni verso Nord-Ovest, ossia nello stretto di Danimarca. Lütjens, in quel frangente, giocò bene le sue carte: giunti al largo di Stavanger le nuvole attendevano la Bismarck ed il Prinz Eugen.

    Per tre giorni le accompagnarono, discrete, e per i ricognitori della RAF non ci nulla da fare: le navi traversarono l’Atlantico, dove andarono incontro al loro destino.

    Altri tempi, altri uomini, altri meteorologi.

    Cosa possiamo aspettarci?

    Per anni, probabilmente, dovremo abituarci a queste Primavere piovose ed umide: ciò sconvolgerà l’agricoltura tradizionale, dedita più alle semine primaverili che al foraggio. Poi, l’Estate sarà breve e torrida: alla fine, l’Anticiclone Africano avrà la meglio e ci troveremo a lottare in una situazione tropicale, con caldo afoso ed umidità al 100%.

    L’unico vantaggio sono le abbondanti precipitazioni, che potrebbero avere effetti benefici per la fonte idroelettrica, però manca tutto il “supporto” per sfruttare queste acque appena hanno lasciato le dighe in alta montagna.

    In Italia non s’è fatto nulla per regolare le acque – fons vitae – né regolando con chiuse la navigazione fluviale né usando i grandi laghi prealpini come bacini di contenimento/sfruttamento a fini idroelettrici. E pensare che i russi ricavano 50 GWh solo dalle cadute delle chiuse.

    Già, ma questo è il Paese dei furbetti del quartierino, che ci porteranno alla rovina con i loro giochini finanziari.
    Poveri noi.


    #92331

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/foreste/legambiente_rapporto_biodiversita_rischio.html

    Biodiversità a rischio: “distrutto il 60% degli ecosistemi”
    Negli ultimi 50 anni è andato distrutto il 60% degli ecosistemi terrestri. È dunque necessario “aumentare la percentuale di superficie delle aree protette e investire per conservare il grande patrimonio naturale rilanciando così anche l’economia del Paese”. È quanto sostiene Legambiente che anticipa i primi dati del rapporto sulle specie e habitat in pericolo in Italia e nel mondo.

    È uno dei più importanti hot spot di biodiversità in Europa, ma il suo ricco patrimonio naturale è a rischio. A detenere questo primato europeo è l’Italia, che ospita circa 67.500 specie di piante e animali, circa il 43% di quelle descritte in Europa e il 4% di quelle del Pianeta. Al Belpaese spetta però anche il record delle specie a rischio: nell’Unione Europea il maggior numero di animali e piante minacciati, circa il 35%, si trova proprio nell’area del Mediterraneo, in particolare in Italia.

    Ma anche nel resto del mondo la situazione non è delle migliori: la perdita di biodiversità del pianeta avanza con tassi che incidono da 100 a 1000 volte più del normale. Negli ultimi 50 anni, si è degradato il 60% degli ecosistemi terrestri con pesanti ripercussioni socio economiche.

    È quanto emerge dal Rapporto Biodiversità a Rischio di Legambiente, che traccia un quadro aggiornato sulla situazione della biodiversità in Italia e nel mondo e raccoglie due interessanti approfondimenti sulle zone umide e la biodiversità in Abruzzo. Il dossier, i cui dati sono anticipati in vista della Giornata Mondiale della Biodiversità in programma domani 22 maggio, vuole riportare in primo piano il tema della biodiversità, capitale naturale del pianeta, risorsa fondamentale per lo sviluppo e la ricchezza economica.

    “Frenare la perdita di biodiversità – spiega Antonio Nicoletti, responsabile Aree Protette di Legambiente – è una delle sfide più grandi da affrontare attraverso l’adozione di misure concrete, che seguano le tante buone intenzioni proposte fino ad ora e che invece non hanno trovato un’effettiva attuazione. Il deludente risultato della Conferenza delle Nazioni Unite Rio+20, che ha portato alla sottoscrizione di un debole documento privo di impegni concreti e copertura finanziaria, accelera ancora di più la necessità di attuare interventi concreti per rilanciare l’economia, mitigare gli effetti del cambiamento climatico e fermare la perdita di biodiversità, importante capitale naturale su cui fondare il nostro sviluppo economico e benessere sociale.

    In Italia abbiamo anche una delle più ricche flore europee di muschi e licheni
    In questo percorso di rilancio, tutela e conservazione della biodiversità, le aree protette hanno un ruolo chiave nella conservazione e valorizzazione della natura, ma a loro spetta anche il compito di diventare un organismo moderno di gestione integrata e sostenibile del territorio cercando di far crescere, entro il 2020, la percentuale della loro superficie a livello mondiale (il 17% delle aree terrestri e il 10% di quelle marine) come stabilito dall’Onu”.

    Dal rapporto emergono bellezze naturali e criticità dell’Italia, un Paese dove sono presenti un’enorme varietà di ambienti naturali con ben 130 gli habitat individuati dalla Direttiva europea Habitat 92/43. La fauna italiana rappresenta più di un terzo dell’intera fauna europea con 57.468 specie e sono state censite 6.711 piante vascolari. Abbiamo, inoltre una delle più ricche flore europee di muschi e licheni. Questo ricco patrimonio è però sotto scacco: secondo i dati della Lista Rossa Nazionale delle specie minacciate, elaborata dal Comitato Italiano dell’IUCN, delle 672 specie di vertebrati valutate (576 terrestri e 96 marine), 6 sono estinte nella regione in tempi recenti.

    Le specie minacciate di estinzione sono 161 in totale (138 terrestri e 23 marine), pari al 28% delle specie valutate. Il 50% circa delle specie di vertebrati italiani non è invece a rischio di estinzione imminente. Complessivamente però le popolazioni dei vertebrati Italiani, soprattutto in ambiente marino, sono in declino. Per quanto riguarda i dati emersi dalla Lista Rossa parziale della flora d’Italia, invece, emerge che due specie endemiche sono completamente estinte a livello globale, mente altre sopravvivono solo ex situ nelle collezioni di giardini botanici.

    Questi dati evidenziano dunque la necessità di intensificare nei prossimi anni l’impegno dell’Italia per garantire che la biodiversità e i molti servizi che essa offre siano meglio integrati in tutte le altre politiche a livello nazionale e internazionale, in modo che la biodiversità diventi il fondamento su cui poggia il nostro sviluppo economico e il nostro benessere sociale.

    I fattori di perdita di biodiversità e le conseguenze economiche

    I cambiamenti climatici, l’introduzione di specie aliene, il sovra sfruttamento e l’uso non sostenibile delle risorse naturali, le fonti inquinanti e la perdita degli habitat sono le principale cause di perdita di biodiversità. I soggetti più esposti agli effetti negativi della perdita di biodiversità sono le popolazioni che dipendono direttamente dai beni e dai servizi offerti degli ecosistemi. Ad esempio, la deforestazione mette a rischio un miliardo e mezzo di persone che vivono grazie ai prodotti e ai servizi delle foreste, le quali proteggono anche l’80% della biodiversità terrestre. La pressione intorno alle risorse idriche, inoltre, cresce sia in termini di quantità sia di qualità in molte zone del mondo. E il sovra sfruttamento eccessivo della pesca ha conseguenze economiche disastrose per l’intero settore.

    Senza contare che la perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi comportano anche dei costi economici, di cui fino a poco tempo fa non si teneva praticamente conto. La perdita annua di servizi ecosistemici viene stimata a circa 50 miliardi di euro; ed entro il 2050 si stima che le perdite cumulative, in termini di benessere, potrebbero essere equivalenti al 7% del PIL.

    La preziosa fauna abruzzese, tra cui lupo e orso bruno marsicano, è a rischio
    Approfondimento zone umide

    Quest’anno il Rapporto Biodiversità a Rischio contiene anche due interessanti approfondimenti. Il primo riguarda le zone umide, preziosi ecosistemi che forniscono acqua potabile, producono il 24% del cibo del Pianeta, servono all'irrigazione delle colture, fanno da barriera e da magazzini naturali di acqua in caso di inondazioni e sono importanti serbatoi di CO2.

    La complessità ecologica rende però le zone umide ambienti estremamente delicati e vulnerabili a una vasta gamma di pressioni antropiche su scala globale (bonifiche, urbanizzazione, artificializzazione in senso lato, pesca sportiva) e locale (stress idrico, inquinamento, agricoltura, pascolo, fruizione non controllata). A questi elementi di minaccia, bisogna poi aggiungere l’introduzione delle specie alloctone invasive come la nutria (Myocastor coypus), specie introdotta dall’America meridionale come animale da pelliccia, e la testuggine della Florida (Trachemys scripta), originaria dell’America centro-settentrionale e commercializzata in Italia come animale d’acquario.

    Approfondimento Abruzzo

    Malgrado l’Abruzzo sia la regione con il più alto tasso di specie protette in Italia, la preziosa fauna abruzzese, tra cui lupo e orso bruno marsicano, è a rischio a causa delle costanti aggressioni di origine antropica. Solo da gennaio 2012, infatti, sono stati 44 gli esemplari di lupo trovati morti nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, di cui 36 solo dall’inizio del 2013. Nello stesso lasso di tempo sono deceduti anche 3 cervi e 2 esemplari di orso bruno marsicano. Questi dati dimostrano quanto ci sia da fare per riuscire a debellare una vera e propria piaga che, se non affrontata, rischia di vanificare gli sforzi di quanti si adoperano, con volontà e spirito di sacrificio, per salvaguardare il nostro importante patrimonio naturalistico.

    Da ricordare, infine, che ci sono anche buone notizie: la prima riguarda il ritorno nei mari italiani della Foca Monaca, una delle specie a maggior rischio di estinzione nel Mediterraneo, che ha scelto come rifugio una grotta sulla costa delle isole Egadi, in Sicilia al largo di Trapani. La presenza di questo animale testimonia dunque l’ottimo lavoro svolto dall’Area marina protetta in questi ultimi anni e dimostra come, con una corretta e attenta gestione del territorio, sia possibile far convivere la qualità ambientale ed elementi di grande naturalità con il turismo, la nautica da diporto e un’attività di pesca sostenibile importante qual è quella condotta nel mare delle Egadi.

    La seconda buona notizia è il ritorno della lince nell’Appennino. L’esemplare, un maschio adulto, è stato avvistato e fotografato sull’Appennino forlivese nei pressi di Santa Sofia, uno dei comuni del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. L’avvistamento del grande predatore è una notizia eccezionale, dato che l’animale si riteneva estinto in buona parte del territorio nazionale. Una notizia che deve spronare l’intero mondo dei Parchi e la ricerca scientifica a proseguire le importanti azioni intraprese a favore della conservazione della biodiversità.


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