"Svelato il segreto del déjà-vu"

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Questo argomento contiene 4 risposte, ha 5 partecipanti, ed è stato aggiornato da Quantico Quantico 10 anni, 1 mese fa.

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  • #2072
    Quantico
    Quantico
    Partecipante

    Un gruppo di ricercatori americani ha individuato il luogo del cervello
    responsabile della sensazione. Conserviamo mappe mentali che si sovrappongono
    “Ma questa strada l'ho già vista…”
    Svelato il segreto del déjà-vu

    “Ma questa strada l'ho già vista…”
    Svelato il segreto del déjà-vu

    Trovarsi in un luogo per la prima volta e avere la certezza matematica di essere già passati di là. Avere una conversazione con un amico e per un attimo sentire che quelle stesse parole le abbiamo già dette e già sentite, in quell'ordine esatto. Chissà dove, chissà quando. Il déjà-vu: un fenomeno 'onirico', tanto affascinate quanto inquietante, che è nell'esperienza di tutti e che non siamo riusciti finora a spiegare scientificamente.

    Oggi un gruppo di ricercatori americani ha identificato quella parte del cervello responsabile di questa sensazione e già si pensa a una nuova strada per le terapie correlate coi problemi della memoria. Al cuore del cervello umano l'ippocampo è un calcolatore che immagazzina ed che elabora le informazioni collegate alla memoria, fa una mappa dei luoghi e delle esperienze e li archivia per usi futuri.

    Ma quando due esperienze iniziano a somigliarsi troppo, queste mappe mentali si sovrappongono e in qualche modo si confondono. “Il fenomeno del déjà-vu capita quando questa capacità che abbiamo tocca i suoi limiti” dice il professor Susumu Tonegawa, professore di biologia e neuroscienze al Massachusetts Institute of Technology di Boston. Premio Nobel per la medicina nel 1987, il professor Tonegawa ha presentato i risultati della sua ricerca sul fenomeno del déjà-vu nel numero di Science in uscita oggi.

    Si tratterebbe, dunque, proprio di un malfunzionamento del cervello nell'elaborare nuove informazioni. Una problema collegato con la memoria episodica.

    “L'efficacia di questa capacità che abbiamo è fondamentale per animali intelligenti come l'essere umano, perchè permette di organizzare l'informazione presente rendendola fruibile per il futuro” dice il professor Tonegawa. La sua équipe ha fondato la ricerca su una piccola colonia di topi il cui cervello era stato geneticamente modificato. Una parte precisa del loro ippocampo, infatti, quella chiamata dentate gyrus, era stata privata di un gene, quello cruciale nella gestione di questa capacità del cervello.

    Privi di questa abilità, i topi sono stati spostati da una gabbia ad un'altra simile, e poi di nuovo riportati nella prima. In una delle due gabbiette i topi venivano colpiti da una leggera scossa elettrica alle zampe; nell'altra gabbia invece no. Gli scienziati, allora, hanno notato che i 'topi modificati' associavano entrambe le gabbie con l'idea del pericolo e cominciavano a irrigidirsi quando venivano portati indifferentemente nell'una o nell'altra: non erano in grado cioè di determinare in quale delle due gabbie venivano colpiti dalla scarica elettrica.

    Allo stesso esperimento è stato sottoposto un gruppo di topi non geneticamente modificati che, invece, si irrigidivano soltanto quando venivano introdotti nella gabbia davvero pericolosa.

    Quando i ricercatori hanno testato l'attività del cervello di queste cavie hanno avuto la conferma che, nel caso dei 'topi modificati' la reazione era la stessa per entrambe le gabbie, mentre il cervello dei topi sani reagiva differentemente nelle due diverse situazioni.

    Tonegawa ha spiegato che la capacità della memoria che consente agli umani di distinguere velocemente luoghi, facce ed esperienze diverse è collegata all'età e che va impoverendosi nell'invecchiamento. Ed è per questo che spiega: “Dal momento che conosciamo il ciclo a livello molecolare e cellulare di questi processi abbiamo la possibilità di creare farmaci in grado di potenziare queste connessioni”. Una strada nuova, insomma , si apre per terapie che combattono malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer.

    La ricerca di Tonegawa offre la risposta a una domanda – qual è la radice scientifica déjà-vu? – e spiega un fenomeno che ha appassionato la psicologia, la neurologia e le scienze per anni. E cha ha inquietato un pochino la vita di ciascuno.

    Fonte: http://forum.alfemminile.com/forum/psycho1/__f23353_psycho1-Svelato-il-segreto-del-deja-vu.html

    Vi sono capitati casi di dèjà-vù

    Siete daccordo con quanto affermato dagli studiosi?

    Non potrebbe essere che questi ricordi appartengano a qualcun altro?


    #2073

    mudilas
    Partecipante

    Mi capitano spesso i dejà-vù.
    Posso dirti, che l'immagine di specchi anteriori e posteriori che riflettono la mia immagine, mi “tormenta” da tempo memorabile.

    I pensieri tra l'altro, hanno una frequenza, che come un'onda si propagano.
    Quindi non escludo che si possano avere ricordi di altre persone..


    #2074
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    sul cervello e tantomeno la mente non ci hanno capito na mazza, perlomeno non lo riportano correttamente a livello pubblico, soprattutto in questi articoli che dicono “gli scienziati hanno scoperto…”
    Prima di tutto un articolo di divulgazione scientifica seria riporta lo studio, chi lo ha condotto e dov'è stato pubblicato, tutto il resto va preso poco seriamente.
    Finchè non si approfondisce e non si prende in considerazione la parte di coscienza/spirito dell'uomo de di tutto ciò che studiamo, allora avremo sempre una bassa percentuale di comprensione e prima o poi quello che danno per scontato tornerà a bussare alla porta.
    Il deja vu per me ha a che fare con la non località, la mente/coscienza accede agli eventi non locali e il cervello li vede sequenziali, ma in realtà alla base gli eventi non sono sequenziali, tutto avviene allo stesso momento, noi diamo un senso lineare agli eventi per vivere in questa realta, un concetto del genere insomma.
    Quando abbiamo un dejavu probabilmente è perchè in qualche modo eravamo gia a conoscenza di un dato evento e ci pare di rivederlo, voglio dire, per capire queste cose bisogna informarsi sulle ultime ricerche in merito alla coscienza e alla mente, tutti argomenti che vengono, dove fa comodo nel mondo, ridicolizzati e confinati.


    #2075

    El Mojo
    Partecipante

    Ogni tanto questi grandi scienzati escono fuori con notizie eclatanti su grandi scoperte effettuate mentre giocano con poveri topolini indifesi. Non sarà che così si aggiudicano altri anni di finanziamenti per mandare avanti le loro utilissime ricerche che, puntualmente, si rivelano dei colossali fiaschi?
    E che cosa avrebbe a che fare poi la prova delle gabbiette elettrizzate col deja-vu? Un bel niente…


    #2076

    zret
    Partecipante

    Bravo Richard, questi sciemenziati non hanno capito niente: che c'entra il cervello? Semmai la mente, anzi la coscienza.

    Si può oltrepassare la posizione già radicale di Hume e spingersi a negare l'esistenza del tempo, ridotto ad illusione percettiva e mentale. In tal modo la “realtà” si cristallizza in un quid non-temporale, dove gli eventi non occorrono (corrono lungo una linea cronologica), ma si palesano come segni. Il segno è un messaggio significativo, non un avvenimento stocastico. Ciò ci induce a congetturare che, nel momento in cui il sincronismo (segno pregnante) si svela, esso trasmette un senso che, però, purtroppo quasi sempre ci sfugge sicché lo releghiamo nel novero delle “coincidenze”.

    Il tutto si potrebbe paragonare ad una superficie liscia di una parete intonacata dove piccolissimi grumi di pittura affiorano in qualche punto: unendo i punti con linee ideali potrebbe essere disegnata un'immagine di un oggetto o un volto. (E' anche per questo che tempo fa, affermai che il presunto senso dell'universo si annida nelle screpolature di una parete).

    Molti quesiti si pongono, considerando la questione: i sincronismi (Emanuel Swedenborg li chiamava corrispondenze) sono gli indizi di una trama sensata, mentre gli avvenimenti sono fenomeni che obbediscono a modelli caotici-causali (si veda l'esempio della farfalla che, sbattendo le ali, in Amazzonia, provoca un uragano in Indonesia: è l’esemplificazione cara alla teoria del caos che esamina gli accadimenti valutandone tutte le diramazioni frattali)? Oppure, tutti gli eventi sono sincronici, ma tale natura è rivelata, per ragioni difficili da comprendere, solo da una piccola percentuale di essi?

    Se si accetta il paradigma sincronico, perde valore qualsiasi discorso relativo all'azione-reazione, alla conseguenza di una libera scelta, tutte formule collocate nel tempo (illusorio) e legate ad una misteriosa, incomprensibile capacità che A possiederebbe di agire su B. Infatti, ancora oggi non si è capito come un semplice atto volitivo possa consentirci di alzare un braccio: reazioni chimiche e leggi fisiche non spiegano ciò e, forse non a torto, i filosofi occasionalisti ritenevano che un agente esterno intervenisse per rendere possibili tutti i movimenti.

    Il concetto poi del pensiero che influisce sulla materia-energia, alla luce di queste modeste riflessioni, dovrebbe essere rivisto, perché di nuovo è una concezione cronologico-causale. Il pensiero non influisce su alcunché, semplicemente perché esso è al di fuori delle coordinate spazio-temporali, poiché esso non modifica il substrato energetico, ma lo pone in modo istantaneo, immediato (non mediato), forse determinandone i modi.

    E' quasi un ritorno, quello configurato dalle prospettive sincroniche, all'eterno ritorno di Nietzsche: tutto è stato, è e sarà, giacché non esiste alcuna differenziazione nell'istante, nel punto senza dimensioni destinato ad essere quel che è per sempre. Dunque, secondo tale interpretazione, la libertà umana si rivela immaginaria e si giustifica il fatalismo del filosofo tedesco e di quei pensatori che concepiscono il libero arbitrio come un autoinganno.

    Ammetto, però, che ciò è controverso: infatti non sappiamo quanto sia esteso il dominio della sincronicità necessaria. Potrebbe essere che la “realtà”, con le varie dimensioni che la compongono, in violazione del principio di Ockham, sia molto più complessa, contraddittoria ed anomica di quanto si possa solo immaginare. Le varie sfere dimensionali possono interagire, comunicare, generando ulteriori complicazioni epistemologiche. Come dimostrò il fisico francese Alain Aspect, un elettrone comunica con un altro elettrone anche a distanza notevole, in quanto la distanza non esiste e le due particelle sono in realtà due manifestazioni di un’unica matrice, come due facciate dello stesso foglio. Eppure comunicare è difficile a causa del rumore: probabilmente a causa di questo ostacolo, non sappiamo leggere icone e prodigi.

    Resta, però, simile ad un sommesso gorgoglio di un ruscello, quasi impercettibile, perché sovrastato da altri rumori o udibile solo a tratti, quando gli altri suoni si attenuano o interrompono, il significato sincronico di certi particolari. E' sufficiente l'enigmatico senso di un dettaglio per conferire valore a tutta la vita?

    (


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