USA – ISRAELE – IRAN … e poi tutti gli altri

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Questo argomento contiene 20 risposte, ha 11 partecipanti, ed è stato aggiornato da  Sun_iron 8 anni, 4 mesi fa.

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  • #134952

    Sun_iron
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    tratto da http://www.asianews.it/notizie-it/Aumenta-la-pressione-militare-americana-nel-Golfo-Persico-18743.html

    Aumenta la pressione militare americana nel Golfo Persico di Maurizio d'Orlando
    Nei giorni scorsi, 12 navi da guerra della marina Usa hanno traversato il canale di Suez. Sono tre, ora, le squadre navali presenti nell’area. Il dispositivo appare pronto al bombardamento dei siti nucleari iraniani. A rischio il periodo tra fine luglio e i primi di agosto. Gli iraniani minacciano di scatenare il caos in Arabia Saudita. I motivi economici che possono determinare i tempi della crisi.

    Milano (AsiaNews) – Dopo l’invio alla base militare di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, di 387 bombe ad alto potenziale di cui AsiaNews aveva dato notizia lo scorso 14 aprile (vedi Venti di guerra e crisi economica dietro gli attacchi al Papa), altre 12 navi da guerra americane hanno attraversato il canale di Suez, unitamente ad una corvetta israeliana. Lo afferma il quotidiano egiziano Al-Quds-al-Arabi. La notizia è confermata dai quotidiani Jerusalem Post e Haaretz. Anche l’agenzia d’informazione internet Debka, che solitamente appare ben connessa con il Mossad, i servizi segreti israeliani, ha confermato un incremento dell’attività nel Golfo Persico. Secondo la Debka vi sarebbe anche la presenza in quelle acque di tre sottomarini israeliani dotati di missili con teste nucleari. I sommergibili israeliani sono stati costruiti in Germania e sono considerati tecnologicamente molto avanzati. Tra le navi da guerra transitate da Suez, secondo fonti di agenzia, ci sarebbe anche la portaerei Harry Truman, che finora era stazionata nel Mediterraneo. Lo afferma un articolo pubblicato su zerohedge (vedi 12-american-warships-including-one-aircraft-carrier-and-one-israeli-corvette-cross-suez-canal). Salgono perciò a tre le squadre navali d’attacco aereo operative in zona, che si aggiungono alle forze aeree di stanza sull’isola di Diego Garcia. Si completa così un dispositivo pronto al bombardamento dei siti in cui gli iraniani, secondo gli USA ed Israele, starebbero per approntare la propria prima bomba nucleare. Si può ipotizzare che a rischio di conflitto sia il periodo a cavallo tra fine luglio ed i primi di agosto.

    Gli iraniani hanno sempre sostenuto che le installazioni di arricchimento dell’uranio servono per gli impianti nucleari ad usi civili per la produzione di energia. Nel corso degli ultimi anni hanno permesso a diversi gruppi d’ispezione della Aiea (l’Agenzia Onu per l’energia atomica), di ispezionare le proprie installazioni per verificarne che non vi fossero impianti per usi militari. Inoltre di recente, lo scorso 16 maggio, l’Iran ha aderito ad una proposta messa a punto dal Brasile e dalla Turchia (vedi Teheran-accetta-un-accordo-sull’uranio-arricchito-con-Turchia-e-Brasile) che prevedeva che il processo di arricchimento dell’uranio venisse completato fuori dai propri confini nazionali, in Turchia, in modo da garantire che tale processo non avesse alcuna finalità militare. Questa iniziativa non è stata accolta favorevolmente da Israele.

    Ad una minaccia corrisponde una controminaccia

    Da parte sua, infatti, l’agenzia iraniana Press TV, lo scorso 9 giugno ha pubblicato in inglese il monito di un membro della famiglia reale saudita, il principe Turki bin Abdul Aziz Al Saud (vedi Prince warns S. Arabia of Apocalypse). Il testo era stato tratto da quanto riportato in arabo da un’agenzia del Cairo, la Wagze news agency. Il principe, che vive da anni in Egitto perché da tempo in disaccordo con la famiglia regnante, secondo quanto riportato, avrebbe affermato che i membri della dinastia sarebbero a rischio perché essa è ormai molto invisa alla popolazione e perché un golpe militare potrebbe presto spodestarla. A rischio sarebbe la vita stessa dei componenti della famiglia reale saudita. Il principe perciò avrebbe invitato il resto della famiglia a mettersi al più presto in salvo all’estero, “prima che ci taglino la testa per le strade” ha aggiunto con toni drammatici. La gran parte dei giacimenti di greggio saudita si trova in zone del paese abitate da popolazioni di religione mussulmana sciita, come in Iran. Come è noto, si tratta di una confessione religiosa in forte contrasto con l’islam sunnita di orientamento wahabita sostenuto dalla dinastia saudita. La pubblicazione di questo monito pare indicare quale sia la strategia iraniana in caso di bombardamento: provocare il caos nel vicino regno saudita e metterne così a rischio le esportazioni di petrolio. In tal caso gli effetti sul prezzo mondiale del greggio sarebbero enormi perché l’Arabia Saudita è il maggiore paese esportatore di petrolio al mondo. Non è comunque chiaro quanto reale sia questa minaccia iraniana di sovvertire la dinastia saudita.

    In questo monito c’è, però, un altro elemento. “Non contate – dice rivolto al folto clan della famiglia reale saudita –su USA, Gran Bretagna ed Israele, perché non sopravviveranno alla perdita (in ing. “because they will not survive the loss”), avrebbe ancora proseguito il principe. Questa parte è un po’ oscura perché non si capisce a che cosa si riferisce: il termine potrebbe essere inteso sia come perdita economica che come sconfitta militare. Forse, tuttavia, questo oscuro monito attribuito al principe dalla fonte iraniana potrebbe essere messo in relazione con un possibile appello da parte del regime di Teheran allo “Jihad”. Si tratterebbe in pratica di una sorta di chiamata alla “guerra santa”, vale a dire alla sollevazione delle masse popolari nei paesi a maggioranza mussulmana e di un segnale rivolto alle cellule islamiste presenti in tutto il mondo perché si attivino per azioni terroristiche. Anche qui non è comunque chiaro se un ipotetico appello iraniano alla solidarietà islamica in caso di attacco e ad una controffensiva terroristica possano concretizzarsi.

    Secondo nostre valutazioni, tra minacce e controminacce, a rischio di conflitto è il periodo a cavallo tra fine luglio ed i primi di agosto, per varie ragioni.

    In primo luogo perché il dispiegamento del dispositivo militare americano-israeliano di attacco dovrebbe completarsi per tale periodo.

    In secondo luogo, perché il prossimo G8 / G20 di fine giugno di Toronto dovrebbe permettere una serie di consultazioni di alto livello e questo è un passaggio preliminare necessario per un evento politico militare di questo tipo. Per parte sua l’Iran deve, invece, attendere l’innesco della provocazione necessaria ad innalzare il livello di tensione: l’arrivo della flottiglia che deve forzare il blocco marittimo di Gaza per portare aiuti “umanitari”.

    Il peso del debito americano

    I principali fattori che determinano i tempi di questa crisi politico militari sono però di tipo economico.

    Il primo elemento è che a metà settembre dovrebbero essere resi ufficialmente noti i dati del preconsuntivo del bilancio USA del 2010. Di solito, però, già in agosto iniziano a trapelare voci ed indiscrezioni. Quest’anno non occorre, tuttavia, attendere il propagarsi di tali voci. È già chiaro che lo “stimolo economico” deciso da Obama su suggerimento degli economisti keynesiani come Paul Krugman non solo non ha incrementato l’occupazione negli USA ma, dilatando a dismisura le spese statali, ha aperto un buco senza precedenti nel deficit federale americano, di certo superiore al 10 % del PIL. Per mascherare questo fallimento economico e sociale (la disoccupazione reale ha toccato il 22 % della popolazione attiva) occorre perciò che la minaccia esterna, l’emergenza militare e politica, prenda forma prima che i dati del bilancio fiscale e dell’occupazione debbano, per un minimo di credibilità, essere riportati anche dai grandi organi d’informazione.

    Un secondo elemento, spesso trascurato nelle analisi, è che oltre al problema del debito pubblico esiste in America (e non solo) quello del debito privato, cioè di imprese e famiglie.

    Il debito privato in USA è di circa 50'000 miliardi di dollari (in ing. 50 trillions)., circa il 330 % del PIL USA. Chiaramente non è sostenibile e dovrà ridursi in termini reali o per via della deflazione o dell’iperinflazione. Ne consegue che dovrà essere ridotta la leva finanziaria, cioè il settore privato dovrà liquidare i beni patrimoniali acquisiti in toto o parzialmente a debito. Molto probabilmente si ripeterà cioè quanto si è già verificato nel settembre 2007 con la crisi dei mutui “subprime”. La differenza è che mentre allora si resero insolventi i debitori “subprime”, cioè non primari, questa volta verranno ad essere colpiti quei debitori privati considerati di solito maggiormente solvibili. In scadenza per gli inizi di quest’autunno, di nuovo a metà settembre, sono perciò i mutui su un’enorme massa di mutui commerciali e debiti di buona qualità, che troveranno difficoltà ad essere rinnovati. Anche in questo caso una minaccia esterna deve prendere forma prima che si produca il crollo del valore reale di immobili, azioni ed obbligazioni e che possa così coagularsi una reale minaccia politica interna alla tradizionale struttura bipartitica del sistema di potere negli USA.

    Anche il regime iraniano ha necessità al più presto di una minaccia esterna per mantenere saldo il controllo del potere all’interno. Monta, infatti, la pressione delle nuove generazioni che vedono con insofferenza sia la corruzione del regime che l’arretratezza tecnologica del Paese. A pesare soprattutto sui giovani è l’incapacità di trovare sbocchi occupazionali e la chiusura al mondo esterno. Non hanno partecipato alla rivoluzione islamica contro lo scià, intesa anche e forse soprattutto come sollevazione contro l’imperialismo economico e culturale americano. Non sanno bene perciò che cosa sia l’antiamericanismo e quindi considerano quindi quella del “grande satana” americano come una stanca retorica, utile solo ai fini del potere interno. Per questo il regime ritiene opportuno non abbassare i toni, ma anzi mantenere alta la minaccia ed il livello di guardia con elementi concreti.

    La logica prevalente in entrambi i fronti sembra essere quella già osservata in occasione della guerra delle Falklands/Malvinas, con i generali argentini, assillati dalla bancarotta economica e l’establishment britannico alle prese con una difficile ristrutturazione economica interna per gli strascichi di lungo periodo della decolonizzazione.

    Montare una minaccia esterna, un conflitto per coagulare il fronte interno è una tecnica antica e ben collaudata. Il problema è che oggi l’instabilità sociale, politica ed economica ha una dimensione globale. È difficile ipotizzare un’operazione “chirurgica”, che rimanga cioè confinata in un ambito ristretto. Se tale ambito è quello del Golfo Persico, gettarvi un cerino significa accendere un fuoco che facilmente potrebbe diffondersi e provocare lo scoppio di tutta la polveriera mondiale.


    #134953

    El Mojo
    Partecipante

    Quasi ci siamo. Un piccolo passo per l'uomo, un gran balzo per l'umanità, verso il baratro.


    #134954

    GUROSAURO
    Bloccato

    Cari ragazzi, non dite la verità o i positivisti-babbeometriani potrebbero tacciarvi di negatività (malocchio) e fare contro di voi la danza del ban-ban per esorcizzare il futuro scritto.

    Israele e l'Occidente sono buoni, tanto buoni … da non poter attendere l'azzeramento del gap tecnologico, così devono muoversi in fretta per stabilire l'ordine planetario, sopprattutto perché il prossimo flare solare metterebbe in ginocchio i loro armamenti e fucili o spade non sanno di certo più usarli.
    :uuuu:


    #134955

    Erre Esse
    Partecipante

    Articolo francamente [u]esagerato[/u].
    Sei anni sei che si aspetta questa guerra, e molto probabilmente non ci sarà mai. Se ci fosse sarebbe la [u]fine istantanea[/u] della NATO. A volerla sono esclusivamente:
    1) Gli ambienti neocon e i democratici più di destra;
    2) Una buona parte dell'establishment israeliano;
    3) Gli ultimi galoppini europei USA-NATO.

    Tutti gli altri: Russia, Cina, India, Brasile, Turchia ecc ecc stanno dalla parte dell'Iran. Se vi fosse la guerra, sarebbe comunque una catastrofe che segnerebbe la fine della storia come la conosciamo (poteva avvenire in modo dolce e invece avviene in modo violento), gli USA, Israele e gli europei (equiparati ai nazisti), che finiscono dritti dritti – e giustamente – nella patturmiera della storia.

    Quasi ci siamo. Un piccolo passo per l'uomo, un gran balzo per l'umanità, verso il baratro.

    La “pornografia della paura” miete sempre vittime, tra cui ci sei tu. Francamente, questa sfilza di luoghi comuni potevi anche risparmiartela.

    Cari ragazzi, non dite la verità o i positivisti-babbeometriani potrebbero tacciarvi di negatività (malocchio) e fare contro di voi la danza del ban-ban per esorcizzare il futuro scritto.
    Israele e l'Occidente sono buoni, tanto buoni … da non poter attendere l'azzeramento del gap tecnologico, così devono muoversi in fretta per stabilire l'ordine planetario, sopprattutto perché il prossimo flare solare metterebbe in ginocchio i loro armamenti e fucili o spade non sanno di certo più usarli.

    Credi di essere simpatico ma sei solo penoso.


    #134956

    El Mojo
    Partecipante

    [quote1277572415=Erre Esse]

    Quasi ci siamo. Un piccolo passo per l'uomo, un gran balzo per l'umanità, verso il baratro.

    La “pornografia della paura” miete sempre vittime, tra cui ci sei tu. Francamente, questa sfilza di luoghi comuni potevi anche risparmiartela.
    [blockquote
    [/quote1277572415]

    Caro RS, non capisco che problemi tu abbia, sai quanto diventano “luoghi comuni” i pensieri di chi cerca i “luoghi comuni” altrui? Credi forse che al mondo non ci fossero tanti ottimisti come te durante il nazismo, durante le crociate, durante la guerra in Iraq ecc. ecc.? Eppure, nonstante la presenza di ottimisti o pessimisti, le cose accadono o non accadono. Posso liberamente pensare che in questo caso accadrà, o ti distolgo dalla serenità del sonno?
    Fai una cosa, avvicinati in erboristeria e acquista un etto di camomilla biologica (quella in bustina del negozio te la sconsiglio), mettila in infusione 8 minuti, scolala e se vuoi zuccheratela con zucchero grezzo di canna. Ti farà senz'altro bene! :zzz:
    Ciao


    #134957

    Anonimo

    [youtube=480,385]qdd_updREKk


    #134958

    Erre Esse
    Partecipante

    [quote1277580249=El Mojo]
    Posso liberamente pensare che in questo caso accadrà, o ti distolgo dalla serenità del sonno?[/quote1277580249]

    Se lo dici tu, ci credo ciecamente, allora…
    Hai già pensato al rifugio antiatomico in giardino? :ok!:

    [quote1277580249=El Mojo]
    Fai una cosa, avvicinati in erboristeria e acquista un etto di camomilla biologica (quella in bustina del negozio te la sconsiglio), mettila in infusione 8 minuti, scolala e se vuoi zuccheratela con zucchero grezzo di canna. Ti farà senz'altro bene! :zzz:
    Ciao
    [/quote1277580249]

    Va bene capo,
    seguirò il tuo consiglio! :yesss:


    #134959
    giusparsifal
    giusparsifal
    Partecipante

    L'''inverosimile'' attacco prossimo venturo

    di Giulietto Chiesa

    Israele è pronta ad attaccare l’Iran. Una crisi annunciata della quale Washington, contrariamente a quanto vorrebbe far credere, non è affatto all’oscuro. Anche la Russia e la Cina, a sorpresa, sembrano dare il via libera all’attacco in fede a inediti e non meglio precisati “scambi di favori”. Accettando un rischio di proporzioni non ancora prevedibili. C’è da chiedersi: perché lo fanno?

    Se siamo a 5 minuti, a 5 giorni, a 5 mesi, non possiamo saperlo. Ma che siamo a 5 anni possiamo escluderlo. Da dove? Dal momento in cui Israele attaccherà militarmente l’Iran e darà avvio a una crisi militare di così vaste proporzioni da modificare per una lunga fase i già precari equilibri mondiali restanti. Questa crisi – annunciatissima ma che quasi nessuno vuole vedere – si aggiungerà, aggravandole drammaticamente, a tutte le altre crisi già in atto. Israele vi si accinge, incoraggiata da potenti circoli internazionali che sono interessati a un grande incendio: l’unico nel quale potranno essere bruciati tutti i libri contabili degli organizzatori della fine di un’epoca intera della storia umana.
    Inutile rispondere alle obiezioni che di solito promanano da ogni sorta di anime belle: hanno tutte lo stesso difetto originario, consistente nell’applicare le regole del politically correct a Israele. Quelle regole non sono usate da Israele essendo esse state inventate per i paesi normali, mentre Israele è un paese eletto. La sostanza di questo pensiero è che Dio sta dalla sua parte, è “con Israele”. E, quindi, ogni forma di analisi politically correct del comportamento di Israele appare insensata, essendo Dio estraneo a criteri del genere.
    Quindi, invece di prevenire le obiezioni politically corrected mi limiterò ad elencare i fatti. Che sono molto più vasti, con le loro implicazioni, dei confini di Israele e conducono tutti, inequivocabilmente, ad un esito, dove Israele svolgerà un ruolo principale: quello detto all’inizio. Se poi quell’esito sembrerà dimostrare che Dio è con loro, non potremo che invocare quel Dio chiedendogli che “ce la mandi buona”.
    Vediamo dunque i fatti. A cominciare dall’assalto al convoglio di navi pacifiste che, alla fine di maggio, intendeva rompere il blocco di Gaza. Sappiamo – fu chiaro fin dal primo momento della tragedia – che non è stato un malaugurato errore, ma una sanguinosa provocazione ideata a freddo per aprire uno scandalo internazionale di enormi proporzioni. Lo scopo era quello di punire la Turchia. Un segnale dunque. Alle anime belle che si sono affannate a scrivere che l’attacco dei commandos israeliani ha provocato gravi danni alla causa israeliana, isolando ulteriormente quel paese perfino da molti dei suoi amici europei, si dovrà suggerire di guardare la faccenda da un altro angolo visuale. Israele non ha bisogno di alleati terreni, salvo uno, che è terreno solo in un senso particolare, sentendosi investito, da circa 100 anni a questa parte, di una missione divina anch’esso: gli Stati Uniti d’America. E questo alleato non lo ha perduto e non lo perderà mai.
    Si capirà meglio così che la violenza contro i pacifisti non è stata un incidente ma è stata organizzata proprio per spaccare la comunità occidentale e per costringere tutti a scoprire le loro carte. Del resto – secondo fatto da elencare – Ankara e Brasilia (new entry, quest’ultima, a sorpresa in questa partita planetaria) dovevano essere punite (il Brasile si aspetti il suo turno) per avere rotto il fronte dell’Occidente mandando i rispettivi presidenti a trattare con Ahmadi Nejad una soluzione che consentisse all’Iran di procedere senza essere disturbato con il suo programma nucleare civile.
    Dunque occorre non perdere d’occhio il cospicuo movimento tettonico di cui è protagonista la Turchia. Esso procede con scosse di assestamento sempre più potenti e si ripete, il 9 giugno (una decina di giorni dopo la crisi della flottiglia pacifista) con il voto contrario (di nuovo la Turchia e il Brasile agiscono di concerto) alle sanzioni decise dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro l’Iran. Sanzioni, come sappiamo, promosse dagli Stati Uniti e accolte da Russia e Cina: ecco due novità di vaste implicazioni, piene di interrogativi come funesti vasi di Pandora.
    Tra i fatti da tenere presenti, perché senza queste pennellate altrimenti il quadro non sarebbe completo, c’è la circostanza che, fino a ieri, gli aerei israeliani che sarebbero destinati ad attaccare l’Iran, come prima onda d’urto, si trovavano in una base Nato in territorio turco. Lo scopo era chiaro: disporre di una traiettoria di volo breve. Non mi stupirei adesso che quella traiettoria breve, senza rifornimenti in volo, non sia più disponibile e che quei caccia bombardieri siano già stati trasferiti, o siano in via di trasferimento in qualche altra base segreta, sicuramente non più in Turchia. Per scoprire quale essa sia basta fare un piccolo esercizio di Risiko, carta alla mano, e elenco dei paesi Nato nell’area, senza trascurare qualche paese, più piccolo e ben piazzato, che è amico degli Stati Uniti e di Israele e che si trova nelle vicinanze dell’Iran.
    Altra buona ragione per punire Erdogan. Ma altri fatti si accavallano in rapida successione. Il 7 giugno, due giorni prima del voto Onu, The International Herald Tribune, nella sua pagina di opinioni editoriali, pubblica un articolo di Richard V. Allen, che fu consigliere per la Sicurezza nazionale di Ronald Reagan nel biennio 1981-82. Allen, dopo avere esordito con queste parole (“con le notizie controverse che circolano a proposito di un attacco israeliano”), ricostruisce l’altro attacco israeliano di 29 anni fa contro l’impianto nucleare iracheno di Osirak, ancora in costruzione in quel momento. Curiosamente l’intero articolo sembra concepito per dimostrare che Washington non sapeva nulla di nulla di ciò che Tel Aviv aveva organizzato. Lo stesso Reagan, apparentemente cadendo dal pero, chiede infatti a Allen: “Perché secondo te l’hanno fatto?”. Verrebbe da dire: beata ingenuità. Il giorno dopo, nella Sala Ovale, si terrà una accesa riunione, mentre le polemiche dilagano nel mondo a proposito delle rovine ancora fumanti di Osirak. Rovine dell’allora alleato degli Stati Uniti Saddam Hussein. In quella riunione il vice-presidente di allora George H.W.Bush, George Baker, capo dello staff presidenziale, Michael Deaver, aiutante del presidente, si schierano per punire Israele, mentre il generale Alexander Haig, segretario di stato, e il capo della Cia William J.Casey sono per appoggiare Israele. Se crediamo alla versione di Allen, il presidente Reagan fece il pesce in barile e rimase, in sostanza, ad ascoltare la disputa. Ma il finale è noto: alla fine di quell’anno gli Stati Uniti e Israele firmarono un accordo di cooperazione strategica.
    Allora Dio era con loro, senza dubbio alcuno. Ma la domanda è questa (e spiega bene perché l’autorevole quotidiano americano abbia pubblicato proprio quell’articolo e proprio in quei giorni): 29 anni dopo sarebbe ancora possibile (anche se prendessimo per buono il racconto di Richard V. Allen) un attacco Israeliano contro l’Iran senza che il Pentagono, la Cia e gli altri servizi segreti statunitensi ne sappiano nulla? Ovvio che Washington non è affatto all’oscuro di ciò che è già stato preparato. Neanche se lo volesse potrebbe ignorarlo. Perché i primi a non fare mistero delle loro intenzioni sono proprio i capi israeliani. Lo stesso 9 giugno (che è poi il giorno delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza), lo stesso International Herald Tribune rivela, in prima pagina, con un articolo da Gerusalemme di Andrew Jacobs, che una delegazione israeliana è andata a Pechino per far sapere ai cinesi, “senza melensaggini diplomatiche”, che Israele intende attaccare militarmente l’Iran. L’esplicito proposito della visita, scrive Jacobs, era di “spiegare con precisi dettagli l’impatto economico che la Cina subirebbe nel caso di un colpo israeliano contro l’Iran”. Ipotesi che Israele “considera probabile quando dovesse ritenere che l’Iran potrebbe riuscire a mettere insieme un’arma nucleare”.
    Si noti la formulazione: l’attacco avverrà quando Israele pensa che l’Iran “potrebbe riuscire…” non quando ci sarà riuscito. Cioè prima ancora che il pericolo si delinei e molto prima che esso sia attuabile, poiché una bomba che non può essere portata sul bersaglio non costituisce un pericolo reale e l’Iran non dispone di vettori per la bisogna e, ove si avvicinasse a questo obiettivo, non potrebbe tenerlo nascosto alle osservazioni dall’esterno e dall’interno cui è sottoposto incessantemente da tutti i servizi segreti occidentali e orientali.
    Non viene detto come i cinesi abbiano reagito ai chiarimenti israeliani. Si sa solo che hanno votato le sanzioni, seppure mantenendo, come ha fatto Mosca, alcuni distinguo. Ma – ecco un altro fatto – tre giorni dopo l’articolo citato, tre giorni dopo il voto all’Onu, ecco la notizia che la Russia non onorerà più il contratto che aveva già firmato con l’Iran per la fornitura di 300 missili terra-aria. La perdita della commessa – rivela Russia Today quel giorno – vale oltre un miliardo e 200 milioni di dollari: un colpo per Rosvooruzhenie, eppure il Cremlino non muove un ciglio e getta via il tesoro. Si tratta di armi cruciali per la difesa contro un attacco aereo e mediante missili di crociera. Anche qui il significato è inequivocabile: Mosca concede il via libera. Lo stesso giorno 12 giugno le agenzie riferiscono che l’Arabia Saudita, dopo avere informato il governo di Washington, concede il proprio spazio aereo al passaggio dei bombardieri israeliani. Negli stessi giorni fonti iraniane rendono noto che tre sommergibili israeliani, con missili da crociera a bordo, sono entrati nel Golfo Persico, sicuramente non all’insaputa del comando strategico degli Stati Uniti.
    E, segnale apparentemente soltanto tangenziale rispetto a questo scenario, sempre lo stesso giorno a Bruxelles il ministro degli esteri russo, Lavrov, insieme ai suoi colleghi di Kazakhstan e Uzbekistan, annuncia la decisione di aprire la strada per il transito dei convogli della Nato (non più soltanto di quelli americani) che trasportino armi, uomini e logistica verso l’Afghanistan. Quale sia l’interesse russo in questo “affaire” non è chiaro. Ovvio che stiamo assistendo a un grande “scambio” di favori, ma non ne conosciamo i termini. Mosca e Pechino accettano il rischio. Perchè lo fanno? Né l’una né l’altra hanno qualche cosa da temere dall’Iran e, a prima vista, entrambe hanno qualche cosa da perdere. La Russia, per esempio, corre il rischio di vedere affacciarsi sulle rive del Mar Caspio un altro governo filo americano. Sicuramente in caso di una grande crisi militare – se l’Iran riuscirà a resistere e a infliggere colpi a sua volta – il prezzo del petrolio potrebbe balzare in alto. E, se questo sarebbe un bel regalo per Mosca, sarebbe invece un brutto colpo per la Cina. Certo Mosca potrebbe guardare con sospetto non minore di quello americano, al sorgere di una alleanza Turchia- Iran. Ma può essere anche che Cina e Russia ritengano che l’avventura iraniana si risolverà strategicamente in un nuovo disastro per gli Stati Uniti: la classica immagine di chi sta seduto sulla riva del fiume per aspettare il passaggio del cadavere del nemico. Per giunta avendo ricevuto dal nemico agonizzante qualche regalo. Ma dev’essere stato un grande regalo davvero.
    Certo è che l’operazione Teheran comporta un grande scenario preparatorio. Grande quanto il fuoco che ci si prepara ad accendere. E non dopo, ma durante, la presidenza del premio Nobel per la pace Barack Obama.

    ANTIMAFIADuemila N°65

    http://www.antimafiaduemila.com/content/view/29137/74


    #134960
    kingofpop
    kingofpop
    Partecipante

    io sono per la tesi che tutto questo alimena un puro attacco terroristico psicologico,niente di più


    #134961

    Erre Esse
    Partecipante

    [quote1277633977=kingofpop]
    io sono per la tesi che tutto questo alimena un puro attacco terroristico psicologico,niente di più
    [/quote1277633977]

    L'attore più pericoloso in questo quadro geopolitico sembra Israele, molto più intenzionato di tutti gli altri a uno scenario militare incentrato sull'Iran.


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