Fukushima, due anni dopo: i veleni del disastro


di Andrea Spinelli

La tragedia, perchè definirlo ‘incidente‘ ha un sapore troppo politically correct, della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, investita da uno tsunami l’11 marzo 2011, lascerà strascichi che con tutta probabilità si cronicizzeranno negli anni in tutta l’area del disastro. Strascichi che alcune notizie recenti, come la contaminazione da cesio radioattivo di alcuni cinghiali in Piemonte, ci consegnano alle cronache nucleari di un pianeta sempre più schiavo di se stesso. Il metallo alcalino chiamato cesio è in tal senso il primo punto in comune tra Fukushima e il secondo disastro nucleare di respiro internazionale: Chernobyl. Se il destino ambientale della prefettura giapponese di Fukushima è ancora fortemente incerto, è possibile già stendere un primo bilancio sulle conseguenze del disastro: già nel settembre scorso la Tepco (Tokyo Electric Power Company) aveva diffuso un comunicato dai toni allarmanti, relativamente all’inquinamento da cesio riscontrato nella fauna marittima:

Cesio in misura di ben 1.350 becquerel per chilogrammo è stato trovato, il 5 settembre 2012, nei greenling pescati a 1 km al largo della costa di Minamisoma, nella prefettura di Fukushima. Il livello di cesio era di gran lunga superiore a quello dei 100 becquerel ritenuti dal governo giapponese come sicuro per il consumo

scriveva l’agenzia stampa Kyodo News. A questo, in novembre, si è aggiunto il divieto del governo di commercializzare e consumare riso proveniente dalla prefettura di Onami (a 60km dalla centrale di Fukushima Daiichi) perchè anch’esso contaminato da cesio: 630 becquerel di cesio radioattivo per kg di riso. Ad oggi sono 34 i punti, in sei comuni differenti (tutti nella prefettura di Fukushima), in cui i livelli di cesio 137 registrati sforano gli standard di evacuazione (quelli decretati post-Chernobyl): a Okumamachi, Futabamachi, Namiemachi, Tomiokamachi, Iitatemura e Minami-Soma i valori superano tutti la soglia degli 1,48 milioni becquerel per metro quadrato di cesio 137, tutti nell’area cosiddetta off-limits (entro i 20km dall’impianto di Fukushima); esternamente a quell’area si sono comunque registrate evacuazioni di emergenza e precauzionali a causa dell’alta contaminazione: a Okumamachi, città a ridosso della struttura, sono stati rilevati livelli di cesio radioattivo di circa 15.450.000 becquerel per metro quadrato: sono 2200 i punti al suolo contaminati, e censiti, dall’incidente.

I problemi ambientali correlati alla radioattività sono enormi: la centrale sorge proprio dirimpetto all’oceano, una posizione non sicura nè per la terra nè per il mare. Un anno fa Tepco ha rilevato, nel porto di Fukushima,

materiali radioattivi concentrati in quantità elevate a seguito di campionamenti. Le radiazioni potrebbero diffondersi dal suolo marino e l’intenzione è di prevenirne la diffusione.

Per questo motivo la compagnia ha usato un pavimento in cemento e betonite come materiale di rivestimento dei fondali marini, colando i 60cm di spessore del pavimento a 6m di profondità, per un totale di 70mila metri quadri. La contaminazione da cesio è la criticità ambientale più urgente da affrontare: la tempestività degli interventi giapponesi ha sicuramente evitato il peggio (quel peggio che oggi continua ad uccidere a Chernobyl e non solo), ma ciò che l’uomo può, e vuole, fare si scontra con la dura realtà dell’inquinamento da radioattività. Una goccia che scava la pietra, il cesio che inizialmente si riversò in mare (quelle 11500 tonnellate di acqua radioattiva, usata per raffreddare i 3 reattori dell’impianto nucleare) ha causato, e causerà in futuro, grandi problemi agli ambienti marini e terrestri. Questo nonostante il tuttapostismo della autorità giapponesi e della stessa Tepco, che due mesi dopo il disastro minimizzava sull’inquinamento da cesio 137.

In tal senso è possibile tracciare una seconda similitudine con Chernobyl: la scarsa trasparenza. Sia in Ucraina che in Giappone la popolazione è stata male informata e quelle poche informazioni sono comunque giunte in ritardo: nei mesi successivi al disastro era stata data garanzia che nessun essere umano e nessun animale era stato contaminato dalle radiazioni; appena un anno dopo Mito Kakizawa, giovane deputato nipponico, dava notizia che secondo il direttore dell’Agenzia per la sicurezza nucleare giapponese Terasaka Nobuaki ben 4766 lavoratori, entrati nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi a vario titolo, erano stati contaminati:

Queste cifre sono emerse dai controlli medici realizzati dalla Prefettura dopo la crisi nucleare.

Questo a dimostrazione che dove c’è ignoranza c’è illegalità e strage di popoli: tutti i rilievi hanno confermato la diffusione irregolare e verso nordovest delle radiazioni sprigionate dalla centrale di Fukushima: sommando i due isotopi più ‘caratteristici’, cesio 137 e cesio 134, si è calcolato un totale di concentrazione di 29,46 milioni becquerel al metro quadro.

Fonte: http://www.ecoblog.it/post/58311/fukushima-due-anni-dopo-i-veleni-del-disastro

Fukushima, due anni dopo: i veleni del disastro ultima modifica: 2013-03-15T15:12:23+00:00 da Richard
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