Il Contestualismo Immaginario

Il Contestualismo Immaginario

Il Contestualismo Immaginarioll contestualismo immaginario è un movimento culturale che serpeggia invisibile e avanza in ogni angolo del globo aspettando guardingo.

Un movimento sociale che si pone come scopo principale quello di pensare e far pensare contestual-mente per portare all’unità e alla compattazione gli abitanti di ogni contesto del pianeta, quale specie umana appartenente alla stessa ed unica razza ma che risulta essere soltanto una massa divisa, frammentata e confusa dalla post-modernità di un sistema in piena crisi dominato da élites transnazionali e altoborghesi che dominano il mondo attraverso la gestione trasversale di tutte le forme di potere.

In primis su tutte la struttura burocratica dello stato-nazione che, in quanto organizzazione sociale globalmente diffusa insieme alle leggi del mercato neoliberista, tragurgita e obbliga ogni parte componente della macchina sociale a seguire un iter dettato da ruoli sociali e da regole politicamente dettate dalla pantomima di pagliacci che si fanno definire politici, nonchè leader di movimenti, organizzazioni e partiti.

La realtà del mondo attuale, dopo i fatti dell’11 settembre è completamente mutata, trasformandola di fatto in una progressiva unificazione guidata dai processi di globalizzazione economica e politica sorretti da organizzazioni internazionali avallate e sorrette sempre dallo stessa macchina burocratica che domina il pianeta in ogni luogo: lo stato-nazione.

Questa megamacchina globale è da più parti evocata come direzione intrapresa verso la formazione di un nuovo ordine mondiale e questo strapotere occulto domina e continua questa sua folle corsa verso la continua burocratizzazione del sistema realizzata mediante la lobotomizzazione mediatica e progressiva delle popolazioni che da un lato non possiedono strumenti critico-cognitivi atti a comprendere il livello di gravità del problema e da un altro seppur esistono sacche di “resistenza” esse risultano estremamente divise da ideologie, simboli, bandiere, etichette e identità chiuse che negano di fatto la possibilità di condurre una vera unione delle lotte e delle contestazioni che i popoli del pianeta conducono, loro malgrado, in ogni angolo del pianeta.

La centralità del problema sta proprio in questa frammentazione compartimentale che sfugge alla comprensione delle menti soggiogate da una cultura e da una formazione che viene da lontano e che è radicata nella forma mentis occidentale increspata cognitivamente sulle “forme del testo” obliando totalmente il contesto e le concezioni corollarie ad esso inerenti. Non a caso la cultura orientale, e quella cinese tradizionale in primis, non si incentra sul testo ma bensì sul contesto.

Per superare tutte le divisioni che le masse subiscono indirettamente da autoflagellazioni dettate da modi di agire e di pensare distorsivi, farraginosi e compartimentali, c’è bisogno di più sforzi da parte di ognuno per comprendere la gravità della situazione e per trovare forme che superino tali divisioni.

Gli sforzi personali di ognuno devono riguardare soprattutto la capacità empatica di ascolto e di valorizzazione di ogni risorsa umana, nella consapevolezza che le differenze soggettive di comprensione e di espressione di uno stesso problema segue dinamiche complesse che necessitano tutte di essere reincasellate nel contesto del discorso in atto cercando di dare una forma organica e ordinata ad ogni manifestazione di interesse ad attività collegiali e collettive.

Siamo in preda ad auto frammentazioni stupide ed ingenue basate su principi spesso e volentieri senza senso che non tengono conto delle esigenze specifiche e soggettive di ognuno, un modus operandi che non fa altro che produrre e riprodurre la frammentazione atomistica delle masse tanto avallata dal sistema vigente guidato dalle élites.

Secondo Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca il punto di forza dell’élite è proprio nell’atomizzazione della massa. La massa è confusa, dispersa, incapace di organizzarsi e su questo caos si fonda la forza delle élites, che sono invece organizzate e in questo modo ottengono e mantengono il loro potere e i loro privilegi.

C’è dunque una critica verso la democrazia, ma non è una critica che scaturisce da un giudizio di valore, bensì una critica quasi ontologica: la democrazia, semplicemente, non può esistere, poiché il popolo non ha ancora la capacità di autogovernarsi e nel momento in cui si organizza esso porta automaticamente un’élite a prenderne il potere posizionandosi alla testa del movimento.

Gaetano Mosca, che usava il termine classe politica per riferirsi all’élite, propose il criterio delle tre C per descrivere il funzionamento dei detentori del potere:

  • Consapevolezza; i membri della classe politica sono infatti consapevoli delle loro comuni posizioni politiche, sociali ed economiche e dello stato frammentato della massa.
  • Coesione; a differenza della masse, i membri della classe politica si alleano e si organizzano oltre le forme che assumono.
  • Cospirazione; i membri della classe politica mascherano il loro governo sulla massa, nascondono il fatto che vi sia un’élite al potere.

Pareto, che operazionalizzò la teoria elitista anche in logica e in matematica, riteneva che i membri delle élite fossero davvero i membri migliori di una società e fossero quindi legittimati a governarla. Per questo egli utilizza il termine aristocrazia.

A differenza di Mosca ritiene che il potere non sia monopolizzato da una sola élite, ma che in ogni ambito della società (in ogni sua sotto-struttura) via sia un’élite: in ambito economico, culturale, militare ecc. Pareto, inoltre, riprendendo una differenziazione già compiuta dal Machiavelli, distingue tra un’élite di leoni e un’élite di volpi.

I primi usano la coercizione, la forza (la macht weberiana) per comandare; i secondi usano la persuasione e il mascheramento (la herrschaft). Alla lunga sono le élite di volpi a perdurare, perché il loro potere poggia su una legittimità più stabile e duratura. Più che dai problemi di formazione e di costituzione delle elites, Pareto è tuttavia interessato a come le élites vengono sostituite da altre elites. A suo parere esse non sono infatti destinate a durare nel tempo, ma ad essere sostituite; la storia è “cimitero di élites”.

Robert Michels fu il più controverso tra gli elitisti, ma i suoi studi diedero anche la prova dell’esattezza della tesi elitista. Allievo di Max Weber, fu socialista e membro del Partito Socialdemocratico Tedesco, nella corrente anarco-sindacalista.

Tuttavia, nel suo studio Sociologia del partito politico (1912), egli afferma che persino nel partito socialdemocratico ci sono élite che comandano, perché ovunque vi sia organizzazione vi è anche oligarchia.

È l’organizzazione stessa che produce oligarchia, è nel momento stesso in cui si tenta di dare ordine sociale al caos della massa che tende a prevalere un’élite.

Lo studio di Michels, riscontrabile poi in molti altri partiti storici (anche se è stato poi criticato e rivisto in seguito) mostra poi come le oligarchie partitiche finiscono per diventare più moderate delle masse che rappresentano, diventano classiste e gelose del loro potere, si imborghesiscono e portano il partito alla moderazione e all’allontanamento dalle ideologie radicali di partenza.

Michels si avvicinò poi al fascismo nell’ultima parte della sua vita, che trascorse in Italia affascinato dalla sperimentazione socialista e rivoluzionaria del movimento fascista dei primi tempi.

La tesi di Michels è stata denominata “legge ferrea dell’oligarchia”: l’organizzazione è la madre del predominio degli eletti sugli elettori. Chi dice organizzazione dice oligarchia.

In seguito alla seconda stesura degli “Elementi di scienza politica” di Mosca prende via un nuovo approccio all’elitismo.

Nella seconda edizione dell’opera moschiana si evidenzia come le classi politiche possano trarre alimento dalle classi inferiori: la teoria delle élite si può perciò conciliare con una visione democratica; il potere si configura cioè come liberal-democratico (dal basso all’alto: classe politica allargata) e non come autocratico (dall’alto al basso).

La teoria elitista è un prodotto della scienza politica italiana, italiani sono anche i due maggiori interpreti democratici e liberali della teoria: Guido Dorso e Filippo Burzio.

Dorso sostiene che in ogni società esista un’élite e descrive quali rapporti debbano intercorrere tra classe politica e resto della popolazione.

La classe politica deve essere sempre pronta ad accogliere in se nuovi elementi, essa deve essere scelta dal basso e l’autogoverno locale deve contribuire a questa selezione. Burzio esalta il ruolo delle minoranze, le quali però si devono proporre nell’unione e non imporre.

Dal secondo dopoguerra negli Stati Uniti si afferma il neo-elitismo che parte dello studio di James Burnham dal titolo I neo-machiavellici, proponendo una visione anti-statalista.

Burnham scrive “La rivoluzione dei manager”, qui riprende la teoria delle élite e prefigura che la futura classe al comando sarà la classe dei manager: non coloro che detengono la proprietà delle industrie ma coloro che hanno il brainpower per riuscire a portarle avanti deterrà il potere.

Altri studiosi hanno invece parlato di una power élite che usa i mezzi di comunicazione di massa per affermare e mantenere il proprio potere sulla massa passiva e confusa. Uno degli studi più brillanti del neo-elitismo fu svolto nel 1953 da Floyd Hunter nella città di Atlanta.

Per scoprire chi fosse realmente al potere nella città, Hunter svolse un’analisi reputazionale, cioè andò a chiedere ai cittadini chi secondo loro fosse al potere. Ne emerse un quadro in cui le istituzioni locali, i posti di lavoro, le scuole ecc. facevano tutte in qualche modo riferimento a un’élite economica dominante.

Fondamentale è anche l’apporto di Charles Wright Mills il quale scrive “Le élite del potere” (1956), qui muove contro l’idea dell’America come paradiso dell’uomo comune. La società statunitense è in realtà estremamente chiusa e i poteri reali sono nelle mani di poche persone.

Esistono tre élite: quella politica, quella economica e quella militare. Esse si coalizzano per impedire l’accesso al potere a persone estranee a questa cerchia.

Ad esempio: la figlia di un generale sposerà il figlio di un grande industriale; da un’élite, insomma, si passa ad un’altra (lampante per quei tempi fu il caso di Eisenhower che da generale diventa Presidente degli Stati Uniti). Il potere per essere esercitato necessita di persone che continuano a farsi ipnotizzare da tutte le forme di comunicazione emanate per legittimare l’attuale stato di cose e quindi diventa necessario prima di tutto portare alla luce la Verità (Gandhi affermava: “la Verità vi renderà liberi”).

E’ interessante in tal senso il lavoro portato avanti dai sostenitori di una riforma bancaria e monetaria nata dai movimenti che contestano il signoraggio delle banche centrali nazionali e continentali, quali soggetti produttori e riproduttori di inflazione, debito pubblico, aumento dei prezzi, disoccupazione, all’interno di un vortice contrifugo che ha innescato in tempi non tanto remoti la crisi finanziaria che oggi è sotto gli occhi di tutto il mondo.

Stiamo parlando dell’ennesimo strumento di soggiogazione schiavista che il sistema-mondo dominato dalle élites portano avanti sotto i nostri occhi tutti i giorni quando utilizziamo i nostri soldi nella vita quotidiana di ogni giorno.

Non a caso questa distinzione fra élites e masse riecheggia, aggiornandola e attualizzandola, la concezione della lotta di classe di stampo marxiano che fino al secolo scorso, e che ancora oggi sopravvive in alcune scorie ideologiche, si basava su distinzioni farraginose e inattuali come la borghesia e il proletariato.

Ora si tratta qui di prendere seria e attenta coscienza dell’esistenza di queste élites transnazionali per stravolgere i loro piani di unificazione burocratica mondiale (New World Order) capovolgendo la prospettiva del loro potere mediante la stessa strategia che loro utilizzano e che i Romani definivano “divide et impera”.

Il potere pratico delle élites sta in primis nel monopolio dell’uso della forza e le loro necessità di gestione delle forze d’ordine che si rendono efficaci solo in strutturazioni di compattazione verso punti nevralgici ma la nostra frammentazione potrebbe diventare una vera e propria forza solo se “contestualizzata”, solo se rendiamo impossibile qualsiasi compattazione situazionale, solo se attiviamo focolai di autogoverno rivoluzionario e nonviolento in ogni dove.

Bisogna superare l’atomismo mediante forme coalizzazione popolare incentrata su contesti specifici che urbanisticamente sono i quartieri e le località e che extra urbanisticamente sono le cittadine intere e i villaggi.

La coalizzazione popolare della cittadinanza è in pieno diritto di esercitare la propria sovranità nel momento in cui vede lesi i propri interessi a forme di schiavismo occulto e meccanizzato ma essa può solo passare per la strada della coscientizzazione consapevole delle masse che individualmente devono prendere coscienza e agire di conseguenza senza per forza inserirsi in macrorganizzazioni popolari, anzi al contrario bisogna cercare di “denudarsi” da ogni farraginosa sovrastruttura organizzativa, anche bruciandola collettivamente in un rito catartico, se necessario.

La coalizzazione situazionale delle soggettività nei diversi contesti spaziotemporali è l’unica arma che possiamo innescare per difenderci dai soprusi del disumanizzante sistema vigente oramai in crisi endemica e progressivamente totalizzante. La parola chiave per superare tale dilemma è “demarchia” , ovvero sperimentare forme di autogoverno diretto, rotativo e contestuale sia per luogo, per struttura, per categoria, per singola fabbrica, per singola scuola, per singola università ecc.

La connessione fra le parti viene poi riportata dal basso verso un livello superiore e così via via fino ad un livello planetario che potrebbe identificarsi nelle attuali sperimentazioni del World Social Forum e del movimento della Decrescita, che negli sviluppi discussivi degli ultimi tempi sembra davvero che possa diventare l’immaginario condiviso di ogni forma di contestazione dell’intero pianeta, tanto che se n’è parlato a gennaio nella prima conferenza internazionale tenutasi a Parigi definita come Degrowth e che nel prossimo WSF 2009 diventerà, se non proprio il tema centrale, di certo assumerà una centralità non indifferente per ragioni di giusta calibrazione del concetto rispetto alla situazione di sottosviluppo dei Paesi in Via di Sviluppo che preferiscono definirla come post-development o anche come de-development.

Ora, al di là di ogni possibile sviluppo futuribile di demarchia, la questione è qui incentrata sulla sperimentazione di tutte le possibili forme di autogoverno contestualizzato ma che segua espressamente la Satyagraha, un tipo di lotta nonviolenta praticata da Gandhi, Martin Luther King, Malcom X ed altri nella storia, come in particolare emerge il poco studiato Mo Tzu (tradotto anche come Mo Ti), utopista e sognatore, scienziato e tecnico, stratega militare, precursore del socialismo e convinto assertore della nonviolenza e dell’amore universale vissuto nel 400 a.c. circa nella Cina degli Stati Combattenti.

Mo Ti sosteneva che le aggressioni guerrafondaie degli Stati possono implodere mediante l’escogitazione creativa di invenzioni che permettano di evitare qualsiasi contatto, in quanto lo stesso contatto è il principio primo dello scontro a cui bisogna a tutti i costi cercare di non arrivare. Mo Ti affermava che il male nasce quando si trae un profitto arrecando danno agli altri e per Mo Ti la guerra è il maggiore di tutti i mali.

Quale anticonfuciano convinto, nella pratica di una rigida disciplina militare della sua classe sociale, Mo Ti mise in pratica simili teorie mediante strategie straordinarie espressamente difensive come “premunirsi contro le alte torri, premunirsi contro le gallerie, premunirsi contro gli arrampicatori, difesa nelle mischie” , e mediante strumenti straordinari per l’epoca come “la scala d’assedio di P’an Shu” e “il falcone volante”

E’ interessante notare, allo stato attuale dei fatti lo spontaneismo “embrionalmente contestualista” messo in opera dalle università in Europa, e in Italia in particolare, che in questi ultimi tempi ha dato prova di sforzo verso la cura di molti aspetti utili al successo del movimento, ma che come tutte le cose embrionali deficita di un modus operandi e di una forma mentis chiara e intellegibile che possa accorpare unitariamente le fratture pacificamente congelate fra varie soggettività non ben identificate.

Tuttavia la vita stessa è una continua sperimentazione e speriamo che questa esperienza riesca a far emergere il meglio di sè cercando una sua forma pratica e organica allo stesso tempo.

Il contestualismo è un’idea senza ideologie e soprattutto senza scorie ideologiche e ideologismi di sorta, in quanto è una pratica chiara e fattuale di come arrivare a raccogliere consensi popolari per arrivare alla formazione di plebisciti consesuali e contestuali (il 70%) che possano legittimamente proseguire ed endemicizzare le lotte in un fronte unitario capace di delegittimare il potere esercitato dalle élites e dalla burocrazia dello stato-nazione.

L’autoritarismo di questo comitato d’affari elitista ha i giorni contati. Bisogna lavorare alla progettazione fattuale di alternative plurime plurali e pluriverse che nei tempi si possa implementare andando contestualmente a sostituire il sistema vigente.

In tal senso pensiamo sempre all’implosione avvenuta nell’ex-URSS dove la delegittimazione e la mancata fiducia della cittadinanza dell’est europa nel sistema sovietico delle élites burocratiche ha potuto riversarsi mediante il mercato nero, quindi non riconosciuto dal sistema vigente, attraverso la compravendita di prodotti occidentali a suon di dollari, in quanto unica speranza rimasta per la loro sopravvivenza.

Riteniamo che la prossima implosione riguarderà l’intero sistema-mondo capitalistico in ogni “hub”, e/o nodo metropolitano, e contestualmente parlando riteniamo che soltanto l’ideazione, la progettazione e l’implementazione in “creative commons” di un sistema planetario alternativo e radicalmente nuovo possa dare la possibilità di ridare speranza alla precarizzazione dell’esistente che pervade i cuori di ognuno.

Riteniamo che soltanto la progettazione di una repubblica federale planetaria di demarchia contestuale possa riattivare gli animi e le speranze. Questo progetto necessita di configurarsi come avanguardia di diritto internazionale applicato auto governativamente come se fosse “quasi” l’analogia della giurisdizione domestica dello stato-nazione.

Quindi necessita di una moneta scambiabile a livello monetario attuale e a livello monetario locale, il riconoscimento transizionale di una doppia cittadinanza che arrivi gradualmente all’abbandono della precedente, la costituzione di forme di autogoverno locale e contestuale e la preparazione consensuale generalizzata di forme di un neo-irredentismo plebiscitario a livello contestuale e cittadino in ogni parte del globo terrestre, nonchè l’applicazione di stili di vita il più possibile durevoli, legati al territorio ed ecocompatibili con la sostenibilità di un’appropriata impronta ecologica.

Riteniamo che soltanto una decrescita felice possa ridare nuovo vigore ad un mondo minacciato da un pessimismo violento e neoprimitivista generatore di caos fuori controllo teorizzato da Jhon Zerzan ma che in realtà non fa altro che favorire indirettamente la legittimazione di politiche autoritarie e repressive delle élites ad opera delle strutture burocratiche dello stato-nazione.

Riteniamo che tutto ciò può nascere soltanto dall’impeto eroico ed epico di uomini e di donne in particolare, che scoprono e fanno riscoprire il senso poetico della vita attraverso la manifestazione della leadership protagonista che ogni essere umano possiede implicitamente rinchiusa nei propri cuori.

Riteniamo che tutto questo è stato generato e potrà continuare a generarsi soltanto dalla capacità immaginativa di ogni essere umano, da quella capacità creativa di riuscire a pensare progettualmente prima tutto ciò che si desidera fare, liberando i desideri e le passioni di ognuno nella condivisione empatica rivolta verso ciascuno.

Riteniamo che la capacità immaginativa è una caratteristica patafisica che supera qualsiasi formulazione razionale ma che si esplica solo nell’esegesi di esercitazioni pratiche rivolte a vedere il mondo a testa in giù anche partendo semplicemente dalla saggezza implicita nella tradizione di ogni cultura presente in ogni angolo del globo, un modo di sentire profondamente l’esistente nella visione unitaria del mondo come se fosse un grande essere vivente, perchè in pratica viviamo su un pianeta vivente

Riteniamo che soltanto dallo sforzo contestuale di ognuno verso ciascuno possa rinascere la genuinità di quello stile di vita che l’espansione occidentalistica che ha fagocitato in tutto il mondo attraverso la banalizzazione materialistica dedicata al consumo acritico e incosciente delle masse.

Riteniamo che quantisticamente l’esistenza fisica è un grande mondo fantastico fatto di personaggi che appartengono a un grande palcoscenico di attori dove noi stessi in primis siamo i veri protagonisti che avranno in mano le sorti del pianeta.

Riteniamo che la matrice schiavistico-cospirazionista del mondo vada debellata in ogni luogo e in ogni dove a cominciare dal nostro cervello e dalla nostra mente, mettendo in dubbio ogni cosa per cercare di capire cosa realmente appartiene al mondo della natura e cosa appartiene al mondo della cultura capitalistico-borghese.

Riteniamo che il cosmo è uno spazio immenso dove un ipotetica astronave chiamata Terra sia nient’altro che una goccia in un oceano infinito di possibili soluzioni.

Riteniamo che tu che stai leggendo sei il primo che dovrai metterti all’opera per condividere l’immaginismo contestualista e per evitare che il mondo arrivi alla catastrofe totale, altrimenti la vita non avrà più senso e la necrofilia distruttiva di un caos dettato da una violenza generalizzata potrà regnare sovrana per legittimare le élites a perpetuare strategie utili alla schiavizzazione totalitaria del mondo.

Contestualisti Immaginari di tutto il mondo…uniamoci! AMEN

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