Il sigillo VA-243

Alessandro Demontis ci invia un suo lavoro sul misterioso Nibiru e la ricerca di Sitchin, sicuramente sarà di grande interesse per molti Amici di Altrogiornale, vi lasciamo alla piacevole lettura.


Nell’ambiente del movimento ‘anti-Sitchin’ ci si è dati un bel da fare per smontare pezzo per pezzo la sua teoria, si trovano su internet decine di documenti che però, a ben vedere, si basano tutti su due unici studi proposti da Michael Heiser e da Ian Lawton. In questo articolo mi preme prendere in considerazione le analisi svolte da Heiser, e riproposte da altri ‘debunkers’, del famoso sigillo VA243, presentato da Sitchin nel suo primo libro ‘Il pianeta degli dei’.

sigillo VA-243

Sitchin presenta questo sigillo asserendo che contiene sul lato sinistro un particolare astronomico, la rappresentazione del nostro sistema solare contenente anche Nibiru. Rimando ovviamente al libro di Sitchin chiunque volesse leggere cosa l’autore dice del sigillo, qui mi limiterò a trattare le obiezioni che vengono mosse. Ritengo particolarmente importante trattare questo punto perché Heiser e tutti i suoi ‘seguaci’, o comunque coloro che si basano sul suo lavoro, trattano questo sigillo con una premessa, cioè che ‘dimostrando che questo sigillo non rappresenta il nostro sistema solare viene a cadere uno dei punti fondamentali della teoria di Sitchin’. Questa affermazione, già da sola, non è giustificata, inquanto la teoria di Sitchin non si basa su questo reperto. Questo è solo uno dei TANTI sigilli che sostengono la teoria, senza contare tutte le altre evidenze che vengono da altri campi (in primis quello mitologico-letterario).

Mi riferirò in questo articolo, per comodità di trattamento, all’articolo datato Febbraio 2010 di Stefano Panizza, in quanto si tratta della più dettagliata e completa analisi del sigillo mai fatta in lingua italiana, nonché la più fedele al lavoro di Heiser cui fa riferimento.

Leggiamo punto per punto l’articolo:

Se lo osserviamo, si nota, oltre a tre figure umane, una stella circondata da undici piccoli cerchi di varie dimensioni. Secondo Sitchin, essa rappresenta il nostro sole, mentre gli undici tondi sono i nove pianeti classici, la nostra luna ed uno sconosciuto Pianeta X, chiamato Nibiru. Insomma, il tutto appare come il nostro sistema solare al completo, più un misterioso intruso. Lo studioso, poi, ha identificato con precisione la disposizione dei singoli pianeti, partendo da un punto ben preciso. Tutto spiegato? Forse è il caso di dare un’occhiata …
Se anche la prestigiosa rivista Fortean Times, poi, ha voluto “guardarci dentro”, allora, ci sono dei buoni motivi per approfondire il discorso. Per comodità di esposizione esporremo, allora, i nostri ragionamenti sotto forma di domande e risposte. Cominciamo.

Presentazione impeccabile, quindi… cominciamo anche noi:

La figura a forma di stella a sei punte rappresenta davvero il Sole?
Questa è una domanda fondamentale perché se essa non lo raffigura, allora il tutto non potrà mai essere considerato l’immagine del nostro sistema solare. Cadrebbe, di conseguenza, una delle prove più consistenti avanzate da Sitchin a dimostrazione di conoscenze astronomiche straordinarie da parte dei sumeri e dell’esistenza stessa del famigerato Pianeta X (o Nibiru).
Lo studioso, in cerca di prove per la sua teoria, ritiene che l’immagine stellata rappresenti davvero il Sole con la sua corona perché così lo si vedrebbe se la sua potente luce fosse schermata (ad esempio come durante le eclissi solari).

Egli ci mostra una immagine per sostenere quanto questo sia falso:

Ebbene si vede chiaramente che questa non è una immagine del sole durante una eclissi, ma una immagine del sole alla quale è stato applicato un disco nero. L’effetto non è lo stesso, infatti durante le eclissi totali, a causa della presenza della luna davanti al sole e dell’interferenza che essa provoca, la luce ci giunge in maniera distorta, come evidenziano queste foto.

Ma andiamo oltre…

Rispondere alla domanda che ci siamo sopra posti significa, in realtà, rispondere ad altri due interrogativi. Il primo, come rappresentavano, solitamente, il Sole gli antichi sumeri? Il secondo, il sigillo contiene una parte letterale che possa aiutare a comprendere quella figurativa?
Fortunatamente esistono centinaia di immagini del Sole recuperate in anni di scavi archeologici.

Qui Panizza riporta il classico sigillo di Utu/Shamash, il dio solare sumero, preso pari pari dal sito di Heiser, il quale ne riporta molti di più nella sua analisi; penso valga la pena andare nel suo sito e prenderne almeno un altro per poi affrontare il tema… per esempio questo:

sigillo VA-243

Riguardo al simbolo del sole Panizza scrive:

Esso è rappresentato in forma sempre uguale in sigilli e, più in generale, in opere d’arte. Come si può notare, è mostrato come un disco a quattro braccia e linee ondulate, il tutto racchiuso in un cerchio. In altri casi vi sono solo le linee ondulate (in pratica, queste, sono una costante imprescindibile, come il cerchio). La figura stellare nel sigillo VA/243 non presenta linee ondulate e non è racchiusa in un cerchio. A togliere ogni dubbio sono le immagini riportate in testi dedicati proprio al dio sole Shamash.

Bene dunque secondo Panizza le linee ondulate, e a loro stessa presenza, sono un segno distintivo del simbolo del sole. Oltre al fatto che il sole era sempre rappresentato con 4 punte.

Ergo Sitchin commette un errore madornale nell’intendere che quello del VA243 sia il sole. Ma andiamo a fare effettivamente una ricerca dei sigilli, perché troviamo delle figure molto interessanti. Intanto questo brucia incenso sacerdotale rinvenuto tra le rovine del tempio di Shamash, l’Ebabbar di Sippar.

Come vediamo, 4 punte ma nessuna linea ondulata. Oppure questo medaglione trovato nello stesso tempio.

Con ben otto punte e nessuna linea ondulata. Ma abbiamo anche un kudurru definito ‘codiacale’ proveniente da Susa, in cui vengono riportati i simboli degli dei:

O possiamo anche menzionare questo sigillo dedicato a Shamash e conservato al Louvre:

dove abbiamo la luna, il famoso set di 7 globi, una stella ad 8 punte e una strana ‘stella’ con 11 punti e raggi intorno ad un cerchio centrale. Anche qui nessuna stella a 4 punte e nessuna linea ondulata. Un altro sigillo molto famoso, e stranamente ignorato sia da Panizza sia da Heiser è quello che ritrae Shamsh sul suo trono con in mano lo ‘strumento di misurazione dei cieli’.

Tale sigillo rappresenta la più elaborata iconografia di Shamash, composta da una stella a 8 punte, sovrapposta a una stella a 8 “bande” sfasate in modo che ogni banda emerga tra due punte. In particolare vediamo qui che, al contrario di quanto asserisce Panizza, il sole era rappresentato anche non racchiuso in un cerchio.

Credo di aver speso abbastanza tempo e fornito abbastanza materiale per ribattere alla asserzione di Panizza, e di Heiser, riguardo alla raffigurazione del sole.

Andiamo ad analizzare dunque l’altra domanda posta da Panizza, e cioè se esiste una evidenza letteraria che lega la rappresentazione del VA243 al sole.

E veniamo al secondo punto.
La traduzione del testo, presente nella parte destra e sinistra del sigillo, recita: “Dubsiga, Ili-illat, il tuo/suo servo”.
[…] Ciò non sembra avere nulla a che fare con il Sole, il sistema solare e, più in generale, l’astronomia. Sitchin tace sull’iscrizione, così come sul perché il “suo” Sole sia così diverso dalla normale rappresentazione. Quindi, riassumendo, né la comparazione simbolica né la parte letterale del sigillo portano a pensare che quello rappresentato sia il nostro Sole.

La traduzione dell’iscrizione del sigillo è stata fornita da Anton Moortgat ed incorporata da Heiser nel suo sito. Intanto c’è da notare un grossolano errore: viene spacciata per iscrizione accadica quando invece è sumera, addirittura pittografica e non cuneiforme. Ciò è molto importante da sottolineare poiché Moortgart traduce con ILI il simbolo della divinità, quando invece in sumero sarebbe DINGIR / AN. A questo punto bisogna per un attimo andare al sito di Heiser per leggere l’identificazione di questi nomi che compaiono nel sigillo:

Line 1 = dub-si-ga “Dubsiga” [a personal name of an apparently powerful person[1]] Line 2 = ili-il-la-at “Ili-illat” [another personal name, this time of the seal’s owner] Line 3 = ir3-su “dein Knecht” [German for “your servant”]

Bene anche qui abbiamo un altro errore, infatti il nome tradotto come ILI-ILLAT non è di una persona ma di un dio, come evidenzia il glifo caratteristico della divinità. Non solo, anche nell’errore commesso di identificare la iscrizione come accadica, il vocabolo ILI identifica un dio. Ciò che si deduce quindi dalla scrittura è che un personaggio ne sta introducendo un altro di nome Dubsiga a un dio chiamato ILAT, definendo il ‘presentato’ come ‘tuo servo’ cioè del dio. E nell’iscrizione abbiamo infatti un dio assiso su un trono (con in mano un aratro), e davanti a lui un altro dio che porta per mano un umano.

Come facciamo a sapere che il nome Dubsiga non è nel dio che tiene per mano? Semplice, ci sarebbe davanti il simbolo della divinità (DINGIR) che invece compare solo davanti al nome ILAT. Quanto alla identificazione del personaggio al centro come dio, è testimoniato dal tipico copricapo cornuto, distintivo degli dei di Sumer.

Esaminiamo più in dettaglio le 3 righe di testo cuneiforme. Esse sono divise nell’immagine proposta da Panizza e Heiser delimitandole con 3 colori diversi, rosso, blu e giallo. Ora, utilizzando una lista di segni cuneiformi, ho cercato le corrispondenze con i pittogrammi e ho potuto isolare le righe di testo dalla foto proposta da Panizza incollandoci vicino i corrispondenti cuneiformi. Il risultato mostra innanzitutto il già menzionato segno delle divinità (AN/DINGIR), ma anche che la sillaba finale del nome ILAT non è AT ma TUR3. Altresì la terza riga ‘IR3.SU (tuo servo) deve essere correttamente identificata con ARAD.SU:

sigillo VA-243

Si ricordi che il cuneiforme classico (2600 a.C. circa) è ‘girato’ di 90° rispetto al pittografico. La giusta trascrizione del sigillo quindi è:

Linea 1: DUB.SI.GA
Linea 2: D.IL.LA.TUR3 (con D = dingir / an, distintivo del dio)
Linea 3: ARAD.SU

La traduzione comunque non cambia, se si suppone che ARAD sia in realtà ARAD2, che corrisponde a IR3, è giusto tradurre con SERVO. Ciò che però lascia perplessi è la traduzione di SU con IL TUO/ IL SUO. Il genitivo, in sumero, era ottenuto con la particella –AK. Prendendo comunque per buona questa identificazione, la iscrizione sembra esprimere questo concetto:

(Con il dio in piedi che parla): DIVINO ILAT, (ECCO) DUBSIGA IL TUO SERVO (Con un commentatore che parla): AL DIVINO ILAT (VIENE INTRODOTTO) DUBSIGA, IL SUO SERVO. Si scelga quella che piace di più, non fa nessuna differenza, importante è chiarire il concetto.

Panizza osservava:

“Ciò non sembra avere nulla a che fare con il Sole, il sistema solare e, più in generale, l’astronomia. Sitchin tace sull’iscrizione.”

E’ normale che Sitchin taccia sulla iscrizione, ed è normale che la scritta non abbia riferimenti al sole, Sitchin non ha mai affermato che questo sia un sigillo a scopo astronomico. Sitchin afferma chiaramente che si tratta di un sigillo nel quale è presente un dettaglio astronomico. Allo stesso modo in cui è presente un animale, ma non ci si dovrebbe aspettare che sia un sigillo legato agli animali. Il sigillo invece è la chiara rappresentazione della introduzione della agricoltura come dono degli dei all’uomo. Infatti il dio seduto ha in mano l’aratro, che rappresenta l’agricoltura, e lo sta donando all’uomo che gli viene introdotto.
Andiamo avanti.

Ma se il Sole non è il “Sole”, allora quegli undici cerchi che lo circondano possono rappresentare i pianeti? Naturalmente no, ma vediamo di dimostrarlo con una logica indipendente. Sitchin, al contrario, ne appare convinto ed assicura, pure, di averli identificati con precisione, partendo da un punto ben preciso.

In questo punto Panizza si basa su un documento di Carlo Bolla chiamato ‘Questioni Celesti’ e riporta da questo documento lo schema dei ‘pianeti’ come rappresentati bel sigillo identificandoli con quelli del sistema solare:

Legenda: A venere – B mercurio – C luna – D terra – E marte – F nibiru – G giove – H saturno – I urano – L nettuno – M plutone

In realtà questa leggenda è sbagliata, inquanto secondo lo schema di Sitchin, il pianeta contrassegnato come I non è Urano ma Plutone, che era, secondo Sitchin, un satellite di Saturno (H). Torneremo più avanti su Plutone perché anche Panizza per ora lo esclude dal’analisi. Leggiamo invece cosa scrive sugli altri:

Non si comprende, al contrario, l’accostamento Mercurio-Venere che, come sappiamo, sono due pianeti ben distinti (addirittura la loro distanza reciproca è minore rispetto al sistema Terra-Luna).

E’ bene intanto chiarire cosa rappresenti secondo Sitchin questo schema: è una rappresentazione artistica, fatta dai sumeri, del sistema solare in via di formazione così come viene fuori dal mito Enuma Elish, l’epica della creazione babilonese. Parliamo quindi non del sistema solare attuale, ma nella sua fase di formazione.

Come ci aiuta questa precisazione? Se attualmente Mercurio e Venere sono due pianeti distinti, non è escluso che in passato Mercurio fosse una luna di Venere.

Questa teoria è stata esaminata dagli astronomi Thomas Van Flanders e Robert Harringhton nel 1975, e pubblicata su Science, con il titolo: “A dynamical investigation of the conjecture that Mercury is an escaped satellite of Venus”. Purtroppo per leggerlo tutto bisogna acquistare l’articolo, ma la conclusione dell’abstract leggibile online recita testualmente:

“Thus the conjecture that Mercury is an escaped satellite of Venus remains viable, and is rendered more attractive by our failure to disprove it dynamically.”

Cioè la teoria esposta rimane valida, e non si è riusciti in nessuna maniera a dimostrarla invalida.

Panizza scrive ancora:

Sitchin, inoltre, parte dal presupposto che Mercurio sia l’oggetto posto sulla destra, rispetto a Venere. Tale logica, però, è del tutto arbitraria, anzi, volendo sceglierne una (quella della distanza dal Sole), le parti andrebbero invertite perché è Mercurio il corpo più vicino al Sole (ma questo fa “sballare” i conti di Sitchin)

In realtà l’identificazione di Mercurio a destra di Venere è consistente con la sua identificazione come satellite, inoltre non ha senso dire ‘Mercurio è il più vicino al sole’. Si tratta, come detto e come evidente, di una rappresentazione artistica nella quale le distanze non hanno valore.

Giove e Saturno, che sono di gran lunga i corpi più massicci del sistema solare (tanto è vero che si dice che Giove sia una stella mancata), non sono raffigurati in proporzioni agli altri pianeti. Basti confrontare Giove e la nostra Terra, per rendersene conto, oppure Giove con il Sole. Rimanendo nell’ambito “dimensioni”, non si riesce neppure a comprendere come mai non siano raffigurati quei satelliti dalle dimensioni almeno pari a quelle della Luna (se i sumeri hanno individuato il lontano e piccolo Plutone, risulta inspiegabile che non abbiano osservato, ad esempio, i satelliti di Giove)

Anche qui solito discorso, le dimensioni e le distanze non hanno senso in una rappresentazione artistica, e nemmeno le altre lune. Se questo sembra ambiguo si tenga presente una cosa: la targa di metallo che la NASA ha incorporato nelle sonde Pioneer ha la stessa caratteristica di questo sigillo. Non riporta le esatte dimensioni, non riporta le distanze, né i ‘dettagli’ del nostro sistema solare.

Come possiamo vedere, Mercurio, Venere, Terra e Marte sono mostrati delle stesse dimensioni, tutti i pianeti sono equidistanti, non compare la fascia degli asteroidi, e plutone è mostrato sulla stessa linea degli altri pianeti, mentre sappiamo che è inclinato di 17° sull’eclittica. Si tratta, come nel caso del sigillo VA243, di rappresentazioni artistiche, per cui sindacare su cosa e come lo mostrano ha poco senso.

Saturno, inoltre, è privo dei suoi classici anelli (se i sumeri hanno identificato tutti i corpi del sistema planetario non potevano non conoscere questo importante particolare). Esiste, in realtà, una misconosciuta tavoletta che riporta una raffigurazione tale da richiamare Saturno, i suoi anelli e, più in generale, il sistema solare. Sembra, effettivamente, di osservare il Sole, la Terra, la Luna, Marte, la Cintura degli Asteroidi, Giove e Saturno (Sitchin, in realtà, toglie la Terra ed inserisce Venere).

Panizza riporta il disegno di questo sigillo:

stavolta preso dal sito: ANTICHE_CONOSCENZE.pdf

Ma anche in questo caso le cose sono diverse da come appaiono.
Come può essere considerata una rappresentazione del sistema solare quando non si vedono né Venere e né Mercurio, la Terra e la Luna non sono proporzionate, così come né Marte, né Giove e né Saturno (che si tolga Venere o la Terra, il discorso non cambia perché di incompletezza sempre si tratta)?
E gli anelli? Perché il “pianeta” non è al loro centro e, soprattutto, perché da essi non è “tagliato”?
E la Cintura degli Asteroidi? Si tratta, in realtà e molto semplicemente, della cannuccia da cui si abbevera Ninkasi, la dea della birra (da notare il contenitore nella quale si immerge).

Anche qui stiamo parlando di una rappresentazione artistica, sulla quale è inutile dissertare. Nessuno di noi può pretendere di sapere cosa voleva comunicare l’incisore e perché abbia inserito nel sigillo in questione solo alcuni pianeti. Il sigillo originale comunque esiste, ed è esposto in un museo con un suo disegno:

Mi viene spontanea solo una osservazione riguardante il perché saturno sia ‘decentrato’ con i suoi anelli. Guardando certe foto nel pianeta, la mente non può non trovare una somiglianza con il modo in cui esso è rappresentato nel sigillo. Per quanto riguarda la cintura degli asteroidi, è naturale che essa sia, nel sigillo, la cannuccia del personaggio che beve la birra. E’ appunto una rappresentazione artistica che USA la cannuccia per rappresentare la fascia degli asteroidi… stranamente infatti si trova proprio in quel punto, e non, per esempio, tra ‘Giove’ e ‘Saturno’.

Urano è raffigurato, poi, più piccolo di Nettuno, quando in realtà è il contrario. Ed, infine, Plutone. Anche in questo caso le dimensioni non sono rapportate a quelli dei “compagni” celesti. Si legge che l’orbita di Plutone è così “pazza” da portarlo, in determinate occasioni, più all’interno del sistema solare, togliendolo dalla posizione di ultimo pianeta. Ciò corrisponde al vero ma, nella sua rivoluzione attorno al Sole, può diventare, al massimo, il penultimo corpo del sistema planetario (inteso nella sua struttura classica) ma mai il terzultimo. Quindi, le sue dimensioni, rapportate agli altri pianeti, risultano, comunque, errate.

Questa obiezione è stata fatta in base all’errore commesso nella leggenda della immagine vista qualche pagina più sopra, e perde senso nel momento in cui si ha la corretta identificazione della posizione di Plutone. Non contento Panizza sostiene che:

Sitchin ha cercato di rimediare successivamente a quest’ultima incongruenza ipotizzando, dalla lettura dei testi sumeri, che Plutone, nell’antichità, fosse un satellite di Saturno (nel suo “Il dodicesimo pianeta”, infatti, la sequenza dei pianeti poneva Plutone all’ultimo posto). Con questa logica Plutone viene “retrocesso” nel sigillo fra Saturno e Urano (cioè terzultimo), con Nettuno ultimo pianeta rappresentato. In questo caso la triade Saturno – Urano – Nettuno verrebbe rapportata nel sigillo nelle giuste dimensioni. Ma le cose, dal punto di vista scientifico, stanno in modo alquanto diverso.

In realtà Sitchin non ha mai aggiustato il tiro né cercato di rimediare a nessun incongruenza, infatti quando Panizza dice: “ nel suo “Il dodicesimo pianeta”, infatti, la sequenza dei pianeti poneva Plutone all’ultimo posto” si riferisce a questa foto:

Nella quale E’ VERO che Plutone compare come all’ultimo posto, ma NON E’ VERO che questa sia la disposizione del sigillo VA243. Infatti per scoprirlo basta andare a leggere cosa scrive Sitchin nel libro proprio prima di questa immagine:

We usually show our solar system schematically as a line of planets stretching away from the Sun in ever-increasing distances. But if we depicted the planets, not in a line, but one after the other in a circle (the closest, Mercury, first, then Venus, then Earth, and so on).

Cioè lui sta chiaramente affermando che quel disegno è la disposizione del sistema solare, come noi lo conosciamo, non in linea ma in cerchio. Questa disposizione è usata poi da Sitchin proprio per far notare le discrepanze con il sigillo: la presenza di Nibiru, e la diversa collocazione di Plutone.

Secondo la scienza, infatti, Plutone potrebbe essere stato si, un satellite, non di Saturno, ma di Nettuno, questo in considerazione del fatto che il suo moto è in risonanza 3:2 con quello di Nettuno. Ciò significa che, mentre Plutone compie due orbite attorno al Sole, Nettuno ne compie esattamente tre. Secondo teorie più recenti, invece, quest’ultimo potrebbe essersi staccato dalla fascia di Edgeworth-Kuiper, unitamente a Caronte e Tritone. Questo perché hanno caratteristiche molto diverse dai pianeti giganti ai quali sono vicini: hanno una maggiore densità e hanno parametri orbitali molti diversi.

A mio avviso questa osservazione è una sorta di autogoal da parte di Panizza. Cita due distinte teorie che assegnano due distinte origini a Plutone…. C’è allora da chiedersi perché escludere quella che lo vede come ex satellite di Saturno, tanto più che, come più volte detto, il sigillo rappresenta la situazione che si aveva nella fase di formazione del sistema solare. Non solo, come vedremo più avanti, l’analisi di questo sigillo in parallelo con l’Enuma Elish permette addirittura di stabilire quale momento particolare viene immortalato nel sigillo.

Ora affrontiamo un’altra obiezione di Panizza riguardo a Plutone, legata alla fascia di Kuiper:

Ma, soprattutto, vi è un particolare che Sitchin sembra aver dimenticato.
Plutone, al pari di Quasar (grande la metà di Plutone), Sedna (due terzi di Plutone) ed altri, è uno dei migliaia di oggetti celesti di modeste dimensioni (tanto che ora non è più considerato un pianeta) che circolano attorno al nostro Sole (e facenti parte della cosiddetta Fascia di Kuiper). Quest’ultima è situata oltre l’orbita di Nettuno, il cui primo componente è stato individuato solo agli inizi degli anni Novanta. Questi corpi transnettuniani sono divisi in varie famiglie a seconda del tipo di orbita, eccentricità etc. Ora, lo scopritore di Plutone, l’astronomo Clyde Tombaugh, avrebbe potuto benissimo, negli anni Trenta, individuare, piuttosto che Plutone, un altro o più corpi celesti della Fascia.

Questo non avvenne perché il solo Plutone, in quel periodo, transitava sufficientemente vicino alla Terra. Se fosse stato all’altro capo della sua orbita non sarebbe mai stato scoperto. Verrebbe osservato oggi unitamente a tanti altri corpi celesti più o meno delle sue dimensioni e mai considerati pianeti. Appare, dunque, strano che i sumeri abbiano raffigurato uno solo di questi corpi celesti e proprio Plutone. Sarebbe, in altre parole, davvero una coincidenza singolare che i sumeri/annunaki avessero considerato il sistema solare esattamente come, e solo per una settantina d’anni, gli uomini del XX° secolo (nel 1800 venivano definiti “pianeti” anche gli asteroidi).

Intanto correggiamo l’errore iniziale, il pianetino a cui si riferisce Panizza si chiama QUOAR e non QUASAR (le Quasar son ben altra cosa).

In sostanza l’obiezione sostiene che dopo Nettuno non si trova solo Plutone, ma un grandissimo numero di pianetini chiamati ‘oggetti trans-nettuniani’ e quindi appare improbabile che gli Anunnaki o i sumeri abbiano rappresentato proprio Plutone e non uno di questi.

Osserviamo la fascia di Kuiper:

Effettivamente possiamo vedere che Plutone si trova proprio all’interno della fascia. L’osservazione fatta da Panizza da un lato è sensata, ma non completamente. Dobbiamo capire come i sumeri conoscevano i pianeti esterni: non per osservazione, ma perché gli furono descritti e nominati dagli Anunnaki.

Furono loro, nel loro viaggi di avvicinamento nel sistema solare, a incrociare i singoli pianeti e, a tempo debito, a parlarne ai sumeri. Se ci si sta chiedendo, a questo punto, come mai questi Anunnaki abbiano parlato di Plutone e non di uno qualsiasi degli altri corpi planetari presenti nella fascia, si deve considerare che Plutone giace in una regione particolare della fascia.

Quasi tutti gli altri corpi hanno una inclinazione maggiore rispetto all’eclittica, hanno orbite più regolari; Plutone è in effetti un caso particolare nella fascia di Kuiper. E che dire della osservazione da Terra? Viene obiettato che, in una eventuale osservazione, Plutone è stato ‘identificato’ quasi per sbaglio….

Sarebbe bastato un caso, identificarne un altro al suo posto, e sarebbe stato quello il ‘Plutone’. Ma non sarebbe stato lo stesso pianeta rappresentato dai sumeri.

A questo proposito bisogna chiarire che Eris, il pianeta nano più grande del sistema solare, con un diametro di 60km circa maggiore di quello di Plutone, sarebbe stato l’unico candidato a ‘prendere il posto’ di Plutone in una eventuale identificazione.

Questo almeno in teoria, perché nella pratica le cose sono diverse. A (quasi) parità di diametro, Eris ha una inclinazione di 27° maggiore rispetto a Plutone (44°), ha un perielio di circa 38 UA mentre il perielio di Plutone sta a 29 UA, inoltre ha un periodo orbitale di oltre 500 anni contro i 248 di Plutone. Insomma Eris è più lontano, più inclinato, e più ‘lento’ di Plutone.

Molto difficile che, se pur per caso, questo potesse essere osservato al suo posto, inducendo così i sumeri a ‘sbagliare’. Non prenderò in considerazioni altri oggetti della fascia di Kuiper, mi sembra di aver già esposto il problema, ci tengo però a evidenziare che Sedna, nominato da Panizza, viene impropriamente definito oggetto trans-nettuniano. Infatti la fascia di Kuiper per convenzione è la zona che si estende da 30UA a 50UA, mentre il perielio di Sedna sta a 76UA e il suo afelio addirittura a 975UA (5 giorni luce!). Non è quindi un oggetto trans-nettuniano, tanto che il massimo esperto in materia, Alessandro Morbidelli, astronomo dell’Osservatorio della Costa Azzurra, lo identifica come pianetino sfuggito alla Nube di Oort.

Non esiste un solo testo sumero inequivocabilmente di astronomia, astrologia e matematica, che citi pianeti al di fuori dei cinque tradizionali (Marte, Venere, Giove, Saturno e Mercurio). E questo deve far pensare.

Non è proprio così. Le tavolette sumere sono state scoperte a partire da circa 150 anni fa. Già a quel’epoca, forti della conoscenza delle altre culture del globo, si credeva che ‘gli antichi’ conoscessero soltanto 5 pianeti (7 con la luna e il sole). Non dimentichiamo che nel medioevo si riteneva che ne esistessero solo 6. Quando, dunque, sono state rinvenute le tavolette contenenti elenchi di stelle / pianeti, nell’elenco si son identificati i 5 pianeti più la luna e il sole e si è ripreso a contare gli stessi da capo. Per intenderci, se le liste contenevano 9 nomi, il percorso di identificazione è stato questo:

sole – mercurio – venere – terra – luna – marte – giove – saturno – sole etc

Questo processo ci è reso noto dal lavoro di Enn Kasak e Raoul Veede intitolato “Understanding planets in ancient Mesopotamia”. Ovviamente nella riga di testo qui sopra ho riportato i corpi celesti così come noi li conosciamo, e non nell’ordine in cui erano considerati dai sumeri. Intanto è bene chiarire che le tavole astronomiche ci giungono da fonti babilonesi ed assire, anche se con terminologia sumera o accadica. Ed è bene chiarire anche che ogni identificazione di pianeti e corpi celesti giunta fino a noi non ci viene da testi di osservazione ‘per se’, e che i nomi dei pianeti e corpi celesti ci giungono SOLO da liste in cui questi nomi sono associati a divinità.

Ma non esiste UN elenco di come i sumeri e gli accadi identificassero gli dei e i pianeti o in che ordine, ne esistono almeno 4 o 5, con ordini diversi e associazioni diverse tra divinità e corpi celesti a seconda della città, del periodo etc. Anche le terminologie usate negli elenchi di corpi celesti sono spesso confusionarie se ci si arena ancora alla nozione secondo la quale in mesopotamia si conoscevano solo 5 pianeti. Un caso sintomatico è il pianeta Giove, da tutti associato a Marduk, il cui nome era MUL.MARDUK o MUL.AMAR.UD. Ebbene mentre in questo nome compare il nome del dio, che permette di ritenere valida l’identificazione, il problema nasce con l’epiteto di Giove MUL.BABBAR.

Infatti BABBAR era un nome legato univocamente a Shamash, il cui tempio appunto si chiamava E.Babbar. Abbiamo quindi Giove identificato con Marduk e poi con un nome che riferisce a Shamash. Ma Shamash era il Sole, quindi qui abbiamo Giove identificato con il Sole. E che dire di MUL.NEBERU identificato come Giove, ma anche come stella, e in un altro testo (Mul.Apin) identificato anche con Mercurio? Il già citato Mul.Babbar era chiamato anche MUL.UD.AL.TAR identificato sia in Giove sia nella stella Procione (α Canis Minoris). Ovviamente queste sono tutte attribuzioni fatte dagli studiosi in base a preconcetti ed analisi viziate dal solito concetto dei ‘5 pianeti’.

Continuiamo con l’analisi.

Me se gli undici cerchi non rappresentano i pianeti cosa possono essere?
Stelle. Rappresentano delle comunissime stelle.
Basti vedere la rappresentazione sumerica del gruppo stellare delle Pleiadi.

Viene proposta questa immagine:

E poi viene aggiunto:

Sette stelle rappresentate, sette stelle visibili ad occhio nudo (sono anche chiamate le Sette Sorelle), sei delle quali che hanno sostanzialmente la stessa luminosità apparente (per questo, probabilmente, i cerchi che le rappresentano, sono molto simili).

Questa associazione è molto comune nel mondo antico (e nulla, quindi, hanno a che fare con le immagini di pianeti). Sitchin, al contrario, immagina che sette sia il numero di pianeti che gli Annunaki incontrerebbero entrando nel sistema solare per arrivare alla Terra. Al di la dell’obiezione che i cerchi rappresentano stelle e non pianeti, rimane sempre valida la considerazione che il numero dei pianeti che compongono il sistema solare è una convenzione e, come tale, mutata e mutabile nel tempo.

Parliamo delle pleiadi. Questa identificazione è universalmente accettata dagli orientalisti in base alle righe 13 e 14 del Mul.Apin, una delle tavole astronomiche babilonesi. La traduzione ufficiale di queste righe è:

  • 13. The Star Cluster (MUL.MUL) [Pleiades] rises and the Scorpion (GIR.TAB) [head of Scorpio] sets.
  • 14. The Scorpion GIR.TAB rises and the star cluster MUL.MUL sets.

Questo testo però fa a pugni con un altro che utilizza il termine MUL.MUL (anzi il suo corrispondente accadico KAKKAB.KAKKABU) in un altro contesto:

“naphar 12 sheremesh ha.la sha kakkab.lu sha Sin u Shamash ina libbi ittiqu”

che si traduce in:

“in totale 12 membri a cui appartengono il Sole e la Luna, e dove orbitano i pianeti”

dunque il MUL.MUL / KAKKAB.KAKKABU è ungruppo di 12 elementi tra cui compaiono il sole e la luna. Al di la di questo particolare, osserviamo le pleiadi:

Notiamo innanzitutto, in questa immagine, che ne sono identificate 9 e non 7. I loro nomi vengono dalla tradizione greca che ne ha osservato fino a 9. Facciamo una ricerca di altre immagini e vediamo quale è la situazione:

In questa foto addirittura gli oggetti ‘maggiori’ e più visibili sono 5. In effetti a occhio nudo le Pleiadi appaiono come un insieme di 5 stelle, e nei cieli più scuri (senza illuminazione artificiale) se ne vedono a occhio nudo 6. Nonostante ciò, con un modesto cannocchiale se ne vedono fino a 13.

Si sostiene che i 7 globi siano le pleiadi, e che con questo numero fossero note fin dall’antichità; in realtà non è così, infatti Ovidio affermava che “le quali si dice siano sette, ma tuttavia sono solite essere sei”. Tolomeo ne citava 4, e Restoro D’Arezzo le descriveva come un ammasso di 6 stelle. Insomma a seconda della fonte il numero delle pleiadi cambia, invece nei sigilli sumeri i 7 globi sono una costante, e sempre identificati con le pleiadi dagli studiosi.

Ciò appare una scelta arbitraria poiché se il numero delle stelle, osservazione, è variabile, non è dato sapere perché i sumeri ne rappresentassero sempre e solo 7, un numero tra l’altro quasi mai visibile a occhio nudo. Quasi sempre se ne vedono 5, molte volte 6, in rari casi 9, quasi mai 7. Nel passaggio di Panizza poco fa citato c’è un altro particolare da notare, lui afferma:

Al di la dell’obiezione che i cerchi rappresentano stelle e non pianeti

Ciò per i sumeri e i babilonesi non è vero. Loro non facevano distinzione tra stelle e pianeti, a volte i pianeti venivano chiamati ‘stelle fisse’ e altre volte trovavamo il termine ‘stella errante’ o ‘stella nomade’; gli studiosi reputano queste terminologie ambigue ma di solito identificano le ‘stelle erranti’ con i pianeti, a causa del fatto che mentre le stelle occupano sempre la stessa posizione (che varia solo a causa del movimento del nostro punto di osservazione) i pianeti si muovono in una orbita. Però i babilonesi usavano lo stesso termine MUL (KAKKAB) indistintamente per pianeti e stelle.

Anche il loro simbolo era lo stesso, e perfino il glifo cuneiforme. Di fatto, leggendo un testo astronomico babilonese, e dimenticandosi le convenzioni ormai standardizzate, non è possibile stabilire in nessun caso se il testo parla di un pianeta o di una stella. Ogni identificazione infatti è stata fatta in base alle descrizioni dei nomi che comparivano nelle tavole astrologiche babilonesi in particolari segmenti che contenevano frasi del tipo:

mul sa sa ina Zi.U lu E.Gir dingir mesh.gi ti ug.na.mi.ru.nim.ma
Am.e Bar.ma Gub.iz mul bi d.Neberu d.Amar.ud

tradotto con:

la stella rossa che giace nel sud dopo che gli dei della notte hanno finito, dividendo il cielo, questa stella è Nibiru il dio Marduk

che ha permesso di stabilire che si tratta di una stella e non di un pianeta. Eppure il termine usato è comunque MUL ed è attribuita a Marduk / Neberu esattamente come nel passaggio:

dish mul-Udu.Idim.Gu ud An.e Bar.ma Gub.ma d.Neberu shum.shu

tradotto con:

Se Mercurio attraversa il cielo e si ferma il suo nome è Nibiru

Che invece identifica un pianeta. Vediamo dunque che formalmente i babilonesi non avevano una distinzione tra stelle e pianeti. Non è superfluo notare che il termine MUL viene da MU + UL che significa ‘ornamento della notte’. Dopo la frase precedentemente vista Panizza però corregge:

Le stelle, però, possono essere rappresentate anche nella forma classica e a noi famigliare (e così simile al cosiddetto “Sole” del sigillo); entrambe le rappresentazioni possono coesistere nella medesima opera artistica.

Cioè le stelle possono essere rappresentate anche con le classiche ‘punte’ (porta 3 immagini come esempio).

Questa osservazione allora ci deve far porre una domanda: nel sigillo VA243 abbiamo una figura a 6 punte, compatibile con la rappresentazione iconografica di una stella, e 11 globi, secondo Panizza anche queste stelle. Di cosa si tratta allora? E perché non può essere il sole (che effettivamente è una stella) con 11 pianeti intorno? Come abbiamo visto il sole era considerato un oggetto celeste alla pari degli altri, e come abbiamo visto in termini di nomenclatura non esisteva differenza tra ‘stella’ e ‘pianeta’.

E’ dunque credibilissimo che i sumeri lo abbiano rappresentato con le punte di una stella ma lo avessero conteggiato come ‘oggetto celeste’ parificato ai pianeti. Tutti erano comunque dei MUL. Se ciò sembra strano, i consideri che nei testi astrologici dell’era tardo-babilonese il sole era chiamato MUL.BABBAR esattamente con lo stesso nome visto precedentemente per Giove.

Successivamente Panizza affronta il probema dei ‘globi’ affrontando due teorie, una secondo la quale i globi rappresentassero la ‘dodecapoli’ sumera, cioè le 12 città stato di Sumer, la seconda teoria invece fu avanzata dalla rivista ‘Sky & Telescope’ nel 2000 e analizzava la figura del VA243 sostenendo che fosse una rappresentazione di Giove nel Sagittario.

Non mi importa in questo documento affrontare queste due teorie, la prima perché assurda (si è criticata la ‘mancanza di fedeltà nelle dimensioni e distanze dei globi del sigillo e si fa il paragone con 12 città sparse in maniera completamente diversa dal sigillo) e la seconda perché già smontata dallo stesso Sitchin nel suo sito, come si può leggere qui:

sitchin.com/teapot.htm

Salto quindi alla parte finale del documento di Panizza:

Sitchin, dal canto suo, non si è lasciato sfuggire l’occasione per dimostrare l’inconsistenza di questa teoria. Ci sarebbe, piuttosto, da chiedersi come mai non replichi a obiezioni ben più consistenti e avanzate da più parti. Sbaglia, in ogni caso, a considerare il caso della Teiera come una prova della veridicità del proprio punto di vista.
Se, infatti, può non essere ben chiaro cosa il sigillo rappresenti, lo è invece, al di la di ogni ragionevole dubbio, cosa non sia (e cioè il nostro sistema solare). Ritornando al discorso “Pleiadi”, per correttezza di informazione, va ricordato che, in notti eccezionalmente serene, se ne possono contare fino a dodici (il che può essere sospetto, anche se, non dimentichiamo, la loro classica rappresentazione è in forma di “sette”).

Sitchin non è mai intervenuto per rispondere alle critiche mossegli, questa può essere presa come una pecca o come un pregio, una sorta di ‘non volersi abbassare’ a polemiche. Del resto esperienza insegna che (e lo ho dimostrato in questo e tanti altri documenti) gran parte di queste critiche mosse sono inconsistenti e giustificate soltanto dalla ignoranza o da una ricerca poco approfondita. A parte ciò, Panizza conclude con una asserzione che non ha assolutamente dimostrato, quando dice che è evidente al di la di ogni dubbio che il VA243 non rappresenta il sistema solare. Solo quando ribatterà a questo documento, provando i miei errori, potrà permettersi di fare questa dichiarazione.

Tralascio anche la ‘conclusione’ di Panizza inquanto affronta temi riguardanti Carl Sagan, e rispolvera cose di cui ha già parlato e che ho già commentato. Non mi interessa commentare la sua opinione, ognuno ha diritto di avere la propria, perciò concludo questo articolo con alcune considerazioni strettamente relative a questa stessa trattazione e i suoi contenuti. In un determinato punto di questo articolo ho scritto:

Non solo, come vedremo più avanti, l’analisi di questo sigillo in parallelo con l’Enuma Elish permette addirittura di stabilire QUALE momento particolare viene immortalato nel sigillo.

Ebbene è venuto ora il momento di identificare questo particolare momento. Per farlo devo muovere io stesso una possibile obiezione, che stranamente è sfuggita sia a Heiser sia a Panizza. Il sigillo VA243 mostra un pianeta tra Marte e Giove, eppure mostra il resto del sistema solare con gli elementi che noi tutti conosciamo.

Questo, in effetti, potrebbe essere una incongruenza, perché, come ha fatto notare Jason Colavito e come hanno evidenziato due sumerologi italiani su un numero della rivista ‘Area di Confine’, il pianeta in più potrebbe essere non Nibiru ma Tiamat, il pianeta primevo da cui nacque la Terra. Eppure il sigillo mostra chiaramente anche la Terra. Oppure, se il pianeta intruso è Nibiru e non Tiamat, allora il sigillo dovrebbe rappresentare Plutone nella sua posizione attuale, e non quella ‘originale’, inquanto nell’epica della creazione Gaga (Plutone) era un satellite di Anshar (Saturno) prima dell’arrivo di Nibiru.

Questa, che è la unica obiezione sensata che io abbia mai trovato a riguardo del sigillo, cade però in seguito all’analisi del testo Enuma Elish. Infatti, tenendo presente che la ‘battaglia celeste’ narrata avviene in una fase di formazione del sistema solare, cioè quando le posizioni e le orbite non erano ancora ben definite, c’è un passaggio ‘chiave’ che spiega cosa successe.

Dopo che Tiamat è stato distrutto, e la sua metà è stata gettata tra Venere e Marte a formare la Terra, Nibiru si avvia verso l’esterno del sistema solare. Il testo afferma che Marduk (Nibiru) si diresse verso ‘il profondo’ scrutando la ‘struttura degli abissi’, e stabilì li una dimora, l’E-sara, in cui avrebbero dimorato alcune divinità.

And he founded E-sara, a mansion like unto it.
The mansion E-sara which he created as heaven,
He caused Anu, Bel, and Ea in their districts to inhabit.

Il termine E-Sara (E.Shara nella versione di King ed Esharra in quella di Sandars) è alquanto ostico perché di non univoca traduzione. Potrebbe significare ‘casa o zona che delimita il tempo o lo spazio’ (ricordiamo che il sar in sumero era una unità di misura molteplice, applicata con diversi valori sia alle misure del tempo che a quelle di spazio) ma anche ‘casa da cui si inizia’ o ‘casa da cui si esce’. E’ importante notare questi ultimi due significati perché, per chi arriva dall’esterno del sistema solare, la zona E-Sara sarebbe proprio il punto iniziale del sistema, e parimenti per chi viaggia verso l’esterno partendo, ad esempio, dalla Terra, l’E-Sara rappresenta la zona da cui ‘si esce’ dal sistema solare. In questo passaggio Bel prende il posto di Gaga (Plutone). Bel è Enlil, come identificato dal testo riguardante Ninurta commentato da Stephanie Dalley:

Ninurta was the son of Enlil (Akkadian: Bel)
and Ninlil (Belit) and was married to Bau

e l’Eshara era la zona dei ‘cancelli di Anu, Enlil ed Ea’, come riportato nell’epica di Etana:

After they had ascended to the heaven of Anu,
They passed through the gates of Anu, Enlil and Ea,
The eagle and Etana did obeisance together

Dunque cosa ci permette di stabilire questa analisi dei testi? Che prima che fosse ‘creata’ l’Eshara, cioè fosse stabilita una zona ‘periferica’ del sistema solare con le sue orbite come ora le conosciamo, Gaga / Plutone era ancora nella zona interna del sistema solare. E’ questo il momento ‘fotografato’ nel sigillo VA243, il periodo di tempo successivo alla creazione della Terra ma precedente alla creazione dell’Eshara.

Alessandro Demontis
scribd/Analisi-del-sigillo-sumero-VA243

Il sigillo VA-243 ultima modifica: 2010-04-18T13:07:58+00:00 da Richard
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Noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle. (Carl Sagan)