La conoscenza scientifica e il senso della vita

Il Giornale Onlinedi Giuseppe De Pasquale

Questo articolo, nella sua parte finale, riguarda anche le NDE per i loro contenuti di informazione rispetto ad una condizione che presenta elementi del tutto diversi da quella umana ordinaria, e che pertanto contribuisce ad offrire nuove prospettive per la valutazione del senso della vita.

Quali sono le possibilità, per gli esseri umani che hanno la ventura di vivere in questa nostra epoca caratterizzata da un'impronta culturale scientifica e tecnologica, di difendere ragionevolmente ipotesi relative alla sopravvivenza della coscienza dopo la morte del corpo? L'argomento non è semplice e cercherò di affrontarlo con sufficiente chiarezza espositiva, anche se dichiaro sin d'ora le mie carenze nel trattare in modo appropriato alcuni temi relativi alla ricerca scientifica più aggiornata: sotto questo aspetto certe mie considerazioni potranno risultare poco rigorose agli occhi del lettore preparato.

Sul fronte opposto, ai lettori interessati all'argomento, ma privi di adeguate basi scientifiche, è richiesta una certa dose di paziente impegno per poter seguire i diversi aspetti della questione. Spero comunque che alla fine questo articolo possa dare qualche frutto, riuscendo a gettare un ponte tra due sponde che sembrano allontanarsi sempre di più. Devo iniziare col chiarire la mia precedente affermazione relativa all'impronta culturale scientifica e tecnologica della nostra epoca. Sotto il profilo tecnologico non vi è dubbio che i prodotti della tecnologia, fino ad un secolo fa patrimonio esclusivo di alcune nazioni, si sono oggi diffusi in forma molto più avanzata quasi ovunque, con l'eccezione di quelle sole aree nelle quali l'estrema povertà e rilevanti ostacoli naturali ne limitano la disponibilità. Certamente possiamo affermare di vivere in un mondo sempre più tecnologico.

Per quanto riguarda la cultura scientifica non si può dire la stessa cosa. Non solo vi sono intere aree del pianeta in cui gran parte della popolazione manca degli strumenti culturali di base per accedere alle conoscenze scientifiche, ma anche in Europa e negli stessi Stati Uniti larghe fasce sociali vivono, pensano ed agiscono senza essere interessate, se non in modo molto superficiale, a quanto la scienza ha prodotto e produce, salvo utilizzarne i risultati nella vita quotidiana e nel momento del bisogno.

In effetti la maggior parte dell'umanità vive ancora in modo superficiale ed in gran parte privo di un approfondimento conoscitivo, con un funzionamento determinato dagli istinti di base, dalle reazioni emotive agli stimoli ambientali, dai condizionamenti acquisiti mediante l'educazione, le convenzioni sociali e le abitudini, e dalle proprie “risorse” naturali. Non ci si deve affatto stupire di questo: la vita umana è quasi sempre difficile, e ciascun essere l'affronta con gli strumenti di cui dispone. La cultura scientifica richiede tempo, dedizione, capacità di approfondimento ed una particolare forma di intelligenza che non è data a tutti, ma di cui solo una minoranza è dotata.

Nello stesso tempo la cultura scientifica esercita un'influenza di tutto rispetto sugli orientamenti collettivi delle società occidentali. Ci si attende una preparazione scientifica dai medici, si sa che dietro ad ognuno dei prodotti tecnologici che usiamo quotidianamente ci sono i risultati della ricerca scientifica, e che la stessa agricoltura ed i prodotti alimentari che ne derivano devono il loro sviluppo alle conquiste della scienza. Conquiste che i media ci presentano quasi quotidianamente, non di rado in forma accattivante anche se scientificamente non del tutto corretta.

Ho poi fatto riferimento alla possibilità di difendere ragionevolmente ipotesi relative alla sopravvivenza della coscienza dopo la morte. Per “ragionevolmente” intendo in modo non conflittuale con quanto la scienza ha fino ad oggi dimostrato. Questo non significa assolutamente che io creda di poter dimostrare scientificamente la sopravvivenza della coscienza, ma solo verificare se tale ipotesi può essere presa in considerazione senza entrare in conflitto con la conoscenza scientifica.
Se evitiamo tale confronto, siamo liberi di credere in qualsiasi cosa ci aggrada, ma in questo caso compiamo un atto di fede. La fede può permettersi di ignorare la scienza, e perfino di avversarla, ma nel far questo va contro la ragione, dato che la conoscenza scientifica consiste nell'esercizio della ragione al suo più elevato livello di ricerca della verità, per i motivi che cercherò di chiarire. La ricerca scientifica ha come oggetto tutte le manifestazioni, le trasformazioni e le leggi relative a quel solo fenomeno, di dimensioni estreme e probabilmente infinite, che noi definiamo universo fisico. In parte questo fenomeno può essere seguito a livello cosmico (astronomia, cosmologia, astrofisica, chimica, etc.) ed in parte solo a livello locale, limitatamente al nostro pianeta (parte della chimica, biologia e scienze della vita, etc.), dato che ci manca la possibilità di acquisire dati su eventuali fenomeni analoghi sviluppatisi in mondi situati al di là dei confini del nostro sistema solare.

Il fenomeno indagato dalla scienza si manifesta ed è da noi percepito nella dimensione temporale. Le trasformazioni avvenute all'interno di questa dimensione sono state ripercorse dall'indagine scientifica in senso inverso a quello in cui si sono manifestate, vale a dire partendo dalla situazione attuale, che si presenta come straordinariamente complessa, differenziata e quanto mai ricca di “informazione” incorporata. La conoscenza scientifica ci dimostra che la situazione attuale rappresenta il punto di arrivo (storicamente parlando) di un processo iniziato circa 14 miliardi di anni fa, in un'epoca così remota da non consentirci riferimenti significativi. Nella sua fase iniziale lo stato in cui si trovava l'energia dell'universo era quasi del tutto indifferenziato, e la quantità di “informazione” incorporata risultava minima. Tuttavia in quello stato iniziale l'energia dell'universo possedeva già, allo stato potenziale, tutte le qualità e tutte le leggi necessarie per consentire le successive trasformazioni e gli arricchimenti di “informazione” che avrebbero portato alla complessità attuale.

Come i lettori avranno notato, non ho mai utilizzato il termine materia per descrivere ciò che costituisce l'universo, perché la materia non è altro che un concetto legato al nostro modo di percepire il mondo mediante i sensi. In ambito scientifico non esiste la materia: il concetto che le si avvicina di più è quello di massa, e la massa non è che una forma di energia molto “concentrata”, secondo la nota equazione di Einstein (e=mc2). Certamente esiste lo stato solido, al quale qualsiasi sostanza può essere ricondotta, ma si tratta di uno stato di aggregazione atomica o molecolare, ed i costituenti degli atomi, alla fin fine, sono particelle di energia. Nello stato iniziale dell'universo tutto era energia indifferenziata. Ma come facciamo ad essere sicuri che le cose stiano proprio in questo modo? Quali garanzie può offrirci la scienza in merito alle conclusioni alle quali perviene? Per rispondere a queste domande dobbiamo avere presente l'essenza del metodo scientifico, che procede attraverso tre fasi.

La prima fase consiste nell'osservazione e nella raccolta di dati inerenti ad ogni aspetto dei fenomeni studiati. Tali dati devono essere quanto più possibile numerosi, precisi ed affidabili. Possono essere oggetto di osservazione diretta da parte di osservatori umani diversi, ma sono sempre più spesso il risultato di indagini e di misurazioni strumentali. Non posso qui soffermarmi sull'importanza dell'affidabilità e del valore degli strumenti, anche come mezzo di registrazione dei dati, ma basti ricordare che l'alba della ricerca scientifica è coincisa con lo sviluppo tecnologico che ha consentito la messa a punto dei primi microscopi e telescopi rudimentali. La raccolta dei dati e delle osservazioni permette di elaborare un quadro rappresentativo e descrittivo del fenomeno quanto più fedele possibile. Non dimentichiamo che obiettivo della scienza è la ricerca della verità o di qualcosa che possa rappresentarla il più fedelmente possibile, e non è mai la difesa di un “partito preso” a priori. Comunque questa prima fase rappresentativa, per quanto fedele ed affidabile, non può ancora essere considerata conoscenza scientifica, in quanto manca del requisito fondamentale della conoscenza, che è la spiegazione, la scoperta della legge, la risposta al “perché”.

La seconda fase consiste nel mettere in relazione l'insieme delle osservazioni e dei dati raccolti sul fenomeno da interpretare con altri fenomeni o con altri aspetti dello stesso fenomeno di cui siano già note le leggi, e nell'esercitare l'intelligenza attraverso gli strumenti della ricerca per sviluppare una o più ipotesi interpretative. In questa fase si devono poter utilizzare tutte le leggi note utili e gli strumenti logici e matematici più adatti per consentire l'elaborazione di un quadro che dia ragione dell'esistenza di quel fenomeno. L'impresa è ardua, dato che non si tratta solo di accertare l'esistenza di un certo fenomeno, ma di spiegare il motivo che porta “necessariamente” al prodursi di quel fenomeno, in accordo con tutte le leggi esistenti. Come vedremo, la necessità per la scienza di dover procedere a ritroso ha comportato spesso la successiva revisione di leggi precedentemente acquisite e la loro integrazione (che non implica la loro negazione) in leggi sempre più complesse. D'altra parte la scienza afferma lealmente che qualsiasi formulazione teorica alla quale perviene deve essere considerata provvisoria, alla luce dell'eventuale disponibilità di nuovi dati sperimentali che possono condurre ad una formulazione più soddisfacente.

Infine vi è una terza fase, importantissima, che consiste nella messa a punto e nell'esecuzione di esperimenti che confermino e convalidino un'ipotesi. Un certo effetto deve cioè essere prima previsto, alla luce di un'ipotesi esplicativa sviluppata, e poi confermato da uno o più esperimenti. Solo a questo punto, a rigore, un'ipotesi o una teoria diventano conoscenza scientifica riconosciuta, e solo a questo punto la conoscenza scientifica si traduce in un effettivo potere per gli esseri umani che, alla luce delle leggi scoperte, sono in grado di agire in modo più efficace in relazione all'universo fisico per il perseguimento dei loro scopi (positivi o negativi che siano). Come si vede il cammino della scienza è difficile, e le prove a cui la conoscenza scientifica deve sottostare prima di divenire tale hanno un carattere assolutamente vincolante, che non lascia più adito a dubbi nel caso giungano le conferme. La migliore garanzia nei confronti della validità dei risultati della ricerca scientifica è data dal carattere sperimentale della scienza e dagli scienziati stessi, che devono essere sempre pronti a mettere in dubbio qualsiasi teoria che non sia suffragata da convalide sperimentali. Sotto questo aspetto lo scienziato è molto meno libero del filosofo, il quale può esercitarsi nell'ambito della ragione e della creatività del pensiero senza dover sottostare all'onere della prova sperimentale.

Ma alla domanda se tutto ciò che fa parte o che viene considerato come oggetto della ricerca scientifica sia stato sottoposto alla verifica di tutte le tre fasi sopra descritte la risposta è, senza dubbio, negativa. Questo è dovuto non ad un limite della scienza, e meno che mai a mala fede da parte degli scienziati, ma semplicemente all'estrema complessità di molti dei fenomeni studiati. L'obiettivo è sempre quello di utilizzare il metodo scientifico in tutta la sua estensione per ogni tipo di fenomeni considerati, ma quanto più complesso è l'ambito della ricerca, tanto più tempo sarà necessario per fare progressi nella prima fase e per sviluppare la seconda fase. Sotto questo aspetto la scienza è ancora molto giovane e le resta tanta strada da percorrere.

Nei paesi anglosassoni il termine “scienza” in senso stretto è riservato alla fisica ed alla chimica, mentre le scienze della vita ed altre discipline sono considerate nell'ambito della “ricerca” scientifica. In effetti la fisica e la chimica di base, avendo come loro oggetto le sostanze e le forze dell'universo fisico nella loro manifestazione relativamente più semplice, hanno potuto sviluppare la loro indagine ad un livello approfondito, riuscendo a dar conto non solo del modo in cui i fenomeni si producono, con le loro connessioni di causa ed effetto, ma anche della ragione per cui si producono, alla luce dei modelli interpretativi sviluppati per rappresentarli. Il fisico di oggi non si accontenta di aver scoperto le leggi che governano la gravità o che collegano la massa all'energia, ma si domanda “perché” in quest'universo debbano esistere la massa e la gravità: il livello di rappresentazione teorico elaborato deve poter dar conto di ciascuno di questi aspetti, e deve essere in accordo con tutti i successivi sviluppi che portano alla complessità del mondo come noi lo conosciamo. Proprio queste esigenze hanno fatto sì che dal modello relativamente semplice, anche sotto il profilo intuitivo, dell'atomo di fine '800, si sia arrivati ai nostri giorni alla complessità molto più spinta, e per niente intuitiva, della teoria delle corde (string theory), la quale, pur rappresentando la più soddisfacente spiegazione teorica dell'integrazione delle quattro forze che governano l'universo fisico, non consente di ricevere conferme sperimentali.

Ma quando oggetto dell'indagine scientifica è uno degli aspetti della complessità della vita come noi la conosciamo sul nostro pianeta, la fase descrittiva è tuttora in corso. Si tratta, beninteso, di una descrizione che per molti aspetti è approfondita, e che dà conto non solo del modo in cui i fenomeni si svolgono, ma anche di molti dei rapporti di causa ed effetto che li legano. Per esempio, la descrizione della funzione clorofilliana nelle piante offre un quadro completo di ogni singola reazione chimica mediante la quale l'energia solare (fotoni) viene “immagazzinata” all'interno delle sostanze prodotte. Oppure, la decifrazione del codice genetico ci permette di conoscere il modo in cui i singoli geni determinano la costituzione ed il funzionamento di parti del corpo. Tuttavia il “perché” le cose debbano funzionare così, e non in modo diverso, in gran parte ci sfugge.

Possiamo immaginare la storia della vita sulla Terra come un film, una pellicola composta di tanti singoli fotogrammi, al cui inizio abbiamo un pianeta privo di vita, ed al termine si trova la vita dei nostri giorni, umanità inclusa. Molti dei fotogrammi del film sono completamente oscuri, mentre in alcune parti i fotogrammi interpretabili sono più frequenti ed in altre sono più rari. Quanto più ci avviciniamo alla fine del film, tanto più le serie di fotogrammi nitidi diventano complete. Abbiamo l'impressione che il film racconti una storia, che abbia, per così dire, una “trama”, ma l'interpretazione di questa trama è ancora insoddisfacente. Naturalmente il contenuto dei singoli fotogrammi non è stato stabilito dalla scienza in modo arbitrario, ma è stato determinato sulla base delle connessioni interdisciplinari e delle osservazioni disponibili nel mondo attuale. Un fotogramma che venga fatto risalire a tre miliardi di anni fa non corrisponde certo ad una fotografia della Terra scattata in quell'epoca, ma è una ricostruzione coerente e convincente di un quadro di fenomeni ricavato sulla base delle evidenze attuali.

Per essere coerente, il quadro deve essere conseguente ed in armonia tanto con tutti i fotogrammi precedenti quanto con quelli successivi: ognuno dei fotogrammi precedenti deve avere in sé le premesse che consentano il potenziale sviluppo di una condizione che porterà ad uno dei fotogrammi seguenti, e ciascuno dei fotogrammi seguenti deve essere “spiegabile” sulla base di quanto contenuto nei fotogrammi precedenti. Il lavoro compiuto fino ad oggi dagli scienziati che investigano il passato per “ricostruire” questo film è eccellente. L'indagine è arrivata ad uno stato di accuratezza in certi casi straordinario, reso possibile non solo dal fatto che molte tracce-indizi del passato sono giunte sino a noi sotto forma di reperti fossili databili con buona approssimazione, ma anche dalla compresenza, nel mondo attuale, di un certo numero di forme viventi (dai batteri alle alghe, dai protozoi alle spugne) che rappresentano, nei fotogrammi del passato, il livello di organizzazione più complesso raggiunto dalla vita di quell'epoca.

È evidente come ogni fotogramma del passato mostri un livello di complessità maggiore rispetto al fotogramma precedente. Tuttavia, quanto più procediamo a ritroso nel tempo, tanto più i fotogrammi diventano rari o “sfocati”. C'è soprattutto un periodo in cui l'assenza di fotogrammi ci lascia insoddisfatti, ed è quello relativo al passaggio dalla fase delle sostanze “non viventi” a quella degli organismi viventi primitivi. Proprio la mancanza di tracce affidabili, e la presenza di un quadro ambientale molto diverso da quello attualmente esistente sul nostro pianeta, fanno sì che al presente i diversi gradi del passaggio dalle sostanze organiche più semplici (compresi gli amminoacidi) a quelle più complesse – già dotate di un elevato grado di organizzazione all'interno di un involucro di protezione rispetto all'ambiente esterno, e della capacità di autoreplicarsi – siano oggetto di ipotesi ancora da verificare tanto sul piano sperimentale quanto su quello delle testimonianze fossili. Si tratta comunque di ipotesi con un sufficiente livello di plausibilità.

Quello che già ci colpisce, nella valutazione di queste fasi iniziali del nostro film, è il fatto che ogni grado della trasformazione diventa elemento indispensabile per i livelli successivi: una serie di trasformazioni chimiche che si producono all'interno di un ambiente, proprio a causa delle condizioni ambientali presenti (in termini di sostanze e di cicli energetici) trasforma l'ambiente stesso, rendendolo idoneo ad una serie di nuove trasformazioni, che non avrebbero potuto aver luogo nell'ambiente primitivo. Questo fatto è della massima importanza: significa che le sostanze sono in grado di immagazzinare “informazione”. Infatti, in base a questo requisito, i risultati di determinate reazioni chimiche prodotte da eventi energetici temporanei non si annullano col venir meno della cause che li hanno provocati, ma diventano stabili perché modificano l'ambiente iniziale in modo permanente.

Ovviamente, tutto l'universo fisico deve essere predisposto, fin dalle origini, affinché questi fenomeni di trasformazione sempre più complessa possano aver luogo nel momento in cui si presentano le condizioni ambientali adatte. Ma una delle prime regole che si imparano nella scienza dell'informatica è che “l'informazione è qualcosa di distinto dal supporto fisico che la contiene, che la memorizza o che la trasmette”, tenendo ben presente che non esiste informazione senza supporto fisico. Un'altra constatazione importante è che la trasmissione dell'informazione richiede sempre energia. L'informazione deve essere considerata dunque un'entità extra-fisica, non interpretabile in termini di massa–energia, ma nello stesso tempo sottoposta alle leggi della fisica in quanto contenuta da un supporto fisico. È inoltre importante l'osservazione che il tempo è un fattore essenziale per la trasmissione dell'informazione.

Questo è il motivo per cui l'universo cambia e si trasforma, il vero motivo per cui il film della storia della vita sulla Terra ci mostra fotogrammi diversi via via che il tempo passa: la quantità di informazione “incorporata” nelle sostanze e negli organismi viventi sul nostro pianeta è in continuo aumento. Ma c'è un altro fenomeno, presente sin dalle fasi iniziali dell'espansione dell'universo, che colpisce l'osservatore e che crea non pochi problemi agli scienziati che si occupano delle origini dell'universo: potremmo definirlo “individuazione”. Gli esseri viventi si presentano come individui, ciascuno distinto dagli altri, sia che si tratti di organismi unicellulari che di organismi pluricellulari.

Ma anche i corpi celesti, stelle e pianeti, si presentano come “individui”, separati gli uni dagli altri da distanze enormi, e le loro caratteristiche, comprese le distanze relative, diventano condizione necessaria affinché possano esistere, su alcuni di essi, le condizioni ambientali necessarie per lo sviluppo della vita. Eppure nella fase iniziale tutto l'universo avrebbe dovuto trovarsi in una condizione energetica indifferenziata, per cui si è resa necessaria qualche forma di discontinuità che sia stata in grado di costituire una sorta di informazione iniziale. Come abbiamo osservato all'inizio, la scienza procede a ritroso, partendo dal mondo quale si presenta alla nostra osservazione sia sensoriale che strumentale, e cercando di descrivere e di comprendere il processo attraverso il quale questo mondo è pervenuto al suo stato attuale, partendo da uno stato iniziale completamente diverso. Le potenzialità di sviluppo dell'universo sono enormi, e dunque le forme e le caratteristiche degli organismi viventi potrebbero essere molto diverse da quelle oggi esistenti sulla Terra.

Già il fatto che sul nostro mondo convivano creature così dissimili come il ragno, la quercia, il fungo, la medusa e la giraffa, e che tutti questi organismi abbiano comuni antenati (che condividono anche con gli esseri umani) la dice lunga sulle potenzialità delle sostanze organiche ed inorganiche come elementi in grado di immagazzinare informazione. La certezza poi che in passato si sono estinte tantissime specie (sembra che quelle attualmente viventi rappresentino meno dell'1% di quelle estinte) ci presenta un panorama quanto mai multiforme, e ci induce ad ipotizzare l'esistenza di mondi nei quali gli organismi viventi possono aver assunto tutte quelle forme sulle quali si esercita la fantasia degli appassionati di fantascienza. Va tenuto presente che la trasmissione dell'informazione da un individuo ai suoi discendenti è affidata ad un sistema che funziona, in linea di massima, con estrema precisione, per cui dallo sviluppo dell'ovulo fecondato di un cavallo a 4 zampe viene fuori un altro cavallo a 4 zampe (salvo errori): l'antenato comune del ragno e del cavallo è esistito tanto tanto tempo fa, e non era né un ragno né un cavallo. Una volta che un'informazione è stata acquisita nel patrimonio genetico di un individuo, essa si trasmette ai suoi discendenti.

Col trascorrere del tempo, e con l'aumento della complessità degli esseri viventi – soprattutto dopo la comparsa degli organismi pluricellulari a cellule differenziate – all'informazione contenuta all'interno di una singola cellula (uovo fecondato) è affidato il compito di esplicare tutti i suoi effetti fino alla formazione di un individuo completo, sempre che si verifichino le condizioni ambientali necessarie. Il programma di sviluppo dell'organismo contiene anche tutti gli elementi che consentono il funzionamento dell'organismo stesso per un certo periodo di tempo, quello che noi indichiamo come durata della vita. Per garantire questo funzionamento è stato messo a punto un sistema nervoso, più o meno complesso a seconda degli organismi, in grado di ricevere stimoli dall'ambiente esterno (o dall'interno dell'organismo stesso), di elaborarli, e di generare dei segnali di risposta che, applicati ai sistemi operativi dell'organismo, generano determinati “comportamenti”.

Questo sistema è un vero e proprio computer, un elaboratore informatico, e sebbene funzioni in modo diverso dai personal computer che noi utilizziamo ogni giorno, può essere concettualmente ideato e realizzato in modo analogo (di fatto si stanno cominciando a realizzare e ad utilizzare computer che funzionano sul principio delle reti neurali, simili a dei sistemi nervosi molto semplificati). Osserviamo di nuovo che l'informazione e l'elaborazione dell'informazione rappresentano gli elementi fondamentali per lo sviluppo della vita. In particolare l'elaboratore costituito dal sistema nervoso, anche negli organismi più semplici, è già in grado di svolgere un programma di apprendimento progressivo, in relazione alle condizioni ambientali in cui l'organismo di sviluppa. In una fase organizzativa più complessa, allorquando la cura della prole è affidata per un certo periodo ad uno o ad entrambi i genitori, il progresso di apprendimento comporta la trasmissione di veri e propri “programmi” dal genitore al figlio.

Ho toccato qui rapidamente ed in modo superficiale diversi temi, ognuno dei quali richiederebbe una trattazione molto più esauriente ed approfondita. Ma il mio scopo era solo quello di mettere in evidenza l'importanza dell'informazione, della sua codifica e della sua elaborazione per tutto il processo della vita, e di richiamare l'attenzione sul fatto che ciascun essere vivente, ciascun organismo, porta in sé tutta l'informazione necessaria per arrivare al suo sviluppo: sotto questo aspetto possiamo affermare a buon diritto che ognuno di noi ha più di tre miliardi e mezzo di anni di evoluzione sulle spalle, che ne sia consapevole o meno. A questo punto sorgono logicamente due domande. La prima è: da cosa ha origine l'informazione necessaria perché si produca un processo così complesso come la vita? E la seconda: perché ci poniamo la prima domanda? Queste domande mi sembrano del tutto legittime nell'ambito della conoscenza, e penso che in futuro la scienza potrà dare loro risposte soddisfacenti. Se infatti la scienza desse l'impressione di rimuovere certe domande, dichiarandole non di sua pertinenza, dimostrerebbe di essere non veicolo di conoscenza, ma soltanto metodo di indagine settoriale. Sarebbe tuttavia ingenuo aspettarsi dalla scienza una risposta immediata a tutte le domande: molte risposte arriveranno in un futuro remoto, ben al di là della nostra avventura terrena.

Per tornare alla mia prima domanda, stabilito che l'informazione è qualcosa di diverso dal supporto fisico che la contiene o che la trasmette, possiamo verificare che questo vale senz'altro anche per gli esseri viventi, nei quali constatiamo un continuo ricambio delle sostanze che li costituiscono, pur nella persistenza dell'informazione relativa all'organizzazione delle sostanze stesse. Nel tentativo di rispondere alla domanda, possiamo ipotizzare che tutta l'informazione fosse già contenuta, a livello potenziale, nell'energia che costituiva la fase iniziale dell'universo, oppure che essa venga via via “incorporata” nella struttura fisica presente in una certa epoca, una volta che si creino le condizioni adatte affinché l'informazione possa essere codificata e conservata. Senza voler qui affrontare l problema di quale nome, di quale etichetta voler dare alla sorgente dell'informazione, dobbiamo riconoscere, io credo, che nell'informazione stessa risiede la qualità creativa dell'universo.

Da qui nasce l'esigenza, sentita da molti scienziati, di elaborare teorie che considerano l'universo come un unico immenso computer o come un ologramma, ed in ogni caso come qualcosa in cui ogni fase, spazio e tempo inclusi, è collegata a tutte le altre fasi. La seconda domanda deriva dal fatto che ad un certo punto, nell'evoluzione del processo della vita, fa la sua comparsa la coscienza (e l'autocoscienza) di certi organismi viventi. Chi si pone la domanda? Me la pongo io. Oppure se la pone qualcuno di voi, lettori e lettrici di questo articolo. O se la pongono alcuni tra i miliardi di esseri viventi coscienti. Ma cosa sono io? Ovviamente sono un organismo, un “animale”, uno dei tanti esseri attualmente viventi come risultato di quei famosi tre miliardi e mezzo di vita sulla Terra. E certamente sono anche, col mio cervello e sistema nervoso, un “computer” che elabora le informazioni e gli stimoli provenienti dall'ambiente (tanto esterno quanto interno al mio corpo) e produce segnali e comportamenti di risposta.

Tuttavia “so” che funzionamenti di questo tipo possono avvenire senza bisogno di alcuna forma di consapevolezza, così come “so” che di fatto, proprio nel mio organismo, una notevole quantità di queste funzioni avviene senza che io ne sia minimamente consapevole (tanto che questo fatto di saperne così poco sul funzionamento del mio corpo mi dà la sensazione di essere un “estraneo” intrappolato all'interno di qualcosa di sconosciuto). Mi rendo inoltre conto che molti dei programmi che determinano il mio funzionamento ed il mio modo di elaborare le informazioni hanno origine dall'ambiente socioculturale dal quale sono stato allevato e col quale interagisco: si tratta di programmi che cambiano nel tempo in relazione a tutte le esperienze e le conoscenze accumulate e trasmesse da generazioni di esseri viventi simili a me. Ancora una volta si tratta di informazione codificata e trasmessa (linguaggio, scrittura, simboli e comportamenti): ma in questo caso il sistema di trasmissione dell'informazione può essere indagato con maggior precisione.

Il nostro sistema di elaborazione dell'informazione, diciamo pure il cervello, si è arricchito di alcune componenti che possiamo definire “creative”, in quanto non si limitano ad elaborare risposte funzionali a determinati stimoli sulla base del “codice” della specie, iterando sempre gli stessi comportamenti generazione dopo generazione, ma producono nuovi programmi che possono essere attuati in relazione all'ambiente mediante gli strumenti del corpo, e trasmessi ai cervelli degli altri esseri umani attraverso codifiche convenzionali. Quest'articolo è un semplice e banale esempio di questa possibilità: io, mediante il cervello, elaboro una serie di informazioni che codifico attraverso un linguaggio scritto il quale, tramite un veicolo di trasmissione, perviene ad un certo numero di altri “io” (lettori e lettrici) che leggendolo, cioè decodificandolo secondo programmi ricevuti ed assimilati, lo inseriscono come segnale (input) nei loro elaboratori, affinché interagisca con altri programmi ed altre informazioni già presenti.

A me sembra che la presenza della coscienza metta me, organismo tra gli altri organismi ed “animale” tra gli altri animali, nella nuova, singolare posizione di essere destinatario ed interprete dell'informazione, e di poter prendere decisioni in merito all'ulteriore elaborazione delle informazioni stesse. Questo segna un enorme salto di qualità (quasi certamente avvenuto per gradi) rispetto agli altri animali, il funzionamento dei quali, almeno fino ad un certo livello evolutivo, può essere considerato come automatico o, come si direbbe con un termine attuale, robotico (anche se questo termine viene più spesso utilizzato in relazione a macchine costruite dagli uomini). E se da un certo livello di complessità evolutiva il comportamento degli animali può far ipotizzare l'esistenza di una funzione cosciente o autocosciente (molti amici degli animali ci metterebbero la mano sul fuoco) tale funzione appare finalizzata alla gestione dell'interazione dell'animale col suo contesto ambientale, e non alla ricezione, al riconoscimento ed all'elaborazione creativa dell'informazione in quanto tale. Questo è il motivo per cui l'animale non produce cultura.

Dunque in me, essere umano, esiste qualcosa che nell'animale non esiste. La mia capacità di ricevere, interpretare, elaborare creativamente e trasmettere informazione si esplica attraverso un duplice processo: da una parte, attraverso l'interazione socioculturale con i miei simili (anche mediante strumenti di trasmissione codificata, come i libri o internet) ricevo informazioni e posso trasmetterne a mia volta; dall'altra dispongo di uno strumento che mi permette, mediante l'elaborazione creativa delle informazioni ricevute – e la presenza di un'importante componente intuitiva – di ottenere, all'interno di me stesso, nuove informazioni di livello più evoluto. Questo è ciò che fa lo scienziato quando, da solo o in collaborazione con altri, “scopre” un nuovo elemento di conoscenza, un tassello che prima della scoperta non era presente nella cultura umana, mentre da quel momento in poi non solo è presente, ma ne influenza l'ulteriore sviluppo.

È evidente che, soprattutto nella nostra epoca, l'evoluzione della conoscenza può procedere solo attraverso lo scambio di informazioni tra gli esseri umani. Un singolo individuo, per quanto intelligente e dotato, potrebbe fare poca strada se lasciato in un'isola deserta e privo di mezzi di comunicazione. Il suo cervello ed il suo intuito gli consentirebbero senz'altro un certo progresso individuale nell'elaborazione delle informazioni già in suo possesso, ma l'impossibilità di essere informato sui nuovi dati acquisiti da altri ricercatori e la mancanza di strumenti di ricerca tecnologicamente avanzati gli impedirebbero di tenere il passo con l'evoluzione della conoscenza scientifica. Potrebbe tuttavia dedicarsi con successo ad altre attività mentali, come lo sviluppo di qualche teoria filosofica o di una branca della matematica.

Il contributo individuale all'elaborazione dell'informazione è sempre indispensabile, ed è sempre il “genio” di pochi che fa compiere alla conoscenza decisivi passi avanti, ma il continuo incremento della complessità e della quantità di informazioni da gestire fa sì che il progresso della scienza sia sempre più affidato ad un'interconnessione, ad un network di cervelli (e ai nostri giorni anche di computer) oltre che ai singoli individui. A questo punto la nostra seconda domanda prende una nuova forma: questa facoltà umana che determina la coscienza e la capacità di elaborare l'informazione in modo creativo risiede esclusivamente nel cervello o richiede anche la presenza di qualcosa di distinto da esso? Io mi aspetto che sia la scienza a dare una risposta soddisfacente ed esauriente. Il fatto che il cervello sia determinante ed indispensabile per l'elaborazione delle informazioni e per l'attivazione dei programmi mentali è indiscutibile ma, lo ripetiamo, l'informazione è qualcosa di diverso dal supporto fisico che la contiene o che la trasmette, ed anche un programma di elaborazione dell'informazione è qualcosa di distinto dal supporto mediante il quale opera.

Si ha come la sensazione di aver a che fare con due aspetti, l'uno fisico e l'altro non fisico, intimamente connessi, nessuno dei quali può funzionare senza l'altro. Ed infatti non è certo l'esistenza del nostro cervello, in sé e per sé, a darci la conoscenza. Se così fosse, gli esseri umani avrebbero una conoscenza straordinaria già da migliaia di anni. Quello che conta sono le informazioni, i dati, le nuove elaborazioni, le intuizioni ed anche le scelte. E a tutt'oggi, data la complessità del cervello e la difficoltà di studiarne il funzionamento, non abbiamo ancora elementi sufficienti per offrire risposte esaurienti alle nostre domande.

Dopo aver affrontato il tema della conoscenza scientifica, passo ora alla seconda parte, quella relativa al senso della vita.

Come ho già detto, oggetto della conoscenza scientifica è un singolo fenomeno, in tutti i suoi aspetti. E nell'ambito di questo fenomeno, nel suo manifestarsi nello spazio e nel tempo, possiamo riconoscere e descrivere i diversi dettagli, tra cui la storia della vita dei singoli organismi individuali che ne fanno o ne hanno fatto parte. Non conosciamo tutte le singole storie, questo è evidente, però sappiamo che ognuna di queste storie ha avuto luogo. E se nel caso degli esseri viventi meno evoluti l'assenza di una funzione cosciente ed autocosciente è tale per cui non ci sono problemi nel valutare ogni singola esistenza individuale come tassello o ingranaggio necessario al prodursi del quadro complessivo del fenomeno, una volta che la coscienza fa la sua comparsa nella vita degli animali “superiori” le cose cambiano. Quando poi si arriva agli esseri umani intervengono elementi di valutazione e di giudizio che non possono essere eliminati o ridotti al silenzio. Anche di questo la scienza deve farsi carico.

Se esaminiamo l'evoluzione del fenomeno globale nella sua fase di sviluppo più recente, cioè dal punto di vista di un indifferenziato “genere umano”, vediamo il manifestarsi, attraverso fasi alterne, di nuove potenzialità, di scenari imprevisti fino a qualche secolo fa, il cui sviluppo futuro non ci è dato di decifrare con sufficiente chiarezza. Non sappiamo dire se l'equilibrio del pianeta sarà drammaticamente alterato o meno, se la gestione delle risorse potrà continuare ad assicurare ritmi di sviluppo accettabili, e quale sia il limite superiore della popolazione umana del pianeta. D'altra parte il processo dell'evoluzione della vita ha superato in passato catastrofi di tale portata (come quella che ha portato all'estinzione di gran parte delle forme viventi circa 65 milioni di anni fa), che possiamo essere praticamente certi che riuscirà a superare anche quelle future. Questo per quanto riguarda l'umanità nel suo complesso. Ma se consideriamo i singoli esseri umani, e la storia di ogni singola creatura umana, quale quadro ci si presenta?

La presenza della coscienza fa sì che ciascuno di noi diventi centro di esperienza di una vita, e che quest'esperienza sia diversa, in misura più o meno grande, da un essere umano all'altro. Proprio l'intensità ed il coinvolgimento con cui quest'esperienza viene vissuta, che non dipendono da una nostra intenzione cosciente ma fanno parte dei requisiti stessi dello strumento mediante il quale viviamo, fanno sì che per ciascuno di noi la propria vita sia l'unica vera realtà dotata di significato. Se noi guardiamo le cose dal punto di vista del processo evolutivo nel suo complesso e nel suo sviluppo storico, umanità compresa, non possiamo che considerarci “pedine”, elementi utili all'evoluzione del fenomeno, senza alcun altro scopo se non quello di “servire”, di dare il nostro contributo obbligato al successivo prodursi di nuovi sviluppi dello stesso fenomeno. Figli e figlie della tensione coercitiva che governa la riproduzione fin dalle prime fasi dell'evoluzione animale, tutti i nostri requisiti più specificamente “umani” – fatti di pensieri, di sentimenti, di emozioni, e di ogni altra cosa che determina la vita interiore di ciascuno di noi – non sarebbero altro, in questa visione “scientifica” a mio avviso parziale, che prodotti di autoregolazione di un sistema messo a punto dall'evoluzione stessa.

Nello stesso tempo possiamo osservare, proprio attraverso gli effetti del funzionamento delle nostre attività mentali evolute, che tra le nostre esigenze più forti c'è quella di indagare il significato della nostra esperienza e della nostra vita, sia sotto l'aspetto individuale, che ci riguarda più da vicino, sia sotto l'aspetto sociale e collettivo, attraverso la necessità di regolamentare e di dare una direzione allo sviluppo delle nostre società. Questa ricerca del significato mi sembra in contraddizione con la valutazione dell'evoluzione come fenomeno privo di intento e di scopo, quale sembra emergere da alcune considerazioni culturali a carattere più speculativo che scientifico. Io credo invece che proprio l'emergere della coscienza, anche in quanto veicolo del desiderio di conoscenza, porti con sé l'esigenza di un processo di feedback mediante il quale il fenomeno stesso si autorappresenta tramite uno dei suoi prodotti (il genere umano) alla ricerca di una comprensione cosciente dei propri futuri sviluppi.

Sotto questo aspetto osserviamo che si presentano alla nostra coscienza elementi significativi di informazione (sotto forma per esempio di altruismo, o di desiderio di giustizia, o di miglioramento della condizione umana) che devono pur aver origine da qualche cosa, dato che l'informazione viene sempre trasmessa da una sorgente ad un destinatario. L'esperienza stessa della vita, i segnali che riceviamo dall'ambiente e che elaboriamo mediante il nostro strumento mentale (attraverso il supporto fisico del nostro cervello), ci indicano la mancanza di un equilibrio soddisfacente nel modo in cui ogni essere umano sperimenta la vita. Alcune esperienze sono interessanti e gratificanti, altre sono dure, prive di prospettive e piene di sofferenza. E nel modo in cui i singoli esseri umani si confrontano con questa situazione si verifica una sostanziale antitesi: alcuni sono pronti a trarre vantaggio dalla loro condizione, anche sfruttando le miserie altrui per proprio tornaconto, mentre altri sono disposti a sacrificare il loro stesso benessere nel tentativo di migliorare le condizioni di vita del prossimo.

Inoltre si può osservare che proprio la funzione mentale non esplica gli stessi effetti negli esseri umani: in alcuni le funzioni mentali sono molto semplici, limitate fin quasi ad un livello animale (senza che questo termine debba avere connotazioni negative: l'animale può essere mite, docile e, a modo suo, intelligente), mentre in altri la mente elabora continuamente nuovi elementi di informazione, materiale sempre più complesso che interagisce con la cultura sociale contribuendo a determinarne l'evoluzione successiva. Il senso di giustizia di cui sembriamo essere dotati ci impedisce di poter considerare con soddisfazione la vita umana come un'esperienza fine a se stessa. L'oppressore e la vittima, per esempio, potranno essere considerati sullo stesso piano nel cosiddetto “regno della natura”, nel quale ogni organismo agisce esclusivamente secondo il programma che lo dirige, ma non possono più esserlo nella dimensione della coscienza.

Anche in questo caso può essere presa in considerazione la componente informatica che predispone “geneticamente” ad un certo comportamento, ma va tenuta presente anche la componente culturale ed ambientale e l'effetto non indifferente che essa esercita (nel bene e nel male, per così dire) nel “plasmare” i comportamenti e stesse modalità di funzionamento della mente. Ma anche altre cose “naturali”, come le malattie e le sofferenze che esse comportano, o gli “errori” genetici (che pur rappresentano uno dei motori dell'evoluzione stessa), appaiono come indesiderabili, e dunque da evitare, per la coscienza umana. L'attuale condizione umana sembra dunque sospesa tra due situazioni, quella ben nota del passato, dominata da funzionamenti prevalentemente inconsci, e quella del futuro, nella quale coscienza ed autocoscienza dovrebbero avere un ruolo più importante. Una delle cose che anche la scienza dovrà tener presente è l'importante feedback rappresentato dalla valutazione del senso della vita da parte degli esseri umani.

Non c'è dubbio infatti che considerare la vita come un evento concluso in se stesso, senza altri valori e senza altre prospettive se non quelli di barcamenarsi tra i problemi della sopravvivenza, le esigenze collettive e i guai del proprio stato di salute (per non parlare di disgrazie come le guerre e le carestie che negli anni recenti non hanno coinvolto le nostre vite, ma che tuttora non risparmiano tanti esseri umani in diverse parti del mondo) non può avere come ritorno una visione del mondo più evoluta e positiva, improntata sulla fiducia e sull'amore per il prossimo e sull'impegno per un mondo migliore. In altre parole, se la nostra vita dovesse ridursi semplicemente al “servire” un fenomeno di cui non comprendiamo né l'intento né lo scopo, nel quale siamo stati coinvolti esclusivamente dall'impulso alla riproduzione che ha afferrato i nostri genitori (o anche uno solo di essi), e a servizio del quale siamo costretti a restare da un altro impulso che ci obbliga a sopravvivere, soddisfatti o meno che siamo del nostro stato, la nostra condizione sarebbe – molto semplicemente – quella di schiavi, e questo solo fatto ci darebbe il diritto, in virtù della nostra posizione di esseri coscienti, di manifestare la nostra insofferenza per tale stato.

Di questo tutti coloro che si occupano di conoscenza scientifica dovrebbero tener conto, prima di affermare – a mio avviso senza che vi siano le condizioni per poterlo fare – che la scienza nega la possibilità che la consapevolezza possa sopravvivere alla morte del corpo. Al massimo si potrà dire che la scienza, allo stato attuale, non è in grado di offrire alcun elemento a sostegno di quest'ipotesi. È ben comprensibile, invece, come l'ipotesi di una sopravvivenza della coscienza possa offrire conforto a molti esseri umani, non tanto come conferma del perdurare di una condizione simile a quella terrena – che in diversi casi è ben poco soddisfacente, fino a trasformarsi addirittura in un tormento che, quanto prima finisce, tanto meglio è per chi ne deve fare esperienza – quanto in relazione al significato che quell'esperienza può avere per tradurre in valore qualcosa che, in questa realtà, è percepito come un non valore.

Come osservavo, chi vive l'esperienza umana ha tutto il diritto di elaborare e di manifestare l'esigenza di dare un significato al proprio stato, considerati i limiti e le miserie di tale condizione. Non farlo sarebbe come mettere una firma di convalida al proprio stato di asservimento. A ben considerare, questo può essere considerato il vero segno della presenza dello spirito nella vita umana, al di là del fatto che un individuo mostri di credere o meno nella sopravvivenza della coscienza. Ogni volta in cui si manifesta una tensione nei confronti della vita, che porta a desiderare ed a cercare di ottenere qualcosa di più “umano” in termini di conoscenza, di libertà, di amore, di solidarietà, lì è presente lo spirito.

Ma, per tornare alle considerazioni sull'elaborazione e sulla trasmissione dell'informazione, noi esseri umani, attraverso la nostra coscienza, abbiamo la possibilità di decodificare un messaggio del quale siamo destinatari. Che questo avvenga mediante l'attività del nostro cervello non deve meravigliarci, né deve essere considerato in conflitto con l'ipotesi dello spirito. Il cervello, infatti, è lo strumento indispensabile affinché questo tipo di informazione, insieme a molte altre, possa pervenire in questa dimensione. Certo, come abbiamo detto, i messaggi di cui possiamo essere destinatari e portatori sono i più diversi, dipendendo, oltre che dal funzionamento del cervello, anche dalle storie delle nostre vite, e dunque da tutti i segnali, le informazioni ed i condizionamenti che abbiamo ricevuto e che sono stati elaborati dal nostro cervello dall'inizio della nostra vita in poi. Vi possono essere messaggi di odio, di rabbia, di violenza, di insensatezza e di follia. Ma proprio in relazione a questo stato di cose l'ipotesi dello spirito presenta il vantaggio di separare la coscienza dell'essere umano dall'assurdità dell'esperienza in cui si può venire a trovare per cause che non conosce e che non controlla.

Nell'occuparmi di esperienze come le NDE il mio scopo non è quello di dimostrare la certezza dell'esistenza della vita dopo la morte – cosa che comunque non escludo – ma piuttosto di evidenziare un messaggio, un insieme di informazioni, relative ad una condizione che per molti aspetti appare diversa, quasi antitetica rispetto a quella umana. Per esempio, in queste esperienze compare spesso un essere luminoso che irradia amore, un amore di una potenza che va oltre qualsiasi esperienza umana, un amore incondizionato che infonde sicurezza, immensa felicità e senso di appartenenza, un amore che fa sentire finalmente a casa. Un altro aspetto che si verifica di frequente è la revisione della propria vita in compagnia di questo essere di luce. Non vi è mai la sensazione di essere da lui giudicati, e meno che mai condannati. Vi prevale invece un senso di comprensione e di conforto, non disgiunto in qualche caso da un benevolo umorismo. Semmai è il soggetto stesso che, nel percepire quanto vi è stato di disarmonico nella propria vita, soprattutto in relazione alle sofferenze causate agli altri dai nostri atti, sente con rammarico l'inadeguatezza della propria capacità di controllare in modo positivo una condizione così difficile quale è quella dell'incarnazione.

Nella loro maggioranza, le esperienze narrate da chi è passato attraverso una NDE non vengono percepite come fantasie o avventure oniriche, ma hanno lo spessore e l'impatto di un vissuto reale, che non di rado presenta una qualità della realtà percepita come superiore a quella del nostro normale stato di veglia. Anche la registrazione nella memoria di tali eventi risulta profonda e duratura, pari o superiore a quella degli episodi della nostra vita che hanno determinato il maggior coinvolgimento emotivo e di significato. Pertanto, sempre alla luce dell'importanza dell'elaborazione e della trasmissione dell'informazione, possiamo affermare che tramite le NDE ci perviene un messaggio informativo da non sottovalutare. A mio avviso la questione se tale messaggio sia in tutti i casi di NDE un'elaborazione dovuta all'attività del cervello, come sostengono alcuni ricercatori, oppure venga trasmesso in qualche caso anche in assenza di attività cerebrale, come sostengono altri, pur essendo molto importante, non è essenziale.

Per inciso, coloro che sostengono la tesi che in ogni caso le NDE devono essere prodotte dall'attività del cervello, appartengono a due categorie: o si richiamano al fatto che, senza eccezioni, qualsiasi forma di consapevolezza e qualsiasi elemento di informazione ricevuto dagli esseri umani deve passare attraverso l'attività cerebrale – il che si risolve in una negazione a priori di altre alternative – oppure cercano di provare che le NDE non si verificano in condizioni di EEG piatto (pur se così potrebbe sembrare) ma prima o dopo tali stati, e che l'attività cerebrale anche in condizioni di ridotta efficienza può consentire il prodursi di tutte le esperienze delle NDE e la loro memorizzazione. I primi sostengono (logicamente, in base ai loro presupposti) che l'onere della dimostrazione del fatto che le NDE potrebbero non dipendere dall'attività cerebrale sia tutto a carico di chi sostiene tale tesi, mentre i secondi ritengono di aver dimostrato che le NDE sono prodotte dal cervello.

Per conto mio, ritengo che allo stato attuale le conoscenze scientifiche sul modo in cui il cervello elabora l'informazione – e soprattutto un tipo di informazione come quella presente in diverse NDE – siano insufficienti per poter trattare l'argomento con adeguata sicurezza, nonostante i recenti sviluppi delle neuroscienze: preferisco pertanto sospendere il giudizio. Credo inoltre che, quand'anche fosse dimostrato che le NDE siano in ogni caso un prodotto dell'attività cerebrale, questa specie di “canto del cigno” del cervello costituirebbe comunque un'esperienza della massima importanza, dato che può comportare fenomeni come l'uscita dal tempo e dallo spazio, la ricezione di informazioni appaganti e confortanti sul significato della vita, il coinvolgimento emotivamente intenso ed estatico in un'onda d'amore infinito ed onnicomprensivo, che possono essere considerati come significativi in relazione ad un possibile stato di transizione della consapevolezza. È inoltre mia convinzione che le NDE più significative abbiano una qualità del tutto diversa da quella delle esperienze ottenibili mediante l'uso di sostanze psicoattive.

Penso che vada sempre tenuta presente l'impostazione logica della teoria dell'informazione, in base alla quale l'informazione stessa, comunque elaborata, ha sempre un destinatario che deve essere in grado di decodificarla. Tutti gli sforzi della scienza sono orientati in questa direzione. Se così non fosse tutto l'universo sarebbe “assurdo” e qualsiasi nostro sforzo verso la sua conoscenza sarebbe vano (tesi che alcuni filosofi hanno sostenuto). Se noi non avessimo la facoltà di decodificare l'informazione presente nell'universo, la nostra condizione umana sarebbe quella di vittime, prive di difesa, di un'illusione, di un imbroglio colossale senza vie di uscita (una posizione simile a quella della maya della filosofia indiana): una condizione che porterebbe alla disperazione assoluta. Ma proprio l'esistenza della possibilità di decodificare l'informazione ha come premessa inevitabile il fatto che essa sia stata codificata e trasmessa, anche tramite l'elaborazione compiuta dal cervello, generazione dopo generazione. In relazione all'informazione, dobbiamo sempre ipotizzare, per coerenza logica, una sorgente, un sistema di trasmissione e di elaborazione, ed un destinatario: in caso contrario, non vi potrebbe essere “significato” nella decodifica dell'informazione stessa.

Accertato che il cervello è lo strumento di trasmissione e di elaborazione dell'informazione di cui disponiamo nella nostra dimensione fisica, non mi sembra che ci siano elementi nelle attuali conoscenze scientifiche che consentano di escludere la possibilità dell'esistenza di altri sistemi di trasmissione ed elaborazione dell'informazione in dimensioni diverse. La stessa fisica, ed in particolare la già citata teoria delle corde (o delle stringhe), non solo non esclude ma anzi afferma l'esistenza di tanti universi “paralleli” diversi da quello fisico, ma con esso coesistenti. Questo non significa che la morte debba di necessità implicare una transizione dall'uno all'altro di questi universi. Credo però che, anche sotto questo aspetto, l'evoluzione futura delle conoscenze scientifiche potrebbe riservarci qualche sorpresa. Termino questo articolo con qualche considerazione sui fenomeni cosiddetti “paranormali”. Tali fenomeni si verificano effettivamente, e per molto tempo sono stati considerati come anomalie inspiegabili alla luce delle conoscenze scientifiche, tanto che diversi scettici ne negano addirittura l'esistenza. D'altra parte, alcuni di questi fenomeni sono stati ritenuti da molti una prova dell'esistenza di un aldilà e della nostra sopravvivenza alla morte del corpo.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un'informazione che attende di essere decodificata in modo soddisfacente, senza tralasciare una più approfondita indagine degli strumenti tramite i quali tale informazione viene elaborata e trasmessa. In una recente pubblicazione (La ricerca psichica) di Massimo Biondi, noto studioso di “parapsicologia”, viene presentata la storia della ricerca psichica e delle diverse modalità con le quali sono stati classificati i fenomeni paranormali. È evidente che a tutt'oggi, in relazione ai più significativi di questi fenomeni, non abbiamo nemmeno uno straccio di conoscenza “scientifica” che ci consenta di spiegare i fenomeni in modo soddisfacente. Perché i medium producono determinati effetti fisici? Quali forze intervengono nei fenomeni di RSPK (poltergeist)? In che modo si produce la trasmissione a distanza di eventi mentali? Esiste davvero la possibilità che la mente possa esercitare un'influenza diretta sul mondo fisico? Ed in che modo tale influenza è collegata all'attività cerebrale? Per queste ed altre domande manca attualmente una risposta scientifica. Tutte le ipotesi che sono state avanzate dagli studiosi, pur avendo in alcuni casi una coerenza induttiva, mancano di affidabilità scientifica.

Abbiamo a che fare con un'informazione di qualità indecifrabile, che presenta caratteristiche tali da far dubitare a molti della sua stessa esistenza. Un certo fenomeno a volte può presentarsi ed a volte no, un sensitivo a volte ha successo ed a volte fallisce, e nei casi delle cosiddette “guarigioni miracolose” non si riesce a comprendere quale sia la vera causa che determina il fenomeno. È ben comprensibile come la natura stessa dell'informazione contenuta nel “messaggio” possa portare all'ipotesi dell'esistenza di forze dotate di una loro autonomia e finanche di una loro personalità. Non desidero andare oltre nella mia esposizione del problema, perché finirei con l'esprimere giudizi su un tema per il quale confesso di non avere un'adeguata preparazione. Concludo pertanto manifestando una mia opinione personale: penso che la scienza potrà cominciare ad occuparsi con successo di questi fenomeni quando disporrà non solo di maggiori conoscenze, ma anche di strumenti di metodo e di indagine più avanzati rispetto a quelli di cui dispone attualmente.

Fonte: http://www.neardeath.it/artic4a.htm


La conoscenza scientifica e il senso della vita ultima modifica: 2008-06-01T20:46:21+00:00 da Quantico
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