La peste del linguaggio

Pagina lasciva, vita proba (Marziale)

Quotidianamente ci si imbatte in esempi di conformismo e di sciatteria linguistica. La Rete ha aggravato l'imbarbarimento della lingua italiana: personaggi, del tutto privi non solo di cultura, ma anche di intelligenza, come Paolo Attivissimo, possono, mentre oltraggiano i ricercatori ed insultano il decoro, stuprare il nostro idioma. Quel che è peggio: questo stupro diventa modello imitato. Non più circoscritto alle pagine di un libro, è diffuso, come un virus, in numerosi siti e blogs.

Italo Calvino, a questo proposito, usò l'efficace metafora di “peste del linguaggio”. Scriveva nelle “Lezioni americane”: “Mi sembra che il linguaggio venga sempre più usato in modo approssimativo, casuale, sbadato e ne provo un fastidio intollerabile. Alle volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l'uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione nelle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”.

Calvino, pur non irreprensibile da un punto di vista stlistico, anzi (anch'egli fu affetto dalla malattia del pleonasmo), illustra lo scadimento linguistico, innestandolo nella meccanicità che priva l'elocuzione di linfa. Non è poi solo il livellamento nelle “formule più generiche, anonime, astratte”, ad inquietare, ma pure il problema dei neologismi coniati per scopi denigratori. Non affermerò che l'esposizione barbara di Attivissimo e dei suoi debosciati epigoni è il sigillo di una caduta etica, poiché è impossibile che personaggi privi del tutto di princìpi possano perdere ciò che non hanno mai avuto. Tuttavia è prova inoppugnabile del vuoto morale ed intellettuale di colui (e coloro) la sua infinita miseria espressiva, di cui segno tangibile è, ad esempio, l'abuso del termine “bufala”. Non so se sia stato Attivissimo il primo ad adoperare questo termine, con il significato di “imbroglio”, “truffa” et similia né mi cale. E' comunque indiscutibile che ormai tale vocabolo è associato ipso facto all'ex disc jockey. E' assodato che, a causa sua, tale volgare lessema si è propagato come uno streptococco per infettare anche organismi vigorosi. Così, ahinoi, lo si trova a deturpare discorsi altrimenti di discreto livello, impiegato anche da autori insospettabili.

Come giudicare poi tutte le tossine prodotte dal batterio? “Sbufalare”, “sbufalamento”, “sbufalato”… Siamo sinceri: anche se, per assurdo, Attivissimo avesse una tantum ragione, sarebbe impossibile riconoscergliela, per via del suo puzzolente e malsano linguaggio. E' una questione estetica e, se gli perdoniamo la crassa e proterva ignoranza, non siamo punto indulgenti con lui, ogni qualvolta direttamente o indirettamente, per mezzo dei suoi bolsi imitatori, profana il tempio della lingua.

Con fine derisorio è stato lui a defecare la parola “sciachimista”: in questo caso il reo è stato individuato. Ora, passi il valore intenzionalmente dispregiativo del termine (Heidi non sa quanto i suoi stessi ammiratori lo dispregino nell'intimo, adulandolo solo per secondi fini), ma è intollerabile la perpetrazione di un altro delitto contro l'idioma di Dante.

Qualcuno obietterà, ritenendo che ci si dovrebbe occupare di questioni serie e non di quisquilie glottologiche. Dissento: l'influsso nocivo di questo maitre à penser al contrario si esplica attraverso una lingua stravolta ed atroce. Le nuove generazioni sono traviate da esempi indegni e l'indegnità è, in primis, nel linguaggio, se è in parte vero, come pensava Wittgenstein, che i limiti della lingua segnano i limiti del mondo. Quindi angusto è soffocante è il mondo, proprio come questa prosa asfittica e riduttiva.

Ne abbiamo un'altra tetra testimonianza nell'aborto “gomplotti” generato da Vittorio Zucconi e poi mutuato dai soliti decerebrati. Ancora dobbiamo ribadire l'osmosi tra significante e significato: suono e senso si rafforzano a vicenda sicché significati laidi infangano pure la dimensione fonica e viceversa. Ancora dobbiamo ribadire la compenetrazione tra usi linguistici gratuitamente triviali e perdita dell'ultimo barlume etico. Penso a Wasp che, pur forse non del tutto scevro di un briciolo di humanitas, una volta reclutato dai disinformatori, ha subito una mutazione genetica e lessicale, lui un tempo l'alato e lirico pittore di pioggia, sole e nubi: è una prova di prostituzione intellettuale, assai più deprecabile del meretricio vero e proprio. Parafrasando Ugo Niccolò Foscolo, potremmo chiosare nel modo seguente: la meteorologia prostituita.

In fondo, però, il linguaggio come Nemesi si vendica, prima o poi: così è per lo zuccone Zucconi, così è per il Pennello che sa solo sbavare ingiurie contro i cittadini probi o parole di piaggeria per i suoi protettori con le stellette. Infine così è per il superlativo esibito nel cognome di Attivissimo: superlativi ed all'ennesima potenza sono in lui tutte le tare nonché i difetti ed i vizi, visibili ed invisibili.

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La peste del linguaggio ultima modifica: 2009-06-30T11:40:47+00:00 da zret
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