Siamo liberi o prigionieri del nostro cervello?

nostro cervelloUn’incursione tra alcuni filosofi e scienziati d’oggi.

“Nell’accezione più ampia possibile il Sé di un uomo è la somma totale di tutto quanto egli PUO’ definire suo, non solamente il suo corpo e le sue facoltà psichiche, ma i suoi vestiti e la sua casa, sua moglie e i figli, i suoi antenati e i suoi amici, la sua reputazione e le attività lavorative, le proprietà terriere e i cavalli, lo yacht e il conto in banca (…) Se queste cose crescono e prosperano, egli si sentirà trionfante; se perdono d’importanza e svaniscono, si sentirà abbattuto, non necessariamente con lo stesso grado d’intensità per ogni singola cosa, ma sostanzialmente allo stesso modo per tutto”
(William James)

Mi muovo spesso in modo automatico ma non me n’accorgo. Freno di colpo davanti ad un ostacolo, prima ancora di rendermene conto, “il processo d’inizio di un’azione volontaria”, come dice Libet, “ avviene in modo inconscio” (1). A parte nelle patologie, quali ad esempio la fuga epilettica (dove si cammina senza coscienza) o anche nel sonnambulismo che è una condizione particolare. Anche quando guidiamo in auto lungo lo stesso tragitto percorso tante volte possiamo farlo distraendoci, parlando con un altro, seguendo il corso dei nostri pensieri, ed arrivare alla meta senza accorgerci come. Alcuni dicono che noi siamo solo macchine, sia pure altamente sofisticate. Le macchine non hanno vita spirituale e non sono responsabili di quello che fanno. La maggior parte di noi attribuisce al cervello proprio una vita spirituale. Dovuto forse alla tradizione religiosa e filosofica e alla sua ostinazione a distinguere nell’essere due regioni di natura (ontologicamente) diversa, quella dell’anima (mente) e quella della materia (cervello).

Le neuroscienze si sforzano di colmare lo spazio vuoto fra spirito e materia riducendo la res cogitans, la sostanza pensante cartesiana, all’organizzazione morfologica e funzionale del cervello umano (la res extensa). Sarebbe un bel problema se l’attività mentale fosse rigidamente deterministica, l’etica non esisterebbe e la vita sarebbe senza significato e senza valore. La consapevolezza, il senso soggettivo, il sentimento di spiritualità, creatività, volontà e d’immaginazione, come sappiamo, rendono piena la vita. Ognuno, benché condizionato da fattori genetici, ambientali, sociali e culturali, si sente libero. Forse però anche un cane si sente libero. Forse il libero arbitrio si presenta quando la materia raggiunge un certo grado di complessità. Per il determinismo il comportamento è una catena di eventi; una cascata di reazioni che si susseguono, e alla fine uno stimolo ordina di pensare e parlare. In questo caso allora io non ho scelto di parlare, quello che sto facendo non è un atto libero.

Per l’indeterminismo una piccola moneta lanciata in aria nella mia testa decide quel che devo dire e cosa devo fare, anche in questo caso allora non sono responsabile delle mie azioni. Il comportamento deve essere imprevedibile ma non completamente casuale. L’uomo può rappresentarsi mentre è in azione e, con un certo distacco, guardarsi dall’esterno e rifletterci sopra.. Questo tipo di autocoscienza è tipica di noi umani con il linguaggio. Possiamo rappresentarci parte di una storia. Storie determinate da molteplici fattori e che grazie alle peculiarità della nostra memoria, lasciano forse la possibilità di una vera autodeterminazione.

Francis Crick, premio Nobel, disse: “Voi, con le vostre gioie e i vostri dolori, le vostre memorie e le vostre ambizioni, il vostro senso d’identità personale e il vostro libero arbitrio, voi non siete altro che (…) un mazzo di neuroni (2). L’uomo quando era senza linguaggio si trovava probabilmente in una condizione molto simile a quella di uno scimpanzé. Gli animali fanno poche cose e sempre le stesse, tanto più è vasto il repertorio del comportamento e più si attenua la loro rigidità comportamentale. Certo il mondo attorno a noi c’induce a fare certe scelte. Pensiamo alla pubblicità che preme sulle nostre emozioni. Esiste una forte componente emotiva nei prodotti che ci circondano; le marche, ad esempio hanno assunto un ruolo di rappresentazione emotiva “che spinge il consumatore verso un prodotto o lo respinge” (3). E’ difficile predire il nostro comportamento, fondare un’etica, senza tener conto di tutti questi fattori. “Nella ricerca per svelare le interazioni complesse fra comportamento, cervello, e genoma non ci possono essere alternative: i genetisti, i biologi molecolari, i neuroscienziati, gli psicologi, i linguisti e anche i chimici e i fisici, tutti dovranno lavorare insieme” (4). Aggiungerei i filosofi, gli scrittori e gli artisti.

Secondo Daniel Dennett un programma di computer trasforma meccanicamente simboli in altri simboli sulla base di regole assegnate, ma un gran numero di sottoprogrammi possono formare un enorme sistema integrato che può sviluppare capacità autenticamente mentali, compresa la coscienza (5). Ogni cellula del corpo è capace di eseguire un numero molto limitato di compiti: è priva di mente come i più elementari organismi viventi. Mettendo però insieme un numero incredibilmente alto di queste cellule si ottiene una persona reale, dotata di coscienza e con un’autentica mente (6). La libertà non è altro che un ampliamento dello “spazio di manovra” (7), e di varietà nel comportamento. Consentendo di rispondere in maniera appropriata ad un’ampia gamma di situazioni. La mente umana trasformata dal linguaggio è capace di ritagliarsi un piccolo spazio di libertà in un universo deterministico.

Gli animali hanno una mente che lavora in automatico; serve per attaccare la preda, mettere le bacche davvero in bocca o guidare verso il partner di sesso opposto. Poi si arriva nell’uomo ad un sistema flessibile e quasi infinito di scelta che possiamo chiamare libertà, nel pieno senso del termine. In una persona reale il libero arbitrio è reale, ma non è una caratteristica indipendente dalla sua esistenza, come lo è invece la forza di gravità. Non dispensa dalla legge causa effetto di tutto il resto del mondo. Essendo una creazione evoluta delle attività e delle credenze umane “ è reale almeno quanto le altre creazioni umane come la musica e la moneta; ed è decisamente più preziosa” (8). La libertà consiste nell’adottare il comportamento più conveniente di fronte alle situazioni ambientali con una capacità d’adattamento sempre più efficace.

Mi è utilissimo, anche se è illusorio, questo senso di essere libero perché mi guida alla responsabilità della mia persona e a giudicare delle responsabilità altrui. Non possiamo evitare di credere di essere agenti liberi. È un’idea che fa da sfondo e conferisce senso alle nostre azioni. Solo qualcosa che possiede una mente può essere un candidato a sviluppare un simile concetto rivoluzionario d’essere liberi. Siamo meravigliose macchine biologiche capaci di stupirsi, dolersi e rallegrarsi. La libertà come calcolo finito delle possibilità di un essere senziente. Una libertà dal volto umano, cucita su misura dall’evoluzione addosso agli uomini e capace di fondarne la vita in società.La libertà umana è più giovane della nostra specie ed evolve come ogni altra caratteristica della biosfera. Solo chi vive in società con altri simili, può avviare quel processo di negoziazione che trasforma tanti cervelli in tante menti, tanti agenti razionali in altrettanti agenti liberi.

E’ solo un caso che siamo una specie a non essere più soggetta ai vincoli naturali e a decidere da soli. “Siamo cresciuti molto a livello demografico, in tecnologia e in intelligenza fino a raggiungere una posizione di potere incredibile. Siamo noi ora quelli che dipingono, quelli che hanno il pennello in mano. Abbiamo delle responsabilità e questo fatto andrebbe preso seriamente in considerazione” (9).

Gerhard Roth che è Direttore dell’istituto di ricerca sul cervello dell’Università di Brema, sostiene che “per l’avvio e il controllo delle azioni volontarie è necessario che molteplici centri motori all’interno e all’esterno della corteccia cerebrale collaborino” (10). Tra le aree cerebrali che ci fanno coscienti vi è ad esempio l’area associativa orbito-frontale. Quest’area ha a che fare con le rappresentazioni interne dei nostri scopi, delle nostre motivazioni e dei sentimenti che le accompagnano, oltre che delle conseguenze delle nostre azioni. “Per questo motivo quest’area, viene considerata da alcuni ricercatori come ‘sede’ dell’etica e quindi della nostra ‘coscienza’ (ovviamente nel senso morale del termine) ” (11). Altri processi di elaborazione che avvengono al di fuori della corteccia o nelle regioni sensoriali, rimangono del tutto inaccessibili alla nostra coscienza.

Tuttavia trovarsi in uno stato di coscienza presuppone che queste regioni siano attive (in precedenza o contemporaneamente). I nostri differenti stati di coscienza rappresentano il prodotto finale di processi di elaborazione estremamente complessi che si svolgono a livello inconscio. “Ciò vale, in ultima istanza, anche per la sensazione di essere liberi nelle nostre intenzioni e nelle nostre azioni, ossia per la nostra impressione soggettiva di essere dotati di libero arbitrio” (12). In questa complessa ‘costellazione’ risiede il fondamento neuronale di ciò che possiamo chiamare ‘autonomia d’azione dell’individuo’, cioè la determinazione delle nostre azioni basate sull’esperienza. Il cervello parla con se stesso, in ogni caso usa un certo codice interno per comunicare l’informazione da certi gruppi di neuroni ad altri (13). Di sicuro, i centri di controllo della memoria cognitiva ed emotiva lavorano a livello per lo più inconscio. Ciò significa che, nonostante tutta la sua importanza funzionale, l’io cosciente non esercita un ruolo decisivo nelle azioni che considera prodotte autonomamente, ma ha solo un compito consultivo.

Wegner Daniel, professore di psicologia a Harvard, afferma che abbiamo la sicurezza che le azioni siano causate esclusivamente dalla nostra volontà cosciente, ma è un’illusione. Un’illusione utile, ” è un segnale che assomiglia per molti versi ad un’emozione: attraversa la mente e il corpo per darci la paternità delle nostre azioni” (14). La percezione di agente, cioè di colui che fa e che agisce, ci fornisce un senso di scopo, ci fa credere che la nostra azione possa effettivamente influenzare gli eventi. Un ottimista pensa che agendo può creare una differenza sulla realtà; un pessimista pensa invece che tutto vada sprecato e niente crei realmente una differenza. Dunque egli agisce in accordo col senso di libertà d’azione che prova, che può definirsi un ‘sentimento cognitivo’. Se riuscite ad infilare di nascosto nel mio flusso di coscienza le basi per delle false credenze, potete convincermi che sto prendendo decisioni ‘libere’, quando invece siete voi a controllare le mie azioni. “Non possiamo assolutamente conoscere (per non parlare di tenere traccia di) l’enorme numero delle influenze meccaniche che agiscono sul nostro comportamento, perché noi abitiamo una macchina straordinariamente complicata” (15). Abbiamo l’idea di avere il controllo su di noi perché semplifica le cose a nostro beneficio, ma è un’idea distorta della realtà.

Per P.Churchland, filosofo di San Diego, la nostra vita cognitiva, vale a dire come pensiamo alle cose, conoscere, curiosare, si svolge sempre nell’ambito di regole deterministiche, leggi causa effetto, leggi fisico-chimiche che per loro stessa natura sfuggono al soggetto. Se consideriamo impossibile prevedere il comportamento di un ciclone, per via della difficoltà insormontabile di conoscere tutte le forze in gioco, anche per il cervello umano è la stessa cosa. Non è possibile prevedere un comportamento futuro, ma solo per la sua complessità.

Il libero arbitrio, cioè la capacità umana di trascendere l’ordine naturale delle cause, è un’illusione; l’imprevedibilità è dovuta alla nostra difficoltà di calcolo, ma lo schema generale della vita psichica dell’uomo è del tutto immanente all’ordine causale naturale. Nel funzionamento del cervello umano una parte fondamentale è occupata dal cosiddetto ‘spazio sociale’, vale a dire dall’ambiente in cui l’individuo è immerso, impartisce gli schemi di base e impara a seguire, per comportarsi in maniera adeguata nel mondo circostante. Non ci sono comportamenti morali ‘giusti’ contrapposti a comportamenti ‘sbagliati’. Esistono solo comportamenti adeguati, cioè in grado di entrare in una combinazione positiva con l’ambiente circostante. Se tutti mutassimo l’immagine di noi stessi, come “creature autocoscienti dotate di credenze, desideri, emozioni e del potere della ragione” (16), certo la civiltà umana cambierebbe in modo profondo.

Il filosofo americano della mente e del linguaggio J. Searle, fonda la libertà (discutendone) nella biologia. Non possiamo disconoscere che tutti i nostri stati mentali sono causati da processi neurobiologici che si producono nel cervello. La filosofia sul libero arbitrio non riesce a conciliare la realtà naturale ed oggettiva con una mente soggettiva ed individuale. Che la mia soggettività e il libero arbitrio sia in ogni caso il prodotto di attività cerebrali. E’ possibile supporre però ” allo stato attuale della fisica e della neurobiologia, che vi sia una componente quantistica nella spiegazione della coscienza” (17). Esiste, infatti, a livello quantistico un’insufficienza tra causa ed effetto. Ciò che accade nel passato di un sistema, non è sufficiente a determinare una precisa condizione nel futuro del sistema stesso, e questo lascia spazio alla potenzialità del caso. Quindi, anche alla libertà di scelta.

Predizioni fatte a livello quantistico sono statistiche perché c’è un elemento di aleatorietà. In ogni caso “se il libero arbitrio è una caratteristica del mondo e non semplicemente un’illusione, allora esso deve avere una realtà neurobiologica: alcune caratteristiche del cervello devono essere all’origine del libero arbitrio” (18). Al livello del sistema, nei piani superiori per così dire, abbiamo la coscienza, l’intenzionalità, le decisioni e le intenzioni. Al microlivello abbiamo i neuroni, le sinapsi e i neurotrasmettitori. Il comportamento dei microelementi, che compongono il sistema determina le caratteristiche del sistema. Vi è una lacuna che non si riesce a ridurre a nulla di materiale. L’esistenza di questo gap, ci induce a ritenere che debba esistere un corrispettivo della lacuna anche a livello neurofisiologico. Ed è proprio questo che fa sì che l’agire dell’uomo non sia prodotto in maniera deterministica dall’insieme degli stati cerebrali antecedenti all’azione. Anche se non sappiamo perchè e come l’evoluzione ci abbia fornito di libero arbitrio, “non possiamo agire se non presupponissimo la nostra libertà” (19).

M. Gazzaniga, presidente della American Psycological Society, chiama interprete (20) quello che, tra le altre cose, regala al nostro bagaglio d’istinti individuali l’illusione che siamo qualcosa di diverso rispetto a ciò che realmente siamo. Nel suo libro Il cervello sociale (21), dichiara che l’interprete si attiva a partire dai dati che riceve e su quelli imbastisce le storie, tenendo conto dei dati ambientali e storici. Ma mentre il cervello è come “ un congegno automatico, governato da regole e determinato; invece le persone sono agenti personalmente responsabili, libere di prendere le loro personali decisioni” (22). Dati scientifici mostrano che quando un individuo decide di agire in base a una credenza morale è perché le aree cerebrali coinvolte nelle emozioni si attivano durante la valutazione del quesito morale in questione. Analogamente, quando viene presentato un problema morale sul quale l’individuo decide di non agire, è perché non si attivano le aree emotive del cervello. Se un agente attua o meno un certo comportamento morale, è perché certe sue aree cerebrali si attivano (o non si attivano). Tuttavia la persona ha una sua libertà. “Non dovremmo cercare un’etica universale che comprenda verità assolute e inderogabili come quelle della fede, ma una che derivi dagli esseri umani, che sia appropriata al contesto sociale, influenzata dalle emozioni e in grado di aumentare la nostra possibilità di sopravvivenza” (23).

D. R. Hofstädter, insegna informatica e scienza cognitiva nell’Università del Michigan, ed è categorico; la parola libero arbitrio, dice, in verità confonde, chiediamoci piuttosto che tipo di sistema può fare delle scelte. Cerchiamo insomma di stabilire con cura che cosa intendiamo realmente quando decidiamo di descrivere un sistema, meccanico o biologico che sia, come capace di compiere delle scelte. La volontà, la creatività, il libero arbitrio, la coscienza sono epifenomeni (derivano dal corpo ma non lo influenzano per niente) di un hardware cellulare profondo e di un sistema formale soggiacente alla percezione che gira non diversamente dal determinismo del calcolatore. Noi percepiamo solo i livelli elevati di questo sistema. Dalla possibilità di poterci identificare con una loro descrizione, scaturisce il senso della coscienza e del libero arbitrio. Che il sistema stia girando in modo deterministico non ha alcun’importanza; ciò che lo fa considerare autore di scelte è la possibilità di identificarci con una descrizione di alto livello del processo che ha luogo quando il programma gira. A basso livello (linguaggio macchina) il programma somiglia a qualsiasi altro programma; ad alto livello (descrizioni aggregate in blocchi), possono emergere qualità come “volontà”, “intuizione”, “creatività” e “coscienza” (24).

La psicologia evoluzionistica, secondo Tooby e Cosmides, antropologo e psicologa fondatori del Center for Evolutionary Psychology di Santa Barbara in California, offre dei modelli mentali utili per capire i nostri obbiettivi e le nostre strategie per raggiungerli. L’uomo deve spesso scegliere tra una serie di azioni da compiere e sceglierà l’azione che più contribuisce alla realizzazione dei suoi scopi, questa è chiamata teoria della scelta razionale. La psicologia evoluzionistica ci dice quello che le persone vogliono e la teoria della scelta razionale ciò che fanno per ottenerlo. La libertà è legata alla cultura umana che è estremamente varia perché è generata da una serie incredibilmente complessa e contingente di programmi funzionali, frutto delle proprietà ordinate di costituenti strutturali: le menti umane. Il cervello si è evoluto come un insieme di moduli: per il riconoscimento dei volti, le relazioni spaziali, la paura, gli scambi sociali, percezione delle emozioni, motivazione verso i familiari, per la cura dei bambini, per l’attrazione sessuale, per l’amicizia, l’acquisizione della grammatica, e così via.

Lo scambio sociale, a differenza del ragionamento logico o di quello astrologico, è una costante in tutti i gruppi umani. Nel corso dell’evoluzione si sono sviluppati meccanismi in grado di facilitare alcuni compiti incontrati da tutti, quali ad esempio scoprire gli imbroglioni o difendersi dalle aggressioni e dagli imprevisti. Dunque, la mente umana è una collezione di istinti evolutisi nel tempo, che governano non solo la percezione e il linguaggio ma anche il ragionamento. Senza istinti universali del ragionamento l’acquisizione di una ‘cultura’ sarebbe letteralmente impossibile, poiché non saremmo in grado di inferire quali rappresentazioni, all’interno dell’infinito universo delle possibilità, sono contenute nelle menti degli altri membri della cultura. È a questi istinti del ragionamento che saremmo ciechi e la nostra cecità sarebbe tanta quanta è la naturalità degli istinti stessi. Le lenti correttive che proponiamo di indossare per combatterla sono lo studio delle altre specie, che ci porta a relativizzare la nostra variabilità culturale, e della biologia evoluzionistica (25).

S. Pinker, psicologo di Harvard, è un determinista coerente e un pragmatista. La funzione dell’attribuzione della responsabilità è quella di evitare che l’azione si ripeta ed essere di esempio agli altri, affinché agiscano, o non agiscano, in un determinato modo, a prescindere dalla questione del libero arbitrio. La responsabilità ha una funzione eminentemente pratica: dissuadere da un comportamento pregiudizievole; dissuadere chi ha compiuto l’azione e gli altri soggetti. Lo scopo dell’attribuzione della responsabilità è dunque la deterrenza, una deterrenza civile e bilanciata rispetto al danno commesso. Proprio per questo non puniamo i malati di mente o i bambini piccoli o gli animali.

Se li riteniamo esenti da responsabilità non è perché essi seguano le prevedibili leggi della psicologia, mentre tutti gli altri obbediscono alle misteriose leggi del libero arbitrio, bensì perché, “a differenza della maggior parte degli adulti, mancano di un sistema cerebrale ben funzionante in grado di reagire ad una politica punitiva pubblica” (26). E così certo che la nostra psiche sia libera di autodeterminarsi ed in grado di sospendere l’ordine deterministico che vige nel mondo naturale? Il problema è appunto che, allo stato attuale della conoscenza, non c’è alcuna certezza scientifica al riguardo. “Io penso che attività umane importantissime come i sogni, la religione, l’arte, la musica, il linguaggio scritto, la matematica e la scienza che apprendiamo a scuola non siano adattamenti, bensì prodotti collaterali di adattamenti (27). In ogni caso se ai miei geni non piace quello che faccio, possono pure buttarsi a mare.

J. Dupré, filosofo della scienza, considerato l’erede intellettuale di P.Feyerebend, critica il riduzionismo che vuole spiegare i comportamenti, eliminando ogni riferimento alle scienze umane e sociali. Se si studia solo l’infinitamente piccolo non andiamo da nessuna parte. Spesso una spiegazione riduttiva è richiesta per rendere conto di come le cose di un certo tipo fanno ciò che fanno; “ma esse, tipicamente, non ci aiutano a comprendere o a prevedere cosa farà un oggetto complesso, fra i comportamenti di cui è capace” (28). La natura umana non può essere investigata a partire da un unico punto di vista: quello della scienza. La scienza non è unitaria, né per contenuto né per metodo, per “comprendere veramente una sfera complessa e collegata a tanti fattori, come quella del comportamento umano, è necessario adottare una pluralità di prospettive diverse” (29).

Un approccio pluralistico deve attingere sia dalla conoscenza empirica derivabile dalle (varie) scienze, sia dalla saggezza e comprensione della natura umana, che possono derivare da studi più umanistici. Lo scientismo, cioè “una concezione esagerata e spesso distorta di quello che la scienza è in grado di fare o di spiegarci, ci dice che a qualsiasi domanda per la quale esiste una risposta, è meglio che risponda la scienza. Questo comporta una limitazione delle capacità umane i tutti i campi; particolarmente disastrosa quando è applicata ai tentativi della mente umana di rispondere a domande su se stessa e sulla sua libertà. E’ impossibile caratterizzare la mente umana senza fare appello al linguaggio, che a sua volta appartiene ad una comunità linguistica. Alcune sue caratteristiche dunque sono in stretto rapporto con la comunità. L’idea di un progetto scientifico unico che un po’ alla volta possa far luce su tutti i problemi che c’interessano, è solo un mito.

Sandro Nannini, filosofo teorico di Siena, si pone la domanda: è compatibile l’esistenza del libero arbitrio con la visione scientifica del mondo? La fisica moderna ci ha indotto a riflettere su come le nostre azioni possano cambiare il corso del mondo, dato che ogni evento sembra essere determinato con precisione dalle leggi del moto. Se il libero arbitrio non esiste, che senso ha allora punire una persona per una qualche azione visto che la persona in questione non ne è responsabile? La risposta a tale accusa potrebbe essere questa: sono ritenuto responsabile di un’azione quando la punizione a me inflitta è utile, cioè quando essa ha lo scopo di dissuadermi dal commettere nuovamente l’azione stessa.

Certamente, ciò presuppone che l’etica poggi non sul vero, ma piuttosto sull’utile. Allo stesso modo si potrebbe certamente sostenere che il senso di agency che accompagna le nostre azioni sia un’illusione, ma “un’illusione necessaria” (30), inevitabile, che Madre Natura ha reso indispensabile per la nostra sopravvivenza. La naturalizzazione del libero arbitrio procede verso l’eliminazione di quest’ultimo come concetto prettamente illusorio, ma indispensabile per la nostra salute psichica. Alcuni stati mentali sono direttamente riducibili a processi cerebrali appartenenti al livello fondamentale di realtà. Ad esempio, la coscienza potrebbe essere ridotta al comportamento di certi neuroni che agiscono alla stessa frequenza. Altri processi mentali appartengono ad una sorta di realtà virtuale, tuttavia essi sono implementati a livello biologico, per cui esistono anche al livello fondamentale di realtà. Altri stati mentali sono illusioni, tuttavia non ne possiamo fare a meno, per la sopravvivenza della nostra specie.

Mario De Caro, professore di Filosofia morale all’Università Roma, ritiene che il modo in cui parliamo dell’azione umana (usando nozioni come quelle di ragione, deliberazione, scelta, credenza) rimandi all’idea di libertà. Descrivere qualcuno come un agente, implica che la persona di cui si parla sia libera. Anche la maggior parte delle spiegazioni delle scienze umane e sociali rimanda all’idea di libertà. A partire dalle spiegazioni delle scienze umane si può proporre una migliore spiegazione, in favore della libertà.

Per De Caro, è razionale accettare le teorie della libertà perché esse offrono le migliori spiegazioni dell’ambito di esperienza su cui vertono, e ciò comporta l’impegno ad accettarne anche gli impegni ontologici, in questo caso che gli esseri umani siano liberi. Tuttavia in un contesto ontologico materialistico, ma non riduzionistica, risulta impossibile riconoscere alcuna efficacia causale al mentale. Tale conclusione scettica è ineludibile soltanto se si accettano acriticamente, come fanno molte filosofie riduzionistiche contemporanee, alcune assunzioni riguardo alla causalità, al rapporto tra proprietà mentali e proprietà fisiche e alla stessa nozione di spiegazione naturalisticamente accettabile. D’altra parte, anche l’obiezione secondo la quale il naturalismo non riduzionista non è in grado di dare conto della causazione mentale sembra perdere molta della propria cogenza. Se gli esseri umani sono liberi ciò dipende anche dal fatto che ‘causa’ si dice in molti modi, di cui la causalità efficiente non è che uno (31).

Wolf Singer, neurofisiologo, direttore dell’istituto Max Planck a Francoforte è categorico; la scienza prova che comportamenti, sentimenti ed emozioni umane sono indotti da processi neuronali. Possiamo persino prevedere, quando osserviamo il cervello degli animali, il comportamento che essi adotteranno. Nel cervello dell’essere umano ci sono gli stessi neuroni e le stesse sostanze presenti negli animali. Aumenta solo il numero di cellule e la complessità delle connessioni neuronali. “Tutto quel che pensiamo è il risultato di processi che vengono condizionati da moltissimi fattori: ormoni, neurotrasmettitori, connessioni sinaptiche per citarne solo alcuni, e proprio questi fattori determinano il comportamento di una persona”.

Il libero arbitrio è piuttosto uno “spazio di possibilità”. Ma ciò che ci induce a scegliere dipende dall’organizzazione del cervello, delle sue varie parti, da fattori come gli ormoni e altre sostanze.”Nel nostro istituto a Francoforte abbiamo studiato come l’attivazione dei neuroni in risposta agli stimoli esterni si sincronizza. E i risultati mostrano che nel cervello non c’è un centro nel quale confluisca questa attività, un centro anatomico dove l’Io abbia completa percezione della sua esistenza”. Ci illudiamo di decidere, in realtà le decisioni vengono già stabilite dal cervello”. L’educazione è importante, il cervello, fino alla pubertà, ha un immenso potenziale di sviluppo. Scienziati e educatori devono cooperare, nel porre la massima attenzione ai primi anni di vita, affinché quelle connessioni, quelle strutture pronte per porre domande all’ambiente, ricevano risposte adeguate (32).

Chriss Nunn, psichiatra e ricercatore all’Università di Southampton, indica la responsabilità civile come parametro: solo chi non è in sé o è colpito da qualche patologia psichiatrica, può venire assolto dalla responsabilità delle proprie azioni. Freud mise in evidenza quanto rilevante sia l’inconscio nella nostra condotta. La cultura è quella, diceva, attraverso meccanismi psichici come la repressione e la sublimazione, ci permette di riappropriarci del libero arbitrio. Oggi, però, genetica e neuroscienze sembrano alzare ancora di più la posta, stabilendo connessioni sempre più strette fra eventi esterni, processi interni, cervello e mente. Tanto da far porre ad alcuni ricercatori la domanda se il nostro libero arbitrio non sia in realtà solo un’illusione, dettata dai limiti della nostra parte cosciente. La coscienza è un prodotto del cervello, tuttavia la metafora che vede il cervello come un computer, è sbagliata. Noi invece siamo le storie che con quel computer si possono scrivere. Storie determinate da molteplici fattori, ma che, grazie alle peculiarità della nostra memoria, lasciano la possibilità di una vera autodeterminazione: in parte conscia, in parte inconscia, ma sempre nostra (33).

Secondo Massimo Cacciari non si possono fare esperimenti che dimostrino l’esistenza della libertà. La libertà è indimostrabile. Non è un fenomeno, non è una cosa. La libertà è incatturabile; non è qualcosa che possiamo vedere calcolare, misurare; la libertà è un’idea. Ma questa idea della libertà è un’idea che mi è necessario alimento. E’ vero che io non posso dimostrare di essere libero, ma è vero altresì che non posso vivere senza questa idea. Ecco la necessità della libertà: non posso vivere senza questa idea. Un’insopprimibile supposizione, il presupposto di ogni nostro agire; ma come tutti i presupposti, come tutti i principi primi, è indimostrabile, è necessario ma indimostrabile. E’una congettura necessaria. Ma non sono proprio congetture ciò che ci è più proprio? Ciò che possiamo dimostrare, ciò che possiamo provare riguardo ai fenomeni, riguardo alle azioni, è ciò che ci sta davvero più a cuore? O piuttosto non ci sta più a cuore l’indimostrabile, l’inattingibile, l’incatturabile? Vi è un destino, che avvertiamo nella nostra mente, in questa porzione di cosmo che è la nostra mente si mostra un destino, una necessità per noi: pensare che siamo liberi (34).

G. Lakoff, professore di linguistica a Berkeley, si dice certo che i concetti attraverso i quali pensiamo sono fisicamente impressi nelle sinapsi e nei circuiti neurali del nostro cervello. Tutti i pensieri usano delle strutture mentali con una loro organizzazione interna sistematica: frame mentale. Questi sono dei quadri di riferimento che incorniciano il nostro modo di pensare, tengono uniti i pensieri in una struttura, legati insieme ad un filo conduttore. Ogni parola, come ad esempio ‘elefante’, evoca un quadro di riferimento: sono grandi, larghe, orecchie pendule, proboscide, Africa, circo. Ogni parola si definisce in relazione ad un frame. E anche quando neghiamo un certo concetto, non possiamo evitare di evocarlo. Framing è proprio questo, usare cioè un linguaggio che riflette la propria visione del mondo. Ma naturalmente non è solo una questione di linguaggio che è solo il portatore d’idee, la cosa importante è l’idea (35). I frame profondi strutturano la nostra visione della realtà.

E ovviamente bisognerebbe essere consapevoli delle proprie idee per essere veramente liberi. Se non se ne è consapevoli allora non si sa nulla su ciò che costituisce la base delle proprie scelte morali e politiche. Non si può volere qualcosa che è al di fuori della propria capacità d’analisi ed immaginazione. Il libero arbitrio può operare solo su quello che c’è nel nostro cervello, sul suo contenuto d’idee.

Il libero arbitrio in questo modo non è del tutto libero, ma è radicalmente limitato dai frame e dalle metafore che formano il nostro cervello e che definiscono il nostro modo di vedere il mondo.

Che a loro volta sono generati, in buona parte, dall’indottrinamento e dalla continua ripetizione dei media. “ Se questo sembra un pò inquietante, è bene che sia così: stiamo vivendo in un momento inquietante”. Almeno noi qui negli Stati Uniti, con Bush, ma penso che sia lo stesso anche da voi in Italia” (36). Meno male che ora c’è Obama.

Concludendo

La libertà è forse bene riferirla ad un soggetto in carne ed ossa, capace di porsi come causa delle proprie azioni, molto diverso da una foglia sbattuta dal vento, ma anche da un animale che fa sempre le stesse cose, seguendo in ciò quel che c’è scritto nei suoi geni. La sua rappresentazione della realtà, grazie al linguaggio, è molto più ricca e, conseguentemente, le opzioni a sua disposizione, oltre a quelle genetiche, sono molto più numerose. L’uomo può giudicarsi, “può rettificare alcuni comportamenti, aggiustare certi percorsi e cambiare idea” (37) perfino in barba ai suoi geni.

Luciano Peccarisi

filosofico.net

Note:

1) Libet B. (2004) Mind Time. The Temporal Factor in Consciousness, trad. it. 2007, Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza, Cortina, Milano, p. 141
2) Crick F. Koch C. (1998) Consciousness and neuroscience, in Cerebral Cortex, 8 (2), pp. 92-107
3) Norman D.A. (2004) Emotional design, Basic Books, New York, trad.it. 2004, Emotional design. Perché amiamo (o odiamo) gli oggetti della vita quotidiana, Apogeo, Trento, p. 57
4) Marcus G. (2004) La nascita della mente. Come un piccolo numero di geni crea la complessità del pensiero umano, Codice Edizioni, Torino, p. 221
5) Dennett D.C. (1991) Consciousness Explained, Boston, Little, Brown, trad.it. Coscienza 1993, Rizzoli, Milano p. 48
6) Dennett D.C. (1996) Kinds of minds, trad. it. 2000, La mente e le menti, RCS Libri, Milano, 2000, pp. 31-84
7) Dennett D.C. (1984) Elbow Room: The Varieties of Free Will Worth, Wanting, Cambridge (MA), MIT Press, pp. 1-19
8) Dennett D.C. (1985) Quainare i qualia, in A. De Palma, G. Pareti (a cura di), 2004, Mente e corpo. Dai dilemmi della filosofia alle ipotesi della neuroscienza, Bollati Boringhieri, Torino, pagg. 189-233
9) Dennett D.C. (2007) Il credente e la formica, in MicroMega, 2, Gruppo Editoriale, Espresso
10) Roth G. (2006) Willensfreiheit und Schuldhaftigkeit aus Sicht der Hirnforschung, in Roth/Gruen Das Gehirn und seine Freiheit. Beitraege zur neurowissenschaftlichen Grundlegung der Philosophie, a cura di G. Roth/K-J.Gruen, Vandenhoeck & Ruprecht, Hamburd, pp. 9-29
11) Roth G. (2003) Sincronia nella rete dei neuroni in Mente e cervello, rivista di psicologia e neuroscienze, n. 1, anno I, gennaio- febbraio, p. 16
12) Roth G. (2005) L’Enigma della coscienza, in le Scienze, Frontiere, Dai neuroni alla coscienza, L’architettura del cervello, i misteri della mente, Fondazione Pfizer, p. 154
13) Roth G. (1994) Das Gehirn und seine Wirklichkeit: Kognitive Neurobiologie und ihre philosophischen Konsequenzen, Suhrkap, Frankfurt a.M. p. 297-298
14) Wegner D. (2002) E la volontà è un’illusione, mensile Focus, Mondadori, n. 121, p. 138
15) Wegner D. (2002) The Illusion of Conscious Will, The MIT Press, Cambridge (Mass), p.
16) Churchland P.M. (1995) The Engine of Reason, the Seat of the Soul, Cambridge (Mass.), The MIT Press. trad. it. Il motore della ragione, la sede dell’anima, Milano, Il Saggiatore, 1998, p. 312
17) Searle J.R. (2004) Mind. A Brief Introduction, New York, Oxford University Press, trad. it. La mente, Cortina, Milano, p. 210
18) Searle J.R. (2004) Liberté et neurobiologie, Paris, trad. it. 2005, Libertà e neurobiologia. Riflessioni sul libero arbitrio, il linguaggio e il potere politico, Mondadori, Milano, p. 49
19) Searle J.R. (2004) Mind. A Brief Introduction, New York, Oxford University Press, trad. it. La mente, Cortina, Milano, p. 211
20) Gazzaniga M.S. (1998) The Mind’Past, The Regents of the University of California, tr. it. 1999 La mente inventata, Guerini e ass., Milano, p. 1
21) Gazzaniga M.S. (1985) The Social Brain, Basic Book, New York, tr. it. 1989, Il Cervello Sociale, Giunti, Firenze
22) Gazzaniga M.S. (2006) Le regole del cervello, La Repubblica del 13/01/2006, p. 53
23) Gazzaniga M.S. (2005) The Ethical Brain, Diana Press, New York/Washington, D.C. trad. it. 2006 La Mente Etica , Codice edizioni, Torino, p. 173
24) Hofstädter D.R. (1979) Gödel, Escher, Bach: an Eternal Golden Braid, trad. it. Godel, Escher, Bach: un’ Eterna Ghirlanda Brillante, gli Adelphi, Milano, pp. 771-775
25) Tooby J. e Cosmides L. (1992) The psychological foundations of Culture, in Barkow, Cosmides e Tooby (a cura di), The Adapetd Mind: Evolutionary Psychology and the Generation of Culture, Oxford University Press, New York
26) Pinker S. (2002) The Blank Slate, trad. it. 2005, Tabula rasa. Perché non è vero che gli uomini nascono tutti eguali, Milano, Mondadori, p. 227
27) Pinker S. (2006) Mente, cervello e libero arbitrio, MicroMega, 1, 2006, Gruppo Editoriale Espresso, p. 66
28) Dupré J. (1996) The Disorder of Thing. Metaphiycal Foundations of the Disunity of Science, Cambridge: Harvard UP, p. 106
29) Dupré J. (2001) Human Nature and the limits of Science, Oxford University Press trad. it. 2007 Natura umana. Perché la scienza non basta, Laterza, Roma-Bari, p. 169
30) Nannini S. (2007) Naturalismo cognitivo, Quodlibet Studio, Macerata, p. 152
31) De Caro M. (2004) Il libero arbitrio. Una introduzione, Laterza, Roma-Bari, 2004
32) Muhm, Myriam: Abolito il libero arbitrio – Colloquio con Wolf Singer, in: L’Espresso, 19.08.2004, p. 140-143
33) Nunn C. (2006) Il fantasma dell’uomo macchina. Siamo davvero liberi di scegliere? Apogeo, Milano
34) Cacciari M. http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=50
35) Lakoff G. (2004) Don’t Think of an Elephant! Know Your Values and Frame the Debate, Chelsea Green, White River Junction,VT, trad. it. 2006, Non pensare all’elefante! Internazionale, Milano
36) Lakoff G. (2006) Whose Freedom? The Battle Over America’s Most Important Idea, trad. it. 2008, La libertà di chi? ed. Codice, Torino, p. XXII
37) Peccarisi L. (2008) Il miraggio di “conosci te stesso”. Coscienza, linguaggio e libero arbitrio”, ed. Armando, Roma, p. 142-143

Siamo liberi o prigionieri del nostro cervello? ultima modifica: 2013-06-26T16:01:22+00:00 da Richard
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Richard

Noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle. (Carl Sagan)