L'installazione di missili in Europa da parte degli Stati Uniti rientra in una strategia eurasiatica

Il Giornale Online
di Nils Andersson*
14/01/2008

L'attualità del nostro tema è stata confermata il 5 novembre a Baku da Daniel Fried, sottosegretario di Stato per gli affari europei: gli Stati Uniti contano di realizzare il loro progetto di sistema di difesa anti-missile in Europa Centrale nonostante le obiezioni della Russia, “Continuiamo i negoziati con la Polonia e la Repubblica Ceca… Speriamo di avere successo, e in tal caso installeremo un sistema radar per la Repubblica Ceca e dei missili per la Polonia”.

Vorrei ora esporre nel tempo a mia disposizione il progetto globale nel quale rientra l'installazione di un sistema di difesa anti-missile in Europa Orientale e nell'Estremo Oriente e le sue conseguenze per noi europei. Questo progetto si fonda sulla dottrina Brzezinski, che fu Consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter. In cosa consiste la dottrina formulata nel suo libro La grande scacchiera?: “L'Eurasia costituisce l'asse del mondo. Una potenza che dominasse l'Eurasia eserciterebbe un'influenza predominante su due delle tre regioni più produttive del mondo, l'Europa Occidentale e l'Asia Orientale.

Una rapida occhiata alla mappa mondiale suggerisce che un paese dominante in Eurasia controllerebbe quasi automaticamente il Medio Oriente e l'Africa. L'Eurasia costituisce ormai la scacchiera geopolitica decisiva… L'evoluzione degli equilibri di potere nell'immenso spazio eurasiatico avrà un impatto determinante sulla supremazia globale dell'America”.

Gli ideologi neo-conservatori si ispirano a questa dottrina; citiamo due teorici di George Bush, William Kristol e Lawrence Kaplan: “La nostra supremazia non può essere mantenuta a distanza. L'America deve al contrario considerarsi sia una potenza europea, sia una potenza asiatica, sia – beninteso – una potenza medio-orientale”.

Dopo la caduta del Muro, quando gli Stati Uniti divennero un'iper-potenza, l'obiettivo di Bush padre e poi di Clinton fu quello di ridurre lo spazio della Russia e di aumentare ulteriormente il contenimento della Cina. Oggi la nuova linea parte dai paesi baltici verso la Polonia, la Romania e la Bulgaria, si allunga verso la Turchia e il Pakistan dove, con un'altra avanzata strategica, gli Stati Uniti hanno preso piede nelle vecchie repubbliche sovietiche dell'Asia Centrale; il tracciato poi prosegue alla periferia della Cina: dalla Thailandia all'Indonesia, alle Filippine, alla Corea del Sud e al Giappone.

Salta agli occhi che tra la Turchia e il Pakistan si trovano l'Iraq e l'Iran e la linea d'accerchiamento della Russia si interrompe, e la necessità di ricomporla ha condotto all'avventura militare irachena e potrebbe condurre a una nuova guerra d'aggressione contro l'Iran1.

Diamo un'occhiata alle forze militari dislocate secondo questa politica. All'inizio del XXI secolo il Pentagono ha completato la divisione del pianeta in “aree di responsabilità” militari attribuite a comandi supremi. Niente chiarisce meglio l'ambizione egemonica dell'iper-potenza dell'elencazione di queste cinque, poi sei, “aree di responsabilità”, che coprono tutto il pianeta e partecipano direttamente al controllo dell'Eurasia.

Due di questi comandi supremi non sono rilevanti per il nostro discorso. Il primo, il Comando Nord (NORTHCOM), copre il continente nord-americano, gli Stati Uniti, il Canada, il Messico, l'Alaska e una zona fino a 500 miglia marine dalle coste del continente.

Il secondo, il Comando Sud (SOUTHCOM), continuazione della dottrina Monroe, copre l'America Centrale, i Caraibi e l'insieme del continente sud-americano. Controlla il Golfo del Messico, le acque territoriali del continente e una parte dell'Oceano Atlantico.

Gli altri comandi ci interessano più direttamente, in particolare il terzo, il Comando Europa (EUCOM), la cui area di responsibilità non si limita alla comunità europea ma include i Balcani, l'Ucraina, la Bielorussia, il Caucaso e la Russia fino a Vladivostock. L'EUCOM ha una particolarità rispetto alle altre “aree di comando”, i suoi legami con la NATO; così il comandante dell'esercito degli Stati Uniti in Europa (EUCOM) è anche il Comandante supremo delle forze NATO. Questo doppio comando sempre attribuito a un alto ufficiale statunitense integra la NATO nella struttura militare del Pentagono e nella strategia globale di Washington. Un rapporto di dipendenza confermato da un documento dell'EUCOM: “La trasformazione dell'EUCOM sosterrà la trasformazione della NATO”.

Questo legame con la NATO si è concretizzato (sempre sotto comando statunitense) in Iraq nell'ambito di una coalizione internazionale, in Afghanistan, nel corso di operazioni nel Mediterraneo, nel Golfo di Aden o Mare di Oman nell'ambito della NATO.

Il quarto è il Centro di Comando (CENTCOM) che copre l'Egitto, la Penisola araba, la Siria, il Libano, l'Iraq, l'Iran, l'Afghanistan fino al Pakistan, ai quali bisogna aggiungere le ex-repubbliche dell'Asia Centrale: Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan. È il CENTCOM che conduce le operazioni in Iraq e in Afghanistan, in collaborazione con la NATO.

Il quinto comando è il Comando Pacifico (PACOM). Il PACOM ingloba l'India e la sua periferia, la Penisola Indocinese, le Filippine, la Malesia, la Cina, Taiwan, la Mongolia, le due Coree, il Giappone e le isole del Pacifico. La sua zona marittima si estende dalla costa occidentale del continente americano alla costa orientale dell'Africa e dall'Artico dall'Antartico. Il PACOM può essere considerato come l'area cruciale del dispiegamento, per lo spazio che copre; ci vive il 60% della popolazione mondiale ed è la zona in cui si incontrano le sei forze armate più consistenti del mondo per numero di effettivi: quelle della Cina, degli Stati Uniti, della Russia, della Corea del Nord e della Corea del Sud.

Una sesta zona di comando è stata creata quest'anno per l'Africa e dovrebbe diventare operativa nel 2008: è l'AFRICOM, che copre tutto il continente tranne l'Egitto. È un segnale evidente che l'Africa è diventata una vera posta strategica, soprattutto a causa di due nuovi elementi, l'influenza crescente dell'Islam radicale, come conseguenza della politica statunitense dello scontro delle civiltà nel Vicino e Medio Oriente, e la penetrazione cinese nel continente africano. Questa sesta zona non è distinta dall'area di interesse eurasiatica, e lo dimostra il fatto che la sede del suo comando non si trova in Africa ma in Germania, a Stoccarda, sede anche dell'EUCOM.

Secondo il rapporto del dipartimento della difesa degli Stati Uniti “Base Structure Report” per l'anno 2007, nel mondo il Pentagono dispone di 823 basi, alle quali bisogna aggiungere quelle segrete, la forza d'urto della VI Flotta statunitense nel Mediterraneo, della III e IV Flotta negli oceani Indiano e Pacifico e le basi NATO. In nessun altra sfera gli Stati Uniti dispongono di una supremazia più grande come in quella militare. Queste sei aree di responsabilità geografica rappresentano un sistema globale che coordina tutte le attività militari e sicuritarie degli Stati Uniti allo scopo di garantire l'egemonia planetaria degli Stati Uniti e di imporre il dominio del nuovo ordine sociale neo-liberale.

Ritorniamo a ciò che riguarda direttamente l'Europa, continente in cui questo dispiegamento globale è rafforzato dalla combinazione EUCOM/NATO. Nel 1994, dopo la fine della Guerra Fredda, Bill Clinton raccomandò che la politica di difesa dell'Unione Europea fosse “un'identità europea di sicurezza e di difesa nell'ambito della NATO”, proposta avallata dai Capi di Stato europei in occasione del vertice di Madrid del 1997, assoggettando così le politiche di difesa degli Stati europei ai piani egemonici della Casa Bianca.

Con la NATO divenuta, di fatto, parte del sistema di difesa degli Stati Uniti, la fase successiva fu, con il “concetto strategico per il XXI secolo” adottato nel 1999, la sua trasformazione da organizzazione militare regionale, euro-atlantica, in organizzazione militare globale. Il senatore Chuck Hagel è stato molto esplicito al proposito: “Non si è mai vista, storicamente, una collaborazione o un'alleanza meglio concepita o più capace politicamente di guidare il cambiamento che porterà a un mondo migliore e più sicuro di questa istituzione che chiamiamo NATO”2.

Per comprendere bene il significato di questa soluzione, sentiamo cosa dichiarò Daniel Fried, sottosegretario di Stato per gli affari europei, nell'aprile del 2007: “Dopo la Guerra Fredda e il ruolo regionale svolto negli anni Novanta, la NATO si è trasformata in un'organizzazione transatlantica in grado di compiere missioni globali, di portata globale con partner globali. È in Afghanistan che questa trasformazione è più evidente… La NATO sta sviluppando le capacità e le prospettive politiche necessarie per affrontare i problemi e le evenienze che si verificano in tutto il mondo”. È in questa logica e sempre sotto il comando degli Stati Uniti che gli eserciti europei della NATO partecipano alla politica di Washington condotta da George Bush o dai suoi successori.

I suoi successori? In effetti, se i neo-conservatori al potere sono un perfetto caso di studio di una politica unilateralista, priva di rispetto per gli alleati e brutalmente interventista, non bisogna sottovalutare le tendenze della politica statunitense. Un cambio di presidenza negli Stati Uniti può certamente modificare la politica e le relazioni di Washington con i suoi alleati, o suo ricorso alla forza. Ma, che si tratti del partito democratico o di quello repubblicano, i due grandi partiti si inseriscono entrambi in una logica politica, economica e militare di carattere egemonico. Citiamo nuovamente Kristol e Kaplan, che in una delle loro opere nominano i quattro presidenti degli Stati Uniti che secondo loro hanno ben servito la “missione dell'America” dopo la fine della seconda guerra mondiale. Per questi ideologi neo-conservatori si tratta di Truman, Kennedy, Reagan e Bush junior. Due di loro sono repubblicani, gli altri due democratici.

Il progetto di installazione di batterie di missili anti-balistici a Gorsko in Polonia e di radar anti-missile a Brdy nella Repubblica Ceca rientra in questa logica egemonica che non può essere realizzata senza il controllo dell'Eurasia. Questo progetto di basi anti-missile sul continente europeo si abbina a un progetto asiatico, in base al quale il PACOM (Comando Pacifico) vuole installare delle basi anti-missile in Estremo Oriente, in Giappone, eventualmente in Corea del Sud. Qui la presunta motivazione non è l'Iran ma la Corea del Nord, l'obiettivo reale non è la Russia ma la Cina.

L'installazione di missili nell'Europa Centrale suscita come si sa le vivaci reazioni della Russia, con Mosca che minaccia di dispiegare missili a Kaliningrad e di sospendere la propria partecipazione al trattato sulle forze armate convenzionali in Europa3. Alcuni parlano di paranoie di Putin, ma il progetto di installazione di missili anti-balistici si accompagna a continue dimostrazioni di forza. Così è stato con l'arrivo, agli inizi di luglio, del cacciatorpediniere lanciamissili USS Donald Cook nel porto di Odessa, dove è stato accolto dalle più alte cariche militari di Ucraina, Armenia, Azerbaijan, Georgia, Grecia, Lettonia, Macedonia, Moldavia, Romania e Turchia, per partecipare a manovre militari su vasta scala con la NATO, benché la maggioranza di questi paesi non faccia parte dell'Alleanza Atlantica. Riconosciamo che questo giustifica una reazione.

Se la Russia e la Cina si sentono minacciate dalle mire eurasiatiche di Washington, il loro atteggiamento differisce nella risposta ai piani americani. Ciò si constata con la SCO, Shanghai Cooperation Organization, anche detta Gruppo di Shanghai e creata nel 2001 per opporsi ai progetti americani di scudi anti-missile e agli interventi fuori dalla zona della NATO. L'Organizzazione comprendeva inizialmente la Cina, la Russia, il Kazakistan, il Tagikistan, ai quali si è unito l'Uzbekistan. Dal 2004 la Mongolia è membro osservatore del gruppo, seguita nel 2005 da Iran, l'India e il Pakistan. L'assortimento è quanto meno eterogeneo.

Per la Cina, come Pechino ha affermato a più riprese, il Gruppo di Shanghai non è un'alleanza militare (come la NATO) ma un'organizzazione di cooperazione politica, economica e di sicurezza che mette in atto delle manovre comuni soprattutto nella lotta contro il terrorismo. Così la scorsa estate ci sono svolte importanti manovre militari alla presenza di Vladimir Putin e di Hu Jintao ma anche di Mahmoud Ahmadinejad. All'interno del Gruppo la Russia parrebbe la più attiva, per esempio nel portare l'India a diventare membro a tutti gli effetti (e questo cambierebbe la situazione nella regione e oltre) o perché la Turchia, benché membro della NATO, diventi stato osservatore.

La Russia gioca qui sulle contrazioni che suscitano le opposizioni all'ingresso in Europa della Turchia incitando Ankara a svolgere il suo ruolo di potenza regionale turcofona nel continente asiatico, aspirazione che ha sempre tentato la Turchia benché finora senza molto successo. Si comprendono le poste in gioco: la Russia, impero ferito, sente la necessità di ricreare alle proprie frontiere una zona tampone per contrastare le mire egemoniche degli Stati Uniti, mentre la Cina, partendo dalla concezione dell'Impero di mezzo dal quale si estendono dei cerchi concentrici, inserisce la propria strategia in un tempo più lungo.

Si capisce che non c'è niente di paragonabile tra il Gruppo di Shanghai e la NATO, e neanche con quello che fu il Patto di Varsavia. Le spese militari dei paesi membri della NATO sono 9 volte più ingenti di quelle dei paesi del Gruppo di Shanghai, eppure gli eserciti di questi ultimi sono formati da più di 3,5 milioni di uomini, la Cina e la Russia sono delle potenze nucleari e non si può ignorare che i paesi membri del Gruppo coprono il 30% della superficie dell'Eurasia e rappresentano il 23% della popolazione mondiale. Questo va ricordato per sottolineare la gravità di una minaccia che rappresenta una deflagrazione in questa zona nel mondo.

C'è tuttavia in questo confronto un punto di convergenza tra la Cina, la Russia e gli Stati Uniti, ed è la lotta contro il “terrorismo islamico”. La guerra in Cecenia per la Russia e la questione del Sinkiang per la Cina lo dimostrano. Mosca e Pechino sono favorevoli alla guerra di Washington contro l'integralismo musulmano, e la Russia ha perfino partecipato alle operazioni Active Endeavor della NATO nel Mediterraneo nella “lotta al terrorismo”. D'altra parte il costo di questa guerra è pesante per gli Stati Uniti, e tutto quello che tende a indebolire la posizione egemonica degli Stati Uniti non dispiace né a Mosca né a Pechino.

Quella dell'Eurasia sembra essere principale questione politica del XXI secolo e a seconda delle politiche che saranno attuate si creeranno degli equilibri evolutivi senza i quali si cadrà in un'avventura militare, con il rischio di una guerra atomica. Avventura nella quale l'Europa sarebbe ineluttabilmente trascinata in quanto attore nell'ambito NATO. Gli obiettivi fissati durante l'ultimo vertice della NATO, svoltosi a Riga nel novembre del 2006, lo dimostrano e ci chiamano in causa. Secondo la Dichiarazione finale, la NATO “deve essere capace di lanciare e sostenere simultaneamente delle operazioni interforze su vasta scala e delle operazioni di ampiezza minore, per la difesa collettiva e la risposta alle crisi, sul suo territorio e oltre, alla sua periferia e a distanza strategica”.

Questo progetto prevede di poter impegnare simultaneamente 300.000 uomini in operazioni di vasta o media portata4. Per comprendere il significato e l'importanza di questo progetto, ricordiamo che le forze statunitensi e internazionali oggi impegnate in Iraq e in Afghanistan sono leggermente superiori a 200.000 uomini.

Per concludere, se oggi l'epicentro del conflitto per l'egemonia mondiale è il Medio Oriente, dal Libano all’Afghanistan, la sfida maggiore è l'Eurasia. Come europei, non dobbiamo accettare di essere semplici pedine sulla grande scacchiera del Pentagono né di eventuali altre potenze imperialiste, considerato che non esistono grandi potenze che non abbiano delle mire imperialiste e niente permette di prevedere che la ragione guidi le forze suscettibili di soppiantare un indebolimento dell'egemonismo statunitense. In effetti non siamo già più nella fase post-Guerra Fredda in cui gli Stati Uniti proiettavano senza limiti le loro mire egemoniche sul mondo, e Washington esce indebolita dalle avventure militari dell'amministrazione Bush.

Per gli Stati Uniti sono necessarie delle revisioni, l'ideologia che prevale può essere un correttivo alle ambizioni oppure al contrario un fattore amplificatore, ma la logica di una potenza imperialista non è razionale e un imperialismo indebolito non è meno pericoloso nelle sue possibili iniziative.

Di qui l'importanza di opporsi alla strategia del Pentagono e del suo strumento, la NATO, e di denunciare l'installazione, in applicazione del concetto bushiano di guerra preventiva, di basi missilistiche anti-missile in Europa e in Asia e di battersi per un mondo meno ineguale, multilaterale, senza il quale non possono essere gettate le basi di un altro ordine internazionale, quello al quale aspiriamo.

NOTE

1 Questo dato geostrategico si aggiunge all'importanza che l'Iraq e l'Iran rivestono dal punto di vista delle risorse e delle riserve energetiche.

2 “Gli Stati Uniti e la NATO uniti dagli stessi obiettivi”, giugno 2004.

3 Tuttavia l'argomento più forte di Mosca non è militare ma energetico, dato che la Russia può chiudere le valvole di approvvigionamento del petrolio e soprattutto del gas dell'Europa.

4 Si tratta della capacità di condurre simultaneamente 3 operazioni su vasta scala con 60.000 uomini ciascuna e 6 operazioni di media entità con 30.000 uomini.

*ATTAC Francia

Articolo pubblicato il 6 novembre 2007 in http://www.csotan.org/textes/texte2.php?art_id=371&theme=G

Traduzione di Manuela Vittorelli

fonte:www.ariannaeditrice.it

L'installazione di missili in Europa da parte degli Stati Uniti rientra in una strategia eurasiatica ultima modifica: 2008-01-17T22:20:06+00:00 da Quantico
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