Meditazione buddista: quanto fa bene al cervello?

Il Giornale Online

Migliora l'attenzione, l'autocontrollo e l'empatia. E forse rallenta l'invecchiamento. Lo spiega a Wired.it (con molta cautela) il neuroscienziato Clifford Saron, a Genova per il Festival della Scienza

di Gabriele De Palma

Si possono misurare gli effetti della meditazione sull'essere umano? È questa la domanda che si sono posti i ricercatori che hanno ideato e condotto il Shamatha Project http://www.shamatha.org/ , uno studio che ha l'ambizione di descrivere quel che succede a chi si sottopone a una pratica costante di meditazione. In questo caso la tecnica è quella particolare del Samatha buddista (solo una delle varie tecniche esistenti http://en.wikipedia.org/wiki/Buddhist_meditation ), che consiste prevalentemente nel migliorare l'attenzione. “Il primo equivoco che devo sbrogliare quando parlo del progetto è che la meditazione equivalga a non pensare a nulla, a svuotare la mente, mentre i precetti di chi pratica Samatha sono esattamente l'opposto”, spiega Clifford Saron, professore all' università della California Davis. Il Shamatha Project, avviato nel 2007, ha origini lontane nel tempo, e precisamente quando Saron nel 1990 si trova in India a Dharmsala, nella capitale dei tibetani fuggiti da Lhasa, insieme ad altri neuroscienziati come Francisco Varela e Richard J. Davidson e a un esperto di buddismo (divenuto anche monaco) Alan Wallace. I quattro partecipano agli incontri del Mind and Life Institute sotto il patrocinio dal Dalai Lama, e Wallace e Saron iniziano a fantasticare sulla possibilità di registrare tramite elettrocardiogramma, esami del sangue, test cognitivi ed emozionali gli effetti della meditazione, durante e dopo la stessa. I primi tentativi di test si scontrano con la distanza culturale tra i primi volontari – tutti monaci – e l'invadenza delle tecnologie.

“I monaci che abbiamo studiato nel primo esperimento vivevano in baracche senza luce, acqua e gas. Venivano molto infastiditi dalle luci e dai macchinari, molti si rifiutavano di digitare sulla tastiera del laptop, considerandola pericolosa”. Ma i problemi maggiori vennero dal relativismo culturale: “ quando sottoponevamo loro immagini che per noi erano allegre e rasserenanti o tristi, o addirittura terribili, spesso loro reagivano in modo inaspettato: credevano che il bimbo del Biafra fosse un pupazzo di cartapesta e di fronte a una bella giornata di sole al mare la prima reazione era ‘che caldo!”. Il progetto successivo – quello che ha presentato al pubblico del Festival della Scienza di Genova – ha cercato di evitare gli inconvenienti logistici e culturali del primo.

L'ambientazione è sempre un luogo remoto e quieto, ma anziché le pendici dell'Himalaya, i ricercatori hanno preferito Shambhala Mountain Center in Colorado, con volontari americani. Questi si sono sottoposti a tre mesi di meditazione intensiva (7 ore al giorno per 90 giorni) sotto la supervisione tecnica di Wallace e il monitoraggio condotto da Saron e dai suoi assistenti. Il progetto non è terminato, ha finanziamenti ancora per qualche anno, ma la maggior parte dei dati è stata raccolta e il tempo rallentato della loro diffusione è dovuto solo all'estrema cautela tipicamente accademica che guida il team di ricerca: “I risultati li stiamo studiando, il materiale è tanto e si corre il rischio di trarre conclusioni frettolose e sbagliate”.
Intanto però quel che si sa è che miglioramenti sia in termini di aumentata capacità di distinguere tra stimoli visivi sia nella durata dell'attenzione, lo hanno dimostrato i test prima e dopo la pratica intensiva. Ma trattandosi di un tipo di meditazione basata sulla concentrazione non ci sarebbe molto da stupirsi. Più interessanti sembrano invece alcuni dati fisiologici rilevati dai ricercatori. La telomerasi – enzima deputato a mantenere integri i cromosomi nelle duplicazioni cellulari – aumenta sensibilmente la propria attività. E, sebbene Saron sia molto prudente nel lasciarsi andare a profezie, c'è chi vede qualche correlazione tra meditazione e invecchiamento cellulare. Ma non è questo il punto che vorrebbe mettere Saron sul suo progetto. Perché, se dal punto di vista del metodo scientifico il neuroscienziato è rigorosamente cauto, da quello pratico è risoluto. A lui interessa di più la correlazione tra la meditazione e le aumentate capacità di autocontrollo, compassione ed empatia dei partecipanti. Più che i numeri e la curiosità scientifica in se e per se, il Shamatha Project sembra avere una portata che va al di là degli enzimi, dell'attività cerebrale, intende piuttosto usare i dati del laboratorio biologico e di quello psicologico per trarre conclusioni che interessano lo stile e le scelte di vita.

“Il modo di vivere occidentale è fallimentare – commenta Saron – anzi è già fallito nei suoi rapporti con se stessi, gli altri e l'ambiente. Il problema è che il mondo invia di sviluppo, assai più popoloso del nostro, sta per replicare lo stesso comportamento fallimentare e le conseguenze saranno peggiori”. Rimane un'ultima curiosità nel sentire questo neuroscienziato che parla con estrema calma e senza mai lesinare la propria disponibilità e a cui i principi del buddismo sembrano essere penetrati sottopelle. La meditazione Samatha è l'unica – o la migliore – per ottenere benefici psicofisiologici?“ Non credo, non posso rispondere con sicurezza perché non ci sono studi sufficienti in materia, ma non mi stupirei di ottenere risultati simili studiando i sufi islamici o i mistici cristiani”.

Fonte: http://daily.wired.it/news/scienza/2011/10/28/clifford-saron-meditazione-shamatha-project-15242.html

Meditazione buddista: quanto fa bene al cervello? ultima modifica: 2011-10-28T13:21:12+00:00 da Richard
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Richard

Noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle. (Carl Sagan)