Dove mettere il prossimo miliardo di persone

crescita della popolazione

Scorcio di Singapore (CC0 Pubblico dominio)

La crescita demografica e la parallela crescente espansione di metropoli e megalopoli potranno essere sostenibili solo ripensando radicalmente i modelli di pianificazione urbanistica, che non devono interessare le singole città ma le regioni in cui si trovano, e nel quadro di accordi internazionali. Entro il 2030, sulla Terra vivranno 1,1 miliardi di persone in più, portando il totale a 8,5 miliardi. La maggior parte di esse si riverserà nelle affollate città asiatiche e africane, aggravando inquinamento e carenza di risorse. L’espansione urbana altera i “big seven” di una città: vegetazione naturale, terreni agricoli, acqua potabile, lavoro, alloggi, trasporti e comunità.

Città in rapida crescita come Kano, Niamey, Sikasso e Bobo-Dioulasso, nell’Africa occidentale sub-sahariana stanno già convertendo le foreste circostanti in terreni agricoli irrigati per alimentare la popolazione in rapido aumento. La pianificazione urbana può rallentare questo degrado, e perfino migliorare la situazione. Ma è raro che la protezione delle terre naturali e agricole, dei corpi d’acqua e della biodiversità siano una priorità dei governi municipali, che si concentrano sulla creazione di posti di lavoro e di alloggi, sui trasporti e sulla crescita economica.

Un nuovo approccio alla pianificazione urbana dovrebbe essere al tempo stesso globale e regionale. Bisogna considerare le aree che sono nella posizione migliore per sostenere una popolazione più elevata senza che sia necessario aumentare notevolmente l’impronta ecologica, già pesante, sulla nostra limitata Terra.

A livello globale, i pianificatori dovrebbero dare priorità allo sviluppo delle aree più idonee (o le “meno peggiori”). Questo esclude le regioni popolose, povere di risorse o che sono hotspot di biodiversità indigena. Bisogna puntare su luoghi che hanno climi caldi e umidi adatti alle colture, come i terreni erbosi e boschivi nelle regioni temperate e tropicali. Ci sembrano promettenti alcune grandi aree nelle Americhe, in Africa centrale e in Asia, ma anche alcune regioni più ridotte dell’Oceania.

In secondo luogo, le aree metropolitane devono gestire i punti in cui assorbire i nuovi arrivi. Attualmente le persone si concentrano spesso in città o in aree di espansione urbana. Dovrebbero invece essere incoraggiati insediamenti compatti in aree marginali urbane e in città satellite. Questo offre spazio per comunità sostenibili e limita la perdita di terreni di valore. La gestione della crescita di città satellite si può osservare attorno a Barcellona, in Spagna, e nelle comunità compatte intorno a Portland, in Oregon, e Canberra, in Australia.

Questa prospettiva richiede un coordinamento a livello mondiale e, quindi, politiche internazionali e nazionali per la tutela dell’ambiente, lo sviluppo urbano e la migrazione umana. E ogni città deve sviluppare un piano urbano regionale.

Un viaggio di lavoro di uno di noi (Forman) a Barcellona nel 2002 ha permesso di constatare, grazie anche a un memorabile giro in elicottero, come può funzionare questo tipo di pianificazione. Il responsabile della pianificazione della città aveva riunito sindaci e leader di tutta la regione. La discussione è andata più o meno così: “Stiamo sprecando terreno! Non vogliamo espansioni urbane all’americana. Bisogna migliorare il nostro ridotto approvvigionamento idrico. Contenere le inondazioni. Basta alla riduzione di parchi e aree protette. Basta alle soluzioni di emergenza per i trasporti. Abbiamo bisogno di strategie economiche a lungo termine. Turisti e vigne non apprezzeranno il riscaldamento climatico.” Questi colloqui sono indispensabili per galvanizzare il sostegno alla pianificazione di intere regioni urbane.

Pressione in aumento

La progressiva espansione urbana di Jakarta dal 1976 (in alto) al 1989 (al centro) al 2004 (in basso). (Cortesia  NASA/GSFC/METI/ERSDAC/JAROS, e U.S./Japan ASTER Science Team)

La progressiva espansione urbana di Jakarta dal 1976 (in alto) al 1989 (al centro) al 2004 (in basso). (Cortesia NASA/GSFC/METI/ERSDAC/JAROS, e U.S./Japan ASTER Science Team)

Come uno tsunami, l’urbanizzazione si muove con forza e rapidamente sul territorio. I confini delle città si allargano, le città satellite crescono; strade e aree urbanizzate si espandono. Questi ultimi due fenomeni sono i più dannosi per l’ambiente. Il motivo per cui l’espansione è così dannosa risale alle origini delle città. La maggior parte degli insediamenti è cominciata su terreni agricoli di buona qualità, vicino a uno specchio di acqua dolce e a vegetazione naturale. Edifici, coltivazioni, pascoli e boschi, spesso si sono evoluti in anelli concentrici. Gli episodi di espansione urbana hanno quindi coperto o inquinato in misura crescente risorse naturali preziose. Nel frattempo, l’esplosione della popolazione ha inondato il territorio di rifiuti solidi, di acque reflue, di calore e di sostanze inquinanti.

Questo schema si applica a città di ogni dimensione, da quelle piccole (meno di 500.000 persone) alle megalopoli (più di dieci milioni di persone). Attorno alle città piccole e medie degli Stati Uniti – come Salt Lake City nello Utah, e Denver in Colorado – il terreno agricolo di buona qualità è stato coperto dalle case. Le distese di ecosistemi naturali si sono ridotte e sono diventare frammentate e degradate. Le aree ricreative boschive semi-naturali si trovano più lontano dalla gente di città. Il pozzi hanno abbassato la falda freatica, prosciugando corsi d’acqua e zone umide e impoverendo la fauna selvatica. Allo stesso modo, Seoul ha trasformato una zona verde in un anello di parchi isolati da autostrade e nuove comunità. In tutta la Cina l’espansione urbana è avvenuta a una scala e una velocità senza precedenti.

Il cambiamento climatico peggiora le cose aumentando numero e gravità di ondate di calore, siccità, inondazioni e giorni con una cattiva qualità dell’aria. L’espansione delle città costiere – come Guangzhou, Mumbai, New Orleans, Osaka e Vancouver – mette sempre più persone a rischio di inondazioni causate dall’innalzamento del livello del mare. I poveri delle aree urbane sono tra i soggetti più vulnerabili.

Nel frattempo, la produzione alimentare globale dovrà aumentare enormemente. Nutrire un miliardo di nuove bocche entro 14 anni appena potrebbe richiedere – in assenza di drastici cambiamenti nel sistema alimentare – qualche centinaio di milioni di nuovi ettari agricoli, un’area delle dimensioni della Groenlandia o gran parte dell’India.

Luoghi adatti
Per vedere quali aree del mondo hanno condizioni fisiche che potrebbero teoricamente ospitare in modo sostenibile un miliardo di persone in più, abbiamo sovrapposto le mappe di sette variabili dal The Atlas of Global Conservation. Abbiamo escluso le regioni con stress idrico elevato o estremo; altre zone aride; tundra e regioni ghiacciate; centri con specie uniche di una regione; e regioni con densità di popolazione superiore a 100 persone per chilometro quadrato, vale a dire gran parte di Europa, Medio Oriente, India, Cina e Stati Uniti occidentali.

CC0 Pubblico dominio

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Restano ampie zone del Sud America; parti del Canada meridionale e degli Stati Uniti settentrionali e orientali; le regioni centro-meridionali dell’Africa; parti dell’Asia a nord dell’Himalaya e dal Mar Nero alla Cina settentrionale; e aree sparse dell’Oceania (si veda la mappa a questo link). Alcune aree tropicali umide potrebbero sostenere coltivazioni come cacao, caffè, olio di palma, riso e mais. Ma lo sviluppo dovrebbe essere vietato in hotspot di biodiversità, come il Borneo, il nord del Queensland in Australia e parti del bacino amazzonico.

Il fatto che questi luoghi favorevoli siano diversi dalle regioni in cui la crescita della popolazione è più rapida solleva la questione se la migrazione verso aree più idonee aumenterà o meno, via via che l’impatto dei cambiamenti climatici colpirà in modo più duro. La maggior parte delle persone preferisce rimanere nella propria nazione. I costi della migrazione sono alti: rottura dei legami culturali e sociali, viaggi e ricostruzione delle comunità e delle infrastrutture.

Ma stare fermi diventa meno facile quando la densità della popolazione cresce e le risorse ambientali diventano più limitate. Come mostra l’attuale fuga di rifugiati dai conflitti in Medio Oriente, la migrazione di decine o centinaia di migliaia di persone metterà alla prova sia le comunità lungo le rotte del viaggio sia quelle delle regioni di origine e di arrivo, che sono principalmente urbane.

Naturalmente, molti altri fattori influiscono sul luogo in cui le persone possono o vogliono vivere, tra cui disponibilità di posti di lavoro, qualità del governo, conflitti ed effetti secondari della crescita della popolazione, come inquinamento dell’aria, acque reflue, isole di calore urbano e perdita di terreno con vegetazione naturale.

E ci sono alternative all’insediarsi in regioni più adatte. Per esempio, ci si potrebbe spostare tutti in città compatte [N.dR.: il concetto di “città compatta”, introdotto in urbanistica negli anni settanta, indica insediamenti a densità relativamente alta, con un uso misto del terreno, un sistema di trasporti pubblici che incoraggi l’uso di biciclette, bassi consumi energetici e basso inquinamento]; pompare più acqua da pozzi e falde acquifere più profondi; costruire migliaia di impianti di desalinizzazione; applicare la genetica all’agricoltura per accelerare la produzione alimentare; o lasciare che il riscaldamento climatico trasformi la foresta boreale in terreni agricoli. Ma queste idee non possono avere successo sul lungo termine senza una ampia pianificazione a scala regionale del territorio, dell’acqua e delle città.

Pianificazione regionale
Le città sono così intrecciate con le loro regioni circostanti che non ha più senso che siano l’unico obiettivo di una pianificazione sostenibile. Le immagini satellitari rivelano un mosaico di comunità, zone industriali, terreni agricoli ed ecosistemi naturali solcati da una ragnatela di vie di collegamento. Affinché persone e natura prosperino, è necessario gestire olisticamente la disposizione dei sistemi terrestri ed acquatici di tutta la regione urbana (tipicamente in un raggio di 70-100 chilometri).

La pianificazione della regione urbana non deve individuare specifiche strade o località per lo sviluppo di industrie, ma prevedere aree in cui protezione dell’approvvigionamento idrico, nuove comunità compatte, produzione alimentare locale, centri industriali e così via siano appropriati. Deve mirare a garantire la sostenibilità delle persone e delle risorse all’interno della città e degli anelli circostanti.

Port Harcourt, città nigeriana in rapida crescita. (PIUS UTOMI EKPEI/AFP/Getty Images)

Port Harcourt, città nigeriana in rapida crescita. (PIUS UTOMI EKPEI/AFP/Getty Images)

Alcune aree possono ospitare più persone meglio di altre. I centri delle città e le periferie hanno troppo poco terreno. Anche se i centri possono essere resi più densi, per esempio con la costruzione verso l’alto, tendono ad avere poco spazio verde per le famiglie e soffrono di un eccesso di calore, di inquinamento e altri problemi ambientali. E la crescita non pianificata al di là dei confini della città può distruggere terreno di elevato valore ecologico.

Noi suggeriamo che la crescita sia concentrata in quattro punti: periferia; aree urbanizzate a bassa densità appena oltre la periferia; città satellite; e città e villaggi all’interno di terreni agricoli adiacenti. Queste periferie sono mature per investimenti in posti di lavoro, parchi, trasporti pubblici locali, sistemi idrici e alloggi. Le comunità compatte facilitano i legami di vicinato, mentre abitazioni e strade sparse caratterizzano una cattiva urbanizzazione. Funzionari e decisori locali avranno bisogno di politiche e incentivi per incoraggiare lo sviluppo sostenibile in queste zone, soprattutto nei villaggi rurali, che tendono a svuotarsi via via che i residenti si spostano nelle città per lavoro.

Concentrarsi sulla regione invece che sulla città aiuterà a proteggere aree naturali, riserve idriche, aree per la produzione alimentare, qualità dell’aria e risorse naturali. Per esempio, New York tutela i terreni attorno alle sue riserve idriche per evitare l’inquinamento delle acque; Sapporo, in Giappone, custodisce le pendici delle sue montagne per garantire raffreddamento, controllo dell’erosione, turismo, ricreazione e legname; così fa Stoccarda in Germania, per garantire una ventilazione con aria pulita. Portland ha fissato un limite alla sua espansione, e Londra impone una cintura verde. Distese di orti si stendono attorno a Valencia, in Spagna, e a Calcutta, in India, le acque reflue servono per le coltivazioni vicino alla città. Chicago ha regolamenti per la qualità dell’aria su scala regionale; a Edmonton, in Canada, le aree industriali sono collocate sottovento.

Eppure oggi la pianificazione urbana regionale è rara. E per buone ragioni: le aree sono vaste e coinvolgono numerose giurisdizioni, settori e funzioni fondamentali per la società. La pianificazione delle città è comunemente gestita da esperti in centri urbani o da architetti che guardano agli edifici. Tipicamente l’ambiente è considerato alla fine del processo di pianificazione, e soprattutto per soddisfare le normative. Il processo deve essere invertito. Strutture e infrastrutture andrebbero costruite attorno, e non sulle preziose risorse naturali.

I prossimi passi
Su scala globale, pianificazione territoriale e migrazione degli esseri umani dovrebbero essere collegate agli accordi internazionali in materia di stress idrico, acqua pulita e degrado ambientale. Le aree di origine e di destinazione della migrazione umana dovrebbero ricevere un’attenzione particolare. Questi accordi dovrebbero evidenziare quantità e qualità delle acque sotterranee nelle regioni urbane; protezione delle rive e dalle alluvioni; sviluppo e sistemi idrici necessari a garantire le forniture di acqua per le città. Le politiche sull’immigrazione dovrebbero incoraggiare lo sviluppo e la crescita nelle regioni adeguate dal punto di vista ambientale.

I governi nazionali devono mettere in cantiere politiche che permettano la pianificazione urbanistica regionale. I finanziamenti per pianificazione, implementazione e valutazione dei progressi dovrebbero essere assegnato ai diversi livelli di governo delle aree che ne sono beneficiate.

La pianificazione urbanistica regionale richiede un nuovo mix di competenze. Sono essenziali esperti in: ecosistemi ed ecologia del paesaggio, quantità e qualità dell’acqua, qualità e produttività del suolo agricolo, economia, ingegneria delle infrastrutture di trasporto e dello sviluppo delle comunità. Agenzie internazionali, organizzazioni non governative, accademici e professionisti dovrebbero concorrere con studi su casi, esempi, modelli e nuovi progetti. Le principali università dovrebbero istituire unità multisettoriali di pianificazione urbana regionale per lo sviluppo di modelli e iniziative.

La società deve pensare globalmente, pianificare regionalmente, e quindi agire localmente.

Gli autori
Richard T. T. Forman insegna alla Graduate School of Design della Harvard University a Cambridge, Massachusetts.
Jianguo Wu è professore emerito di scienze della sostenibilità alla Arizona State University a Tempe.

(L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Nature” il 28 settembre 2016. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)

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Dove mettere il prossimo miliardo di persone ultima modifica: 2016-12-09T09:17:16+00:00 da Richard
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Richard

Noi siamo l’incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all’autocoscienza. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle. (Carl Sagan)