OOPARTS – Storia di undici storici enigmi (Parte 2°)

La Navicella di Tropakkale

toprakkale

Nel sito, anticamente noto come Tuspa, in Turchia, e’ stata rinvenuto un manufatto in argilla (ad oggi custodito nel museo di Istanbul) , si tratta di quello che, a prima vista, sembrebbe la riproduzione di una sorta di “navicella volante”, ma stavolta aperta nella parte superiore, monoposto, e con reattore posteriore.

.La “Navicella” di Tropakkale è una statuetta d’argilla risalente ad oltre 3000 anni fa .La notizia del ritrovamento del manufatto venne data dalla stampa di informazione slovena il 29 Novembre 1995.L’oggetto in questione ha una lunghezza di circa 22 cm, una larghezza di 7.5 cm ed un’altezza di 8 cm, è cuneiforme e l’estremità anteriore, acuminata ed affusolata, presenta un profondo solco.

La sezione centrale della statuetta è caratterizzata da uno spazio sagomato all’interno del quale siede una figura umana, la cui testa è stata rimossa per cause ignote ma di cui è possibile apprezzare sia il busto che gli arti superiori ed inferiori.

Al posto di guida si distingue ancora (nonostante il capo del personaggio sia andato perduto) una sorta di astronauta, con una tuta molto simile a quella che usano i nostri piloti per andare nello spazio, con degli elementi flessibili che riportano ancora la mente a costrutti dei nostri giorni; degni di nota anche i 2 tubi posti sul troncone di collo dell’ignoto viaggiatore, che potrebbero far pensare ad una qualche sorta di respiratore…

La figura antropomorfa sembra indossare un paio di stivali ed un bizzarro abito caratterizzato da una successione continua di irregolari sporgenze curvilinee, indumento la cui foggia ricorda fin troppo da vicino quella della tute spaziali utilizzate dai cosmonauti sovietici nel corso delle prime missioni esplorative dello spazio extra-atmosferico circumterrestre.

Nonostante la figura umana risulti parzialmente danneggiata, è possibile distinguere, sotto il mento, alcune formazioni in rilievo, che gli studiosi di paleoastronautica hanno associato a dei tubi di respirazione.La terza sezione del manufatto è ancora più sconcertante in quanto presenta una struttura che ricorda una sorta di ghiera, da cui emergono tre formazioni coniche estremamente somiglianti ad ugelli di scarico posteriori. La morfologia della “navicella” di Toprakkale è talmente somigliante a quella di un moderno razzo vettore monoposto pilotato da un astronauta che per un istante viene da dimenticarsi che gli artefici di questo manufatto sono vissuti più di 3000 anni fa.

NB: Il reperto in questione non è mai stato esposto al pubblico, in quanto… non sarebbe confermata la sua autenticità. C’e’ da scommetere che rimarra’ celato in qualche magazzino per anni, sino al giorno in cui comunicheranno, laconicamente, che e’ misteriosamente “scomparso”…

UN JET DAL SUD AMERICA

VelivoloColombianoxNel 1954 il governo della Colombia mandò parte della sua collezione di antichi oggetti d’oro in un tour negli Stati Uniti. Fra i monili, un pendente d’oro che riproduceva un modello di velivolo ad alta velocità databile ad almeno 1000 anni fa, identificabile come parte della cultura pre-Inca Sinu. La conclusione degli studiosi è che non rappresenti alcun animale, in quanto le ali sono molto rigide e a delta. Il timone è di forma triangolare, a superficie piatta e rigidamente perpendicolare alle ali.

A rendere più fitto il mistero, sulla parte laterale sinistra del timone appare un’insegna, esattamente dove si pone nei velivoli odierni. L’insegna è ancora più “fuori posto” di tutto l’oggetto in quanto si tratterebbe della lettera aramaica beth o B. Questo starebbe ad indicare che l’oggetto non sarebbe originario della Colombia ma antecedente, proprio di una qualche popolazione del Medio Oriente che conosceva il segreto del volo.

TESCHI DI CRISTALLO DI ATLANTIDE

teschio_cristallo_colombianoSenza dubbio il cristallo più enigmatico è il teschio, scoperto nel 1927 da F.A. Mitchell-Hedges sulla cima di un tempio in rovina nell’antica città maya di Lubaantum, Belize. Il teschio era fatto di un singolo blocco di quarzo alto 12 cm, lungo 17 e largo dodici. Le sue proporzioni corrispondono perfettamente a quelle di un piccolo cranio umano, dai dettagli perfetti. Molte anomalie vennero riscontrate durante gli studi effettuati nel 1970.

Non furono usati strumenti di metallo per modellare il quarzo, che era stato trattato senza badare assolutamente all’asse naturale del cristallo, situazione impensabile nella moderna arte della lavorazione del quarzo. Secondo gli studiosi gli venne dato un primo abbozzo di forma usando probabilmente il diamante. La fase di lucidatura e forma finale dovrebbe essere stata fatta con sabbia di cristalli di silicio e acqua. Se questo fosse vero, avrebbe richiesto trecento anni di lavoro continuo per ottenere il risultato finale. Al giorno d’oggi, dopo essere andati sulla Luna e aver scalato montagne, sarebbe impossibile riprodurre un simile oggetto.

Ritrovato da Frederick Mike Mitchell-Hedges nel 1964 il teschio passa nelle mani di Frank Dorland, esperto di cristalli, che esegue dei test presso i laboratori della Hewlett-Packard a Santa Clara in California.

Cosa emerge: il teschio è stato scolpito lungo l’asse principale del cristallo. Si tratta di una tecnica estremamente avanzata, che utilizza l’asse di simmetria e che diminuisce notevolmente il rischio di frantumazione del pezzo. Il teschio cambia di colore, sensazioni di caldo e freddo si avvertono toccando il quarzo.

Secondo Dorland “… il cristallo stimola una parte sconosciuta del cervello, aprendo una porta psichica sull’assoluto”. In una dichiarazione alla stampa, lo studioso rivela: “… i cristalli emettono continuamente onde elettromagnetiche; dal momento che il cervello fa la stessa cosa, è naturale che vi sia interazione”.

Già nell’antichità al cristallo venivano riconosciute proprietà spirituali; questo stesso minerale affascinò anche le culture antiche: i greci lo chiamavano Crystallos, o “ghiaccio chiaro”. In Egitto, fin dal 4000 a.C., le fronti dei defunti venivano adornate con un “terzo occhio” di quarzo cristallino per permettere all’anima di vedere la strada per l’eternità.

Tradizionalmente, il materiale preferito da veggenti e sensitivi per le loro sfere è il cristallo di rocca purissimo.

L’oggetto più straordinario che si conosca, composto da questo materiale, è il cosiddetto Teschio di Cristallo scoperto da Mitchell-Hodges, la cui origine è variamente attribuita: Atzechi, Maya o addirittura ai mitici abitanti di Atlantide.

Anche il suo rinvenimento fu molto controverso ed è stato al centro di diversi dibattiti: secondo certe fonti, fu trovato nel 1927 da una diciassettenne, Anna, figlia adottiva dell’avventuriero e vagabondo F.A. Mitchell-Hodges, mentre scavava fra le rovine di Lubaantun, la “Città delle pietre cadute”, nelle giungle dell’Honduras britannico.

La squadra di Mitchell-Hodges eseguì estesi scavi nella zona e diede un enorme contributo al nostro attuale patrimonio di reperti e conoscenze sulla civiltà precolombiana del Nuovo Mondo.

Mitchell-Hodges era anche noto come un fervente assertore della veridicità della leggenda di Atlantide; fu anzi in primo luogo la convinzione che fosse possibile confermare l’esistenza di una connessione fra le civiltà di Atlantide e dei Maya a spingerlo a sfidare le giungle dell’America centrale.

Il cristallo di rocca, purtroppo, non può essere datato con i sistemi convenzionali; tuttavia i laboratori Hewlett-Packard, che studiarono il misterioso cranio, hanno stimato che il suo completamento avrebbe richiesto un minimo di trecento anni di lavoro a una serie di artigiani dotati, inoltre, di enorme talento. In termini di durezza questo tipo di cristallo è solo leggermente inferiore al diamante.

Perché questo pezzo di pietra, tra l’altro non originario del posto, era considerato di un tale valore che il popolo che lo lavorò – quale che fosse – impiegò più di tre secoli per levigarlo pazientemente?

Il mistero del teschio di cristallo si infittì ancor di più quando fu ritrovata la parte inferiore e quando, unendo i due pezzi, si vide che la mandibola si articolava col resto del teschio, creando l’effetto di un cranio umano che apre e chiude la bocca.

è possibile che il teschio fosse manovrato in tal modo dai sacerdoti del tempio e che fosse usato come oracolo e strumento di divinazione. Si racconta che il lobo frontale del teschio a volte si appanni, acquistando una tinta lattiginosa; altre volte esso emette un’aura spettrale simile all’alone della luna: queste manifestazioni potrebbero essere il frutto di una fantasia sovreccitata, oppure stimolata dal potere intrinseco del cranio stesso.

Di fatto coloro che hanno avuto contatti prolungati nel tempo col teschio riferiscono di esperienze sensoriali inquietanti che comprendono suoni ed odori eterei, fino ad arrivare all’apparizione di spettri … L’impatto visivo del teschio è, sicuramente, ipnotico anche per uno scettico.

Quali che siano le sue proprietà, a ogni modo, non sembra proprio che chi lo possieda venga colpito da maledizioni, anzi: Mitchell-Hodges, che non si staccò dal teschio per più di trenta anni, è scampato a tre accoltellamenti e ad otto ferite d’arma da fuoco!

Prima di morire, il 12 giugno 1949, lasciò scritto nel suo testamento che il teschio doveva essere assolutamente consegnato alla figlia adottiva, che lo aveva trovato.

CHI HA SPARATO ALL’UOMO DI NEANDERTHAL?

cranio_neanderthal_zambia_con_foro_proiettile_38mila_anniNel museo di Storia Naturale di Londra si trova un teschio datato circa 38.000 anni fa, era paleolitica, rinvenuto in Zambia nel 1921. Sulla parete sinistra del teschio c’è un foro perfettamente rotondo. Stranamente non ci sono linee radiali attorno al foro o altri segni che indichino che il foro sarebbe stato prodotto da un’arma, una freccia o una lancia.

Nella parete opposta al foro, il teschio è spaccato e la ricostruzione dei frammenti mostra che il reperto è stato rotto dall’interno verso l’esterno, come si fosse trattato di un colpo di fucile. Esperti forensi dichiarano che non può essere stato nulla di diverso da un colpo esploso ad alta velocità con l’intenzione di uccidere. Chi possedeva un fucile 38.000 anni fa? Certamente non l’uomo delle caverne, ma forse una razza più avanzata e civilizzata.

LE INCREDIBILI PIETRE DEL DOTTOR CABRERA

PietreIcaxUna “capsula temporale” di immagini, unica, si trova ad Ica, Perù. Ventimila pietre e tavolette decorate con un grande assortimento di immagini, alcune delle quali fuori luogo e anacronistiche. Il proprietario è il fisico, archeologo dilettante e geologo dottor Javier Cabrera Darquea (“Le pietre di ICA” – Edizioni Mediterranee). La maggior parte del materiale impiegato è andesite grigia, di matrice granitica, semi cristallina, molto dura, difficile da incidere. La gente della regione è solita rinvenire tali pietre da secoli, sin dal 1500.

Sulle pietre sono raffigurate scene di chirurgia e pratiche mediche molto sofisticate, in alcuni casi molto più avanzate dei giorni nostri: sono rappresentati tagli cesarei, trasfusioni di sangue, l’agopuntura come anestetico, delicate operazioni ai polmoni o ai reni e la rimozione di tumori. Ci sono anche immagini dettagliate di operazioni a cuore aperto o al cervello, e pietre che descrivono un trapianto di cuore seguendone tutta la procedura. Alcuni dottori hanno verificato che nelle pietre viene mostrato perfino un trapianto di cervello, a dimostrare che i chirurghi della preistoria erano di gran lunga più avanzati di noi in fatto di medicina.

Il dottor Javier Cabrera ricevette in dono la prima pietra il 13 maggio 1966. Pesava un accidente. Senza dubbio il suo peso specifico era fuori del normale, forse paranormale. Vi era incisa la sagoma di un pesce preistorico di specie ignota, che il dottore pensò bene di ravvivare con della pomata grassa da scarpe, presente il donatore, accertandosi prima che si trattava di pomata neutra per tomaie di pelle chiara.

Quel pesce di maggio fu solo l’inizio. Alla morte del dottore, trentaquattro anni dopo, i pezzi erano migliaia e migliaia. C’è chi dice undicimilacinquecento, e chi ventimila. Un incremento medio di cinquecento pezzi l’anno, più di un pezzo al giorno. In mancanza di un inventario non è lecito pronunciarsi. Sappiamo solo che quel giorno di primavera del 1966 fu due volte cruciale per il dottore. Anzitutto, oltre che essere il quarantanovesimo anniversario della prima misteriosa apparizione ai pastorelli di Fatima, era il suo quarantaduesimo genetliaco.

In secondo luogo, ma sul momento non si capì, quel 13 maggio del 1966 inaugurava l’ultimo stadio di un’esistenza, una fase destinata a durare sette lustri. La vita umana è fatta a stadi come i razzi spaziali. Quella mattina, mentre altrove sul pianeta esplodevano le atomiche di Mao-Tse-Tung, il dottor Javier Cabrera Darquea, ai margini di un deserto meno esteso del Sinkiang ma ugualmente arido e desolato, tirò fuori di tasca la lente di ingrandimento (la teneva sempre in tasca), la impugnò e si mise a studiare la pietra. Dopo averci riflettuto, ma non troppo, diede alla pietra con il pesce il nome scientifico di gliptolito. Ormai era roba sua. Al tatto, alla vista, all’intelligenza, alla sua intuizione di fisiologo, quel regalo gli era apparso subito un pezzo inestimabile, una piccola Kaaba del Perù.

Nell’impatto con affezioni, fenomeni e reperti, il dottor Cabrera dava sempre molta importanza all’intuizione. Sicché quella pietra col pesce ebbe in sorte di essere la prima del suo, per così dire.

Oggi che lui non c’è più, l’ex segretaria si prende cura della collezione e riceve i visitatori. Quasi sempre si tratta di turisti che hanno sentito parlare del dottor Cabrera e bussano al portone del suo palazzotto prima di volare o dopo aver volato tra Ica e Nasca per ammirare dall’alto le Lineas, gli enormi, straordinari disegni che secondo alcuni furono fatti nel deserto perché li vedessero gli extraterrestri. Uno di quei disegni, detto l’astronauta, lungo trentadue metri, è adagiato sul fianco piatto di un piccolo rilievo. Sembra avere un casco in testa, gli occhi sgranati, un braccio alzato e una mano sventolante come se stesse salutando qualcuno che sta per arrivare o sta per andarsene. Molto noto nel mondo, divenne ancor più noto nel 1969, dopo lo sbarco dei primi astronauti sulla Luna.

Nel frattempo, la collezione Cabrera cresceva a un ritmo inarrestabile. I gliptoliti si moltiplicavano, schierati sulla scrivania dello studio, sui tavoli, sulle sedie, sui mobili, sugli scaffali, sui comodini, in cucina, nel bagno, in lavanderia, sul pavimento di ogni stanza della casa. Tappezzarono le pareti, occultarono i mattoni del pavimento, contesero ogni centimetro agli abitanti del palazzotto. Alla fine, come cellule impazzite, invasero il cervello e la persona del capofamiglia, che con grande dedizione, dopo il divorzio e ben oltre, continuò a esercitare la professione medica. Questo non gli impedì di trasfondere le sue migliori energie in un libro, “El mensaje de las piedras grabadas de Ica”, pubblicato nel 1994. Poi si ammalò e visse signorilmente fino al 31 dicembre del 2001, paziente e cortese e indifferente al cancro irrimediabile che lo andava consumando anche dentro.

Si discute ancora moltissimo sul lascito del dottor Javier Cabrera. C’è chi è disposto a giurare sull’autenticità dei suoi gliptoliti, con vari argomenti. C’è chi invece è perplesso. C’è infine chi si ostina a dimostrare che si tratta di falsi evidenti. In tutti e tre i casi si fa torto alla memoria di un uomo speciale, cosi speciale da avere dedicato una fase intera della propria vita, l’ultima, a un universo fantastico, espressione di una civiltà avanzatissima. Una civiltà di individui capaci di eseguire operazioni a cuore aperto, di addomesticare dinosauri, di rappresentare i continenti con maggiore esattezza dei cartografi di Francisco Pizarro, di offuscare la fama dello stesso don Jerónimo, capostipite dei Cabrera di Ica ed eroe fondatore della città.

Chi oggi passa da Ica diretto a Nasca, e non si ferma ad ammirare il Petrimonio del dottor Javier Cabrera, perde una grande occasione. La mitica Machu Picchu è Patrimonio dell’Umanità, ma è sempre più simile a una Disneyland delle Ande. I Piper volano sulle misteriose Lineas de Nasca come mosche sul miele, da una parte e dall’altra del serpente d’asfalto della Panamericana, virando a destra e subito dopo a sinistra, e poi ancora a destra, sballottando i turisti che non vogliono perdersi le foto e si perdono i disegni dal vero.

Chi non ama farsi distrarre, esce di strada e si dirige dove ci sono misteri che si stanno perdendo. Uno di questi è il Petrimonio del dottor Javier Cabrera di Ica, accumulato nel palazzotto di Plaza de Armas con tanto sacrificio, e a quanto pare destinato alla dispersione. Chissà dove andranno a finire i gliptoliti. Speriamo almeno che possano confondere le idee agli archeologi del Tremila. I dinosauri e gli uomini si sono incontrati? Il magnetismo dei gliptoliti ha calamitato al suolo le astronavi che sorvolavano il deserto di Palpa?

Le sfere metalliche di Klerksdorp o Sfere di Ottosdal

sfere di Ottosdal

Negli ultimi 30 anni i minatori della miniera d’argento di Wonderstone, in Sud Africa, hanno estratto dalla roccia diverse strane sfere di metallo, fino ad ora circa 200, che sono state analizzate all’università di Witwaterstand, Johannesburg, da eminenti professori di geologia. Le sfere metalliche somigliano a globi appiattiti di circa sette centimetri di diametro, di colore blu acciaio con riflessi rossastri e all’interno del metallo ci sono piccoli puntini di fibre bianche.

Sono fatte di una lega di nichel e acciaio, che in natura non si trova, e la composizione principale è di origine meteorica. Il fatto che rende la cosa ancora più misteriosa è che gli strati geologici dai quali sono state estratte le pietre risalgono ad almeno tre miliardi di anni fa. Aggiungendo mistero al mistero, Roelf Marx, responsabile del museo presso il quale sono custodite le pietre, dice che periodicamente esse roteano sul loro asse da sole.

Un inspiegabile ritrovamento. A partire dai primi anni ottanta, i minatori della miniera d’argento di Wonderstone, in Sud Africa, hanno portato alla luce diverse sfere dall’aspetto metallico la cui esistenza solleva alcuni interessanti interrogativi. Fino ad ora, ne sono state estratte circa 200; dal colore blu acciaio con riflessi rossastri, all’interno del metallo sono presenti fibre di colore bianco. Le loro dimensioni si aggirano sui sette centimetri di diametro e pare siano costituite da una lega di nichel e acciaio, principalmente di origine meteorica. Quello che stupisce di più, è il fatto che, nonostante le tre linee parallele incise sull’equatore di una di queste sfere facciano pensare ad un origine artificiale, lo strato geologico nel quale è stato effettuato il ritrovamento è stato datato a quasi tre miliardi di anni fa.

La storia delle sfere metalliche di Klerksdorp. Una delle sfere metalliche trovate nella miniera di Wonderstone, in Sud Africa. Il mistero delle sfere di Klerksdorp ebbe origine da alcune pubblicazioni divulgate nella decade che va dal 1980 al 1990; la prima di esse, uscita nel 1982, è un articolo a firma “Jimson S.” ( Scientists baffled by space spheres, 27 luglio 1982) pubblicato su Weekly World News. Il giornale riportava la notizia della scoperta di questi misteriosi oggetti nelle cave di pirofilite presso la cittadina di Ottosdal (nel Transvaal occidentale) in Sudafrica; le sfere prendono il nome dal museo di Klerksdorp, nel quale erano conservate. Il ritrovamento è stato effettuato in un deposito precambriano vecchio di 2,8 miliardi di anni; a quell’epoca, secondo le conoscenze scientifiche odierne, sulla terra non vi erano forme di vita intelligenti, ma solo colonie di batteri ed esseri unicellulari.

Le sfere rinvenute sono di due tipi: le prime composte da metallo bluastro costellato da puntini bianchi; le seconde cave, riempite all’interno con un materiale elastico. Secondo Roelf (Rolfe) Marx, sovrintendente del Museo di Klerksdorp, le sfere sono un mistero; specialmente se si osservano le tre incisioni perfettamente parallele presenti sull’equatore di una di queste, che fanno pensare ad una lavorazione artificiale. In una lettera datata 12 settembre 1984, Marx fornisce ulteriori informazioni sulle misteriose sfere asserendo che furono trovate nella pirofillite scavata vicino a Ottosdal. La formula chimica della Pirofillite (o Pirofilite) è Al2Si4O10(OH)2; si tratta di un minerale secondario, un fillosilicato di alluminio, abbastanza morbido. Le sfere sono invece estremamente dure; è stato dichiarato, infatti, che non si riusciva a scalfirle neanche con una punta d’acciaio.

Sempre secondo Marx, un professore di geologia all’Università di Potchefstroom, il professor A. Bisschoff, dichiarò che le sfere erano una concrezione di limonite (formula FeO (OH) nH2O), un ossido idrato di ferro che si forma per disfacimento di altri minerali ferrosi. Una concrezione è una massa avvolgente e compatta di roccia, formata dalla cementazione localizzata intorno ad un nucleo. Il primo problema circa questa teoria è che in genere le concrezioni di limonite si presentano a grappoli e non isolate e, ovviamente, senza scanalature parallele. Inoltre, se è vero che le sfere non si sono scalfite neanche utilizzando una punta d’acciaio, gli si dovrebbe attribuire una durezza (secondo la scala di Mohs) di almeno 6, mentre la durezza della limonite va da 5 a 5,5.

Negli anni ’90 la storia è stata ripresa e usata come fonte attendibile da Michael A. Cremo e Richard L. Thompson, ed usata in un libro della serie Forbidden Archeology, in cui veniva presentata come una notizia vera e documentata, portandovi a sostegno la lettera di Rolf Marx scritta nel 1984. Girano anche alcune voci secondo cui Marx avrebbe affermato che le sfere ruotavano periodicamente sul proprio asse mosse da una forza sconosciuta. Purtroppo, la pietra con le scanalature venne trafugata dal museo prima che vi si potessero compiere ulteriori analisi scientifiche, come una prova di incisione.

Teorie

Un minerale di Goethite
Come già detto, le sfere sono state rinvenute in una cava di pirofilite, un materiale piuttosto morbido utilizzato anche come isolante elettrico, che si origina dalla trasformazione metamorfica di un deposito sedimentario. Questo dimostrerebbe che la formazione del materiale è posteriore dunque ai 2,8 miliardi di anni fa stimati da Marx. Durante il processo metamorfico che ha trasformato l’argilla e la cenere vulcanica in pirofilite si sarebbero formati i noduli metamorfici, consistenti in noduli di pirite, che quindi, per effetto dell’esposizione all’aria, si è trasformata in goethite, componente della limonite, ereditandone la forma sferica.

Secondo il professor A. Bisschoff, dell’Università di Potchefstroom a Johannesburg, anche i solchi paralleli potrebbero essere il frutto di un processo naturale di consolidamento (noto, per quanto raro). Inoltre, fin dagli anni ’30, su pubblicazioni scientifiche e tecniche sono documentati ritrovamenti di noduli di pirite e goethite di origine metamorfica nelle miniere dove è avvenuto il ritrovamento delle sfere

(Nels, L. T., Jacobs, H., Allen, J. T., e Bozzoli, G. R., 1937, Wonderstone. Geological Survey of South Africa Bulletin no. 8, Pretoria, Sudafrica; Jackson, J. A., e Bates, R. L., 1987, Glossary of Geology. American Geological Institute, Alexandria, Virginia).

I sostenitori del mistero non concordano su alcuni punti di questa spiegazione considerando le sfere degli OOPArt (dall’inglese Out of Place Artifacts, cioè Oggetti fuori posto nel senso di anacronistici) a tutti gli effetti. Ci sono tre teorie a riguardo: la prima, quella sostenuta dai creazionisti, sostiene che le sfere siano state create da un’entità superiore durante la creazione della terra stessa che, secondo questo filone di pensiero, sarebbe avvenuta solo poche migliaia di anni fa; un’altra teoria vuole che le sfere siano state portate sulla terra da una razza aliena per scopi ignoti. Infine, si contempla la possibilità che questi manufatti siano attribuibili ad una antichissima civiltà di cui si è persa ogni memoria. Data la sparizione della sfera con le tre incisioni dal museo, non si possono condurre esami scientifici che darebbero altrimenti delle certezze.

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