Pensare o non pensare, questo è il dilemma…

Devo dire che qualche giorno fa ho avuto davvero paura che stesse per arrivare.

Pensare o non pensare

Pensare o non pensare

La terza guerra mondiale, intendo.

Si sapeva da anni che la Siria era nell’agenda dei Neocon, insieme a altri sei rogue-State, stati-canaglia: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan, e Iran. E non lo si sapeva dalle rivelazioni di un complottista qualunque ma nientemeno che dal generale Wesley Clark[1]. Se pur in ritardo sulla scaletta – questi sei stati avrebbero dovuto esser ‘democratizzati’, o ‘liberati’ se preferite, in cinque anni e ne erano passati di più, ma, si sa, c’è sempre qualcuno che non apprezza la bellezza della democrazia – tutto filava così ‘bene’ secondo il solito copione.

Armi chimiche inventate – o lanciate appositamente dai ‘nostri eroi’ per incolpare Assad – con inevitabile retorica della linea rossa superata, opinione pubblica ipnotizzata, filmati taroccati – ma tanto chi ci fa caso, visto che Osama l’abbiamo accoppato due volte e non vi abbiamo neppure fatto vedere il corpo – insomma o ci credete o…ci credete perché ve lo diciamo noi. In più la marionetta francese che si gonfia come un galletto, ma poi, ancor prima di poter fare uno di quei bei false flag che gli riescono così bene, d’improvviso, qualcuno o qualcosa si è messo di traverso.

Chi? Putin? I cinesi? Entrambi? Al G20 hanno sussurrato all’orecchio del pupazzo a stelle e strisce che avrebbero iniziato a vendere petrolio in Euro o Rubli o Yuan? Che russi e cinesi rispondessero con la politica delle cannoniere mi sembra francamente poco credibile, però…non si sa mai. Forse ha ragione Fausto Carotenuto, che parla di scontri di piramidi oscure di poteri che realizzano comunque i loro obiettivi mantenendo stati di guerra anche latenti, ferite spirituali aperte, fiamme pronte a essere riattizzate in qualunque momento. Concordo con lui che quello che ci stanno raccontando – come direbbe il buon Di Pietro – c’azzecca poco con il reale svolgersi degli avvenimenti.

pensareono2Ma veniamo alla nostra storia: visto che l’opinione pubblica americana diventava di giorno in giorno più contraria all’aggressione e il Congresso verosimilmente avrebbe bocciato la richiesta di intervento del presidente, alla fine, come sappiamo, la proposta di Putin è stata accolta. Putin ha offerto un’exit-strategy accettabile, anche se il pupazzo Obama, non lanciando l’attacco che era nell’agenda dei suoi pupari, a mio avviso va incontro a seri rischi, rischi di morte politica se non di morte fisica. Prova ne sia che egli continua imperterrito – insieme agli irriducibili cow-boy che non vogliono farsi togliere l’iniziativa dai russi – a dare, sulla stampa americana, sfoggio di muscoli e ruggiti ad uso squisitamente interno.

Poi, ecco che tra ieri e oggi escono, sulla stampa mainstream, due articoli di segno contrapposto, che trovo davvero emblematici della situazione attuale. Uno sul New York Times e l’altro sul The New Yorker, giornali molto diversi tra loro, ma entrambi autorevoli. Ieri – 11 settembre – esce sul New York Times un appello di Vladimir Putin[2]diretto al popolo americano. Un testo indubbiamente particolare, sia per la pacatezza dei toni sia per i contenuti assolutamente fuori dell’ordinario.

Confesso di non avere mai avuto molta simpatia per Vladimir Putin. Il suo essere stato uomo del KGB e i suoi comportamenti intolleranti e violenti verso gli oppositori non me lo rendono particolarmente gradevole. Comunque sia, in quest’appello il presidente russo, dopo aver fatto una breve storia dei rapporti intercorsi nel passato tra USA e Russia e aver sottolineato il ruolo fondamentale che deve avere una istituzione sovranazionale per garantire la pace, dice alcune cose a mio avviso davvero sconvolgenti per un orecchio americano.

Primo: un eventuale attacco contro Assad favorirebbe le milizie ribelli, la peggior specie di terroristi e di mercenari che gli USA appoggiano solo per calcolo politico.

Secondo: la Russia non protegge il governo siriano – in sostanza oggi in Siria, come si dice a Roma, il più pulito c’ha la rogna – bensì la legge internazionale secondo la quale una reazione militare è accettabile solo se si è attaccati o se c’è una decisione del consiglio di Sicurezza. Tertium non datur. La legge è legge, che piaccia o meno.

Terzo: vero, sono stati usati i gas, ma ci sono seri motivi – e prove – di credere che siano stati usati dai ribelli per far cadere la colpa sui governativi, onde aizzare l’attacco americano. Un attacco che, scatenato per punire le stragi dei gas, provocherebbe inevitabilmente altre stragi d’innocenti.

Quarto: perché l’America continua a intervenire nei conflitti interni di tutto il mondo? L’esperienza ha mostrato che questi conflitti sono stati inutili e dannosi e sempre più persone nel mondo non guardano più agli Stati Uniti come a un esempio di democrazia ma di prepotenza. E questo produce insicurezza; se non viene applicata la legge internazionale ogni Paese avrà paura e si armerà sempre più; “se ho la Bomba nessuno mi può toccare”. Questo inevitabilmente produrrà esattamente quella reazione che si dice di voler combattere, vale a dire una vera e propria corsa alle armi di distruzione di massa.

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Il quinto punto merita di essere riportato per intero. Si tratta della chiusa della lettera, con un argomento che tocca proprio il nucleo del problema: il senso dell’“eccezionalità americana” cui può essere fatta risalire, senza ombra di dubbio, la politica aggressiva e messianica ad un tempo degli USA negli ultimi decenni.

“La collaborazione e il mio rapporto personale con il presidente Obama – scrive Putin – sono caratterizzati da una crescente fiducia. Sono contento di questo. Ho esaminato con attenzione il suo discorso alla nazione di martedì. Ma devo dissentire sul suo riferimento all'”eccezionalità americana”, quando ha affermato che la politica degli Stati Uniti “è “ciò che rende l’America diversa. È ciò che ci rende eccezionali”. È estremamente pericoloso incoraggiare le persone a vedere se stesse eccezionali, qualunque sia la motivazione. Ci sono grandi Paesi e piccoli Paesi, ricchi e poveri, quelli con lunghe tradizioni democratiche e quelli che stanno ancora cercando la loro strada verso la democrazia. Anche le loro politiche sono diverse. Siamo tutti diversi, ma quando chiediamo le benedizioni del Signore, non dobbiamo dimenticare che Dio ci ha creati uguali”.

Chi conosce veramente questo Paese sa perfettamente come questo senso di “eccezionalità” sia profondamente insito in ogni cittadino – che si definisce immancabilmente patriot – come venga instillato da ogni libro di testo scolastico, da ogni articolo di giornale, da ogni film hollywoodiano. Mi sono occupato di quest’argomento in un precedente articolo[3] dove, parlando del Nuovo Ordine Mondiale, ho avuto occasione di scrivere: “Il NWO nasce dalla convinzione anglo-americana di aver dato vita, con la nascita degli USA, ad un Paese con un destino unico e provvidenziale. Una luce tra le Nazioni, un modello di civiltà, libertà e democrazia, una speranza per tutti i popoli in difficoltà, come efficacemente simboleggiato dalla statua della libertà. Dopo la II guerra mondiale questa convinzione, nutrita all’interno dei circoli anglosassoni – occulti e non – è stata di fatto ‘esportata’ in tutto il mondo, diventando in qualche modo una verità assodata per tutti. (…) L’american dream, la musica, l’abbigliamento, la politica, la cultura, tutto è espressione dell’eccezionalità nordamericana. Gli Stati Uniti d’America rappresentano per i circoli che coltivano il NWO – e il New American Century – la civiltà che ha raccolto l’eredità dell’Impero Romano”.

Ora, naturalmente questa eccezionalità, se non riferita a determinate peculiarità – in alcuni casi sicuramente a ragione – di questo Paese, diventando assoluta e non più relativa, conduce evidentemente a un totale disprezzo delle caratteristiche delle altre nazioni, che, nella migliore delle ipotesi, vengono considerate subalterne. E qui arriviamo al secondo articolo – ricordate? – quello uscito oggi, 12 Settembre, su The New Yorker. Bene, questo pezzo – se uno non conoscesse questo Paese con tutte le sue contraddizioni – sarebbe davvero un articolo surreale, o umoristico, come preferite.

Già dal titolo: McCain accusa Obama di pensare prima di usare la forza.

Ho capito bene? Di pensare?

Già, di pensare.

pensareono4Il nostro bravo senatore repubblicano, infatti, che si è ripetutamente fatto fotografare negli scorsi mesi con quei tagliagole dei ribelli siriani, accusa espressamente il presidente di essersi fermato a pensare prima di lanciare l’attacco alla Siria. Cosa avrebbe dovuto fare Obama? Ma è chiaro: prima attaccare e poi discutere; i morti non protestano, e degli altri a quel punto nessuno avrebbe più fiatato. Un po’ di malcontento generale poi tutti di nuovo al lavoro a stilare comunicati e programmi.

Giusto, John Wayne prima sparava e poi, magari, chiedeva: chi va là?

Ma non finisce qui perché il nostro rincara – se possibile – la dose, raggiungendo un vertice credo inarrivabile anche nella storia della conquista del West.

“Da quando sono nati gli Stati Uniti d’America – dice il nostro senatore – questa grande nazione è stata coinvolta in innumerevoli conflitti armati, molti dei quali non avrebbero mai avuto luogo se ci fossimo fermati prima a pensare. Purtroppo pare che il presidente non abbia imparato questa lezione dalla storia. (…) Sarebbe il caso che eliminasse il pensare dall’agenda[4]”.

Insomma McCain ci vuole dire: come avremmo fatto ad annientare intere nazioni, a fare milioni di morti in Vietnam, Corea, Afghanistan, Iraq, Libia – per citare solo le più significative – se ci fossimo fermati a pensare prima di agire?

Ha ragione il nostro senatore, non c’è dubbio, non avrebbero potuto.

È proprio vero: chi si ferma è perduto.

Piero Cammerinesi

(corrispondente dagli USA di Coscienzeinrete Magazine e Altrainformazione)

Riferimenti:

[1] [2] [3] [4]

Pensare o non pensare, questo è il dilemma… ultima modifica: 2013-09-13T16:02:42+00:00 da Richard
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Richard

Noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle. (Carl Sagan)