Sri Aurobindo – L’ora di Dio

supermenteVi sono momenti in cui lo Spirito abita tra gli uomini ed il Respiro del Signore aleggia sulle acque del nostro essere; ve ne sono altri nei quali si ritira e gli uomini vengono lasciati agire con la forza o nella debolezza del loro egoismo.

I primi sono periodi nei quali anche un piccolo sforzo produce grandi risultati e cambia il destino; i secondi quelli in cui anche un grande lavoro porta scarsi risultati. E’ vero forse che gli ultimi sono preludio per i primi; forse l’alito del sacrificio che sale fino al cielo fa scendere la pioggia della bontà di Dio.

Infelice è l’uomo o la nazione che al giungere del momento divino è addormentato o impreparato a riceverlo, perché la lucerna non è stata alimentata per accogliere l’ospite e le orecchie sono sorde al suo richiamo.

Ma guai a coloro che pur essendo forti e pronti sprecano la loro forza o fanno cattivo uso del momento; vanno incontro ad una perdita irreparabile o ad una grande distruzione. Nell’ora di Dio monda la tua anima da ogni autoinganno, da ogni ipocrisia e da ogni vano autocompiacimento per poter vedere chiaramente nel tuo spirito e udire la sua chiamata.

Tutta la falsità della tua natura, una volta protezione dallo sguardo del Maestro e dalla luce dell’ideale, diviene ora uno squarcio nella tua armatura e ti espone ai fendenti. Se anche vinci per un momento è peggio per te, perché il colpo può giungere in seguito ed abbatterti nel mezzo del trionfo. Piuttosto restando puro scaccia ogni paura, perché l’ora è spesso terribile, come un incendio, un turbine e una tempesta, come l’azione del torchio del furore divino; ma colui che resiste fermamente, fedele al suo scopo, rimarrà saldo; anche se cadrà si rialzerà di nuovo; anche se sembrerà svanire sulle ali del vento, ritornerà.

Non lasciare che la prudenza del mondo mormori al tuo orecchio, poiché è giunta l’ora dell’inatteso, dell’incalcolabile, dell’incommensurabile. Non misurare il potere dello Spirito con i tuoi strumenti insignificanti, ma abbi fiducia e prosegui nel cammino. Soprattutto mantieni libera la tua anima, anche solo per un po’, dal clamore dell’ego. Allora un fuoco illuminerà per te la notte, la tempesta ti sarà amica e il tuo stendardo sventolerà sulle altezze sublimi della grandezza finalmente conquistata.

LA LEGGE DEL SENTIERO

Per prima cosa sii certo della chiamata e della risposta della tua anima. Infatti se la chiamata non è autentica, se non si tratta del tocco del potere di Dio o della voce dei suoi messaggeri ma di un richiamo del tuo ego, il tuo impegno porterà ad un vano fallimento spirituale o ad un grande disastro. E se solo il consenso e l’interesse mentale e non il fervore dell’anima rispondono alla chiamata divina, o se solamente i desideri vitali inferiori si lasciano attrarre dai frutti del potere e del piacere che derivano dallo Yoga, o ancora se soltanto un’emozione passeggera saltella come fiamma instabile mossa dall’intensità, dalla dolcezza o dalla maestosità della Voce, è pericoloso percorrere il difficile sentiero dello Yoga.

Gli strumenti esteriori dell’uomo mortale non hanno la forza di fargli vincere gli austeri ardori di questo viaggio spirituale e la sua Titanica battaglia interiore, di fargli affrontare le traversie terribili ed i continui cimenti, né hanno la capacità di temprarlo e fortificarlo perché possa affrontare e superare i pericoli sottili ed immensi del viaggio. Solo la volontà maestosa ed incrollabile del suo spirito, il fuoco inestinguibile e l’ardore invincibile della sua anima possono compiere questa difficile trasformazione ed assolvere questo compito improbo. Non pensare che la strada sia facile: il cammino è lungo, arduo, pericoloso e difficile.

Ogni passo nasconde un agguato, ogni svolta un pericolo. Migliaia di nemici visibili ed invisibili si scaglieranno contro di te, terribilmente astuti contro la tua ignoranza, enormemente potenti contro la tua debolezza. E quando con dolore li avrai distrutti altre migliaia ne sorgeranno e li sostituiranno. L’Inferno vomiterà le sue orde per opporsi a te ed il Cielo ti si farà incontro con le sue prove impietose ed i suoi dinieghi freddi e splendenti. Sarai solo nella tua angoscia: i demoni furiosi sul tuo sentiero e gli Dei riluttanti sopra di te. Antichi, potenti, crudeli ed invitti, vicini ed innumerevoli sono i Poteri oscuri e tremendi che prosperano nel regno della Notte e dell’Ignoranza, invariabilmente ostili.

Distaccati, lenti ad arrivare e lontani sono gli Esseri di Luce che hanno la volontà o il permesso di soccorrerti con apparizioni brevi e rare. Ogni passo avanti è una battaglia. Il cammino si compie attraverso discese precipitose, con scalate infinite e sempre nuove vette da conquistare. Ogni altopiano scalato è soltanto un passo sul cammino, che rivela nuove, infinite, altezze. Ogni vittoria che appare come l’ultima lotta trionfale non è che il preludio di centinaia di battaglie feroci e pericolose… Ma tu dirai: “Non è forse la mano di Dio accanto a me per soccorrermi e la Madre Divina al mio fianco con il suo sorriso pieno di grazia?”

Non sai allora che la grazia di Dio è più difficile da ottenere e da conservare del nettare degli Immortali o dei tesori inestimabili di Kuvera? Chiedilo ai suoi eletti e loro stessi ti diranno quanto spesso l’Eterno ha nascosto il suo volto, quanto spesso si è allontanato da loro ammantandosi del suo velo misterioso, lasciandoli soli nella morsa dell’Inferno, nell’orrore dell’oscurità, nudi ed indifesi nell’angoscia della battaglia.

Ed anche quando riesci a percepire la sua presenza dietro al velo, essa è simile al sole invernale coperto dalle nuvole, che non ti ripara dalla pioggia e dalla neve, né dai pericoli della tempesta, dal vento sgradevole e dal gelo pungente, né dal grigiore di un’atmosfera colma di dolore, o da un’ottusità scialba e noiosa. Senza dubbio l’aiuto è presente anche quando sembra mancare ma l’apparenza è quella della notte totale, senza sole che sorge o stelle di speranza a perforare l’oscurità. Bello è il volto della Madre Divina, ma altrettanto duro e terribile. E’ forse l’immortalità un gioco, da mettere con leggerezza nelle mani di un bambino, o la vita divina un bottino da conquistare senza sforzo, la corona dei deboli? Combatti rettamente e l’avrai; abbi fede e la tua fede sarà infine premiata, ma questa è la dura legge del sentiero e nessuno la può abrogare.

IL SUPERUOMO DIVINO

Questo è il tuo compito, lo scopo del tuo essere e la ragione per la quale sei qui: diventare il superuomo divino ed un veicolo perfetto della Divinità. Qualunque altra cosa ti trovi a fare è solo una preparazione, una gioia lungo il cammino o una deviazione dal tuo proposito. Questa è la meta e questo è lo scopo, ed il tuo essere trova la propria grandezza ed il proprio diletto nella gioia della meta e non nel potere o nella gioia del cammino. Il cammino è un cammino di gioia perché ciò che ti attira è anche tuo compagno di viaggio ed il potere di arrampicarti ti è stato dato perché tu possa giungere alle tue stesse sommità.

Se hai un dovere da compiere, questo è il tuo dovere; se ti chiedi quali sia il tuo scopo, fa che questo sia lo scopo; se cerchi il piacere, non c’è gioia più grande, perché ogni altra gioia è frammentaria e limitata, come quella del sogno, del sonno o dell’oblio di sé. Questa invece è la gioia del tuo intero essere. Perciò se ti chiedi cosa sia il tuo essere, questo è il tuo essere, il Divino, ed ogni altra cosa è solo la sua immagine frammentata e distorta.

Se cerchi la Verità, questa è la verità. Ponila dinanzi a te ed in ogni cosa e restale fedele. Disse bene colui che, intravedendo la verità attraverso il velo e scambiandolo per il vero volto, affermò che il tuo scopo è divenire te stesso; giustamente disse anche che è nella natura dell’uomo trascendere se stesso. Questa è davvero la sua natura e quello è veramente lo scopo supremo del suo trascendere se stesso.

Che cos’è dunque il sé che devi trascendere e che cos’è il sé che devi divenire? Proprio nel comprendere questo non devi commettere alcun errore, perché tale errore, il non conoscere te stesso, è la fonte di tutto il tuo dolore e la causa di ogni difficoltà. Ciò che devi trascendere è il tuo sé apparente, l’uomo per come lo conosci, il Purusha apparente. E che cos’è quest’uomo? E’ un essere mentale, schiavo della vita e della materia, e quand’anche non è schiavo della vita e della materia lo è della propria mente. Schiavitù, quest’ultima, grave e pesante perché essere schiavi della mente significa esserlo di ciò che è falso, limitato ed illusorio.

Il sé che devi diventare è ciò che già interiormente sei, dietro al velo della mente, della vita e della materia. E’ l’essere spirituale, il divino, il superuomo, il vero Purusha. Proprio ciò che oltrepassa l’essere mentale è il superuomo. Essere il superuomo significa divenire il maestro della tua mente, della tua vita e del tuo corpo; regnare sulla Natura della quale ora sei lo strumento; innalzarti al disopra di Lei che ora ti schiaccia sotto i suoi piedi. Significa essere libero e non schiavo, essere uno e non diviso, immortale e non limitato dalla morte, splendente di luce e non immerso nell’oscurità, colmo di gioia e non soggetto ad angoscia e sofferenza; significa essere innalzato al potere e non abbattuto nella debolezza. Significa vivere nell’Infinito e possedere il finito, vivere in Dio ed essere uno con Lui.

Diventare te stesso significa tutto questo e ciò che ne deriva. Sii libero in te stesso e perciò libero nella mente, nella vita e nel corpo. Perché lo Spirito è libertà. Sii uno con Dio e con tutti gli esseri; vivi nel tuo sé e non nel tuo piccolo ego. Perché lo Spirito è unità. Sii te stesso, immortale, e non credere nella morte, perché la morte non riguarda te ma il tuo corpo. Perché lo Spirito è immortalità. Immortale significa infinito nell’essere, nella coscienza e nella gioia, poiché lo Spirito è infinito ed ogni cosa finita vive grazie alla sua infinità. Tu sei tutto questo e perciò lo puoi divenire; se già non fossi tutto questo non potresti mai diventarlo. Solo ciò che è dentro di te può essere manifestato nel tuo essere. Sembri diverso da tutto ciò, ma vuoi forse vivere schiavo delle apparenze?

Piuttosto svegliati, trascendi te stesso e divieni te stesso. Tu sei uomo e la vera natura dell’uomo è superare se stesso. E’ stato l’animale uomo, deve diventare più che l’uomo animale. E’ il pensatore, l’artigiano, il cercatore di bellezza. Dovrà trascendere il pensatore ed essere il veggente della conoscenza; dovrà superare l’artigiano per diventare il creatore ed il maestro della sua creazione; dovrà andare oltre il cercatore della bellezza per gioire di ogni bellezza e di ogni gioia.

Limitato essere fisico anela alla sua sostanza immortale; essere vitale cerca la vita immortale ed il potere infinito del suo sé; mentale e parziale nella conoscenza anela alla luce perfetta ed alla visione assoluta.

Possedere tutto ciò è divenire il superuomo, cioè ergersi oltre la mente nella supermente.

Chiamatela mente divina o Conoscenza o supermente, è il potere e la luce della volontà e della coscienza divine. Per mezzo della supermente lo Spirito vide e creò se stesso nei mondi; tramite la supermente vive in essi e li governa. Per mezzo della supermente è Svarat Samrat, colui che regola sé stesso ed ogni cosa. La supermente è il superuomo, perciò andare oltre la mente è la condizione necessaria.

Essere il superuomo significa vivere la vita divina, essere un dio, poiché gli dei sono i poteri di Dio. Sii un potere di Dio nell’umanità. Vivere nell’Essere divino e lasciare che la coscienza, la gioia, la volontà e la conoscenza dello Spirito prendano possesso di te, questo è il senso, il significato. Questa è la tua trasfigurazione sulla montagna. E’ scoprire Dio in te stesso e riconoscerlo in ogni cosa. Vivi nel suo essere; risplendi della sua luce; agisci con il suo potere e gioisci della sua gioia. Sii quel Fuoco, quel Sole e quell’Oceano. Sii quella gioia, quella grandezza e quella bellezza. Quando avrai fatto questo anche solo in parte avrai compiuto i primi passi nel cammino verso la ‘superumanità’.

Sullo Yoga – CERTEZZE

Nelle profondità si celano ulteriori profondità, nelle altezze un’altezza ancora maggiore. L’uomo giungerà più velocemente ai confini dell’infinito che alla pienezza del proprio essere, poiché quell’essere è l’infinito, è Dio. Aspiro ad una forza infinita, ad una conoscenza senza limiti e ad una gioia infinita. Potrò mai ottenerla? Si, ma la natura dell’infinito è non avere fine. Perciò non puoi dire io la ottengo, ma piuttosto io la divento. Solo così l’uomo può ottenere Dio, diventando Dio. prima di giungere a divenire Dio l’uomo può entrare in relazione con Lui. Entrare in rapporto con Dio è Yoga, l’estasi più grande e l’occupazione più nobile. Esistono rapporti tipici dello stadio attuale di evoluzione dell’umanità, chiamati preghiera, venerazione, adorazione, sacrificio, riflessione, fede, scienza e filosofia.

Esistono altre relazioni che superano le nostre attuali capacità ed appartengono ad uno stadio evolutivo ancora da raggiungere. Tali sono le relazioni alle quali si giunge attraverso le pratiche conosciute sotto il nome di Yoga. Possiamo conoscerlo come Dio, come Natura, come il nostro Sé Superiore, come Infinito o come una qualche meta ineffabile. Così lo avvicinò Buddha, così lo avvicina il rigido Advaitin. Anche l’ateo può entrare in contatto con Lui. Al materialista Egli si rivela nella materia. Per il nichilista attende in agguato nel cuore dell’annichilimento. In qualunque modo gli uomini vengano a Me, così vengono accolti dal Mio Amore.

CONCETTI E DEFINIZIONI INIZIALI

Quattro sono i poteri e gli strumenti dello Yoga: purezza, libertà, beatitudine e perfezione. Chiunque abbia portato a pienezza questi quattro poteri nel trascendentale, nell’universale, nel lilamaya e nel Dio individuale è lo Yogin perfetto ed assoluto.Tutte le manifestazioni di Dio sono manifestazioni del Parabrahman. Il Parabrahman Assoluto è per noi inconoscibile, non perché sia la negazione di tutto ciò che siamo -perché, al contrario, qualunque cosa siamo, in realmente o apparentemente, altro non è che Parabrahman -ma perché Egli è preesistente e sovrasta anche i metodi più elevati e puri e gli strumenti più potenti ed illuminati di cui l’anima incarnata dispone. Nel Parabrahman la conoscenza cessa di essere conoscenza e diviene un’identità inesprimibile.

Divieni Parabrahman se vuoi e se Quello te lo permetterà, ma non cercare di conoscerLo, perché non potrai avere successo con questi mezzi e questo corpo. In realtà tu sei già Parabrahman, lo sei sempre stato e lo sarai per sempre. Per diventare Parabrahman in qualunque altro senso devi trascendere completamente il mondo della manifestazione e persino oltrepassare il concetto di trascendenza.

Perché dunque dovresti anelare a trascendere la manifestazione come se il mondo fosse un male? Non si è forse Quello manifestato in te e nel mondo e sei forse tu, anima incarnata, vittima dell’inganno mentale, più saggia, pura e migliore dell’Assoluto?

Quando Quello ti riassorbirà dovrai andare, ma finché la Sua forza abiterà in te non potrai andare oltre, per quanto la tua mente possa lagnarsi o desiderarlo ardentemente. Perciò non desiderare e non evitare il mondo, ma piuttosto cerca la gioia, la purezza, la libertà e la grandezza di Dio qualunque siano il tuo stato e le tue circostanze.

Finché nutrirai un qualunque desiderio, fosse anche quello della non-nascita o della liberazione, non potrai raggiungere Parabrahman. Quello, infatti, non ha desideri, né di nascere, né di non nascere, né di appartenere al mondo, né di lasciare il mondo. L’Assoluto non è limitato dai tuoi desideri, come non è accessibile alla tua conoscenza. Se tu volessi conoscere Paratpara Brahman lo conosceresti come sceglie di manifestarSi nel mondo e trascendendo il mondo stesso -poiché anche la trascendenza è una relazione con il mondo e non con il puro Assoluto -dato che in altro modo è inconoscibile.

Questa è contemporaneamente la conoscenza e la non conoscenza del Vedanta. Di Parabrahaman non dovremmo dire che Egli trascende il mondo o è immanente al mondo, o che è o non è in relazione con il mondo, perché tutte queste idee di mondo e non-mondo, di trascendenza, di immanenza e di relazione sono espressioni del pensiero tramite il quale la mente impone i propri valori alla manifestazione di Parabrahman, al Suo principio di conoscenza. Non possiamo asserire che qualcuno di essi, nemmeno il più elevato, sia la vera realtà di ciò che è al tempo stesso ogni cosa ed oltre ogni cosa, nulla ed oltre il nulla.

Un silenzio profondo e privo di pensieri è l’unica attitudine che l’anima manifestata nel mondo dovrebbe assumere nei confronti dell’Assoluto. Di Parabrahman sappiamo che E’, in un modo in cui nessun oggetto o stato può essere nel mondo, perché ogni volta che raggiungiamo gli estremi limiti dell’esperienza dell’anima, della mente o del corpo, giungiamo sull’orlo di Quello e lo percepiamo esistere, in modo inconoscibile, senza alcuna capacità da parte nostra di sperimentare su di esso una qualunque verità.

Quando la tua anima scendendo di profondità in profondità ed espandendosi di vastità in vastità si erge nel silenzio del proprio essere davanti ad uno sconosciuto inconoscibile, origine e meta dell’esistenza del mondo, non materialmente reale, né mentalmente reale, né sogno o falsità, sappi allora che sei alla presenza del Santo dei Santi, dinanzi al Velo che non può essere lacerato. Abitando il tuo corpo mortale non puoi lacerarlo, né in un altro corpo, né come sé incarnato e nemmeno come puro sé, né in stato di veglia, né durante il sonno, e nemmeno in trance, in nessuno stato ed in nessuna circostanza, perché devi essere oltre qualunque stato prima di poter entrare in Paratpara Brahman.

Quello è il Dio sconosciuto al quale non può essere innalzato alcun altare e che non può essere oggetto di adorazione; l’universo è il Suo unico altare e l’esistenza la Sua sola adorazione. Che noi siamo, sentiamo, pensiamo ed agiamo o che siamo ma non sentiamo, né pensiamo o agiamo è indifferente per Quello. Per Quello il santo è uguale al peccatore, l’attività all’inattività, l’uomo al mollusco, perché tutti egualmente Sue manifestazioni. Tutte le differenze sono al più sfumature del Parabrahman e Para Purusha (Anima Suprema, Dio), che è il Supremo che noi conosciamo ed il più prossimo all’Assoluto.

Ma che Quello sia dietro al velo o come dietro al velo consideri Se stesso e le Sue manifestazioni è qualcosa che nessuna mente può conoscere o di cui può parlare; egualmente presuntuoso è colui che Gli innalza e Gli dedica un altare e chi vuole descrivere lo Sconosciuto a coloro che sanno di non poterlo conoscere.

Non confondere il pensiero, non disorientare l’anima nel suo cammino di crescita; piuttosto rivolgiti all’Universo per conoscere Quello, tad va etad, perché solo in questi termini si è manifestato per farsi conoscere da coloro che appartengono all’universo. Non lasciarti ingannare dall’Ignoranza; non farti ingannare dalla conoscenza; non esiste schiavitù, né libertà, né ricerca della libertà, ma solo Dio che gioca con queste cose nell’immenso potere della Sua consapevolezza, para maya, mahimanam asya, che noi chiamiamo universo.

LO SCOPO DEL NOSTRO YOGA

Lo scopo del nostro Yoga è la perfezione di Sé e non l’annullamento di Sé. Esistono due sentieri che lo Yogin può percorrere, quello del ritiro dall’universo e quello della perfezione nell’universo; il primo è il risultato dell’ascetismo, il secondo si compie attraverso tapasya; il primo ci accoglie quando ci lasciamo sfuggire Dio nell’Esistenza, il secondo è compiuto quando perfezioniamo l’esistenza in Dio. Che il nostro sia il cammino della perfezione e non della resa; che il nostro scopo sia la vittoria nel combattimento e non la fuga da ogni conflitto. Buddha e Shankara ritennero il mondo fondamentalmente falso e miserabile, perciò la fuga dal mondo fu per loro l’unica forma di saggezza.

Ma questo mondo è Brahman; il mondo è Dio; il mondo è Satyam; il mondo è Ananda; è solo la nostra errata interpretazione del mondo, filtrata dall’egoismo mentale, ad essere una falsità e la nostra relazione sbagliata con Dio nel mondo ad essere fonte di sofferenza. Non esiste altra falsità, né altra fonte di dolore. Dio ha creato il mondo in Se Stesso attraverso Maya, ma il significato Vedico di Maya non è illusione, bensì saggezza, conoscenza, potere, ampia estensione della coscienza. Prajna prasrta purani. La saggezza onnipotente creò il mondo; il mondo non è l’errore grossolano di un Sognatore Infinito; il Potere onnisciente vi si manifesta o cela con tutto Se Stesso e con tutta la Sua Gioia.

Il mondo non è un peso imposto al Brahman libero e assoluto dalla Sua stessa ignoranza. Se il mondo fosse l’incubo che il Brahman ha imposto a se stesso, svegliarsi e porre fine all’incubo sarebbe la meta unica e naturale del nostro sforzo supremo; se la vita nel mondo fosse irrevocabilmente votata al dolore, qualunque mezzo per sfuggire a questo vincolo sarebbe l’unico segreto degno di essere svelato. Ma la verità perfetta nella vita del mondo è possibile, perché Dio vede ogni cosa con l’occhio della verità; la gioia perfetta nel mondo è possibile perché Dio gioisce di ogni cosa nella più completa libertà.

Anche noi possiamo gioire di questa verità e di questa beatitudine, che i Veda chiamano amrtam, Immortalità, se immergendo la nostra esistenza egoica nella perfetta unità con il Suo essere acconsentiamo a ricevere la percezione divina e la divina libertà. Il mondo è un movimento di Dio nel Suo stesso essere; noi siamo centri e nodi della coscienza divina che comprende e sostiene il processo del Suo movimento.

Il mondo è il Suo gioco in cui gioisce di Se Stesso, Egli che è il solo ad esistere, libero, infinito e perfetto; noi siamo le moltiplicazioni di quella gioia cosciente, catapultati nell’esistenza per essere i Suoi compagni di gioco. Il mondo è una formula, un ritmo, un sistema di simboli che rivela Dio a Se Stesso nella propria coscienza; non ha una realtà materiale perché esiste solo nella Sua coscienza e nella Sua espressione.

Noi, come Dio, siamo nel nostro essere interiore la Realtà espressa e nel nostro essere esteriore termini di quella formula, note di quel ritmo, simboli di quel sistema. Facciamo in modo di assecondare il movimento di Dio; giochiamo il Suo Gioco; interpretiamo la Sua formula e suoniamo la Sua armonia; esprimiamoLo in noi stessi nel Suo sistema. Questa è la nostra gioia e la nostra realizzazione; a tale scopo noi che trascendiamo e siamo più vasti dell’universo, siamo entrati nell’esistenza dell’universo.

Lo scopo è trovare la perfezione e raggiungere l’armonia. L’imperfezione, la limitazione, la morte, il dolore, l’ignoranza, la materia sono soltanto i primi termini della formula, incomprensibili finché non abbiamo scoperto i termini più vasti e reinterpretato la formula stessa; sono le dissonanze iniziali dell’accordatura musicale. Oltre l’imperfezione dobbiamo costruire la perfezione; oltre la limitazione scoprire l’infinito; oltre la morte trovare l’immortalità; oltre il dolore riscoprire la gioia divina; oltre l’ignoranza ritrovare la consapevolezza divina; oltre la materia rivelare lo Spirito. Perseguire questo fine per noi stessi e per l’umanità è lo scopo della nostra pratica Yogica.

IL GRANDE INTENTO DELLO YOGA

Per mezzo dello Yoga possiamo passare dalla menzogna alla verità, dalla debolezza alla forza, dal dolore e dalla sofferenza alla gioia, dalla schiavitù alla libertà, dalla morte all’immortalità, dall’oscurità alla luce, dalla confusione alla chiarezza, dall’imperfezione alla perfezione, dalla frammentazione all’unità, da Maya a Dio. Qualunque altro utilizzo dello Yoga porta solo vantaggi parziali e frammentari, non sempre degni di essere ottenuti. Solo ciò che aspira a possedere la pienezza di Dio è purna yoga ed il sadhaka della Perfezione Divina è il purna yogin.

Il nostro scopo deve consistere nell’essere perfetti come lo è Dio nel Suo essere e nella Sua gioia, puri come Egli è puro, beati come Egli è beato e, divenuti noi stessi siddha nel purna yoga, condurre tutta l’umanità alla stessa perfezione divina. Non ha importanza se al momento ci sentiamo inadeguati alla grandezza del nostro scopo, se comunque ci consacriamo con tutto il cuore al nostro compito e lo viviamo costantemente; se compiamo solo pochi passi lungo il cammino anche quel poco aiuterà l’umanità ad uscire dalla lotta e dal crepuscolo in cui si trova, per entrare nella Gioia luminosa che Dio le ha riservato.

Qualunque sia il nostro successo immediato, il nostro scopo invariabile deve essere quello di compiere l’intero viaggio, evitando di fermarci soddisfatti lungo il sentiero in un luogo di riposo imperfetto. Tutto lo Yoga che astrae completamente dal mondo è una sfaccettatura elevata ma limitata e parziale del tapasya divino. Dio nella Sua perfezione abbraccia ogni cosa ed anche noi dobbiamo diventare onnicomprensivi. Dio nella Sua vera essenza, oltre ogni manifestazione e possibilità di conoscenza, è il Parabrahman Assoluto. In relazione al mondo egli trascende l’esistenza universale, sia che si volga verso di essa, sia che distolga da essa lo sguardo. Egli è ciò che contiene e sostiene l’universo; Egli è ciò che diviene l’universo; è l’universo e tutto ciò che contiene.

E’ anche l’Individualità Assoluta e Suprema che agisce nell’universo e come universo. Nell’universo appare come la sua Anima ed il suo Signore; come universo egli è il moto della Volontà del Signore ed il risultato oggettivo e soggettivo di tale moto. Tutti gli stati del Brahman, il trascendente, l’immanente, l’universale, l’individuale sono informati e sostenuti dalla Personalità divina. Egli è contemporaneamente l’Esistente e l’esistenza. Chiamiamo l’esistenza il Brahman Impersonale e Colui che Esiste il Brahman Personale.

Non c’è tra loro alcuna differenza se non per il loro ruolo nei confronti della nostra coscienza; infatti ogni stato impersonale dipende da una Individualità manifesta o segreta e può rivelare la Personalità che sostiene e vela, ed ogni Personalità si appoggia e si immerge in un’esistenza impersonale. Ciò è possibile perché il Personale e l’Impersonale sono soltanto diversi stati di autocoscienza di un unico Essere Assoluto. Le filosofie e le religioni discutono sull’importanza dei diversi aspetti di Dio, e vari Yogin, Rishi e Santi hanno privilegiato una filosofia o una
religione rispetto ad un’altra.

A noi non interessa discutere di tutto ciò ma piuttosto comprendere e divenire tutto questo; non vogliamo privilegiare un aspetto particolare escludendo gli altri; vogliamo invece abbracciare Dio in tutti i Suoi aspetti ed oltre ogni manifestazione. Dio disceso nel mondo in varie forme ha portato a compimento su questa terra la forma mentale e fisica che chiamiamo umanità. Egli, tramite l’azione dell’Anima che governa ogni cosa con la propria Volontà creatrice, ha creato nel mondo un ritmo esistenziale con la Materia quale termine inferiore ed il puro essere come termine superiore.

Mente e Vita si trovano al di sopra della Materia (Manas e Prana al di sopra di Annam) e costituiscono l’emisfero inferiore dell’esistenza manifestata nel mondo (aparardha) ; la coscienza pura e la gioia perfetta emanano dal puro Essere ( Cit e Ananda emanano da Sat) e costituiscono l’emisfero superiore dell’esistenza manifestata nel mondo. L’idea pura (Vijnana) è il collegamento tra i due emisferi. Questi sette principi o livelli di esistenza sono la base dei sette mondi dei Purana (Satyaloka, Tapas, Jana, Mahar, Swar, Bhuvar e Bhur). L’emisfero inferiore di questo spettro di coscienza è costituito dai tre vyahrti del Veda, “Bhur, Bhuvar, Swar”; si tratta di stati di coscienza nei quali i principi del mondo superiore vengono espressi o cercano di esprimersi in modo limitato.

Puri nel proprio luogo d’origine, in questo paese straniero sono soggetti a distorsioni, interferenze e perversioni. Lo scopo ultimo della vita è liberarsi dalle perversioni, dalle impurità e dalle interferenze per poterli esprimere perfettamente anche nelle condizioni ordinarie. La nostra vita sulla terra è la traduzione di un poema divino in linguaggio terrestre, un’armonia musicale espressa in parole. L’Essere in Sat è uno nella molteplicità, l’uno che osserva la propria molteplicità senza perdersi o confondersi in essa; è la molteplicità che si riconosce come unità senza perdere il potere di manifestarsi in forme innumerevoli nell’universo.

Con la comparsa della mente, della vita e del corpo nasce ahamkara e la forma di coscienza soggettiva o oggettiva viene erroneamente considerata un essere separato, il corpo una realtà autonoma e l’ego una personalità indipendente. L’uno in noi si perde nella sua molteplicità e quando ritrova la propria unità, a causa della natura della mente, gli riesce difficile mantenere la sua manifestazione di molteplicità. Perciò quando siamo assorbiti dal mondo perdiamo Dio nella Sua Essenza e quando vediamo l’Essenza di Dio ce lo lasciamo sfuggire nel mondo. Il nostro compito è dissolvere l’ego mentale e ritrovare l’unità divina senza perdere il nostro potere di esistenza individuale e molteplice nell’universo.

La coscienza in Cit è luminosa, libera, immensa ed efficace; la consapevolezza di Cit (Jnana-Sakti) si realizza infallibilmente come Tapas (Kriya-sakti), perché Jnana-sakti e Kriya-sakti altro non sono rispettivamente se non l’aspetto statico, onnicomprensivo ed avvolgente e la manifestazione del dinamismo creativo di un unico Essere Cosciente che trae da Se Stesso il proprio splendore. Si tratta un unico potere di forza cosciente di Dio (Cit-sakti del Sat Purusha).

Al contrario, nell’emisfero inferiore, assoggettata ai limiti della mente, della vita e del corpo, la luminosità si divide e si spezza in raggi irregolari; la libertà è ostacolata dalla presenza dell’ego e di forme diseguali e l’efficacia è velata da un gioco di forze non equilibrate. In tal modo abbiamo stati di coscienza, di non-coscienza, e di falsa coscienza; esistono stati di conoscenza, di ignoranza e di falsa conoscenza, di forza efficace, d’inerzia e di forza inefficace.

Nostro compito è fondere la nostra capacità di azione e di pensiero individuale, divisa e dall’andamento irregolare, nella Cit-sakti universale e indivisa di Kali, per sostituire alle attività del nostro ego l’azione della Kali universale nel nostro corpo e trasformare così la cecità e l’ignoranza in conoscenza e l’inefficace forza umana nella potente Forza divina.

La gioia in Ananda è perfetta, pura, una e contemporaneamente molteplice. Assoggettata ai limiti della mente, della vita e del corpo diviene frammentaria, limitata, confusa e deviata, ed a causa degli urti tra forze diseguali e della sua distribuzione non equilibrata, è soggetta alla dualità di movimenti positivi e negativi: sofferenza e gioia, dolore e piacere. Nostro compito è dissolvere queste dualità rimuovendone la causa per immergerci nell’oceano della gioia divina, una, molteplice, equamente distribuita (sama), che trae piacere da ogni cosa e non rifugge da nulla.

In breve, dobbiamo sostituire la dualità con l’unità, l’egoismo con la coscienza divina, l’ignoranza con la saggezza divina, trasformare il pensiero in conoscenza divina; dobbiamo sostituire la debolezza, la lotta e lo sforzo con la forza divina paga di se stessa, il dolore ed il piacere illusorio con la gioia divina. Tutto ciò nel linguaggio del Cristo è far scendere il regno dei cieli sulla terra, ed in linguaggio moderno realizzare e portare a compimento Dio nella realtà del mondo. L’umanità è, sulla terra, la forma di vita prescelta per realizzare questa aspirazione e giungere al compimento divino; ogni altra forma di vita o non ne sente la necessità o non è in grado di giungere a tutto ciò, se non entrando a far parte dell’umanità.

Di conseguenza la pienezza divina è l’unico scopo autentico dell’umanità. Tale pienezza deve realizzarsi nell’individuo per divenire effettiva nell’intera razza. L’essere umano è un’esistenza mentale in un corpo vivente; il suo fondamento è la materia, il suo centro e strumento la mente ed il suo mezzo la vita. Questa è la condizione media tipica dell’umanità naturale. In ogni essere umano giacciono nascosti (avyakta) i quattro principi più elevati. Mahas, idealità pura in Vijnana, non è un vyahrti ma la sorgente di ogni vyahrti, il punto di origine di ogni azione mentale, vitale e fisica, la banca nella quale l’infinita ricchezza dell’esistenza superiore viene cambiata nelle monete di piccolo taglio dell’esistenza inferiore.

Essendo Vijnana il collegamento tra lo stato divino e l’animale umano, essa è la porta attraverso la quale l’uomo può giungere allo stato di umanità soprannaturale o divina. Il genere umano inferiore gravita verso il basso, dalla mente verso la vita ed il corpo; l’umanità media vive costantemente nella mente limitata ed attratta dalla vita e dal corpo; l’umanità superiore tende verso un’esistenza mentale idealizzata o verso l’idea pura, verso la verità della conoscenza diretta e la verità spontanea dell’esistenza. L’umanità suprema si innalza fino alla beatitudine divina e da quel livello sceglie di salire verso il puro Sat e Parabrahman o di rimanere a beneficio di coloro che sono più indietro nel cammino per innalzare fino alla divinità questa esistenza umana in se stessa e negli altri.

L’uomo che abita nell’emisfero superiore o divino, nell’emisfero nascosto della propria coscienza, l’uomo che ha scostato il velo, è il vero superuomo ed il risultato ultimo della manifestazione progressiva di Dio nel mondo, della manifestazione dello Spirito che emerge dalla Materia, che viene oggi chiamata principio evolutivo. Giungere all’esistenza, alla forza, alla luce ed alla gioia divine e ricreare in quello stampo l’intera esistenza del mondo è l’aspirazione suprema della religione ed il vero scopo pratico dello Yoga. Il fine è realizzare Dio nell’universo, ma tale scopo non può essere raggiunto senza trovare il Dio che trascende l’universo.

PARABRAHMAN, MUKTI ED I SISTEMI DI PENSIERO UMANI

Parabrahman è l’Assoluto, e proprio per questo non può essere ridotto a termini che permettano di conoscerLo. In qualche modo puoi conoscere l’Infinito, mai l’Assoluto. Ogni cosa nell’esistenza o nella non-esistenza è un simbolo dell’Assoluto, creato nell’autocoscienza (Cid-Atman). Attraverso i Suoi simboli l’Assoluto può essere conosciuto per quello che i simboli rivelano o indicano di Lui, ma la conoscenza della somma dei simboli non equivale alla vera conoscenza dell’Assoluto. Puoi divenire Parabrahman; non puoi conoscerLo.

Divenire Parabrahman significa ritrovare Parabrahman attraverso l’autocoscienza, perché tu sei già Quello; soltanto, nella tua coscienza, hai proiettato te stesso verso l’esterno nei Suoi termini o simboli, Purusha e Prakriti, tramite i quali sostieni l’universo. Perciò per divenire Parabrahman privo di termini o simboli devi smettere di sostenere l’universo. Divenendo Parabrahman privo di simboli non diventi nulla che tu già non sia, né l’universo cessa di esistere. Soltanto Dio ritira dall’oceano della coscienza manifestata un rivolo, un aspetto, di Se Stesso immergendolo in Ciò da cui ogni coscienza è scaturita. Non tutti coloro che escono dalla coscienza dell’universo vanno necessariamente in Parabrahman.

Alcuni entrano a far parte della Natura indifferenziata (Avyakrita Prakriti), altri si perdono in Dio, altri passano in uno stato di non esistenza e di oblio dell’universo (Asat, Sunya), altri ancora in uno stato di oblio luminoso, Puro Atman Indifferenziato, Puro Sat o Esistenza-Base dell’Universo; alcuni attraverso uno stato temporaneo di sonno profondo (Sushupti) vanno nei principi impersonali di Ananda, Cit o Sat. Tutte queste sono forme di liberazione e l’ego riceve da Dio, tramite la Sua Maya o Prakriti, l’impulso che lo spinge verso una di esse, quella verso la quale il supremo Purusha sceglie di dirigerlo.

Quelli che desidera liberare tenendoli nel mondo li rende Jivanmukta o li emette nuovamente come propri Vibhuti, con il consenso da parte loro ad indossare per lo scopo divino un velo temporaneo di Avidya, velo che non li offusca affatto e che possono scostare o eliminare con facilità. Perciò desiderare ardentemente di diventare Parabrahaman è una specie di splendida illusione o di gioco sattvico di Maya, poiché in realtà nessuno è schiavo e nessuno è libero, non c’è nessuno che ha bisogno di essere liberato e tutto è solamente il Lila di Dio, il gioco di manifestazione di Parabrahman. Dio usa questa Maya sattvica per spingere certuni verso l’alto in accordo al Suo scopo particolare e per tali individui quello è l’unico sentiero possibile.

Lo scopo del nostro Yoga è Jivanmukti nell’universo; non perché abbiamo bisogno di essere liberati o per altre ragioni simili, ma perché tale è il volere di Dio in noi; dobbiamo perciò vivere liberi nel mondo e non al di fuori di esso. Il Jivanmukta deve, in virtù della propria conoscenza perfetta e della completa realizzazione di sé, rimanere sulla soglia di Parabrahman, senza oltrepassarla. La convinzione che riporta dallo stare sulla soglia è che Quello E’ e noi siamo Quello, ma ciò che Quello è o non è non può essere espresso in parole, né compreso dalla mente. Essendo Egli l’Assoluto non è possibile applicare a Parabrahman alcuna definizione, né alcun concetto.

Non è l’Essere o il non-Essere, ma qualcosa di cui l’Essere e il Non-Essere sono simboli primari; non è Atman o Non-Atman o Maya; né Personalità o Impersonalità, né Qualità o Non-Qualità, né Coscienza o Assenza di Coscienza, né Gioia o Assenza di Gioia, né Purusha o Prakriti; non è dio, né uomo o animale, né libertà o schiavitù, ma qualcosa di cui tutto ciò è un simbolo primario o derivato, generale o particolare. Perciò quando diciamo che Parabrahman non è né questo, né quello, intendiamo dire che nella sua essenza non può limitarsi a questo o a quel simbolo, né ad una qualunque somma di simboli; in un certo senso però Parabrahman è tutto questo e tutto questo è Parabrahman.

Non esiste nient’altro che possa essere tutto ciò. Essendo l’Assoluto, Parabrahman non è soggetto alla logica, perché la logica si applica solamente a ciò che è determinato. Creiamo confusione se diciamo che l’Assoluto non può manifestare il determinato e quindi che l’universo è falso o non esistente. La vera natura dell’Assoluto è tale per cui non sappiamo ciò che l’Assoluto è o non è; non sappiamo ciò che può fare e ciò che non può fare; non c’è ragione di supporre che ci sia qualcosa che non può fare o che la sua Assolutezza sia limitata da una qualunque forma di impotenza.

Sperimentiamo spiritualmente che quando oltrepassiamo ogni altra cosa arriviamo all’Assoluto; sperimentiamo spiritualmente che l’universo nella natura stessa della propria manifestazione procede dall’Assoluto, ma tutte queste parole sono meri tentativi intellettuali di esprimere l’inesprimibile. Dobbiamo renderci conto che facciamo del nostro meglio per vedere, senza bisogno di discutere ciò che altri vedono o affermano; piuttosto dovremmo accettare la loro opinione e cercare a modo nostro di capire e verificare ciò che hanno visto o affermato.

Dovremmo argomentare solamente con coloro che denigrano la visione altrui o negano la libertà di visione ed il valore delle affermazioni altrui, non con coloro che si limitano ad affermare il proprio modo di vedere. Un sistema filosofico o religioso è soltanto una definizione di un certo modo di manifestarsi dell’esistenza nell’universo, modo che Dio ci ha rivelato in relazione al nostro stato d’essere. Esiste per fornire alla mente qualcosa su cui appoggiarsi mentre agiamo in Prakriti. La nostra visione non deve necessariamente coincidere con la visione altrui, né il tipo di pensieri che si adattano ai nostri schemi mentali devono necessariamente adattarsi ad una mentalità diversa.

Perciò la nostra visione intellettuale dovrebbe essere basata sulla fermezza di adesione al nostro sistema, senza cadere nel dogmatismo, unita alla tolleranza priva di debolezza verso gli altri sistemi. Qualcuno potrà mettere in discussione il tuo sistema basandosi sul fatto che non è consistente con questo o quest’altro Sastra, con la visione di questa o quest’altra grande autorità, filosofo, santo o Avatar. Ricorda allora che soltanto l’esperienza e la realizzazione sono importanti.

Ciò che Shankara affermò o Vivekananda concepì intellettualmente riguardo all’esistenza, e persino ciò che Ramakrisha stabilì dall’alto delle sue molteplici esperienze spirituali, ha valore per te soltanto se, guidato da Dio, lo accetti e lo rinnovi attraverso la tua esperienza personale. Le opinioni dei pensatori, dei santi e degli Avatar dovrebbero essere accettate come aiuti e non trasformarsi in ceppi. L’importante per te è quello che tu stesso hai visto o ciò che Dio, nel suo aspetto Personale o Impersonale, o attraverso l’azione di un insegnante, un guru o un ricercatore della verità, decide di mostrarti lungo il cammino dello Yoga.

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Sri Aurobindo – L’ora di Dio ultima modifica: 2007-11-04T19:26:49+00:00 da Omega
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