Terra – Atto finale

Il “Vero Volto” della Terra
(Quello che nessuno vi ha mai detto e, forse mai vi dirà)

Questo, che sto per scrivere, sarà l’ultimo articolo che pubblicherò. Non ce ne saranno altri, né su quest’argomento, né di altro genere. So già che mi farà sudare le classiche “sette camicie“, perché, è mia intenzione sintetizzare tutto ciò che ho verificato in più di quarant’anni di studi e dare un volto nuovo alla Terra. Il suo volto più verosimile, traendolo da tutto ciò che è conosciuto e frammentato, ripulito da falsità e interessi vari.

Non sarà un articolo per tutti, e nemmeno voglio che lo sia! Continuare a dare le “perle ai porci“, come fu detto, sarebbe sciocco e inutile. Richiamo, invece, l’attenzione di quanti, intelligenti o meno, abbiano una mente aperta, capace d’assimilare quanto dirò e di analizzarlo serenamente, con logica e a “cuore anch’esso aperto”. I prevenuti, i mentalmente stitici, i fondamentalisti, i codardi, gli stupidi, gli imbecilli e, quant’altri lungo questa scia, possono andare, dove sto pensando di mandarli e, non proseguire oltre. La “visione del nuovo mondo”, intesa nella sua più stretta conformazione fisica, non fa per costoro.

Tra chi proseguirà con la lettura, mieterò vittime strada facendo, perché sarò tellurico e sconvolgerò tutte le “loro certezze”. La verità è per chi ha il coraggio d’affrontarla, d’investigarla fino in fondo e, soprattutto, è degno di conoscerla «La Sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano (Sapienza 6,12)».

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Negli articoli precedenti ho lasciato, volutamente, dei campi aperti, degli indizi sui quali riflettere e, qualche apparente controsenso, per condurre il lettore “attento” alle domande cardinali che mi aspettavo che qualcuno si ponesse: “Ma allora, la Terra è rotonda?“, “ É piatta?“, oppure “É cava?“. Che cosa pensereste se vi confermassi tutte le tre domande, con tre sì? Che sono pazzo? Che ciò che sto affermando non può essere attendibile e, quindi, avete appena deciso di scappare?… Buon viaggio!

Se vi dimostrassi, invece, con fatti concreti, realizzando un puzzle e completandolo fino all’ultimo tassello, che tutto ciò può essere reale e perfettamente coniugabile, attraverso una visione prospettica mai presa in considerazione prima d’ora, sareste curiosi di conoscerla? Fate voi. Io sono già stimolato e, soprattutto onorato, di scrivere per persone come queste: «[…] componi un quadro di verità alternativo… semplicemente dovremmo essere “noi” ad attivarci, a patto di farmi dare quattro vite in più io, se voglio studiare le cose, perché mi ritrovo migliaia di fonti di verità manipolata…».

Terra e firmamento

A traveller puts his head under the edge of the firmament printing of the Flammarion engraving

Nicolas Camille Flammarion (1842-1925), che nel 1888, compose l’incisione raffigurata nell’immagine sopra (o perlomeno a lui attribuita), è stato astronomo, editore e un divulgatore scientifico francese, del quale è celebre il seguente aneddoto: «A una signora che, in un salotto, gli chiedeva se secondo lui esistesse la vita su Marte, lo scienziato rispose “Non lo so”. “Ma”, insisté la signora, “esiste la vita su un altro pianeta?”. L’astronomo ripeté “Non lo so”. Infine, la signora sbottò “Ma allora, a che cosa vi serve la vostra scienza?” “A dire il vero, non lo so”». È stato detto di lui che, rappresentando “l’obiezione” di Archita e/o di Lucrezio (L’incisione di cui sopra), volesse attribuire agli studiosi medievali opinioni ridicole sul firmamento, ma non è così. Come si può notare, oltre il firmamento estremo (Si veda il richiamo ad Aristotele e Tolomeo), l’ambiente è molto diverso e non ripetitivo, come sostenevano i due obiettori. Gli elementi posti in evidenza suggeriscono che avesse sicuramente intuito come il “sistema Terra”, esteso anche a tutta la sfera biologica, sia un “meccanismo” retto da cicli, come un gigantesco orologio. Escludendo, per semplificare, l’aspetto strettamente biologico (Che in ogni caso non ne è esente), si può dire che sia un insieme, complesso e semplice nello stesso tempo ma, ovunque funzionale ai fini della verticalizzazione dell’evoluzione. Lo dimostrano, a chiare lettere e, in modo univoco, i miti e le tradizioni di tutti i popoli della Terra, anche e, non solo, attraverso le raffigurazioni che ci hanno trasmesso.

terra o mondo babilonese

Mappa del mondo babilonese, ca 500 a.C

Mi riferisco, in particolare, alle rappresentazioni attraverso le quali i popoli antichi hanno cercato di descrivere l’interpretazione soggettiva del mondo o, più specificamente, dei luoghi dove sono “maturati” e dai quali sono “emersi“. Termini questi (“maturati” e “emersi”) comuni, utilizzati per descrivere una parte della loro evoluzione.  Un passato che, i popoli della Terra, chiaramente hanno vissuto ma, sul quale purtroppo è stato scritto a sproposito, nel tentativo d’interpretarlo, volendo coniugarlo caparbiamente, con una realtà totalmente diversa, generando così, un’infinità di controsensi e d’incomprensioni.

Questi travisamenti continuano tuttora, laddove si assumono queste interpretazioni a pretesto, per supportare in maniera accentuativa, la teoria della Terra piatta, come «modello già descritto nell’antichità: Babilonese, Egizia, Maya, Navajo, Norvegese, ecc…»

Che l’ecumene geografica sia piatta non ci sono dubbi, ma si dimostra in altro modo, perché chiunque sia attento e, voglia fare un semplice confronto, per esempio tra il “Mappamondo babilonese” e, la stessa realtà sulla quale fu realizzato, troverebbe assurda quest’interpretazione e, attribuzione. Va detto, poi, che con “Okeanos” (“Il diletto limite della Terra” da un poema orfico), oppure con “Fiume salato“, intendevano semplicemente separare ciò che era conosciuto da tutto il resto che non era noto. Lo stesso fece Anassimandro (610-546 a.C. ca.) e altri cartografi come lui, sicuramente influenzati dal vicino Oriente e, in particolare, dall’Induismo (“Dvīpa“: continenti separati da oceani circolari concentrici). Ecco un altro esempio più recente, riferito allo “Schema O-T”: «Il mondo, al cui centro è Gerusalemme, è circondato dall’oceano, oltre il quale sono raffigurati i dodici venti (“Grandes Croniques di Saint Denis”, 1364-1372)». È palese, inoltre, che la mappa babilonese sia stata adeguata alla nuova realtà geografica, essendo presenti elementi che riportano a una tangibilità antecedente, completamente diversa.

Quanto diversa? Come anticipato poc’anzi, i vari popoli della Terra, conservano tutti, nelle loro rispettive tradizioni, la stessa visione delle loro origini: una sorta di “emersione”, da una terra sotterranea, dov’erano “maturati” per lungo tempo. «I Sumeri “irrompono” dalle crepe del terreno, o da un “buco” nel tempio di Enlil. I Greci “nascono”, o “emergono”, miracolosamente dalla terra. Gli Indiani “scalano” più mondi sotterranei. Gli Eschimesi partono da una regione sotterranea. Gli Egizi e i popoli dell’Europa del nord, ricordano che tutto ciò che esiste “uscì” dall’Abisso. I popoli precolombiani partono da una patria paradisiaca collocata a nord, ma concretamente sottoterra e, da quel momento, fanno partire la storia di un viaggio veramente epico, e ricordato spesso in modo molto dettagliato… ecc… ecc…». Un’emersione, passando in superficie attraverso un “cielo solido”, chiamato “firmamento”.

«Con il termine “firmamento” s’indicava il cielo considerato come una cupola solida, alla quale erano rigidamente collegate le stelle; una concezione condivisa da tutti i popoli antichi di tutti i continenti (Tratto da Wikipedia)» C’è da aggiungere, in proposito, che nell’antica lingua egizia il ferro era chiamato “BJA“, una parola che letteralmente significava “metallo del cielo“. Per i Sumeri, invece, il “metallo del cielo” era lo stagno. Gli Aztechi dell’ultima generazione, per esempio, non ebbero alcuna esitazione nell’indicare a Cortez (XVI sec. d.C.) da dove fosse possibile estrarre i metalli, indicando il cielo. Questo, perché i loro antenati avevano visto e toccato con mano tale realtà e, in mancanza di mezzi adeguati per accertarsene direttamente, non avevano alcun motivo di dubitare delle loro affermazioni.

Ora, se la scienza moderna, dal Rinascimento in poi, ha potuto utilizzare tutte le teorie elleniche, non ultima la gravità («Aristotele precorre concettualmente la fisica del secolo XX, per la quale lo spazio è soltanto campo gravitazionale» – Max Jammer, “Storia del concetto di spazio da Democrito alla Relatività. Con prefazione di Albert Einstein), semplicemente “ritoccandole”, senza sostituirle, poiché già consolidatesi nei secoli nel quotidiano popolare (Perché infastidire la gente con concetti nuovi e impossibili da dimostrare?), non vedo perché non si debba prendere in considerazione tutto il resto. Mi riferisco, non solo alle richiamate tradizioni e ai miti ma, a tutte le conoscenze, a tutta la scienza, la filosofia e la storia, di oltre cinquemila anni dei popoli della Terra. Questo, ci riporta a un mio precedente articolo, che vi consiglio di leggere attentamente: “Le sette Terre Cave“, da cui traggo altre poche righe conclusive (le parti più sopra evidenziate provengono dallo stesso articolo), per completare quanto lasciato volutamente in sospeso.

«Pertanto, possiamo affermare che il nostro Universo, non è infinito, non è vasto miliardi di anni luce, non è complesso e complicato come è stato inteso finora solo dai “non addetti ai lavori”. Sette “gusci”, che potrebbero anche essere definiti “sette Terre Cave”, formano tutto il nostro Universo».

Premesso che, nell’articolo appena richiamato, ho lasciato inalterato tutto ciò che riguardava il “polo” sud (Immagini comprese) e, qualche altro dettaglio non inerente al tema, per non creare troppa confusione su un argomento di per sé complesso (Inserendo, tuttavia, un particolare che avrebbe dovuto sconvolgerne la struttura), vi sarete anche resi conto, leggendolo con attenzione che, per Cicerone, la descrizione di questo nostro Universo, non era né una considerazione soggettiva, né una novità. Anche nelle cosmologie orientali si trovano gli stessi riscontri, persino accompagnati da calcoli sulle rispettive dimensioni. È solo in seguito, che si concretizza l’idea scientifica, sulla scia di quella teologica più datata (Dall’inizio del Politeismo in poi), di annullare completamente l’importanza e, il posto privilegiato che l’umanità tutta ha, rispetto al cosiddetto “creato”.

Ecco, allora, arrivare il Big Bang a dare manforte (Il termine “Big Bang” fu coniato da Fred Hoyle (1915-2001), durante una trasmissione radiofonica della BBC Radio, nel marzo 1949). Ma, c’è una “stranissima, insolita e, inaspettata, coincidenza“, la teoria del Big Bang è stata dedotta dalle equazioni della relatività generale di Einstein (!) che però… sfortunaccia nera… va a perdere di validità, per colpa di una piccola, maledettissima, singolarità. «L’estrapolazione dell’espansione dell’universo a ritroso nel tempo utilizzando la relatività generale conduce a una condizione di densità e temperatura talmente elevate numericamente da tendere all’infinito; questa condizione si è mantenuta in un tempo di durata infinitesima, talmente breve da essere difficile da studiare con la fisica attuale. Questa singolarità (Intesa qui come gravitazionale) indica il punto in cui la relatività generale perde validità (Hawking ed Ellis, 1973)».

Il “loro” universo avrebbe «un’età calcolata di 13.798 ± 0,037 miliardi di anni (Fonte NASA – 2008)» e sarebbe in accordo anche con un modello chiamato “Lambda-CDM” (Cold Dark Matter, ossia: Materia Oscura Fredda), che descriverebbe un universo senza curvatura spaziale, cioè piatto. Fatti salvi ovviamente: «probabilità ed errori – che si dicono – “non gaussiani”» (Nella “Distribuzione gaussiana“, sarebbe “La curva degli errori”). Hanno curvato pure gli errori! Ma, una legge fondamentale della teoria quantistica, afferma che nessuna informazione proveniente dall’Universo potrà mai scomparire. Allora, la teoria del Big Bang implode per la seconda volta, e nemmeno i Buchi Neri, calcolati sempre secondo i principi dell’onnipresente rompicoglioni di Einstein, dovrebbero esistere. Provate a schiarirvi le idee col “Daily Mail“, io non vado oltre, altrimenti….

La comprensione delle sette Terre Cave è decisiva, per ridimensionare quell’Universo infinito e irraggiungibile, anche per qualunque razzo vettore, spinto da combustibili chimici, nucleari o ionici, utilizzati per esempio, dallo Space Shuttle, o da qualcos’altro più all’avanguardia. Infatti: «L’accelerazione di questi gas tramite il motore produce una forza (“spinta”) sulla camera di combustione e sugli ugelli, che sposta in avanti il razzo, in conformità con la terza legge di Newton». La “spinta”, per la terza legge della dinamica, o principio di azione e reazione, è generata dallo scarico di propellente che si trova immagazzinato all’interno del razzo. Il terzo principio della dinamica è noto anche attraverso la formulazione originaria di Newton, «A ogni azione corrisponde sempre un’uguale e opposta reazione». Purtroppo, per la stessa scienza, la medesima continua a castrarsi da sola: «Le forze apparenti (In questo caso Centrifuga e di Coriolis) non hanno alcuna reazione corrispondente, in altre parole il terzo principio della dinamica smette di essere vero nei sistemi di riferimento non inerziali (Richard Fitzpatrick, Newtonian Dynamics)». «Il terzo principio della dinamica in termini moderni implica che tutte le forze hanno origine dall’interazione di diversi corpi, in base al terzo principio se solo un corpo singolo si trovasse nello spazio, questo non potrebbe subire alcuna forza perché non vi sarebbe alcun corpo su cui la corrispondente reazione possa essere esercitata (Resnick e Halliday, “Physics“, 3ª ed. – 1977, pp. 78-79).

Ciò significa che, oltre l’atmosfera (Oltre la cosiddetta “Frangia atmosferica” che situano tra i 2000 e i 2500 Km da terra), nel “vuoto” einsteiniano non ci si va. Questo, riprenderebbe il concetto espresso, in diretta, più volte dalla Cristoforetti e da Virts (Anche se la permanenza nello spazio pare “alteri la struttura del cervello umano“): «Oltre l’orbita terrestre bassa (Che va da 160 Km a 2000 Km) non ci si può andare»! Non parliamo degli allunaggi, argomenti ormai desueti ma, della missione “Orion” (05/12/2014) che avrebbe raggiunto il (Presunto) record di 5.790 Km di altitudine. Siamo di fronte all’ennesima contraddizione, a un’altra solenne bugia, o c’è dell’altro?

Il fatto è che, il nostro “firmamento solido”, sigilla ermeticamente la nostra parte convenzionale di Terra, atmosfera compresa, pressurizzandola, ed è solo per questo motivo che è possibile che il record sia stato raggiunto. L’atmosfera non può disperdersi nello spazio, così come definito dalla scienza ufficiale, perché è anche consustanziale alla diffusione della luce, anche se non ci permette mai (O, almeno per ora) di localizzare la vera posizione del Sole. Un problema che Eratostene non prese in considerazione, nelle sue misurazioni e che rileva, come la predetta scienza ufficiale menta spudoratamente, laddove afferma di avere trovato, con i suoi “strumenti e calcoli raffinati”, una buona approssimazione tra i rispettivi rilievi.

Dando una scorsa ai miti dei popoli della Terra, appare evidente come i vari “firmamenti solidi” siano sempre più distanti dal piano e strutturalmente meno grezzi, man mano che si salgono i vari livelli. Mentre, i nostri avi, come raccontano, hanno potuto attraversarli senza l’impiego di mezzi esterni, o speciali, dal nostro punto di vista, un eventuale attraversamento non apparirebbe altrettanto agevole.

In ogni caso, il “sistema Terra”, formato dai sette gusci, sfata anche tantissime stupidaggini, tipo quella ormai consolidata, nella cultura di massa, sugli extraterrestri; sulle invasioni aliene che proiettano di continuo per tenere alta l’attenzione sull’argomento; sui rapimenti alieni, che sono stati alla ribalta fino a poco tempo fa, grazie a diversi altri cialtroni, finti avversari di un potere che avrebbe dissimulato una collusione con gli “alieni” stessi. I cosiddetti “rapimenti” sono molto “terrestri”, basta andare a ritroso di una ventina d’anni e ritrovare le testimonianze, rese sotto ipnosi regressiva, che pongono in evidenza certe particolari etnie e, il loro interesse nella sperimentazione genetica! Magari, “In the Name of Sience” di Andrew Goliszec, potrebbe schiarirvi le idee. E, non c’è da stupirsi, se solo si osserva che, una particolare etnia consideri tutte le altre come “pezzi di ricambio”…

Vediamo di affrontare i due punti principali. Col progredire delle osservazioni astronomiche o, meglio, man mano che l’Astronomia inventava le sue catalogazioni sempre più assurde (E, anche qui si può parlare liberamente di fantascienza), l’origine degli extraterrestri (O alieni in senso antropocentrico) è passata da un Marte, o da qualche altro pianeta del Sistema Solare, verso i più remoti spazi interstellari. Gli “omini verdi” sono stati sostituiti dai “grigi” o Reticulani. Vedendo, poi, che erano bene accolti nell’immaginario collettivo, sono accorsi tutti qui in massa: per primi sono giunti i Rettiliani e, a seguire, i Pleiadiani, i Cassiopeani, i Venusiani, gli Arturiani, i Nordici, gli appartenenti al “Nucleo Centrale”, al “Comando di Ashtar”, alla “Flotta Galattica” e alla “Fratellanza della Luce”. Gli Annunaki e i Nephilim (I giganti) erano già presenti. I primi, grazie alle farneticazioni di uno Zecharia Sitchin, considerato da molti un “deus ex machina” ma, in pratica un coglione come tanti altri, che non ha saputo nemmeno tradurre alla lettera il nome. Annunaki significa letteralmente: “I migliori della Terra” e non “Coloro che dal cielo scendono sulla Terra“, come spiega magistralmente un esperto, il prof. Biagio Russo. Nelle tradizioni sumere, inoltre, va posto in evidenza che “Avod” non significa che gli antichi sumeri “adorassero il loro dio” (Dio, inteso come casta dominante), ma che “lavoravano per lui“, perché tale è la corretta traduzione del verbo.

E, non c’è nessun Nibiru, o “distruttore”, già visto da tanti psicolabili, o da quanti vogliono portare avanti la strategia della paura, che ci ronzi minaccioso sopra la testa «Gli uomini lo chiameranno “secondo sole”» … «Sta venendo da molto lontano e gli uomini non potranno impedire la sua azione distruttrice… che provocherà grandi danni alla terra». Semmai ci fosse un pericolo, è l’interno della Terra che bisogna prendere in considerazione che, appena un anno fa, ha messo in allarme parecchie persone: «Qualcosa di strano sta succedendo ed è stato registrato dai sismografi di tutto il mondo, che mostrano un disturbo globale proveniente dal nucleo della Terra (Link)» e vedere se qualche cosa si sta trasformando, o alterando: «Sul Core Mantle Boundary (Abbreviato CMB) il calore è due, tre volte superiore a quello che si credeva prima e maggiore di quello che il mantello può trasmettere su alla crosta per convenzione. Sembra che l’estinzione improvvisa dei grandi sauri, datata 65 milioni di anni fa, sia stata provocata da una potente eruzione vulcanica, formatasi proprio sul CMB. Una volta si pensava all’impatto di un asteroide dall’alto, ma non si sono trovate le sue tracce e, quindi, ora si propende per un’eruzione dal basso».

La cosa più buffa, in queste incertezze, è… la certezza che i dinosauri non siano mai esistiti, se non nella sfrenata fantasia di chi voleva sostenere, a tutti i costi, l’evoluzionismo darwiniano! Siccome non è argomento di quest’articolo, ognuno può approfittare della vasta bibliografia in proposito per documentarsi, cominciando dalla “BBC” e da “The Tech Reader 12“. Colgo solo l’occasione, tuttavia, per complimentarmi con il paleontologo Trevor Valle per la realizzazione di esemplari perfetti (Paleontologist Trevor Valle DebunksDinosaurs Never ExistedConspiracy.  Pubblicato il 20 ottobre 2016). Così, non sarete più tentati di dire a una lucertola: “Guarda come ti sei ridotta!”, affinché non vi sputi in un occhio…

Tornando alla fantascienza che ha dato vita agli extraterrestri, va osservato che ha origini molto antiche (120-190 d.C.), in ogni caso, sicuramente agli albori dell’era scientifica, campeggia il “Somnium” (Il sogno), un breve racconto fantascientifico, originariamente scritto nel 1609 in latino, da Giovanni Keplero, «Con intenti divulgativi» e pubblicato postumo, nel 1634, dal figlio Ludovico. «Keplero dichiara apertamente che l’intento del racconto (Tra streghe e demoni co-protagonisti), è di convincere i sostenitori della teoria geocentrica dell’opposto, in altre parole d’indurli a credere nel sistema eliocentrico copernicano». Il Somnium presenta una dettagliata descrizione immaginativa di come la Terra potrebbe apparire, se vista dalla Luna e «È considerato il primo serio trattato sull’astronomia lunare». Qui, hanno fatto tutto da soli, non credo, quindi, ci sia altro da aggiungere…

Qualcos’altro, invece, va aggiunto sul lavaggio del cervello continuo circa le possibili “Invasioni aliene”. Film, serie televisive e, quant’altro, laddove il Sistema alla fine riesce sempre a vincere, attirando su di sé l’immagine del protettore assoluto, senza il quale l’umanità sarebbe perduta. Keplero ci ha appena insegnato come si fa. In ogni caso, gli extraterrestri non possono esistere in un “sistema Terra”, che rappresenta tutto il nostro Universo, anche se, per buona pace degli ufologi, civiltà molto avanzate possono essere tuttora una realtà concreta, come lo sono state, con tanta evidenza, in passato. Agli scettici rammento che, presso gli antichi Indù, lo spettro della divisione del tempo (Che spazia da miliardi di anni a milionesimi di secondo), coincide con i periodi di decadimento degli isotopi radioattivi. Questo, non potevano realizzarlo da soli!

Sicuramente non fa testo, anche se manifesta dinamiche molto logiche, e applicabili a possibilità diverse. Mi riferisco a quanto riportato da Claudio Eliano (165/170-235 d.C., filosofo e scrittore romano in lingua greca) in “Storie Varie (III, 18)”, laddove narra di un particolare legato al popolo dei Meropi, i quali partirono dalla loro terra (Confinante con “l’Anostos“, o punto di non ritorno, dall’aspetto di una grande voragine) con la precisa e bellicosa idea di conquistare la “nostra” superficie: «Un giorno, diceva Sileno, queste genti decisero di partire alla volta delle isole del nostro mondo. Attraversato l’oceano, dieci milioni di loro giunsero fino al paese degli Iperborei e, come seppero che questo popolo era, tra tutti i nostri, il più felice, ne disdegnarono le condizioni di vita giudicandole misere e grame, e ritennero perciò inutile proseguire oltre». Ora, se gli Iperborei, che tennero un rapporto continuo e duraturo con la Grecia di allora, erano considerati il popolo più “felice” della Terra, provate a immaginare quali fossero le condizioni di vita dei Meropi. Il fatto che non siano giunti fino alla nostra superficie, non è da imputare a qualche impedimento di natura fisica ma, al disprezzo, appunto, delle condizioni di vita dei “più fortunati della Terra” rispetto alle loro.

Nessuno, quindi, potrebbe volere conquistare un mondo (Sfigato, per come lo abbiamo ridotto) come il nostro, a meno ché “qualcun’altro” non voglia proiettarci in 7D (“neo” tecnologia degli Ologrammi) le gesta del dio celtico Lugh (Ooops, pardon, dimenticavo che è stato cristianizzato anche questo, ora si chiama arcangelo Michele!). Le mani le stanno mettendo avanti di continuo, anche con le presunte dichiarazioni di un fantomatico Dr Edward Mantill (Passato come fisico del CERN) «Coinvolto in uno sconcertante incidente verificatosi il 15 gennaio 2014 all’interno dei locali in cui è stato allestito l’acceleratore». Il quale avrebbe “rivelato”: «Questo non è ciò per cui la macchina è stata progettata originariamente, né è quello per cui è stata utilizzata all’inizio degli esperimenti. Lo scopo principale del CERN nella costruzione del Collider era quello di aprire un portale. Mi spiego: l’idea si rifaceva a un vecchio progetto risalente al 1960…». Così, dopo la dichiarata “scomparsa dell’antimateria” e, una “nuova imperfezione” rilevata nell’Universo, che potrebbe rivoluzionare il Modello Standard, qualche “mostro alieno” sarebbe capace d’apparire, sbadatamente risucchiato da un’altra dimensione! Sempre più professionali, al punto da fare sembrare quel ridicolo e, datato, progetto (Blu Beam) una possibile “realtà”…. sempre olografica, ovviamente, anche se dovrà essere resa credibile attraverso “effetti molto speciali”.

Fissate le “sette Terre Cave” e, data consistenza al nostro vero Universo, spenderò ancora poche parole sull’ecumene geografica, che conosciamo come la nostra Terra piatta, lasciando già intuire come possano, agevolmente, integrarsi a vicenda.

Documentato che l’acqua, per confluire nel mare, o in qualche oceano, non può andare in salita, superando il dislivello della curvatura terrestre (Inesistente ma, stabilita dalla scienza ufficiale, che fornisce anche i mezzi per calcolarla); oppure, non può finire in cielo, laddove dovesse passare da un emisfero all’altro, ma, nemmeno può rimanere aggrappata al suo corso, per una gravità che la scienza stessa nega (Ma, solo dove le fa comodo), non c’è più nulla da comprovare. Sfortunatamente, si dimostra anche più del necessario, nonostante Youtube elimini, a raffica, milioni di video sulla Terra piatta, e si concretizza poco, per dare pubblicamente vita alle giuste rivendicazioni! Il grande pubblico, per esempio, è ancora tagliato fuori, non è reso edotto, non è stimolato, non è coinvolto nell’abbattimento di un muro che è, a tutti gli effetti, come “The Blob” del 1958.

Se, poi, ci fosse ancora qualche ignorantone che si aggrappa, senza alcuna speranza, alla gravità e, della stessa ne fa un vessillo perché, il solo pronunciarne la parola fa sentire importanti, è ora che ne consideri il significato. Con “Gravità” (O “Forza Peso“) s’indica una tendenza, non s’identifica l’oggetto preso in considerazione, che è definito come “Grave“, nel senso di “pesante”. Il suo contrario è “Assenza di Peso” (Persino Wikipedia si vergogna di titolarla “Microgravità”), quindi, un Grave è qualcosa che rappresenta un peso tendente a cadere al suolo. Ma, quanto pesante e, soprattutto, rispetto a cosa? All’aria! La Royal Society (Quella fratellanza di pensatori che, nel XVII secolo, aveva creato la moderna massoneria), non può permettere che sia lordata l’immagine di un suo ex Presidente (Il massone Newton), allora si continua a sostenere che, ciò che provoca la caduta di un qualunque oggetto più pesante dell’aria, è la risultante dell’attrazione gravitazionale, esercitata da un corpo nei confronti di un altro. Una mongolfiera con passeggeri a bordo, o un aliante col suo pilota, non sono più pesanti dell’aria? Non sono soggetti anche loro alla presunta attrazione gravitazionale? Che cosa permette loro di volare? Una diversa temperatura dell’aria: calda per la mongolfiera, appena più tiepida del normale per l’aliante! Allora, senza tirare fuori i principi della termodinamica che sono già stati dimostrati fallaci, l’aria “più, o meno, calda” esercita una forza maggiore della presunta attrazione. Non soddisfatti dei due esempi, perché trattasi di qualcosa di poco noto? Osservate, allora, un falco che sosta immobile, in quota, ad ali spiegate e in assenza di vento; oppure ancora, gonfiate un pallone con un gas che sia più leggero dell’aria e…. mettetevi il cuore in pace! Semplicemente, tutto quello che è più leggero dell’aria sale, e tutto ciò che è più pesante cade a terra. Se non riuscite nemmeno a comprendere questo semplice principio, non disperate, ci sono sempre i centri riabilitativi per cerebrolesi. Se, poi, non voleste sentire parlare di aria e, se quanto sopra non bastasse, perché un corpo solido posto all’interno di un prisma, o di un cono (Che dovrebbero essere tutti soggetti alla presunta gravità) perde peso? Intanto che andate in cerca del secondo “neuroncino“, che vi dia manforte, proseguo.

Tornando al discorso sull’indiscutibile Terra piatta (Ecumene) che, quand’anche avesse un’ipotetica curvatura, sarebbe talmente infinitesimale da potersi definire, in ogni caso, tale, preme fare un appunto sulla sua rappresentazione.

Premesso che ognuno è libero di pensarla come vuole e, comportarsi di conseguenza, personalmente e, per onestà intellettuale, non accetto che la Terra piatta sia rappresentata da una mappa azimutale equidistante, un portolano, un “Mercator” assunto e, fornito, dal Sistema come normale dotazione alla navigazione, sia essa navale, che aerea.

Chi ha utilizzato e, utilizza, questo tipo di mappa, per rappresentare la Terra piatta, manca di logica, perché quello che abbiamo sempre conosciuto come il quarto continente più vasto della Terra, o Antartico (Cioè: relativo al polo sud o, zona geografica intorno a esso), non può essere spalmato a 360°. Occorre fare dei distinguo. L’anello di ghiacci che si vuole rappresentare, attorno all’ecumene geografica, può agevolmente chiamarsi “Antartide”, perché il termine significa “Davanti all’Orso” (Cioè: davanti al polo nord) e non è in contrasto con la realtà ma, il continente Antartico (In pratica una grande isola) deve restare integro nella sua forma e dislocazione, sebbene approssimative.

Non è una prova decisiva, ma chiunque può verificare a quale parte del sistema telefonico siano collegate, sia in entrata sia in uscita, le stazioni antartiche, e rendersi conto che sono concentrate su quattro punti specifici: Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa e Sud America, e non a 360°. E, non m’interessa convincere nessuno, tanto meno i negazionisti che, per loro natura, pendono esclusivamente dalle labbra di qualcuno idolatrato ma, se per ipotesi, per una qualsiasi causa geologica, il sud dell’Africa, o l’America meridionale, finissero sotto una spessa coltre di ghiaccio, costituendo così un nuovo limite invalicabile, per rappresentarle geograficamente, spalmereste anche queste tutt’intorno, spacciandole per la realtà?

Il continente Antartico, inoltre, è ben rappresentato, libero dai ghiacci, almeno in due mappe antiche: la prima è il “Mappamondo di Hereford”, di Richard De Bello del 1290. Secondo Flavio Barbiero (Ingegnere, scrittore ed esploratore, già Ammiraglio della Marina Militare Italiana) «La corrispondenza con il profilo dell’Antartide pleistocenica è straordinaria. Si noti la Baia di Ross in alto a destra, la Baia McKenzie a sinistra, entrambe con il loro caratteristico profilo».

Download “Mappa Piri Re’is” in grande formato (link)

La seconda è quella realizzata nel 1513, dall’ammiraglio turco Piri Ibn Haci Mehmet, più noto come Piri Re’is, che fu disegnata su una pelle di gazzella colorata ad acquarello e perduta per oltre 400 anni. Nel 1929, quando il vecchio Palazzo Imperiale di Istanbul fu trasformato nel museo archeologico Topkapi, la mappa ricomparve, o meglio, solo una sua parte che, in originale, raffigurava tutto il mondo conosciuto. In ogni caso, destò grande sorpresa, perché collocava l’America Meridionale nella corretta posizione longitudinale, in rapporto all’Africa. Un fatto “insolito” per le mappe del ’500, secondo il capitano Arlington Mallery (“Lost America: The Story of Iron-Age Civilization Prior to Columbus” – 1951), che la analizzò, e riconobbe nel lembo di terra, raffigurato all’estremo sud, la costa del continente Antartico libera dal ghiaccio.

Quello che apparve insolito a Mallery, non lo è per nulla se si segue quanto dichiarato dal suo stesso autore. Redatta da «Venti carte più antiche e appartenenti a otto mappamondi». In particolare, in un lungo testo inserito all’interno dell’America del Sud, si parla di come siano state utilizzate anche delle mappe di Cristoforo Colombo. E qui mi fermo e giustifico perché ritengo questa mappa la più importante di tutte, senza tenere in alcuna considerazione “Maps of the ancient sea kings“, libro pubblicato nel 1966, da Charles Hapgood e, ripreso da molti con estrema leggerezza, giacché deforma, stira, ruota, corregge le carte, per far sì che qualcosa (La Terra del Fuego) corrisponda a qualcos’altro (Il continente Antartico).

La vera storia di quel sadico criminale di Cristoforo Colombo (Finalmente accettata anche dagli americani che, proprio quest’anno, il 2 ottobre, hanno eliminato il “Columbus day”), non s’insegna nelle scuole. Non interessano, qui, le sue sanguinose gesta, ma i retroscena della cosiddetta “Scoperta dell’America”.

Dalla corrispondenza epistolare tra Colombo e il Vaticano (Che lo considerava un suo “uomo di fiducia”), in particolare quella tra lui e il papa Innocenzo VIII (Che si dice fosse il padre naturale), è emerso che la (ri)scoperta dell’America era un piano ben organizzato. Non fu un caso fortuito ma, una missione mirata e programmata per approvvigionarsi di oro dal continente americano, di cui il Vaticano sapeva già, esservi grande abbondanza, onde usarlo per finanziare una nuova Crociata, per liberare il Santo Sepolcro. Le dettagliatissime mappe furono fornite dal Vaticano stesso e, tutte le risorse finanziarie ricevute da Colombo, non provennero dai re spagnoli ma, da banchieri genovesi e fiorentini legati al papa, e da fondi spagnoli, che erano stati istituiti per volere del papato, quale sostegno alla guerra contro i Mori, nella Penisola Iberica. Tanto per fare capire il collegamento con la storia ufficiale, l’improvvisa (???) morte di Innocenzo VIII e l’indotta elezione al soglio pontificio di Alessandro VI (Roderic Llançol de Borja, italianizzato in Rodrigo Borgia), dirottò ogni merito e ricchezza verso la Spagna, rendendola una potenza di prima grandezza. Un impero talmente vasto e, sparso su tre continenti, che per secoli non ebbe eguali.

A questo punto, bisogna cercare di comprendere come un continente, certamente provvisto di flora e fauna e, probabilmente abitato anche dall’uomo, sia potuto finire, improvvisamente, sepolto sotto una spessa coltre di ghiaccio e, quale sia il vero interesse per militarizzarlo.

Premesso che, nessun popolo della Terra, nelle sue tradizioni e nei suoi miti, accenna mai, neppure minimamente, d’essere “emerso” oltre il 35° parallelo sud, che uso come limite massimo per sicurezza, e che nemmeno i tunnel sotterranei, noti, superano questa latitudine, ci sono ancora delle falsità da smascherare.

Cominciamo con la presunta avventura, datata 19 febbraio 1947, riportata su uno o più fogli separati, trovati all’interno del diario del 1925 dell’ammiraglio Richard Evelin Byrd e, a lui attribuita. In tanti sono caduti in un errore molto grossolano, non solo il nostro Costantino Paglialunga ma, primi tra tutti, quanti hanno voluto depistare, spostando l’esperienza al polo sud, anziché indicare quello nord dove si sarebbe consumata, omettendo di leggere attentamente quanto riportato nelle annotazioni: «Stiamo sorvolando la piccola catena di montagne e procediamo verso nord». Se devi esplorare un territorio a sud e chiaramente hai alle spalle il nord, puoi solo procedere verso sud, altrimenti torni indietro e ti ritrovi, nello specifico, sull’oceano in direzione dell’equatore.

Il capo archivista del “Centro di Ricerca Polare Byrd” (Università statale di Columbus, Ohio – USA), Dr Raimund E. Goerler è, chiaramente, il diretto responsabile, avendo trascritto i contenuti del diario ma, non è dimostrabile se abbia agito per ordini superiori, anche se, nel complesso, ciò è intuibile. La critica fatta al libro che in seguito pubblicò, tuttavia, è stata attenta a rimarcare che «[…] on subsequent page headings to “The Pole Flight of 1926,” losing the distinction between north and south (Nelle intestazioni della pagina successiva a “The Pole Flight of 1926 “, perde la distinzione tra nord e sud)» e, non gli risparmiò un grave appunto «In bringing forth an edited version of Byrd’s diary, Raimund E. Goerler... (Nel portare avanti una versione modificata del diario di Byrd, Raimund E. Goerler…)».

Il corretto collocamento al polo nord crea anche un parallelismo con i miti, le tradizioni e, con le osservazioni di Robert B. Cook e Marshall Gardner, spostando a nord anche la precedente e, imponente, “Operazione Highjump” del 1946.

Nel libro “World Beyond The Poles” (First Edition del 1959) forse di F. Amadeo Giannini (Di lui non si sa, neppure, che fine abbia fatto ed è in forte dubbio che sia stato l’autore di questo trattato), per quanto possa valere, giacché tutto il libro perde attendibilità fin dall’inizio, al paragrafo “The Changing Scene” a pag. 13, c’è una particolare nota che seguirebbe a una dichiarazione di Byrd.

1947: February. «I’d like to see that land beyond the Pole. That area beyond the Pole is the center of the great unknown!» – Rear Admiral Richard E. Byrd, U.S.N., before his seven-hour flight over land beyond the North Pole (Prima del suo volo di sette ore sulla terra oltre il polo nord). Di riferimenti simili, che inquadrano la presunta avventura di Byrd al polo nord, ce ne sono altri in tutto il libro, senza bisogno che li ripeta.

La perdita di affidabilità non verte sulle “percezioni extrasensoriali”, o “visioni interiori”, attraverso le quali “l’investigatore solitario” (O, il “Pellegrino”, come ama anche definirsi l’autore, sempre in terza persona) dipana la sua visione dell’Universo.  Sir Arthur Conan Doyle, nel 1920, raccogliendo una sfida lanciatagli dallo “Strand Magazine” (Mensile inglese illustrato) dimostrò, attraverso le facoltà extrasensoriali del maggiore Geoffrey Hodson, la validità e, concretezza, di tali percezioni anche in campo scientifico (Si veda: “The Secret Life of Nature” – 1997, di Peter Tompkins). L’autore, chiunque egli sia inciampa, invece, laddove ha pubblicato delle falsità, volutamente, o per leggerezza, al fine di sostenere le proprie argomentazioni.

Ed eccole a seguire. Sempre al paragrafo “The Changing Scene” a pag. 13, c’è un’altra nota.

1928: December. “The memorable December 12th discovery of heretofore unknown land beyond the South Pole, by Capt. Sir George Hubert Wilkins…”

(1928: Dicembre. “La memorabile scoperta di terra fino a oggi sconosciuta oltre il polo sud, compiuta dal capitano Sir George Hubert Wilkins…”)

George Hubert Wilkins (1888-1958, esploratore australiano) «Nel 1928 esplorò le regioni antartiche con frequenti voli con base sulle isole Shetland meridionali: il risultato più concreto delle sue ricerche fu il rilievo della Terra di Graham (Porzione settentrionale della cosiddetta “penisola antartica”, già scoperta nel 1832 da John Biscoe), di cui riuscì a riconoscere dall’alto la struttura peninsulare e le isole prospicienti». Tra il 1933 e il 1936 «Divenne comandante della Wyatt Earp (Un’ex barca per aringhe norvegese, utilizzata come base), e partecipò ad altre spedizioni nell’Antartide organizzate e finanziate dal magnate americano Lincoln Ellsworth (Il cui risultato fu un disastro. Durante il volo trans-antartico, da Dundee Island alla barriera di Ross, finì il carburante, obbligandolo a un atterraggio nei pressi del campo di Little America, dove, con la radio fuori uso, furono ritrovati dopo due mesi)». Ecco la “memorabile” scoperta di Wilkins!

Nello stesso paragrafo succitato, a pag. 14 c’è un’altra nota.

1956: January 13. “On January 13 members of the United States expedition accomplished a flight of 2,700 miles from the base at McMurdo Sound, which is 400 miles west of the South Pole, and penetrated a land extent of 2,300 miles beyond the Pole.” – Radio announcement, confirmed by the press February 5.

(1956 – 13 Gennaio: “Il 13 gennaio, i membri di un’altra spedizione degli Stati Uniti, hanno compiuto un volo di 2.700 miglia, dalla base di Mcmurdo Sound, che si trova a 400 miglia a ovest del polo sud, penetrando nella terra che si estende 2.300 miglia oltre il polo.” – Annuncio radio, confermato dalla stampa il 5 febbraio). Ripetuto anche a pag. 17.

Nel concetto di Terra a forma di globo (Che radio e stampa non potevano ignorare), laddove il polo sud rappresenterebbe un punto ipotetico, averlo oltrepassato di 2.300 miglia, avrebbe significato: indirizzarsi verso Cape Town (Sudafrica), togliendo ogni significato alla spedizione. Per come stanno effettivamente le cose, invece, con un’ecumene geografica piatta, essere andati 2.700 miglia oltre Mcmurdo Sound, rappresenta l’ennesima falsità. Questo punto, pericoloso per gli stessi militari, è riconosciuto come un limite estremo, oltre il quale le temperature calano a picco dai già -50° C di media generale e, l’oscurità è come la pece. Che ci sia continuità topografica è tema dell’ultima parte di quest’articolo, ma la morte sopraggiungerebbe fulminea, per chiunque vi si avventurasse.

Intanto, cominciamo a porci le domande più logiche. Perché il continente antartico è quasi tutto militarizzato, tranne quella porzione (“Antarticland“, che si estende dal polo sud ai 60° S di latitudine compreso tra le longitudini 90° W e 135° W) che lo zar, Alexander I, donò a un gruppo scelto di Cavalieri di Malta, già agli ordini dei Gesuiti, (In pratica, un commando speciale, segreto, che assunse il nuovo nome di “Ordine dei Cavalieri di Ghiaccio”), ora “Cavalieri di Antarticland”?

La risposta è molto semplice. Sotto una spessa coltre di ghiaccio si celano le vestigia di una o più, civiltà avanzate. Scoprirne i segreti è fondamentale per ogni nazione. È una specie di corsa all’oro e, “quest’oro”, potrebbe significare una possibile supremazia in tutti i settori!

Ma, com’è possibile che, un continente, dapprima libero dai ghiacci, che ha ospitato particolari culture, sia finito all’estremità del mondo conosciuto, sotto una spessa coltre di ghiaccio?

Nella prima parte di “Terra il grande inganno” ho accennato allo spostamento del polo geografico che, dal 2000, anno del primo recente riscontro lineare, ha cominciato a slittare verso SE, riservandomi di approfondire in seguito questo tema molto delicato. Ora è il momento di farlo.

Come già accennato nell’articolo di cui sopra, il polo geografico che si sposta è preso solo come punto di riferimento. In realtà è la litosfera che sta scivolando, contrariamente alla solidità biblica delle sue “fondamenta” e, di solito, lo fa in modo lento e continuato (Si veda, per esempio, il plot sui movimenti dal 1973 al 1978). In passato, è accaduto che lo slittamento sia stato anche repentino, con uno spostamento di parecchi gradi in linea retta, com’è posto in grande evidenza, da una rete geodetica d’imponenti monumenti (Di cui Giza, Teotihuacan e Angkor sono i capisaldi), sparsi un po’ ovunque (Tiahuanaco, Machu Picchu, Nazca, l’Isola di Pasqua, la valle dell’Indo con Moenjo Daro e Harappa) e, univoci, nel principale messaggio che i costruttori hanno voluto trasmettere ai posteri. Avvisi, diluiti in un lasso di diversi millenni, che hanno reso questi messaggi sempre più intelligibili.

Le “Linee di Nazca” in Perù, per esempio, sono state realizzate con la consapevolezza che la forma della Terra (Sempre l’ecumene geografica), fosse già stata ricondotta a un globo. Così, tutte le sue linee rette portano a un punto antipodale, quello, dove in seguito, è sorto il complesso di Angkor Wat, in Cambogia. Un tempio, dapprima induista che rappresentava il mitico “Monte Meru”, con mura e fossati simboleggianti il solito “Okeanos”, realizzato su un’area di 162,6 ettari che, in seguito, verso la fine del XII secolo, fu trasformato in buddista.

Quello che più di tutti balza agli occhi, è l’ossessivo ripetersi, nella sua complessa architettura, del numero 72 legato, come sappiamo, ai gradi della precessione degli equinozi, stimolandoci a metterla in pratica.

Torno, così, a servirmi degli studi e schemi del Dr Bagnara (Loris Bagnara “Il Segreto di Giza” – 2003. Dove esibisce la sua passione per la ricerca, scevra da pregiudizi e, interessi, puramente accademici. Siccome, non sono interessato a conoscere il parere di chicchessia, chiunque volesse controbattere, può confrontarsi direttamente con l’autore, giacché il suo indirizzo e-mail è online).

«Con “Disegno planetario” s’intende lo schema geodetico/stellare generato dall’estrema applicazione del principio della correlazione Giza/Orione, uno schema che coinvolge l’intero pianeta, e assegna a due precise località (Giza e Teotihuacan), un ruolo di particolare rilievo. Nel corso di siffatti scorrimenti la sottile crosta terrestre, il cui spessore è di poche decine di chilometri, si comporta come un corpo rigido e, pertanto, le posizioni relative tra i continenti non variano: a cambiare sono le posizioni assolute, in altre parole accade che regioni prima situate nei pressi dei poli si trovino, al termine dello scorrimento, a latitudini inferiori, o viceversa, fermandosi solo quando è raggiunto un nuovo punto di equilibrio».

Questo concorda anche con quanto pubblicato, per esempio, dal geofisico John Tarduno, dell’Università di Rochester, in uno studio pubblicato su “Nature (Dicembre 1998, co-authored by Paul Renne of the Berkeley Geochronology Center and Pat Castillo of the Scripps Insitute of Oceanography)”, circa il ritrovamento vicino al polo nord di un rettile preistorico, a sangue freddo (Un coccodrillo), chiamato “Champsosaur”. Tarduno, si chiedeva come abbia fatto l’equatore a non surriscaldarsi e lo giustificava con lo spostamento del polo (Cioè della litosfera), laddove quella che una volta era una regione polare, ora si trovava ai tropici. Appena otto anni dopo, un altro ritrovamento: la “Aurorachelys gaffneyi” (Tartaruga dell’aurora), pubblicato su “Geology“: «Era tipica delle acque dolci dell’Asia. Può essere migrata solo in un clima caldo e con polo nord senza ghiacci».

Come avrete avuto modo di notare, faccio sovente riferimento all’Induismo, perché è mia personale opinione che, la sua simbologia, sia di facile comprensione e, l’intero ambiente, sia il meno manipolato. Ecco un’altra prova, allora, a supporto dello scorrimento della litosfera. Nel mito cosmogonico del “Kurmapurana” (“Purana“: storia antica), la tartaruga “Kurma” sorregge sul suo solido carapace il mondo. Lo stesso rappresentato in altri testi e tradizioni, laddove al posto di quattro colonne, o pilastri, ci sono gli elefanti che, in ogni caso, ne riproducono ugualmente le caratteristiche. Il serpente che si morde la coda, l’Uroboro, è un simbolo molto antico, presente con diversi nomi in molti popoli e in diverse epoche. Rappresenta, comunemente, l’energia universale che si consuma e si rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose, che ricominciano dall’inizio, dopo aver raggiunto la propria fine. L’immagine più attinente, l’Uroboro, per descrivere anche la costellazione del Drago, e quell’Okeanos citato all’inizio: «Sia la cavità boreale, sia l’Uovo Primordiale, erano circondati dallo stesso fiume “Okeanos”, il quale si attorcigliava completamente e, nello stesso modo, attorno a loro». «L’uovo cosmico e primordiale è uno, ma esso racchiude, a un tempo, cielo e terra, le acque inferiori e le acque superiori (Chevalier e Gheerbrant “Dizionario dei Simboli” – Vol. II, pag. 522)». Dato maggior risalto alla simbologia “dell’Okeanos”, quello che qui interessa, in particolar modo, è la tartaruga: lenta, o veloce, in dipendenza da dove compie il suo movimento. Torniamo, quindi, agli studi di Bagnara.

Molti si sono premuniti, cercando i possibili precursori degli scorrimenti della litosfera, diversi dalla cosiddetta “Oscillazione di Chandler” (Raffigurata nel plot precedente), attribuendoli al susseguirsi di forti terremoti ed eruzioni vulcaniche, alle dislocazioni non uniformi del CMB, o alla coincidente stella Sirio (Senza per altro attribuirgli alcuna causalità), come fa il Bagnara, durante l’escursione archeo-astronomica del “Disegno planetario” che così descrive: «Una remota civiltà, a mala pena scampata a un terribile naufragio, ha voluto inviarci il suo “messaggio nella bottiglia”; un messaggio apparentemente semplice – in realtà straordinariamente complesso – che ha saputo navigare, per secoli e secoli, senza perdersi nei perigliosi flutti della storia».

Stringendo, per avviarmi alla conclusione, il “messaggio nella bottiglia” ci direbbe che il polo nord, ergo la litosfera, abbia compiuto tre grandi balzi in un recente passato, confermati anche dalla correlazione tra la distribuzione globale dei toponimi: Meru, Naga e Tula (Che marca anche tutta la vigorosa fenomenologia sismica e vulcanica). «Il cammino di Sirio passa in prossimità di due antiche sedi polari, rappresentando in tal modo la direttrice lungo la quale avvenne uno dei passati scorrimenti della crosta terrestre. Ma, gli elementi rilevanti non si esauriscono qui. Si configura un disegno di vaste proporzioni e di grande complessità, ciò che io chiamo appunto il “disegno planetario”, che tra le altre cose assegna posizioni particolari a due precise località sulla Terra: Giza, situata sull’equatore della prima era e sulla direttrice del primo salto polare, e il Viale dei Morti a Teotihuacan, allineato con il secondo salto polare. L’individuazione dei poli dell’eclittica – e conseguentemente del cammino precessionale dei poli celesti – ha portato in evidenza la cinematica degli scorrimenti della crosta terrestre negli ultimi centomila anni. Consideriamo, infatti, l’ultima delle date riguardanti il transito del polo celeste nella posizione (1): questa data, 101.650 a.p. (Avanti presente), si colloca in pieno nell’età durante la quale il polo nord geografico si trovava nel Distretto dello Yukon, vale a dire proprio nella posizione (1). Passando alla seconda sequenza di date, relative al transito del polo celeste nella posizione (2), vediamo che la penultima di tali date, 64.550 a.p., si colloca in pieno nell’età durante la quale il polo nord geografico si trovava nel Mare di Groenlandia, vale a dire proprio nella posizione (2). Infine, passando alla terza sequenza di date, relative al transito del polo celeste nella posizione (3), vediamo che la seconda di tali date, 29.500 a.p., si colloca in pieno nell’età durante la quale il polo nord geografico si trovava nella Baia di Hudson, vale a dire proprio nella posizione (3)». Questi spostamenti, tratti dalle indicazioni della rete geodetica dei monumenti, coincidono con i massimi e i minimi di Sirio, e sono indipendenti da qualunque altro riferimento. Entrare in altri dettagli sarebbe lungo e complesso, basti sapere che i violenti scorrimenti della litosfera sono dimostrati e, ovunque dimostrabili e che, questo, giustifica anche l’attuale latitudine del continente Antartico.

Eccoci giunti, allora, alle domande cruciali: come mai l’ecumene geografica (la nostra Terra convenzionale) che concretamente è piatta, manifesta palesemente caratteristiche (gli scorrimenti della litosfera) come se fosse sferica? Dove andrebbero a finire, su una Terra piatta (Ecumene geografica, delimitata e finita nella sua rappresentazione), milioni di chilometri quadrati di oceani e di continenti, direttamente interessati da slittamenti rettilinei, dell’ordine di 3.500/4.500 chilometri, in linea d’aria? E non si venga, qua, a sostenere la “Tettonica a Placche” e la “Subduzione” (Che escluderebbe, in ogni caso, gli oceani), perché significherebbe, essere irrimediabilmente affetti dal batterio “ATCV-1” (Che sarebbe il virus della stupidità)!

Arrivando alle conclusioni più ovvie, che hanno portato al risultato delle sette Terre Cave, non ho mai accennato alle dimensioni. Allo stesso modo, parlando della nostra Terra convenzionale piatta, ho sempre posto in evidenza che mi riferivo alla parte conosciuta, cioè l’ecumene geografica. Ora, posso finalmente parlare della nostra Terra, del “guscio” sul quale viviamo, che è talmente gigantesco e, sferico, da rendere la piccolissima parte a noi nota, piatta. Come se fosse il picciolo di un’arancia!

Il normale e continuo “vagabondare” del polo, preso come punto di riferimento, secondo la cosiddetta “Oscillazione di Chandler”, in un sistema laddove il nostro piccolo Sole è “imbrigliato” in un’orbita pressoché: fissa, ellittica e semiparallela, genera, ovviamente, lo scioglimento di quella parte di ghiacci che entrano nel suo campo d’azione. Nessuno, però, viene a dirci che, dalla parte opposta, il ghiaccio si ricompone, perché il business legato ai “cambiamenti climatici” è stratosferico.

Quando, invece, lo slittamento è repentino, rettilineo e, incidente su vaste aree, il cambiamento, pur portando sempre “terra nuova, o rinnovata”, non può essere indolore. Il ritorno al normale equilibrio, per logica, richiederebbe un periodo di adattamento morfologico e climatico.

Platone, per esempio, nelle sue “Leggi” descrive, attraverso il dialogo tra Ateniese e Clinia, il riemergere dell’agricoltura, di cui, l’allevamento degli armenti rappresenterebbe, per Platone stesso, il primo passo, come rinascita dopo l’ultimo slittamento della litosfera, e offre una giustificazione fisica e, non mitologica, per tale rinascita che data nel 9600 a.C.

Alphonse De Candolle (1806-1893, botanico svizzero) prospettò, nel 1886, una soluzione d’ambito botanico: «Per scoprire l’origine geografica di una specie coltivata, uno dei mezzi più diretti consiste nel ricercare in quale paese essa cresce spontaneamente, senza il ricorso dell’uomo».Un famoso botanico sovietico, Nikolai Ivanovich Vavilov (1887-1943), scorse tutti i vantaggi dell’approccio di De Candolle. In pochi anni raccolse oltre 50.000 piante selvatiche in tutto il mondo e «[…] individuò otto centri indipendenti d’origine delle più importanti piante coltivate», ipotizzando una relazione diretta tra gli otto centri e le più alte catene montuose della Terra.

È evidente che, inizialmente, la zona di sviluppo dei vegetali più coltivati si situò nella fascia compresa tra i 20° e i 45° di latitudine Nord, vicino alle maggiori catene montuose (l’Himalaya, l’Hindu Kusch, quelle meridionali, i Balcani e gli Appennini). Nel Vecchio Mondo, la fascia seguì le latitudini accennate, mentre nel Nuovo Mondo essa corse in senso longitudinale. In entrambi i casi, però, si conformò alla direzione delle grandi catene montuose. Vavilov dimostrò che le coltivazioni più diffuse derivarono da piante originariamente situate su montagne, cioè di molto sopra il livello del mare. Involontariamente, la sua scoperta riaccreditò la concezione platonica per cui sono le terre alte a essere all’origine dell’agricoltura.

Dislocandosi la crosta, alcune regioni, spostate verso l’equatore, divennero più calde e, altre regioni, spinte verso i poli, si fecero più fredde. Talune zone si ritrovarono con un clima migliore, altre rimasero con un clima quasi immutato. È stato provato che c’erano tre regioni tropicali che all’inizio (9600 a.C.) potevano assicurare stabilità climatica e terre d’alta quota (oltre 1500 mt. s.l.m.) ove trasferirsi, situate a metà strada tra l’attuale linea equatoriale e quella precedente. Nel Sud dell’America, l’agricoltura rifiorì nei pressi del Lago Titicaca, dove l’esposizione solare rimase costante prima e, dopo, il sovvertimento. Qui si coltivarono per la prima volta le patate, e si allevarono i lama e le cavie. Agli antipodi, il riso fu coltivato per la prima volta a Spirit Cave, sugli altipiani tailandesi. Sulle terre d’alta quota dell’Etiopia, vicino alle sorgenti del Nilo Blu, fu coltivato per la prima volta il miglio e, seguendo il corso di questo fiume fino in Egitto, fu possibile contribuire allo sviluppo dell’antica cultura egizia. Questa cultura, fu una delle prime civiltà conosciute a condividere con quella cretese, sumerica, indiana e cinese il destino derivato dall’ultima dislocazione della crosta terrestre. Ciascuna di queste civiltà si sviluppò in regioni che, già tropicali prima dei sommovimenti, dopo tal evento si collocarono in zona temperata. In queste zone, in cui le prime cinque civiltà conosciute condivisero il medesimo destino climatico, cominciarono a prosperare le terre e i pascoli e, per la prima volta, furono nuovamente allevati dall’uomo: pecore, capre, maiali e bovini. Inoltre, furono adattati alle esigenze alimentari due dei più importanti raccolti cerealicoli: il grano e l’orzo. La soia, invece, fu selezionata dai contadini della Cina centrale solamente 5000 anni fa e, introdotta in occidente, agli inizi del 1800.

Ho voluto inserire anche queste informazioni sul riemergere dell’agricoltura, dopo l’ultimo scorrimento della litosfera, che ha portato il polo nord nell’attuale posizione, perché lega perfettamente con quanto già riferito in proposito e, dà un senso compiuto alla particolare fenomenologia. Lo scomparire e riapparire di vaste porzioni della nostra Terra, poi, può giustificare anche l’infruttuosa ricerca degli “anelli mancanti”. E potrebbe dare un senso logico anche agli “OOPART”, magari riemersi da un lontanissimo e, diverso, passato morfologico, la cui datazione è impossibile da rilevare: «Le date cruciali nell’evoluzione umana moderna sono purtroppo oltre l’intervallo del metodo al radiocarbonio, che ha un limite di circa 40.000 anni (“Geni, Popoli e Lingue” – 2000, pag. 61, di Luigi Cavalli-Sforza, genetista evolutivo – Stanford University)».

Terminando (Anche se ci sarebbe molto altro da aggiungere ma, ormai sulla Terra, in soli cinque articoli, ho scritto un libro), questo è il “quadro di verità alternativo” che mi è stato chiesto, formulato attraverso la logica e, quanto noto, scandagliando nei millenni, il più possibile spurio da interessi e, inganni, di chi ha voluto nascondere la verità, o non l’ha mai investigata fino in fondo. Magari non tutte ma, moltissime cose hanno trovato la giusta sistemazione. Molte domande lasciate in sospeso hanno avuto risposta.

La conclusione è che, tutto il nostro Universo fisico, è composto di sette Terre Cave. Le forze torsionali di superficie, lo fanno assomigliare a un’immensa goccia d’acqua, dalla quale, se non si può uscire, fisicamente, non si può nemmeno entrare in tal modo. Noi occupiamo uno di questi livelli, forse il quinto, che è talmente vasto, da rendere la porzione comunemente nota e, l’unica parte vivibile, piatta. Volendo, potrebbe anche diventare un Paradiso e, forse, il suo scopo iniziale era proprio questo…

Personalmente, che la Terra sia sferica, piatta, triangolare, o attorcigliata come un cavatappi, non m’interessa, quello che voglio è che trionfi la VERITÀ.  Siccome, non possono essere sempre i soliti noti, a farsi un mazzo come un paniere, qualcun altro si dia da fare, prenda in mano il testimone, e prosegua senza i soliti inconcludenti bla, bla, bla… io, ora, ho un orto da zappare che mi aspetta da giorni…

Roberto Morini (fisico nucleare e filosofo)

Terra – Atto finale ultima modifica: 2017-11-26T10:24:10+00:00 da Pasquale Galasso
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Pasquale Galasso

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