Terra, il Grande Inganno

Per sostenere una bugia ne occorrono altre che, a loro volta, devono essere sostenute da tante altre ancora. Si costruisce, così, una trama che, ripetuta tantissime volte nel tempo, diventa: “la realtà“, come dimostrato da Bertrand Russell con il suo paradosso della “Teiera Celeste”: «Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c’è una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché mi assicuri di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata, sia pure dal più potente dei nostri telescopi. Se io dicessi altresì che – posto che la mia asserzione non può essere confutata – dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe con logica che sto dicendo fesserie. Se, invece, l’esistenza di una tale teiera fosse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata, o dell’Inquisitore in un tempo antecedente».

Lo stesso dicasi per certe teorie scientifiche errate, le quali, sebbene giustificabili per la peculiarità in cui furono formulate tanto tempo fa, una volta accettate, per convinzione, per interesse, o per superficialità dai soliti blasonati, permangono come base fondante sulla quale formularne altre, ovviamente anch’esse inesatte e fuorvianti, per non fare la figura dei fessi. Anche perché, è più importante mantenere alto il prestigio personale (offerto dal sistema, giacché da sempre interessato a premiare chi lo sostiene a occultare la verità), della verità stessa.

Per fare un paragone appropriato, questi “stupidi” sono equiparabili a quanti inquinano indiscriminatamente e irresponsabilmente, come se i loro famigliari e loro stessi vivessero in un altro mondo. «È così che, in ogni tempo, ragionano l’impostura e l’imbecillità (Voltaire)», ed è così che «Presso tutte le nazioni, la storia è sfigurata dalla favola: la filosofia trova gli uomini così accecati che fatica con la ragione a disingannarli (Ancora Voltaire)». E, siccome, la filosofia deve affiancare la scienza per dimostrare ciò che alla seconda è precluso ma, solo percepibile come effetto (Il “dentro” e il “fuori” dell’Universo oltre lo spazio-tempo), occorre: «[…] una filosofia capace di smascherare, attraverso la ragione e lo spirito critico, le infinite assurdità che sono contenute nelle ricostruzioni correnti, le quali non si preoccupano di distinguere i fatti dai pregiudizi, dalla superstizione, dalle dicerie, dalle favole irrazionali; i veri e propri imbrogli del potere religioso e politico (Sempre Voltaire)».

In ogni caso, «Se cinquanta milioni di individui prestano fede a una credenza erronea, quest’ultima rimane comunque tale (Professore Emerito di Geologia Sam Warren Carey)». La tesi sostenuta dal professore è che, la validità di una teoria, non dipende dal numero di persone che la ritengono esatta; di conseguenza, una teoria comunemente accettata potrebbe rivelarsi essenzialmente fallace, a dispetto del consistente numero di soggetti che la considerano corretta. Tuttalpiù che la scienza (E in particolare la Fisica) non rispetta quell’impegno morale da sempre sbandierato, d’essere comprensibile anche per una casalinga.

Per provare l’indimostrabile, allora, si è ricorsi alla matematica attraverso la quale si può documentare tutto e il contrario di tutto. La “Teoria della Relatività”, per esempio, è tutta sbagliata e trova fondamento solo su artificiose equazioni matematiche. Lo stesso Einstein ne era ben conscio, quando lo confessò nel 1949 all’amico M. Solovine e, più tardi, poco prima di morire, in un articolo del 1955 trasmesso al suo editore. Come già accennato ne “Il treno, la mosca e la Terra immobile“, anche il celebre Heisemberg, al Congresso dei Premi Nobel, svoltosi a Lindau in Germania nel giugno ’58, dichiarò che: «La scienza si trova nella necessità di abbandonare la teoria di Einstein, perché le sue contraddizioni con i risultati sperimentali, non possono essere sanate con un semplice artificio matematico». Poco più tardi, il 10 settembre 1958, alla Conferenza dell’Atomo di Ginevra, il celebre scienziato nipponico e premio Nobel Hidaki Yukawa, affermò categoricamente che era giunto il tempo di allontanarsi definitivamente dalla teoria relativistica di Einstein e da quella dei quanti di Plank, se si voleva spiegare il comportamento delle particelle che costituiscono il nucleo e la loro intima essenza. Le dichiarazioni di Yukawa furono ritenute inconfutabili, anche perché concordavano in pieno con quelle dei quattrocento scienziati che parteciparono al XXV Congresso della Società di Fisica Americana, svoltosi a New York nel marzo del 1956, durante il quale, infatti, fu deciso il ripudio della teoria di Einstein, perché alla luce dei risultati era del tutto inattendibile. Ciò nonostante, tuttora restiamo consciamente succubi di teorie sbagliate, utili solo a un sistema teso a ghettizzare. Per questo, si continuano a insegnare anche nelle più facoltose università e, la Relatività (Generale e Ristretta), si trova in tutte le salse! I risultati sono facili da immaginare …

Con questa necessaria premessa, vediamo di affrontare tutti quei temi assurdi che non hanno alcun fondamento: né logico, né teorico, né pratico e, neppure scientifico, senza avere la pretesa di possedere la verità assoluta ma, affidandoci esclusivamente alla «saggezza dell’uomo della strada» come raccomandava il grande fisico e filosofo E.J. Charon (1920- 1998. Ritenuto, ovviamente, un eretico dai suoi colleghi contemporanei).

Ci dicono che Ipparco di Nicea (220 a.C. – 127 a.C. ca.) sia, ufficialmente riconosciuto, come il padre della scienza astronomica e sia noto, principalmente, per la scoperta della precessione degli equinozi. Si dice anche che fosse riuscito «a spiegare il moto del Sole e della Luna, servendosi delle osservazioni e delle conoscenze accumulate nei secoli dai Caldei babilonesi», e che sia stato «il primo a stimare accuratamente la distanza tra la Terra e la Luna. Grazie alle sue teorie sui moti del Sole e della Luna e alle sue nozioni di trigonometria, della quale è ritenuto il fondatore, è stato probabilmente il primo a sviluppare un affidabile metodo per la previsione delle eclissi solari e lunari». Buona parte dei risultati ai quali probabilmente giunse, furono conseguiti utilizzando un bastone conficcato in terra (Gnomone, probabilmente inventato da Anassimandro, 610-546 a.C. ca.).

Ora, nessuna delle opere di questo “padre dell’astronomia” (Citate almeno quattordici), si è conservata, eccetto un commentario apparso su un poema di argomento astronomico di Arato di Soli (315-240 a.C. ca.). Non solo non se ne conosce l’aspetto, giacché non esistono suoi ritratti, ma le poche notizie sulla sua vita e sulle sue opere provengono per la maggior parte dal “Mathematikè Sýntaxis” (Trattato matematico), meglio conosciuto come “Almagesto“, di Claudio Tolomeo (100-175 d.C. ca.) il quale, a parte la tarda «integrazione nel XII secolo delle cosiddette Tavole di Toledo, di origine sasanide e riprese dagli Arabi musulmani», avendo chiaramente messo mano al “Kosmos” di Aristotele, modificandolo, è impensabile che non abbia fatto altrettanto con le supposte opere di Ipparco.

Come accaduto con Eratostene di Cirene (soprannominato “beta” giacché non primeggiò mai in nessuna disciplina, 276-194 a.C. ca.) che, nel 240 a.C. rilevò la circonferenza della Terra, si dice che tutte queste osservazioni e misurazioni siano risultate, come valori, molto vicine a quelle ottenute più recentemente con l’uso di «strumenti estremamente sofisticati e precisi». Tanto sofisticati e precisi da riconoscere ufficialmente un grado d’incertezza in questo tipo di misurazioni del 30-40% almeno fino a qualche anno fa (Ricerca pubblicata su “Nature”. Dichiarazioni di Giuseppe Bono, dell’Osservatorio di Roma dell’Istituto Nazionale di Astrofisica – INAF. Intervista del 24 novembre 2010). Tanto sofisticati e precisi che un team di scienziati: canadesi, ucraini e belgi, guidato da David Turner, attraverso uno studio condotto presso l’università di Halifax, in Nova Scotia (Canada) hanno stabilito, con osservazioni spettroscopiche ad alta risoluzione, che la Stella Polare è più vicina di 111 anni luce (Una differenza di 1.050.141.082.456.490 di Km) rispetto la precedente misurazione, effettuata dalla missione Hipparcos dell’ESA (Hipparcos: acronimo di High Precision Parallax Collecting Satellite, cioè “Satellite per ottenere parallassi ad alta precisione“, «il cui obiettivo era di misurare i parametri astrometrici di circa 120.000 stelle con una precisione da 2 a 4 milli-arcosecondi» – link) che fissava la sua distanza dalla Terra a 434 anni luce (Cioè a 4.105.957.025.100.150 di Km di distanza, con un errore del 25,57% rispetto l’ultima misurazione. Alla faccia dell’alta precisione e delle restanti 119.999 stelle da ricontrollare!).

«Questo cosa significa? – recitava l’articolo pubblicato il 10 dicembre 2012 in un susseguo di domande e risposte con Turner – Che possono cambiare tutte le distanze tra i pianeti e il Sistema Solare. Ma, che c’entra la distanza della Stella Polare con la distanza degli altri pianeti? La Stella Polare fa parte della famiglia delle Cefeidi. Non solo ne fa parte, ma è anche la più vicina alla Terra. Per questo è usata come punto di riferimento per misurare anche le distanze delle altre Cefeidi e ottenere, alla fine, la scala delle distanze nell’Universo».

Tenendo sempre presente “l’accurato” metodo di misurazione inventato dai sedicenti astronomi moderni: cioè la “spannometria” (misurazioni evidentemente fatte a spanna) e, tenuto conto delle dichiarazioni ufficiali che, per loro natura, tendono sempre a mitigare gli errori, l’uomo della strada, disarmato di fronte a una “parolona” come “Anni Luce“, laddove un solo piccolo errore può rappresentare una differenza di migliaia di miliardi di chilometri, chiede aiuto alla logica.

Vediamo, allora, la definizione scientifica di “Anno Luce”: «È un’unità di misura della lunghezza, definita come la distanza percorsa dalla luce nel vuoto nell’intervallo di un anno… è comunemente utilizzato in astronomia per esprimere le distanze su scala galattica. Poiché la velocità della luce nel vuoto…». La definizione si presenta esauriente, ma non definitiva, perché tira in ballo la “velocità della luce nel vuoto”. Come fece Rømer (Lo scienziato danese Ole Rømer – scoperta pubblicata il 7 dicembre 1676) a determinare per primo questa velocità? «[…] se la velocità della luce non è infinita, allora deve impiegare un certo tempo per giungere da Giove alla Terra (Questa l’idea di Rømer)». E quali metodi utilizzò, nel 1790, il matematico olandese Christiaan Huygens per calcolare in maniera più precisa questa velocità? «Utilizzò l’idea di Rømer e riuscì a ricavare un valore numerico molto vicino a quello accettato oggi». Come si è arrivati, infine, al “valore numerico accettato oggi“? «In seguito la velocità della luce è stata misurata dai fisici con precisione assoluta: un raggio luminoso viaggia nel vuoto (Che “vuoto” non è mai) a 299.792.458 metri il secondo». Questa “precisione assoluta” non è sempre dipendente dal fattore imprescindibile: “Distanza tra due corpi”? «[…] senza misure accurate di posizione e soprattutto di distanza non si può fare astrofisica (link)». Allora, la logica tira le somme, mandando definitivamente a ramengo tutti quelli che sciorinano, o hanno sciorinato, equazioni (gli artifici matematici più sopra menzionati); elaborato modelli, ruote dentate e qualunque altro marchingegno, i cui risultati sono chiari nelle dichiarazioni di Bono e di Turner (che, in ogni caso, sono ancora lontani dalla realtà!): “Per calcolare con precisione la distanza tra due corpi nello spazio, presi a campione, occorre conoscere il valore esatto della velocità della luce (sempre nello spazio)”. “Ma, per avere il valore esatto della velocità della luce non occorre conoscere con precisione la distanza tra i due corpi presi a campione?”… a questo punto, se a qualcuno venisse in mente che ci stanno prendendo per il culo, con implicazioni gravi e su larga scala, sarebbe nel giusto e, questa volta, veramente “con precisione assoluta“!… anche perché non è tutto qui…

Ci insegnano che la Terra abbia una massa di 5.975 miliardi di miliardi di tonnellate (vado a memoria), che questa massa sia “presa a campione” e utilizzata per esprimere la massa degli altri pianeti non gassosi, ma che ci sia qualche «incertezza sulla costante gravitazionale che rende similarmente impreciso il calcolo della massa» stessa.

Se fosse solo per questo, una buona approssimazione potrebbe anche essere accettabile. Purtroppo, a dispetto della mastodontica opera scientifica che ne descrive accuratamente sia la struttura interna fino al nucleo, sia l’intera composizione chimica, come se avessero operato su un cadavere sezionandolo accuratamente in laboratorio, tutto è retto dalle considerazioni più assurde, spesso anticipate dall’avverbio “probabilmente“. La profondità massima di un sondaggio, infatti, è stata raggiunta nel 1994 dal progetto “Kola Superdeep Borehole” arrivando a 12,262 Km con il pozzo “SG-3”, dopo ventiquattro anni di lavori. Va anche detto che, pur avendo impiegato tre anni per trovare un luogo adatto per la perforazione, vista la disomogenea struttura della Terra, anche questo carotaggio non avrebbe potuto, in alcun modo, rendere giustizia all’intera composizione. Ma, almeno qui sulla Terra un buchetto l’hanno scavato e un po’ di materiale vulcanico l’avranno pure preso in considerazione. Con la Luna, invece, come hanno fatto a stabilire la sua composizione interna e lo spessore della crosta? Casualmente, leggo su una pagina dell’Osservatorio di “Las Cumbres” alla voce “Interno della Luna” che il suo nucleo è ricco di ferro, che lo spessore medio della crosta sulla faccia rivolta verso la Terra è di circa 60 Km, mentre quello opposto è di circa 100 Km… vuoi vedere che Superman esiste davvero!?

Tutti gli espedienti utilizzati per calcolarne la massa e la densità sono insulsaggini, compreso «uno dei più abili esperimenti che la scienza conosca», quello di Henry Cavendish, del 1798. Se non fosse per la supposta buona volontà, verrebbe da dire che, tra asta e palle, è più probabile che anziché “G”, abbia trovato il “Punto G“. L’idea di Cavendish poteva anche essere buona, ma completamente sbagliata la disposizione delle due sfere esterne per rilevare con certezza, qualora esistente, la costante gravitazionale.

Massa, composizione e densità non sono rilevabili, perché non abbiamo ancora i mezzi per farlo e la scienza stessa si contraddice laddove, indicando il geoide, pone l’accento su un rigonfiamento all’equatore e uno schiacciamento ai Poli, dovuti alla rotazione terrestre: «Perché la Terra che comunemente si considera solida ha una forma così simile a quella che avrebbe se fosse liquida? (O.M. Phillips – prof. di Geologia: “Nel Cuore della Terra” – 1970 pag. 55)». E, non pensiamo alla rotazione del Sole che è un corpo, presentato nella sua generalità sempre rotondo, sebbene considerato gassoso…

Non possiamo non dare uno sguardo anche alla dichiarata inclinazione dell’asse terrestre che, secondo la scienza ufficiale sarebbe, ora, di 23° 27′ o 23° 44′ (la differenza dipende dalla lettura di pagine diverse della stessa fonte. In diminuzione verso il minimo, stabilito non si sa come, di 22,5° per taluni e di 21,55° per altri) e in migrazione verso l’Europa, per ora, alla velocità di 17 cm l’anno, che il JPL della NASA attribuisce, in maniera rocambolesca, ai cambiamenti climatici, confinando così, tale spostamento, che ha un campo d’azione e una portata ben più vasti (link articolo del 08/04/2016). Detto così, come recita l’articolo, dice ben poco, soprattutto per un profano. Detto, invece, come stanno le cose in realtà, altrimenti la mente si dilata e distribuisce erroneamente il peso dell’informazione disperdendolo, significa che dal 2000, anno del primo riscontro, la litosfera ha cominciato a slittare verso SE. Mentre, associando lo spostamento al Polo, per la distribuzione mentale appena richiamata, è possibile non curarsene più di tanto, se è la terra sotto i piedi, invece, che si sta spostando, ci si può anche preoccupare. Se non si arresterà, o non invertirà il suo percorso, si spera almeno che lo faccia lentamente, anche se rimane la consapevolezza che, col tempo, potrà portare notevoli cambiamenti (questo tema, molto delicato, sarà approfondito prossimamente).

Scriveva “Focus” il 28 giungo 2002: «Se [l’asse terrestre] fosse perpendicolare, non ci sarebbero le stagioni, perché i raggi solari colpirebbero ogni luogo sempre con la stessa inclinazione… All’equatore le giornate sarebbero molto torride, perché il Sole si troverebbe sempre sulla verticale, mentre alle latitudini più prossime ai poli si avrebbero temperature ancora più rigide: la vita sarebbe limitata alle fasce temperate, dove però si avrebbero escursioni termiche meno accentuate di quelle che conosciamo. Inoltre avremmo sempre giorni e notti della durata di 12 ore, perché il Sole illuminerebbe sempre esattamente metà del globo terrestre». Questo, è un classico esempio di come ragionano i “sapientoni”! Cambiando inclinazione, cambierebbe anche il sistema eliocentrico che ci hanno imposto oppure, anche ribaltando l’asse di 180°, molto più semplicemente, le stagioni, per come le conosciamo, toccherebbero altre latitudini, diverse da quelle attuali? Che ci azzecca poi l’inclinazione dell’asse terrestre, con la direzione dei raggi solari che già, nell’insieme, presentano inspiegabili interrogativi? L’uomo della strada, infatti, trasecola di fronte al paradosso mai risolto che, per scaldarsi di più, debba allontanarsi dalla sua fonte di calore (Ma, “dio” Milanković & Co. hanno stabilito che fosse così! Nonostante assicurino che la quantità di radiazione solare al perielio sia maggiore del 23% circa, rispetto l’afelio).

Ora, dobbiamo prendere in esame i dichiarati movimenti della Terra, quelli principali (che già da soli bastano per farsi venire il “mal di mare”), come base per le conclusioni dell’argomento che seguirà. Innanzitutto, come già posto in evidenza, il movimento dell’asse terrestre è stato abilmente distinto da quello della Terra affinché entrambi siano più “digeribili”. È sempre la terra che, secondo i dati ufficiali, compirebbe un lento movimento di rotazione (“doppio-conico”) in senso orario (precessione) e un’oscillazione (nutazione), mentre ruota in senso antiorario a una velocità tangenziale, all’equatore, di 1.668 km/h (ma ci dicono sia in diminuzione). In Italia saremmo più fortunati, qualora facessimo la “prova del marinaio”, sputando controvento quest’ultimo e contro rotazione noi, perché ci tornerebbe in faccia un po’ più tardi, ruotando a soli 1.240 Km/h (o 1.180 km/h, basta mettersi d’accordo una buona volta!). Ma, non ci preoccupiamo di questo, perché sputeremo nella direzione giusta. Quelli che, invece, dovrebbero preoccuparsi sono gli abitanti che stanno appena un po’ più a Nord, laddove la velocità di rotazione sarebbe prossima a quella del suono. Con gli sbalzi di temperatura (come la legge fisica impone) dovrebbero sentire di continuo il classico “Bang” e avere una nuvolosità abbastanza costante a livello del suolo, perché l’umidità dell’aria rende visibile l’onda d’urto, a meno ché la Terra lì non sia “sorda”…

La Terra, poi, ruoterebbe (Moto di Rivoluzione alla determinazione del quale ha contribuito un bel trio: Keplero, Newton ed Einstein) con orbita ellittica attorno al Sole, in senso antiorario e con una velocità media di 108.000 Km/h.

Sulla velocità dichiarata, che più interessa per ciò che si vuole dimostrare (Moto di Traslazione del Sistema Solare verso l’apice), regna una grande imprecisione. Per Wikipedia (link – alla versione in inglese, giacché quella italiana, nella traduzione, fa confusione tra i due moti: «The speed of the Sun towards the solar apex is about 16.5 km/s. This speed is not to be confused with the orbital speed of the Sun around the Galactic center, which is about 220 km/s and is included in the movement of the Local Standard of Rest») a 59.400 Km/h verso la costellazione di Ercole (the solar apex) e a 792.000 Km/h attorno al centro galattico. Per la Treccani (link) si muoverebbe a 70.000 Km/h dirigendosi verso la costellazione di Ercole, mentre assieme alla Galassia ruoterebbe a 980.000 Km/h attorno al suo centro. Sempre la Treccani, poche pagine dopo (link), indica come velocità 70.920 Km/h nella direzione dello stesso apice solare (meglio non sfogliare oltre, non si sa mai…). Per l’High Energy Astrophysics Science Archive Research Center (HEASARC), tradotto da personale dell’Osservatorio astronomico di Padova (link), che prende in considerazione solo la rotazione attorno al centro della galassia, questa velocità sarebbe di 828.000 Km/h. Per “Focus Junior” (che dovrebbe essere di valido supporto ai giovani studenti – link) esisterebbe addirittura un solo movimento del Sistema Solare, quello attorno al centro galattico, che avrebbe una velocità di 1.152.000 Km/h… la “spannometria” regna sovrana ovunque, anche nelle mega balle che ci raccontano su movimenti del tutto inesistenti, ma che, per difenderne, diffonderne e, perpetuarne l’esistenza, molti sarebbero pronti a scannarsi l’un l’altro per le ragioni espresse da Russel e Voltaire!

Riprendiamo, allora, le dichiarazioni di Turner che stava parlando dell’importanza della Stella Polare da usare come base di misura dell’Universo. Apprendiamo dagli “esperti” che, attorno a questa stella (α Ursae Minoris, nota anche come Polaris), ruoterebbero gli astri i quali, proprio da questo ennesimo movimento, prenderebbero il nome di “circumpolari”. Apprendiamo, inoltre, che Polaris non è sempre stata il fulcro di questo “Stars Trail“, ruolo che avrebbe assunto nel 450 d.C. e che lascerà a “Alrai” nel 3100 (tutto questo è solo figurativo, dedotto dai calcoli precessionali, se la mappatura del cielo è corretta ma, poco importa. Tanto non c’eravamo nel 450 e non ci saremo nel 3100 per fare le verifiche). Quello che, invece, importa è “dare a Cesare quel che è di Cesare“. Polaris non indica il polo nord “celeste” (che, anche qui, non si capisce perché debba essere distinto da quello terrestre dato che è la proiezione, o prolungamento, dello stesso polo geografico) ma, forse alternativamente e, non sempre, è la stella più prossima a questo punto. Utile solo ai fini dell’orientamento, soprattutto per la navigazione.

Questa “giostra astrale” ruota sopra e attorno al polo nord in assoluta dipendenza dallo stesso e, siccome Sirio (α Canis Majoris) e la costellazione di Orione, entrambe tanto care agli antichi egizi, fanno parte di questi astri circumpolari, approfittiamo per un importante confronto.

Il faentino Bagnara (Arch. Loris Bagnara, esperto multidisciplinare) ha pubblicato, nel 2003, un dettagliatissimo libro “Il Segreto di Giza” e diversi articoli a corredo, come integrazione, con lo scopo, qui molto interessante, di correggere alcune inesattezze e lacune sulla “Teoria della correlazione di Orione” esposta a più riprese da Robert Bauval, Adrian Gilbert e Graham Hancock.

«La perfetta corrispondenza tra cielo e terra non si realizzò nel 10.500 a.C., come descritto nella teoria, ma, circa 1500 anni prima, intorno al 12.000 a.C.

Si osserva come il firmamento appaia ruotare intorno ad Alnitak in senso antiorario andando indietro nel tempo: se nel primo caso (età presunta della Grande Piramide) la Cintura d’Orione appare notevolmente fuori asse rispetto alle Piramidi, nel secondo caso (Primo Tempo di Orione = 10.500 a.C.) lo scarto appare assai minore; tuttavia soltanto la mappa astronomica del 12.000 a.C. consente di realizzare la perfetta coincidenza fra l’asse della Cintura e quello delle tre Piramidi di Giza. È semplicemente impensabile che Sirio — l’astro più importante per la civiltà egizia — non abbia parte alcuna nello schema; ma su quest’aspetto la teoria di Bauval e Hancock è piuttosto carente, poiché Sirio non vi riveste alcun ruolo.

Volgiamo lo sguardo verso il cielo meridionale. In quel preciso momento, Sirio culmina al meridiano, a un’altezza sull’orizzonte di circa 1,15°, mentre Rigel e Saiph si trovano alla sua destra e alla medesima altezza sull’orizzonte: l’allineamento Sirio – Rigel – Saiph è dunque parallelo all’orizzonte, in modo che la figura divina di Osiride (con cui Orione s’identifica) appare diritta e sembra quasi camminare sulla linea dell’orizzonte, a fianco della consorte Iside (con la quale Sirio s’identifica) proprio nel momento in cui essa attraversa il meridiano celeste.

Il possente simbolismo mitologico e astronomico include anche un altro, affascinante aspetto: il Primo Tempo di Sirio accadde giusto nel mezzo dell’era precessionale della Vergine (che va all’incirca da 15.050 a 12.900 anni fa); ma proprio come la stella Sirio, anche la costellazione della Vergine s’identifica con la dea Iside. Pertanto un osservatore situato a Giza, all’alba dell’equinozio di primavera del 12.000 a.C., volgendosi a est avrebbe visto la Vergine celeste (associata a Iside) insieme al Sole sull’orizzonte, mentre volgendosi di 90° alla propria destra, verso sud, avrebbe visto Sirio (associata pure a Iside), alla culminazione, sfiorare anch’essa l’orizzonte. Volgendosi ancora un poco destra, avrebbe visto Orione (associato a Osiride) “in piedi” sull’orizzonte, alla stessa altezza di Sirio. In questo momento, inoltre, l’asse della Cintura di Orione incontrava esattamente Sirio…».

Tratto questo, è interessante notare che le tre piramidi di Giza, ergo le tre stelle della Cintura di Orione, anticamente erano chiamate i “Tre Re” (i “Tre Re Magi” nella versione latina, laddove “Magi” significava “Astronomi” per accentuarne il concetto), a loro volta  associati ai “tre giorni di buio” biblici di cui parla Daniele al versetto 12,10:Eligentur et dealbabuntur, et quasi ignis probabuntur multi: et impie agent impii, neque intelligent omnes impii, porro docti intelligent. (Molti saranno eletti e imbiancati e purgati quasi col fuoco: e gli empi opereranno empiamente e nessuno degli empi capirà, ma gli scienziati capiranno). Questo significa che i tre giorni di buio sono calcolabili (e facilmente calcolati) quando si associano alle considerazioni astronomiche di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) che definì così il “Presepe” (chiamato astronomicamente anche: la “Greppia”, o la “Mangiatoia”. Sigla: M44): «[…] sunt in signa Cancri duae stellae parvae, aselli appellatae, exiguum inter illa spatium … nubecula quam praesepia appellant». Cioè: “Si trovano nel segno del Cancro due piccole stelle, chiamate asinelli (Australis e Borealis), separate da un piccolo spazio nel quale si scorge una nebulosa chiamata Presepe”.

Questa lunga esposizione per porre in evidenza il messaggio che, gli antichi costruttori delle tre piramidi di Giza, hanno voluto tramandare alle generazioni future, su eventi di estrema importanza per l’umanità (non solo relativi a questi in particolare, come vedremo prossimamente), affidandolo a stelle di cui conoscevano perfettamente l’immutabilità nel tempo e nello spazio. E qui, per i nostri “valenti” scienziati, nascono i primi problemi…

Tenendo conto del dichiarato movimento di traslazione del supposto Sistema Solare, lo spostamento attuale, solo rispetto al 12.000 a.C. (ma Orione e Sirio sono ben presenti in epoche molto precedenti, di migliaia di anni, ripercorrendo con l’archeoastronomia la sfera precessionale) sarebbe di 86.011.115.400.000 di Km (86.011 miliardi di chilometri con la velocità minima desunta dalla Treccani).

Com’è facilmente intuibile, ripetendo ancora il concetto affinché sia chiaro, queste civiltà non avrebbero mai costruito strutture così imponenti, sparse in tutto il mondo e, interconnesse tra loro, se i messaggi che volevano indirizzare all’umanità non fossero stati di rilevante importanza. Potevano, allora, spendere tante risorse per affidare questi messaggi a qualcosa (le stelle) di sfuggente e d’incomprensibile per noi, o per chi dopo di noi? Come mai, periodicamente, Orione e Sirio tornano a marcare gli stessi punti presi in considerazione in epoche così lontane, se siamo “sparati” in un caos di: attrazioni, rotazioni, rivoluzioni e traslazioni che ci sballotterebbero da tutte le parti, come se fossimo dentro uno shaker? «Pertanto un uomo sulla Terra, quando sta fermo, è sottoposto ai tre moti sopra menzionati, che sommandosi vettorialmente possono fargli sfiorare anche i 250 km/s. A voler essere ancora più generali dovremmo pure aggiungere il moto della Galassia nell’Ammasso Locale e infine il moto di recessione reciproco dell’Ammasso Locale rispetto agli altri (Da: “Chiedi all’esperto” – Lorenzo Brandi – Esperto in Astronomia e Meccanica celeste)». Caro Signor Brandi, già la sua somma vettoriale ci porta a viaggiare a 900.000 Km/h, “quando stiamo fermi” (???), non aggiungiamo altro per carità! Lo scudo termico dello shaker non reggerebbe… non all’attrito per la velocità, ma alle cazzate!

Il punto è che nulla si muove. La bella palla rotonda e azzurra che ci fanno roteare sotto il naso da tantissimo tempo (500 anni almeno se non ricordo male), è solo una ricostruzione, in epoca più moderna fatta al computer, che non corrisponde in alcun modo alla realtà. Ed è il polo nord che proietta sul nostro firmamento delle importantissime forme (chi ha dimestichezza con la radionica può comprendere meglio perché “importantissime”), che chiamiamo costellazioni, e le fa ruotare, secondo un preciso schema, per modulare il magnetismo e distribuire i suoi effetti su tutta la sfera biologica, caratterizzandola e, nel contempo è, per noi, anche un utile marcatore del tempo. Nulla di trascendentale e, nessun anno luce del “kaiser”, inventato solo per farci sentire, piccoli e inutili, su un granellino di sabbia disperso nella vastità dell’Universo, quando siamo, a tutti gli effetti, i protagonisti, posti al centro della cosiddetta “creazione”!

Quanto qui esposto, è solo la punta dell’iceberg ma, già di per sé, basta per cominciare a capire la portata di questo grande inganno, del quale tornerò a parlare, con tanti altri nuovi argomenti, quando avrò voglia d’immergermi nuovamente nel letamaio della cosiddetta scienza ufficiale. Lo scientismo, nato in Francia nel XIX secolo (quella corrente filosofica che riponeva la fiducia nella scienza ritenendola capace di risolvere i problemi dell’uomo), è stato tradito. Non ci sono più scienziati e ricercatori seri sulla scena dell’ufficialità, ma unicamente dei pagliacci, dei burattini, dei buffoni, che danno solo spettacolo della loro stupidità e malafede.

Terra, il Grande Inganno

ISS, NASA

Continua…    

Roberto Morini (fisico nucleare e filosofo)

Terra, il Grande Inganno ultima modifica: 2017-10-19T14:19:24+00:00 da Pasquale Galasso
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Pasquale Galasso

Pasquale Galasso, editore di Altrogiornale.org – Conoscere non è avere l’informazione.