Tesla, i segreti free-energy dell’elettricità fredda

Tesla

Nikola Tesla, Colorado

James Clerk-Maxwell predisse la possibilità che le onde elettromagnetiche potevano esistere. In discussioni teoriche create per spiegare più esaurientemente le sue descrizioni matematiche, Maxwell chiedeva al lettore di considerare due differenti tipi di disturbi elettrici che forse esistevano in natura. La prima considerazione aveva a che fare con le onde elettriche longitudinali, un fenomeno che necessita di concentrazioni alternate di linee di campo elettrostatico. Questa pulsazione densa e rarefatta di campi elettrostatici richiedeva necessariamente un campo unidirezionale, uno il cui un vettore era fissato in una singola direzione. L’unica variabile consentita nel generare onde longitudinali era la concentrazione del campo. La conseguente propagazione lungo le linee di campo elettrostatico produrrebbe spinte pulsanti di cariche, pulsazione che si muove in una singola direzione. Queste “onde sonore elettriche” furono scartate da Maxwell, che concluse che questa condizione era impossibile da raggiungere.

La sua seconda considerazione aveva a che fare con l’esistenza di onde elettromagnetiche trasversali. Queste richiedevano la rapida alternanza dei campi elettrici lungo un asse fissato. Le linee di campo elettrico che si diffondevano nello spazio sarebbero state, secondo le supposizioni, “curvate a e da” (bend “to and fro”) dal loro proprio momento, mentre si irradiavano alla velocità della luce dalla sorgente alternata. Forze equivalenti, gli esatti duplicati delle alternanze prodotte alla sorgente, sarebbero state rilevate a grandi distanze. Eglil incoraggiava gli sperimentatori a cercare questa forma d’onda, suggerendo i possibili mezzi per raggiungere l’obiettivo. E così la ricerca per trovare le onde elettromagnetiche iniziò.

Nel 1887, Heinrich Hertz annunciò di aver scoperto le onde elettromagnetiche, un traguardo a quel tempo di non poca importanza. Nel 1889, Nikola Tesla cercò di riprodurre questi esperimenti di Hertz. Condotti con assoluta esattezza nel suo elegante laboratorio nella South Fifth Avenue, Tesla si ritrovò incapace di riprodurre gli effetti riportati. Comunque nessuna delle modalità utilizzate avrebbe prodotto gli effetti che Hertz dichiarava. Tesla cominciò a fare esperimenti con scariche elettriche improvvise e potenti, utilizzando dei condensatori caricati ad alti potenziali. Scoprì che era possibile far esplodere cavi sottili con queste improvvise scariche.

Accorgendosi ben poco di qualcosa di importante in questa serie di esperimenti, Tesla li abbandonò, soppesando per tutto il tempo il mistero e sospettando che Hertz avesse erroneamente associato in qualche modo le induzioni elettrostatiche o onde d’urto (shockwaves) elettrificate alle vere onde elettromagnetiche. Infatti, Tesla andò a trovare Hertz e gli dimostrò personalmente queste raffinate osservazioni, il quale, convinto che Tesla aveva ragione, stava quasi per ritrattare la propria tesi. Hertz rimase veramente dispiaciuto, e Tesla si rammaricò molto per aver essere arrivato a tal punto con uno stimato accademico per provare un punto di vista.

Ma mentre si sforzava sui suoi mezzi per identificare le onde elettriche, Tesla ebbe un colpo di fortuna grazie ad un’osservazione accidentale, che cambiò per sempre il corso delle sue indagini sperimentali.

Nei suoi tentativi di ottenere ciò in cui, secondo lui, Hertz aveva fallito, Tesla sviluppò un potente metodo con il quale sperava di generare e scoprire le vere onde elettromagnetiche. Parte di questo apparato richiese l’implementazione di un banco di condensatori molto potenti. Questa “batteria” a condensatori veniva caricata a voltaggi molto alti, e successivamente scaricata attraverso corte barre collettrici di rame. Gli scoppi esplosivi così ottenuti produssero diversi fenomeni, che colpirono profondamente Tesla, eccedendo di molto la potenza di qualsiasi dimostrazione elettrica che avesse mai visto. Questi dimostrarono di possedere un segreto essenziale, che egli era determinato a scoprire.

Scoprì che le improvvise scintille, che chiamò “scariche disruptive”, erano capaci di far esplodere i fili in vapore. Esse spingevano onde d’urto (shockwaves) molto penetranti, che lo investivano con grande forza attraverso tutta la parte anteriore del suo corpo. Tesla fu estremamente interessato da questo sorprendente effetto fisico. Anzi, più simili a colpi di arma da fuoco di straordinaria potenza che a scintille elettriche, Tesla fu assorbito completamente da questo nuovo studio. Questi impulsi elettrici producevano effetti normalmente associati solo ai fulmini. Gli effetti esplosivi gli ricordavano eventi simili osservati con generatori di corrente continua ad alto voltaggio. Esperienza familiare fra operai ed ingegneri, la semplice chiusura di un interruttore di una dinamo ad alto voltaggio spesso causava una dolorosa scossa, il presunto risultato di una carica statica residua.

Questa rischiosa condizione si verificava solo con l’applicazione improvvisa di corrente continua ad alto voltaggio. Questa corona di carica statica mortale si trovava proprio attorno ai conduttori altamente elettrificati, e spesso cercava percorsi di terra, inclusi gli operai e gli operatori al quadro di comando. Nei cavi lunghi, questo effetto di carica istantanea produceva una barriera di punte bluastre che puntavano direttamente dalla linea verso lo spazio circostante. La condizione rischiosa compariva brevemente proprio nell’istante della chiusura dell’interruttore. La corona bluastra scintillante scompariva pochi millisecondi dopo, insieme alla vita di qualche sfortunato a cui capitava di essere così “colpito”. Dopo che il breve effetto era passato, i sistemi funzionavano come progettato. Tali fenomeni scomparivano a mano a mano che le cariche saturavano lentamente le linee e gli impianti. Dopo questa breve sovratensione transitoria, le correnti fluivano tranquillamente ed uniformemente come progettato.

Tesla sapeva che lo strano effetto della supercarica era osservato solamente proprio nell’istante in cui le dinamo venivano collegate alle linee elettriche, proprio come nelle scariche esplosive dei suoi condensatori. Sebbene i due casi fossero completamente differenti, producevano entrambi gli stessi identici effetti. La sovratensione transitoria istantanea fornita dalle dinamo appariva brevemente super-concentrata su linee lunghe. Tesla calcolò che questa concentrazione elettrostatica era di diversi ordini di grandezza maggiore di qualunque voltaggio la dinamo avesse potuto fornire. La reale fornitura era in qualche modo amplificata o trasformata. Ma come? Il consenso generale tra gli ingegneri era che si trattava di un effetto elettrostatico “fermato” (chocking). Molti conclusero che fosse un azione di “accumulazione” (bunching) dove una forza potentemente applicata non era in grado di muovere la carica velocemente attraverso un impianto.L’effetto era un fastidio nei piccoli impianti. Ma nei grandi impianti elettrici regionali, dove i voltaggi erano eccessivi, si rivelava mortale. Gli uomini venivano uccisi dall’effetto, che diffondeva la sua corona elettrostatica mortale di scintille lungo tutti i componenti del sistema. Sebbene i generatori ammontavano a poche migliaia di volts, queste misteriose sovratensioni transitorie rappresentavano centinaia di migliaia, addirittura milioni di volts. Il problema venne eliminato con l’uso di interruttori a relé altamente isolati e pesantemente collegati a terra. Precedenti studi di ingegneria consideravano solo quelle caratteristiche degli impianti di potenza che avevano la fornitura e il consumo di energia in uno stato stabile. Sembrava però che i grandi impianti richiedessero considerazioni progettuali sia in operazione normale sia in stato di sovratensione transitoria. Sistemare la pericolosa “supercarica” iniziale era una nuova caratteristica. Questo studio di ingegneria divenne l’obiettivo primario delle compagnie di energia elettrica per anni a seguire, e dispositivi di sicurezza e protezione dalle sovratensioni transitorie divennero l’oggetto di un gran numero di brevetti e testi.

Fatto misterioso, la resistenza combinata di tali impianti sembrava influenzare i portatori di carica prima che essi fossero in grado di muoversi dai terminali delle dinamo! Come quando si dà uno schiaffo all’acqua con mano rapida e la superficie sembra solida. Così era anche con la forza elettrica, con le cariche che si incontravano con un muro all’apparenza solido. Ma l’effetto durava solo quanto l’impatto. Fino a quando i portatori di corrente non si fossero effettivamente “agganciati” con il campo elettrico applicato, le cariche balzavano dal filo in tutte le direzioni. Ci si poteva aspettare un breve effetto di supercarica fino a quando le cariche non fossero state distribuite, fluendo poi in modo regolare attraverso l’intero filo e l’impianto. Perciò la dinamo stessa diventava il breve teatro di un’onda d’urto (shockwave) minore. Egli cominciò a chiedersi perché fosse possibile per dei campi elettrostatici muoversi più rapidamente delle stesse vere cariche, un mistero imbarazzante. Era il campo stesso una entità che semplicemente guidava le cariche più potenti lungo la via? Se questo era vero, allora di cosa era “composto” il campo elettrostatico stesso? Era un campo di particelle più piccole? Le domande erano meravigliosamente senza fine.

A dispetto delle fantastiche idee, che questo studio stimolò, Tesla vide un’applicazione pratica che prima non gli era mai servita. Le considerazioni sull’effetto di supercarica della dinamo suggerì un nuovo apparato sperimentale. Era un apparato che avrebbe potuto avere prestazioni nettamente migliori della sua batteria condensatore nel tentativo di trovare onde elettriche. Un semplice generatore di corrente continua ad alto voltaggio costituiva la sua sorgente di campo elettrico. Tesla capì che la resistenza dei fili o dei componenti, visti dai terminali della dinamo, sembrava essere una “barriera” impossibile da penetrare per i portatori di carica. Questa barriera causava l’effetto di “accumulazione”. Le cariche elettrostatiche venivano letteralmente bloccate e trattenute per un istante dalla resistenza del filo, una barriera che esisteva solo durante il breve intervallo di millisecondo nel quale l’interruttore veniva chiuso.

L’applicazione improvvisa di forza contro questa barriera virtuale comprimeva la carica in una densità impossibile da ottenere con i normali condensatori. Erano la breve applicazione di potenza e l’impatto della carica contro la barriera della resistenza, che portavano a questa anormale condizione elettro-densificata. Questo è il motivo per cui i fili conduttori nei suoi attuali esperimenti spesso esplodevano. L’analogia con l’energia del vapore ed i motori a vapore era inequivocabile: i grandi motori a vapore dovevano essere regolati mediante le valvole con molta prudenza. Questo richiedeva l’esperienza di operai anziani e molto esperti che sapevano come “aprire” (open up) un motore senza incrinare i condotti e causare un’esplosione mortale. Se regolato troppo velocemente, persino un grande motore a vapore di grande cilindrata avrebbe potuto esplodere. Il vapore doveva essere inserito in un impianto in maniera delicata, fino a quando non cominciava a fluire lentamente e gradualmente in ogni bocca, condotto e componente.

Anche qui era presente il misterioso effetto “fermato” (chocking), dove un impianto di grande capacità sembrava comportarsi come una resistenza straordinaria alta a qualsiasi applicazione di forza improvvisa e sostenuta. Il mondo accademico degli sperimentatori era ancora fermo sulla sua precedente scoperta delle correnti alternate ad alta frequenza. Sembrava che il solo Tesla stesse studiando queste scariche ad impulsi. Stava producendo impulsi esplosivi, che non erano mai stati osservati nei laboratori. Ogni componente era accuratamente isolato, lui stesso realizzava aste isolanti e indumenti rivestiti di gomma per assicurare totale sicurezza. Tesla aveva osservato macchine elettrostatiche la cui capacità di caricare metalli isolati era potente, ma questa dimostrazione superava il semplice caricamento del filo tramite la chiusura istantanea dell’interruttore.

Questo effetto produceva una carica “che saltava fuori” (springing), fenomeno di pura e semplice forza come nessun altro mai visto prima da Tesla. Qualsiasi fosse la condizione osservata nei precedenti impianti, ora aveva imparato come massimizzare l’effetto. Bilanciando il voltaggio e la resistenza rispetto alla capacità, Tesla imparò come produrre abitualmente gli stati di supercarica che nessun dispositivo esistente poteva eguagliare. L’osservazione empirica aveva a lungo insegnato che le normali scariche di un condensatore erano correnti oscillanti, correnti di scintille elettriche che letteralmente “rimbalzavano” fra ogni piastra del condensatore fino a quando la loro energia accumulata veniva dissipata. L’alto voltaggio della dinamo esercitava una tale pressione, intensa e unidirezionale, sulle cariche “densificate” che le alternanze erano impossibili. Gli unici possibli ritorni (backrushes) erano le oscillazioni. In questo caso, le cariche crescevano e si fermavano in una lunga serie fino a quando la supercarica veniva dissipata.

Tutti i parametri che forzavano tali oscillazioni effettivamente limitavano la supercarica dal manifestare la sua totale erogazione di energia, una condizione che Tesla si sforzò di eliminare. A dire il vero Tesla trascorse un tempo eccessivo sviluppando vari mezzi per bloccare ogni “ritorno” (backrush) e altre eco di corrente complessa che potevano forzare la supercarica a dissipare prematuramente la sua densa energia. C’era un effetto che richiedeva un singolo super impulso unidirezionale. Eliminando sia le oscillazioni che le alternanze, nuovi e strani effetti iniziarono a manifestarsi. Questi fenomeni potenti e penetranti non erano mai stati osservati durante il lavoro con le alternanze ad alta frequenza. L’improvvisa e celere chiusura dell’interruttore ora causava una penetrante onda d’urto (shockwave) attraverso tutto il laboratorio, un’onda che poteva essere avvertita sia come una pressione pungente che come una penetrante irritazione elettrica. Una “puntura”.

Il viso e le mani erano particolarmente sensibili a queste onde d’urto (shockwaves) esplosive, che producevano anche un curioso effetto “pungente” a distanza ravvicinata. Tesla credeva che particelle materiali, che si avvicinavano allo stato di vapore, fossero letteralmente spinte fuori dai cavi in tutte le direzioni. Per studiare meglio questi effetti, si mise in piedi dietro una protezione di vetro e ricominciò lo studio. Nonostante la protezione, sia le onde d’urto (shockwaves) sia gli effetti pungenti venivano comunque avvertiti da Tesla, ora perplesso. Questa anomalia provocò una curiosità del tipo più profondo, poiché una cosa del genere non era mai stata osservata prima. Molto più potente e penetrante del semplice caricamento elettrostatico dei metalli, questo fenomeno spingeva letteralmente carica ad alto voltaggio nello spazio circostante dove era avvertita come una sensazione pungente. Ma Tesla credeva che questi strani effetti fossero un semplice effetto di onde d’urto (shockwaves) ionizzate nell’aria, un po’ come il rombo di un tuono fortemente ionizzato.

Tesla ideò una nuova serie di esperimenti per misurare la pressione dell’onda d’urto (shockwave) da una distanza più grande. Necessitava di un “interruttore a scatto” automatico. Con questo correttamente sistemato, era possibile un innesco più controllato e ripetitivo dell’effetto. In più, questo arrangiamento permetteva osservazioni a distanza che potevano gettare più luce sul fenomeno dell’attraversamento della protezione. Controllando la velocità della dinamo ad alto voltaggio si controllava il voltaggio. Con questi componenti correttamente sistemati, Tesla era in grado di camminare intorno alla sua grande area di osservazione e fare rilevazioni. Desiderando anche evitare il “fuoco” continuo di pressione, Tesla si schermò con diversi materiali. L’arrangiamento di correnti continue ad alto voltaggio interrotte rapidamente causava l’irraggiamento di raggi pungenti, che potevano essere sentiti a grandi distanze dalla loro sorgente super-scintillante.

Infatti, Tesla sentiva le punture anche attraverso le protezioni! Qualsiasi cosa veniva rilasciata dai cavi durante l’istante della chiusura dell’interruttore, passava senza problemi attraverso le schermature di vetro e di rame. Non faceva differenza; l’effetto permeava ogni sostanza come se lo schermo non ci fosse del tutto. C’era un effetto elettrico che comunicava direttamente attraverso lo spazio senza connessioni materiali. Elettricità radiante! In queste parecchie nuove osservazioni, il fenomeno stava violando i principi della carica elettrostatica stabiliti sperimentalmente da Faraday. Le scariche elettrostatiche proiettate normalmente si diffondono sulla superficie di una schermatura metallica; esse non penetrano il metallo. Questo effetto aveva determinate caratteristiche molto non-elettriche. Tesla era veramente disorientato da questo strano nuovo fenomeno, e cercò nella letteratura dei riferimenti alle sue caratteristiche. Non trovò nessun riferimento, eccetto nelle osservazioni furtive di due sperimentatori. In un caso, Joseph Henry osservò la magnetizzazione di aghi di acciaio da parte di una grande scarica di scintille.

La straordinaria caratteristica di questa osservazione (1842) era nel fatto che la bottiglia di Leida, la cui scintilla apparentemente produceva magnetizzazioni, era stata collocata sul piano più alto di un edificio che altrimenti era elettricamente impenetrabile. Muri di mattoni, spesse porte di quercia, pavimenti di pesanti pietre e ferro, soffitti di stagno. Inoltre, gli aghi di acciaio si trovavano nella cantina nel sottosuolo. Come faceva la scintilla ad influenzare tale cambiamento attraverso una tale barriera naturale? Il Dr. Henry credeva che la scintilla avesse rilasciato degli speciali “raggi simili a luce”, e che queste erano le forze penetranti responsabili della magnetizzazione. Un secondo simile resoconto (1872) avvenne nell’edificio di una scuola superiore a Philadelphia. Elihu Thomson, un istruttore di fisica, cercò di rendere più visibili le scariche di una grande bobina a scintilla di Ruhmkorrf per la sua lezione seguente.

Collegando un polo della bobina ad un tubo di acqua fredda, e riattivando la bobina, Thomson trasalì nel vedere che la natura della scarica era cambiata dal blu al bianco. Volendo amplificare questo effetto, Thomson attaccò l’altro polo ad un grande ripiano metallico di un tavolo. Riattivandola nuovamente, la bobina produsse una stridente scintilla bianca-argento, interamente visibile a quelli che erano seduti nell’ultima fila. Desiderando mostrare questo ad un collega, Edwin Houston, Thomson si diresse verso la porta e fu improvvisamente fermato.b Toccando il pomello di ottone della porta di quercia altrimenti isolata, Thomson ricevette un’inaspettata scossa sfrigolante. Spegnendo la bobina di Ruhmkorrf, Thomson scoprì che era possibile fermare l’effetto. Mentre chiamava Edwin, ricapitolava quello che era accaduto. Poi riattivando di nuovo l’unità, si manifestarono nuovamente gli effetti di carica pungente.

I due signori corsero per tutto l’edificio fatto di grandi pietre, legno di quercia e ferro, ora con in mano oggetti metallici isolati. Ogni tocco di coltellino o cacciavite su qualsiasi cosa di metallico, per quanto distante dalla bobina o isolato dal pavimento, produceva lunghe e continue scariche bianche. Il resoconto fu presentato in un breve articolo sullo Scientific American più tardi, nello stesso anno. Nello studiare ognuna di queste due precedenti osservazioni, eventi separati l’un l’altro da una trentina d’anni, Tesla percepì una unità di fondo con quella della sua scoperta. Ciascuna osservazione era forse una leggera variante dello stesso fenomeno. In qualche modo accidentalmente, ogni sperimentatore aveva fatto in modo di produrre l’effetto di supercarica esplosiva. Nel caso del Dr. Henry, gli scoppi esplosivi avvennero in un singolo flash, e furono utilizzati apparati elettrostatici per accumulare la carica iniziale.

Il secondo caso fu singolare, poiché evidenziava la produzione continua e prolungata degli effetti di supercarica. L’effetto era raro perché ovviamente necessitava di parametri elettrici molto rigorosi. Tesla lo dedusse dal semplice fatto che l’effetto era stato osservato molto raramente dagli sperimentatori di tutto il mondo. In più, fu rapido nel rimarcare gli anomali attributi correlati al fenomeno. Tesla, a dispetto degli effetti in tutti i casi estremamente penetranti, sapeva di essersi assicurato i soli mezzi per raggiungere la manifestazione “completa” e massima del supercaricamento. Il suo era un apparato senza uguali, capace di rilasciare un aspetto del campo elettrostatico che gli altri molto evidentemente non avevano. Sebbene scoperto da Tesla nel 1889, la prima osservazione di questo effetto venne pubblicata dopo un’intensa serie di indagini. “La dissipazione dell’elettricità” (Dissipation of electricity), pubblicato proprio prima del Natale del 1892, è la lezione cardinale di Tesla. Questo è il punto di deviazione nel quale Tesla abbandona la ricerca e lo sviluppo della corrente alternata ad alta frequenza. Separandosi completamente dal campo, Tesla descrive le onde d’urto (shockwaves) e gli altri effetti degli IMPULSI. In aggiunta a queste sensazioni fisiche, che egli descrive in sotto-commenti delle caratteristiche, Tesla si dilunga anche sugli aspetti “gassosi” associati ai fenomeni.

Osservò che i cavi caricati improvvisamente nei suoi esperimenti emettevano uno strano flusso gassoso quando venivano immersi in un bagno d’olio. Scoprì che questo fenomeno, che una volta pensava fosse dovuto interamente ai gas assorbiti dai cavi, poteva essere prodotto in maniera così continua da un singolo cavo che nessun volume di gas normalmente assorbito avrebbe potuto alimentare il flusso. Anzi, era capace di produrre nell’olio flussi di tale tipo che erano così potentemente scagliati dalle estremità del cavo caricato che abbassavano visibilmente l’olio creando una cavità, profonda all’incirca due pollici (5 centimetri)! Tesla cominciò a comprendere la vera natura del fine “gas” di emissione che veniva proiettato dalle estremità del cavo immerse nell’olio.

A questo punto preparò un vasta serie di test per determinare la vera causa e la natura di questi terribili impulsi d’aria. Nel suo articolo Tesla descrive gli urti che permeavano gli scudi come “onde sonore di aria elettrificata”. Nondimeno, fa una notevole dichiarazione riguardo al suono, al calore, alla luce, alla pressione e all’urto che percepiva passare direttamente attraverso le lastre di rame. Presi insieme, essi “implicano la presenza di un mezzo di struttura gassosa, cioè un mezzo composto da portatori indipendenti capaci di movimento libero”. Poiché l’aria ovviamente non era questo “mezzo”, allora a cosa si riferiva? Più avanti nell’articolo dice chiaramente che “oltre all’aria, è presente un altro mezzo”.Attraverso successivi arrangiamenti sperimentali, Tesla scoprì diversi fatti riguardanti la produzione del suo effetto.

Per prima cosa la causa si trovava indubbiamente nella discontinuità del caricamento. Era nella chiusura dell’interruttore, l’esatto istante della “chiusura e interruzione”, che spinge l’effetto fuori nello spazio. L’effetto fu messo con certezza in relazione con il tempo, il tempo di IMPULSO. In secondo luogo Tesla scoprì che era imperativo che il processo di caricamento accadesse in un singolo impulso. Non era ammissibile alcuna inversione della corrente, altrimenti l’effetto non si sarebbe manifestato. In questo, Tesla fece brevi osservazioni descrivendo il ruolo della capacità nel circuito radiante a scintille. Scoprì che l’effetto era enormemente potenziato mettendo un condensatore fra il disgregatore e la dinamo. Mentre forniva una straordinaria potenza all’effetto, il dielettrico del condensatore serviva anche a proteggere gli avvolgimenti della dinamo.

L’effetto poteva anche essere enormemente intensificato a livelli nuovi e molto più potenti aumentando il voltaggio, velocizzando la frequenza dell’interruttore “che creava le interruzioni”, e accorciando il tempo effettivo di chiusura dell’interruttore. Finora Tesla aveva impiegato interruttori a contatto rotante per produrre i suoi impulsi unidirezionali. Quando questi sistemi a impulso meccanico non riuscirono a raggiungere i più grandi effetti possibili, Tesla cercò un mezzo più “automatico” e potente. Trovò questo “interruttore automatico” in speciali scaricatori di arco elettrico. L’uscita ad alto voltaggio di un generatore di corrente continua fu applicata ad una coppia identica di conduttori attraverso il suo nuovo meccanismo per l’arco, un magnete permanente molto potente collocato trasversalmente rispetto al percorso della scarica. L’arco di scarica era “spazzato via” automaticamente e continuamente da questo campo magnetico.

Per ottenere questo raro e desiderato effetto, era obbligatorio che il condensatore e i suoi cavi connessi fossero scelti accuratamente in modo che potessero ricevere e scaricare la carica elettrostatica acquisita in modo staccato unidirezionale. Il vero circuito di Tesla assomiglia molto ad un pulsoreattore (pulse jet), dove nessuna pressione inversa ferma mai il flusso che avanza impetuosamente. La carica elettrostatica aumenta a un massimo ed è scaricata molto più velocemente. La costante applicazione della “pressione” della dinamo ad alto voltaggio al circuito assicura che siano ottenute successioni continue di “carica – scarica rapida”. È allora e solo allora che si può osservare l’Effetto Tesla. Gli impulsi fluiscono letteralmente attraverso l’apparato dalla dinamo. Il condensatore, il disgregatore e i suoi cavi collegati si comportano come una valvola che sfarfalla.

La dinamo ad alto voltaggio rimane la vera sorgente elettrostatica dell’apparato. Questo era un fatto ben apprezzato da Tesla, che detestava i dolorosi effetti radianti che si muovevano nello spazio. Era evidente che la dinamo era stata in qualche modo modificata dall’aggiunta di questi circuiti a “valvola pulsante”. Le dinamo che venivano usate fornivano voltaggi mortali, capaci di uccidere un uomo. I circuiti a valvola stavano forzando una strana radianza di quelle energie di campo mortale. In qualche modo, l’energia della dinamo veniva espansa nello spazio con una forza pericolosa e dolorosa. Ma in che modo? Da quali misteriosi e provocatori mezzi di trasmissione era determinata questa condizione? Il risultato di questa serie di esperimenti fissò un nuovo concetto nella mente di Tesla. Egli aveva naturalmente compreso le implicazioni del suo misterioso effetto di “campo elettrizzante” (shocking field). Questa era elettricità radiante.

Tesla condusse in primo luogo indagini elaborate ed estese per poter comprendere l’esatta natura di questo nuovo effetto elettrico. Egli capì che questo strano “campo elettrizzante” si diffondeva effettivamente attraverso lo spazio dall’apparato ad impulsi. Se questa era energia elettrostatica, allora era più intensa e più penetrante di qualsiasi campo elettrostatico che avesse mai osservato. Se questo era semplicemente un campo elettrostatico “intermittente” (stuttered), perché allora la sua forza era così oltremodo intensificata? Tesla cominciò a credere di aver scoperto una nuova forza elettrica, non semplicemente un trattamento di una forza esistente. È per questo motivo che spesso descriveva l’effetto come “elettrodinamico” o “più elettrostatico”.

Regolando correttamente i parametri dell’inerente circuito, Tesla imparò come produrre a richiesta una serie estremamente rapida di impulsi unidirezionali. Tesla scoprì che quando gli impulsi erano brevi, improvvisi e precisi nella loro successione, l’effetto elettrizzante poteva permeare volumi molto grandi dello spazio apparentemente senza perdita di intensità. Scoprì anche che l’effetto elettrizzante penetrava schermature metalliche considerevoli e la maggior parte degli isolanti con facilità. Sviluppando un mezzo per controllare il numero degli impulsi per secondo, come pure gli intervalli intermittenti di tempo fra un impulso e il successivo, cominciò a scoprire un nuovo regno di effetti. Ogni durata di impulso dava i suoi peculiari effetti. Capace di sentire gli shock pungenti, sebbene schermato e a una distanza di quasi 50 piedi (15 metri) dal suo apparato, Tesla si accorse d’un tratto che un nuovo potenziale per la trasmissione di energia elettrica gli si era manifestato. Tesla fu il primo a capire che le onde elettriche d’urto (electrical shock waves) rappresentavano un nuovo mezzo per trasformare il mondo, proprio come aveva fatto il suo sistema Polifase.

Tesla era totalmente intenzionato a rivelare le sue scoperte in maniera dettagliata al mondo intero. L’elettricità radiante aveva speciali caratteristiche che la comunità scientifica non conosceva. Lavorando con una semplice ma potente rielaborazione del suo apparato originale, Tesla scoprì che l’elettricità radiante poteva indurre potenti effetti elettrici a una certa distanza. Questi effetti non erano alternanze, né onde alternate. Erano onde longitudinali, composte da onde d’urto (shockwaves) consecutive. Il procedere di ogni onda d’urto (shockwave), seguita da brevi zone neutre, costituiva il campo radiante. Le componenti vettoriali di queste successioni di onde d’urto (shockwaves) erano sempre unidirezionali. Le onde d’urto (shockwaves) a intermittenza erano capaci di forzare le cariche nella direzione della loro propagazione.

Gli oggetti posti vicino a questo dispositivo diventavano straordinariamente elettrificati, trattenendo una traccia di singola carica per svariati minuti dopo che lo scaricatore magnetico era stato disattivato. Tesla scoprì che era possibile amplificare questi effetti di singola carica con un semplice allineamento asimmetrico dello scaricatore magnetico. Mettendo lo scaricatore magnetico più vicino ad uno o all’altro lato della dinamo che caricava, potevano essere selezionati e proiettati sia il vettore di forza positiva che quello di forza negativa. Così la carica poteva essere proiettata all’interno di qualche oggetto nello spazio del campo o estratta. Questa era una nuova forza elettrica. Tesla comprese più che mai che era in un territorio sconosciuto. Il fatto che queste forze radianti viaggiavano come “raggi simili a luce” le distingueva dalle onde elettromagnetiche di Maxwell. Tesla voleva determinare l’effetto della diminuzione graduale della durata degli impulsi, un lavoro che richiedeva la massima perizia e precauzione. Sapeva che si sarebbe esposto ad un pericolo mortale.

Controllando la rapidità dello scoppio della corrente nell’arco magnetico a corrente continua, Tesla rilasciò un nuovo spettro di energie “simili a una luce” attraverso tutta la grande aerea di osservazione. Quest’energia era di un tipo che nessun altro al mondo da allora ha mai più visto. Tesla scoprì che la durata dell’impulso da sola definiva l’effetto di ogni corto spettro. Questi effetti erano completamente peculiari, dotati di altre strane qualità mai incontrate puramente in Natura. Treni di impulsi, ognuno eccedente la durata di 0,1 millisecondi, producevano dolore e pressioni meccaniche. In questo campo radiante, gli oggetti vibravano visibilmente e addirittura si muovevano mentre il campo forza li spingeva. I cavi sottili, esposti a scoppi improvvisi del campo radiante, esplodevano in vapore. Dolore e movimenti fisici cessavano quando venivano prodotti impulsi di 100 microsecondi o meno.

Con impulsi della durata di 1,0 microsecondo si avvertiva una forte calore fisiologico. Ulteriori diminuzioni della durata degli impulsi portavano a spontanee illuminazioni, capaci di riempire le stanze e i globi contenenti il vuoto con luce bianca. A queste frequenze di impulso, Tesla era capace di stimolare l’apparizione di effetti che sono normalmente mescolati tra le energie elettromagnetiche insite nella luce del sole. Impulsi più corti producevano brezze fredde che penetravano le stanze, accompagnate da un sollevamento dell’umore e della coscienza. Non c’erano limiti in questo avanzamento verso impulsi di durata inferiore. Nessuna di queste energie a impulso poteva essere riprodotta con l’uso di alternanze armoniche ad alta frequenza. Pochi poterono riprodurre questi effetti perché così pochi capirono la necessità assoluta di osservare i parametri fissati da Tesla. Questi fatti sono stati spiegati da Eric Dollard, che ottenne con successo anche gli strani distinti effetti dichiarati da Tesla.

Nel 1890, dopo un periodo di intensa sperimentazione e sviluppo del progetto, Tesla ricapitolò i componenti necessari per la realizzazione pratica di un sistema di distribuzione di energia elettrica radiante. Egli aveva già scoperto il fatto stupefacente che impulsi di durata pari a 100 microsecondi o meno non potevano essere percepiti e non avrebbero fatto male fisiologicamente. Progettò di utilizzare questi ultimi nella sua “teletrasmissione di energia”. Per di più, le onde d’urto (shockwaves) della durata di 100 microsecondi passavano attraverso tutta la materia, quindi era una forma idonea di energia elettrica da teletrasmettere attraverso tutta una città bisognosa di energia. Tesla fece una scopeta più sorprendente lo stesso anno, quando mise un solenoide di rame con una lunga singola spira vicino al suo disgregatore magnetico.

La bobina, lunga circa 2 piedi (60 centimetri), non si comportò come facevano i solidi tubi di rame e gli altri oggetti. La sottile spira venne rivestita da un involucro di scintille bianche. Ondulando dalla corona di questa spira, c’erano dei flussi bianco-argentei molto lunghi e simili a fluido, tenui scariche che sembravano essere considerevolmente aumentate di voltaggio. Questi effetti furono molto intensificati quando la bobina a spirale fu messa all’interno del cerchio del filo del disgregatore. All’interno di questa “zona d’urto”, la bobina a spirale fu circondata da un’esplosione, che rimaneva attaccata alla sua superficie, e risaliva la bobina fino alla sua estremità aperta. Sembrava come se l’onda elettrica venisse effettivamente tirata dallo spazio circostante per aggrapparsi alla superficie della spirale, una strana preferenza attrattiva.

L’onda elettrica fluiva sulla bobina ad angoli retti rispetto agli avvolgimenti, un effetto incredibile. La lunghezza perpendicolare delle scariche che saltavano dalla corona del solenoide era incomprensibile. Con la scarica del disgregatore che saltava di un pollice (2,5 centimetri) nel suo alloggiamento magnetico, le scariche bianche tremolanti si innalzavano dal solenoide fino a una lunghezza misurata di oltre 2 piedi (60 centimetri). Questa scarica eguagliava la lunghezza esatta della bobina stessa! Eera una trasformazione inaspettata e sconosciuta. C’era un processo di natura molto vicina a quella “elettrostatica”, sebbene Tesla sapesse che il mondo accademico non avrebbe compreso questo termine quando usato in questa situazione. L’energia elettrostatica non fluttuava, come invece facevano le sue onde d’urto (shockwaves). L’onda d’urto (shockwave) esplosiva aveva caratteristiche diverse da qualsiasi altra macchina elettrica esistente. Tuttavia Tesla affermò che l’onda d’urto (shockwave), durante il breve istante in cui faceva la sua apparizione esplosiva, assomigliava ad un campo elettrostatico molto di più che a qualsiasi altra manifestazione elettrica conosciuta.

Proprio come nelle macchine elettrostatiche ad attrito, dove corrente e magnetismo sono trascurabili, un componente con un campo molto energetico riempie lo spazio in linee radianti. Questo campo “dielettrico” normalmente si lancia attraverso lo spazio in una lenta espansione mentre le cariche vengono accumulate. C’era un caso in cui un generatore DC forniva alto voltaggio. Questo voltaggio caricava un cerchio isolato di rame, crescendo fino al suo valore massimo. Se tutti i valori nel circuito erano correttamente bilanciati nella maniera prescritta da Tesla, sarebbe allora avvenuta un’improvvisa caduta di carica. Questa caduta era necessariamente molto più breve dell’intervallo richiesto per caricare il cerchio.

La caduta avviene quando il disgregatore magnetico estingue l’arco. Se il circuito è strutturato correttamente, non si verificano mai alternanze di ritorno. Questa successione unidirezionale di impulsi di “carica-scarica” costringe un campo molto strano ad espandersi all’esterno, che assomiglia vagamente ad un campo elettrostatico “a intermittenza” (stuttering) o “staccato”. Ma questi termini non descrivevano in maniera soddisfacente le condizioni effettivamente misurate attorno all’apparato, ossia un potente effetto radiante che superava qualsiasi valore elettrostatico che ci si potesse aspettare. Il calcolo effettivo di questi rapporti di scarica era impossibile. Implementando la regola del trasformatore magnetico-induttivo standard, Tesla fu incapace di giustificare l’enorme effetto di moltiplicazione del voltaggio. Dato che le relazioni convenzionali non funzionavano, Tesla ipotizzò che l’effetto era dovuto interamente alle regole della trasformazione radiante, che ovviamente richiedevano una determinazione empirica. Le successive misurazioni della lunghezza delle scariche e degli attributi del solenoide fornirono la relazione matematica necessariamente nuova.

Egli aveva scoperto una nuova legge di induzione, una legge dove le onde d’urto (shockwaves) radianti effettivamente si auto-intensificavano quando incontravano oggetti segmentati. La segmentazione era la chiave per rilasciare l’azione. Le onde d’urto (shockwaves) radianti incontravano un solenoide e “schizzavano via” dalla superficie esterna, da parte a parte. Quest’onda d’urto (shockwave) non passava assolutamente attraverso gli avvolgimenti della bobina, trattando la superficie della bobina come una superficie aerodinamica. Lungo la superficie della bobina fu misurato un consistente aumento della pressione elettrica. Infatti Tesla dichiarò che i voltaggi potevano essere spesso aumentati in modo stupefacente fino a 10.000 volts per ogni pollice (2,54 cm) della superficie assiale della bobina.

Questo significava che una bobina di 24 pollici (60 centimetri) poteva assorbire onde d’urto (shockwaves) radianti, che inizialmente misuravano 10.000 volts, con conseguente aumento massimo fino a 240.000 volts! Tali trasformazioni di voltaggio erano sconosciute ad altri apparati di questa grandezza e semplicità. Tesla scoprì inoltre che i voltaggi in uscita erano matematicamente collegati alla resistenza delle spire nel solenoide. Alta resistenza significava voltaggo massimo più alto. Iniziò a riferirsi alla sua linea disgregatrice come al suo speciale “primario” e alla bobina a spirale messa dentro alla zona elettrica (shockzone) come al suo speciale “secondario”. Ma non aveva mai fatto intendere a nessuno di considerare questi termini uguali a quelli che si riferivano ai trasformatori elettro-magnetici.

Questa scoperta era infatti completamente differente dall’induzione magnetica. Ci fu una ragione reale e misurabile per cui aveva potuto fare questa strana dichiarazione. C’era un attributo che aveva lasciato Tesla completamente perplesso per un certo periodo. Tesla misurò una condizione di assenza di corrente in queste lunghe bobine secondarie di rame. Verificò che la corrente, che sarebbe dovuta apparire, era completamente assente. Un voltaggio puro si stava manifestando per ogni pollice della superficie della bobina. Tesla si riferì costantemente alle sue “leggi di induzione elettrostatica”, un principio che pochi comprendevano. Egli chiamò “trasformatore” il disgregatore combinato con la spirale secondaria.

I trasformatori di Tesla non sono dispositivi elettromagnetici; essi usano onde d’urto (shockwaves) radianti, e producono puro voltaggio, senza corrente. Ogni trasformatore conduceva una durata specifica di impulso con una particolare forza. Perciò ognuno di essi doveva essere “sintonizzato” regolando il disgregatore a quella specifica durata di impulso. Le regolazioni della distanza dell’arco fornirono questo fattore di controllo. Una volta che ogni trasformatore era sintonizzato sulla sua particolare frequenza di risposta, gli impulsi potevano fluire scorrevolmente attraverso il sistema come un gas che fluisce in un tubo. Scoprendo che le analogie con la dinamica dei gas e le loro applicazioni gli fornivano una serie consistente di stime valide a questo riguardo, Tesla cominciò a pensare se le scariche di fiamme bianche, così differenti da tutto ciò che aveva mai visto, potessero o no essere una manifestazione gassosa di forza elettrostatica. Sicuramente c’erano abbondanti esempi sperimentali in cui un qualcosa di puramente gassoso, così diverso da qualsiasi cosa di elettrico, stava cominciando a rendersi chiaramente manifesto.

Il modo in cui l’onda d’urto (shockwave) radiante si spostava sugli avvolgimenti di filo sotto forma di flussi laminari bianchi tremolanti, portò a una nuova rivoluzione di pensiero. Gli impulsi di voltaggio attraversavano la superficie del secondario come un impulso di gas sotto una compressione che aumenta. Sino a quando non raggiungevano l’estremità libera della bobina, questi impulsi gassosi scorrevano sulla superficie del rame piuttosto che attraverso di essa. Tesla si riferiva a questo fenomeno specifico come all’“effetto pelle”. In questo effetto la scarica assomigliava molto alla maniera in cui i gas si muovono sopra le superfici. Per di più, ogniqualvolta una punta metallica veniva collegata al terminale superiore di uno dei suoi trasformatori, il vapore diventava più direzionale. Si comportava proprio come un flusso d’acqua in un tubo. Quando il flusso bianco tremolante era indirizzato verso piastre di metallo distanti, produceva cariche di elettroni.

Questa produzione di carica poteva essere misurata come amperaggio, “corrente”, sul luogo di ricezione. Durante il transito, tuttavia, tale amperaggio non esisteva. L’amperaggio appariva solo quando veniva intercettato. Eric Dollard ha dichiarato che lo spazio che circonda i Trasformatori a Impulso di Tesla si agita così tanto con questi flussi che “la corrente di intercettazione” può raggiungere svariate centinaia o addirittura migliaia di ampere. Ma di cosa era composto questo flusso misterioso? Tesla combatté con il dubbio che questi fenomeni di scarica potessero essere elettricità ordinaria che si comportava in modi straordinari. Ma l’elettricità aveva davvero una natura scorrevole, mite e tremula?. L’elettricità con cui egli aveva familiarità era scioccante, rovente, scottante, mortale, penetrante, pungente, tutti attributi irritanti. Ma questo fenomeno di scarica era freddo o caldo al tocco, mite e delicato. Non avrebbe potuto uccidere.

Perfino il modo in cui l’impulso esplodeva, sotto forma di scariche bianche brillanti di voltaggio enormemente trasformato, sembrava il modo in cui si comportano i gas quando vengono rilasciati dai loro recipienti sotto pressione. Queste riflessioni meditative convinsero Tesla che questo effetto non era di natura puramente elettrica. Esaminando attentamente le fiamme bianche, Tesla capì perché non c’era “corrente elettrica” misurabile sulla corona di queste bobine attivate. I normali portatori di cariche pesanti, gli elettroni, non potevano viaggiare rapidamente come l’impulso radiante stesso. Fermati nel lattice metallico della bobina, gli elettroni diventano immobili. Attraverso la bobina non si muoveva assolutamente nessuna corrente di elettroni. L’impulso radiante, che si muoveva sulla superficie della bobina, non era quindi di natura elettrica.

Inoltre, Tesla scoprì uno stupefacente fenomeno, che tolse ogni dubbio riguardante la vera natura dei portatori energetici all’opera nel suo apparato. Tesla realizzò una sbarra di trasporto fatta di rame molto pesante a forma di U, connettendo entrambe le gambe direttamente al suo primario disgregatore. Lungo le gambe di questa barra di trasporto a forma di U furono messe diverse lampade a incandescenza. L’arrangiamento era un cortocircuito molto evidente. Le lampade si illuminarono con una fredda luce bianca brillante, mentre erano messe in cortocircuito dal pesante derivatore di rame. Non caratteristico dell’elettricità di corrente a particelle, le lampade brillanti ma fredde rivelarono che un’altra corrente energetica stava davvero scorrendo attraverso i “corto-circuiti”.

Coloro che osservarono questo esperimento non si aspettavano che svolgesse alcuna funzione, salvo l’incenerimento del circuito disgregatore e probabilmente della stessa dinamo. Invece di questo, i testimoni videro un prodigio. Le lampade si accesero con una lucentezza insolita. Con questa semplice dimostrazione, Tesla stava illustrando solo una delle sue molte prove. Le cariche di elettroni avrebbero preferito il circuito con meno resistenza, rifiutando i bulbi incandescenti in favore del rame. In questa situazione la corrente preferì conformarsi ad un principio contraddittorio. Forse questo era vero perché le correnti non erano elettriche. Tesla usò ripetutamente questa dimostrazione per evidenziare la “divisione” delle correnti di elettroni dalle correnti neutrali.

Rimase solo una domanda, la cui risposta gli avrebbe fornito l’informazione essenziale necessaria per creare una nuova tecnologia. Cosa separava o “frazionava” in questo modo i diversi portatori mobili nel suo trasformatore? Era la configurazione geometrica della bobina, che inavvertitamente separava ogni elemento. Agli elettroni era impedito il fluire attraverso la lunghezza del filo mentre l’impulso radiante era rilasciato sulla superficie della bobina come un impulso gassoso. Gli elettroni avrebbero dovuto spostarsi attraverso il cavo ma, durante ogni periodo di impulso, erano bloccati dalla resistenza della linea. Così, i portatori mobili gassosi venivano rilasciati e fluivano all’esterno del cavo, un impulso che viaggiava lungo la superficie esterna della bobina, da parte a parte.

C’era quindi la prova che le scariche elettriche erano veramente composte da diverse specie mobili simultanee. Tesla ora capì perché le sue prime correnti alternate ad alta frequenza non mostrarono mai queste potenti azioni. Era la repentinità, la violenza della scarica impulsiva che dava libertà di movimento a questo inaspettato componente “gassoso”. Gli impulsi, o meglio gli impulsi unidirezionali, erano l’unico mezzo attraverso cui questi potenziali potevano essere rivelati. Le alternanze erano assolutamente inutili a questo riguardo. Per di più, poiché le alternanze non potevano liberare il secondo componente gas-dinamico, questo rimaneva un mezzo inutile e pietosamente debole. Tesla vide per sempre i suoi dispositivi alternanti ad alta frequenza come progetti falliti. Questo è in forte relazione con le sue vedute estremamente critiche su Marconi e su tutti gli altri che come lui portavano avanti le onde radio ad onde alternate ad alta frequenza. Tesla cominciò a studiare un argomento che aveva trovato più nemici e critici di tutto quel secolo. Egli, ora con grandissimo interesse, cominciò a studiare “l’etere”.

Tesla arrivò a credere che i campi dielettrici fossero effettivamente composti da flussi di etere. Teoricamente, quindi, si poteva ottenere energia senza limiti catturando e convogliando una linea di campo dielettrico che scorreva naturalmente. Il problema era che nessun materiale ordinario disponibile poteva resistere abbastanza all’etere per ricavare da esso una qualche quantità di moto. Con un flusso così rarefatto da passare attraverso tutti i materiali conosciuti, l’energia cinetica insita nelle linee di campo dielettrico sarebbe rimasta una sorgente di energia elusiva. Tesla credeva di aver scoperto il segreto per spillare questa energia, ma ciò non avrebbe richiesto alcun tipo ordinario di materia. Tesla vedeva il voltaggio come dei flussi di etere sotto vari stati di pressione. Aumentando queste pressioni poteva produrre smisurati flussi di etere, dove il voltaggio osservato sarebbe stato perciò estremamente alto e luminoso. Questa era la proprio la condizione che Tesla aveva cominciato a credere si fosse stata stabilita nei suoi Trasformatori.

Tesla, infatti, dichiarò ripetutamente che i suoi Trasformatori determinavano potenti movimenti nell’etere. In un esperimento veramente misterioso, indice di queste intuizioni, Tesla descrive la produzione di treni di impulsi molto rapidi con una conseguente produzione di “fresche e misteriose striscie di luce bianca che si propagavano per una iarda (0,914 metri) nello spazio”. Queste erano fresche al tatto, e innocue. Se fossero state di natura elettrica, avrebbero dovuto avere un potenziale di parecchi milioni di volts. La loro inoffensività è abbinata alla loro natura sinuosa, completamente diversa dalle correnti elettriche.

Anzi, per capire la tecnologia di Tesla bisogna eliminare la nozione che gli elettroni siano il “fluido operante” nei suoi progetti ad energia radiante. Con l’estremità inferiore della bobina collegata direttamente alla dinamo, un flusso di etere ad alto voltaggio veniva proiettato dal terminale superiore. Quando descriveva ognuno dei suoi rilevanti brevetti su questa nuova tecnologia, Tesla parlò sempre di “raggi simili a luci” e di “mezzo naturale”. Il primo termine si riferisce ai flussi di etere strettamente compressi, che sono spinti dai suoi Trasformatori lungo linee di raggio infinitesimale, e il secondo termine si riferisce all’atmosfera di etere che pervade tutto, in cui la sua tecnologia operava.

È impossibile comprendere la tecnologia Tesliana separatamente dal controverso argomento riguardante l’etere. Molti analisti rifiuteranno il concetto senza prima cercare attentamente e scoprire le prove che sono state fatte da sperimentatori come Eric Dollard. Tesla si affidava al concetto che i flussi di etere venivano estratti attraverso i suoi Trasformatori, convogliati in una pressione naturale superiore, e accelerati nella brusca scarica elettrica. Visto come sistema elettrico, l’apparato di Tesla non può essere capito o spiegato completamente. Si deve vedere le Tecnologia Tesliana come una tecnologia a gas eterico, in grado di essere spiegata solo attraverso analogie con la dinamica dei gas.

Era ora facile capire come tali raggi proiettati, flussi di gas eterico ad alta pressione, potessero penetrare i metalli e gli isolanti allo stesso modo. Questi potenti raggi spesso potevano penetrare certi materiali con inspiegabile efficienza. L’elettricità non faceva queste meraviglie. Tesla ora capì anche perché questi flussi di scarica producevano i loro suoni sibilanti e uniformi, che apparivano visibilmente come getti di gas ad alta pressione. Gas eterico sotto pressione. Tesla era completamente disorientato. Aveva liberato con successo la corrente misteriosa, normalmente soppressa e vincolata ai portatori di carica elettronici. Le scariche impulsive unidirezionali di alto voltaggio e brevi durate le liberavano. Quali altri potenziali poteva rilasciare la tecnologia a gas eterico?

Le iniziali bobine cilindriche furono prontamente rimpiazzate con bobine a forma di cono. Con queste bizzarre geometrie, Tesla fu capace di concentrare l’elemento gas-dinamico, che ora si innalzava come un getto di luce bianca sibilante dalla punta della bobina. Tesla riconobbe che queste scariche, di un bianco spettacolare e che incutevano timore, rappresentavano effettivamente energia dispersa. Una stazione di teletrasmissione dell’energia doveva disperdere l’energia radiante in tutte le direzioni in modo uniforme. Le scariche simili a fiammate costringevano l’energia disponibile ad ondulare nello spazio.

Questo avrebbe prodotto cadute di energia imprevedibili a grandi distanze. In questo modo gli utenti non avrebbero ricevuto un flusso di energia affidabile e costante. Se il suo Trasformatore di Potenza doveva operare con la più alta efficienza di teletrasmissione, queste scariche simili a fiamme dovevano necessariamente essere eliminate. Ma eliminare questi getti eccessivi di etere si rivelò problematico. Tesla scoprì che i flussi bianchi tremolanti venivano assorbiti da volumi di grande capacità, masse in cui i flussi venivano assorbiti, filtrati ed espulsi. L’uso di sfere di rame in cima ai suoi Trasformatori forzava i flussi abbastanza in disparte da eliminare la fiamma bianca. L’energia era ora uniformemente dispersa attraverso tutto lo spazio come richiesto.

Ma si manifestò un nuovo problema. Le sfere di rame, venendo colpite dai flussi ad alto voltaggio che ora esse dovevano forzatamente condurre, espellevano componenti elettroniche. Queste apparivano assieme alla radianza, producendo condizioni veramente pericolose. Il problema era stimolato dalla conduzione, un caso in cui la sfera di rame veniva colpita attraverso tutto il suo volume. I flussi bianchi tremolanti permeavano il rame ed espellevano elettroni. Questi contaminanti concentravano la loro fuga dal circuito come piccoli dardi blu pungenti e dannosi. In confronto, la scarica bianca simile a una fiamma era una lieve e innocua luminescenza. Confrontando i due tipi, Tesla riconobbe la differenza nei portatori di carica. Una volta Tesla venne quasi ucciso quando uno di questi piccoli dardi schizzò 3 piedi (90 centimetri) in aria e lo colpì direttamente sul cuore. Le sfere di rame dovevano essere rimosse e sostituite da un altro componente di dispersione.

Apparentemente i metalli non erano di nessuna utilità in questo caso, essendo serbatoi naturali di elettroni. Alla fine Tesla suggerì che i metalli producevano elettroni quando erano colpiti da queste correnti speciali a fiamma bianca, poiché i portatori nelle fiamme bianche si concentravano dentro il lattice metallico. Aveva già osservato come l’aria stessa vicina a questi trasformatori poteva diventare stranamente auto-luminosa. Questa era una luce che nessuna bobina ad alta frequenza avrebbe mai potuto produrre, una corona di brillantezza bianca che si espandeva in diametri sempre più larghi.

La luce proveniente dai Trasformatori di Tesla si espande continuamente. Tesla descrisse la crescente colonna di luce che circonda qualsiasi linea elevata connessa ai suoi Trasformatori. Diversamente dalle comuni alternanze ad alta frequenza, gli effetti dell’energia radiante di Tesla crescono con il tempo. Tesla riconobbe la ragione di questo processo di crescita nel tempo. Non c’erano inversioni nelle scariche della sorgente, perciò l’energia radiante non avrebbe mai eliminato il lavoro compiuto in qualunque spazio o materiale così esposto. Come per le scariche di impulsi unidirezionali, gli effetti elettrici radianti erano additivi e cumulativi. Relativamente a questo, Tesla osservò aumenti di energia che sembravano totalmente anomali alla comune convenzione ingegneristica.

Era facile controllare la luminosità di una stanza controllando il voltaggio nei suoi trasformatori. La luce proveniente da questo tipo di illuminazione era curiosamente brillante alla percezione umana, ma quasi impossibile da fotografare su una pellicola. Tesla scoprì che era necessario effettuare tempi lunghi di esposizione sulle sue scariche prima che il tipo più debole di flussi potesse essere reso visibile. Questa strana incapacità di registrare fotograficamente era in contrasto con la luminosità percepita nell’occhio, luminosità che richiedeva un delicato controllo. Tesla progettò, costruì e utilizzò anche grandi lampade a forma di sfera, che necessitavano solo di una singola piastra esterna per ricevere le energie radianti. Per quanto lontane fossero messe dalla sorgente radiante, queste lampade si illuminavano brillantemente.

La loro era una luminosità che si avvicinava a quella di una lampada ad arco, e che superava di varie volte qualsiasi lampada a filamento di Edison. Era facile per Tesla anche controllare il calore di qualunque spazio. Controllando il voltaggio e la durata dell’impulso dell’energia nel suoi Trasformatori, Tesla poteva scaldare una stanza. Si potevano creare anche brezze fresche settando appropriatamente la durata dell’impulso. La chiave per produrre tutta l’azione eterica era quella di riuscire a procurarsi un mezzo per determinare effettivamente le deviazioni eteriche, proprio la cosa che ora solo Tesla possedeva. Sir Oliver Lodge dichiarò che il solo mezzo per “arrivare all’etere” era un “mezzo elettrico”, ma non un solo membro della Royal Society era stato in grado di realizzare questa impresa con la rara eccezione di Sir William Crookes. Il metodo di Tesla usava l’etere per modificare l’etere! Il segreto era quello di separare i contaminanti dalla corrente eterica proprio alla sorgente di generazione, un’impresa che era riuscito a realizzare nei suoi Trasformatori e nei suoi disgregatori magnetici ad arco.

Tesla usò la violenza delle scariche dell’arco disgregate magneticamente per disordinare i portatori elettrici ed eterici nei conduttori metallici. Rompendo le agglomerazioni che li legano insieme, ogni componente era libero di separarsi. Questa condizione non poteva essere realizzata in scariche ad arco in cui alle correnti era permesso di alternarsi. In tale apparato, i portatori elettronici impedivano il rilascio di etere e, fintanto che l’etere era presente nella scarica, non avrebbe mai potuto essere separato dalla corrente composita. La straordinaria efficienza del disgregatore ad arco magnetico nello sviluppare correnti eteriche derivava da diversi princìpi. Tesla vide che la corrente elettrica era veramente una complessa combinazione di etere ed elettroni. Quando l’elettricità veniva applicata al disgregatore, un processo di frazionamento primario aveva luogo. Gli elettroni erano espulsi forzatamente dall’apertura (gap) per mezzo della forte influenza magnetica. I flussi di etere, neutrali nella carica, continuavano tuttavia a fluire attraverso il circuito.

Il disgregatore magnetico era il suo mezzo primario per dividere gli elettroni dalle particelle di etere. Le particelle di etere erano estremamente mobili, virtualmente senza massa quando comparate con gli elettroni, e potevano quindi passare attraverso la materia con uno sforzo molto piccolo. Gli elettroni non potevano “stare al passo” né con la velocità né con la permeabilità delle particelle eteriche. Secondo questa prospettiva, le particelle di etere erano infinitesimali, molto più piccole degli stessi elettroni. Le onde portanti eteriche contenevano quantità di moto. La loro estrema velocità si affiancava alla loro natura quasi senza massa, e il prodotto di entrambe diventava una quantità misurabile. Si muovevano con una velocità superiore a quella della luce, un risultato della loro natura incomprimibile e senza massa. Ogni volta che un un impulso di materia radiante direzionale inizia in qualche punto nello spazio, un movimento incomprimibile avviene istantaneamente attraverso lo spazio lungo tutti i punti di quel percorso.

Tale movimento avviene come un raggio solido, un’azione che sfida le moderne considerazioni sui ritardi dei segnali nello spazio. I raggi (raylines) incomprimibili possono muoversi attraverso qualsiasi distanza istantaneamente. Dovesse essere il percorso lungo 300.000 chilometri, l’impulso all’estremità sorgente raggiungerà il punto opposto tanto velocemente quanto gli altri punti. Questa è velocità superluminale, propagazione istantanea. La materia radiante si comportava come se fosse incomprimibile. In effetti questo flusso di materia radiante, virtualmente senza massa e idrodinamicamente incomprimibile, era un’energia pura! Energia Radiante. Si trattava di un fenomeno distinto, che infatti non si manifestava con nient’altro che con le applicazioni ad impulsi. Tesla chiamava alternativamente queste espulsioni eteriche pure “materia radiante” ed “energia radiante”. Di carica neutra ed infinitesimale sia nella massa che nella sezione trasversale, l’energia radiante era diversa da qualsiasi luce che venne mai vista da quando il suo lavoro fu concluso.

Se ci venisse chiesto se l’Energia Radiante può essere paragonata a qualsiasi altro oggetto fisico esistente oggi, si dovrebbe declinare la domanda. Non possiamo trarre analogie fra l’Energia Radiante e le energie della luce di cui la scienza si è a lungo preoccupata. Ma se l’Energia Radiante venisse considerata almeno come simile a luce, essa ha caratteristiche diverse da qualsiasi luce che abbiamo imparato a generare. E precisamente questo è il problema. La Tecnologia di Tesla è Tecnologia a Impulso. Senza l’IMPULSO disgregante unidirezionale non ci sono effetti di Energia Radiante. Per generare questa Energia Radiante sono necessarie applicazioni energetiche speciali, applicazioni di impulsi brevi e concisi. Questi impulsi devono essere generati attraverso l’azione esplosiva di una scarica disgregativa, proprio come Tesla ha prescritto.

Peter A. Lindemann, D.Sc.

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Tesla, i segreti free-energy dell’elettricità fredda ultima modifica: 2013-11-06T16:05:30+00:00 da Richard
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Noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle. (Carl Sagan)