Verità teologica ed unità cristologica di Antico e Nuovo Testamento

Il Giornale Online
Inviata da skorpion75

Secondo il tradizionale insegnamento, risalente agli Apostoli ed ai Padri della Chiesa, i sensi della Sacra Scrittura sono quattro: letterale-storico, etico-morale, allegorico, ed anagogico-mistico. L’esegesi cattolica della Scrittura non è mai stata riduttivamente letteralista.

La base dell’esegesi è senza dubbio il livello storico-letterale benché non si tratti di un livello meramente «storiografico» ossia paragonabile o classificabile secondo le metodologie di lavoro degli storici.

Ma, non per questo, meno reale ossia meno storico ad esempio del «De Bello Gallico» di Cesare. La Scrittura narra sempre eventi storici benché in senso tipologico, universale, teologico e non pertanto in maniera storiografica. La Scrittura non è un trattato di storiografia ma narra di eventi della storia dell’umanità mediante i quali si dipana il Disegno Divino di Salvezza Universale e che, pertanto, assumono il loro autentico significato solo alla luce di tale Disegno.

Sicché se si legge la Scrittura senza questa chiave ermeneutica teologica non si riuscirà mai a comprenderla. A chi vi si accosta con il cuore velato, Essa apparirà soltanto come una accozzaglia ad intermittenza di fatti storici, più o meno rielaborati in senso nazionalistico, relativi alle vicende di una tribù arcaica e rozza di pastori seminomadi. Ed, infatti, è in questo «accecamento» che cadono di solito i contestatori della prospettiva esegetica cristiana.

La Scrittura narra, senza dubbio, eventi sicuramente storici benché mai deve dimenticarsi che Essa ne parla in senso ed in prospettiva teologica. Per noi cristiani, poi: in prospettiva eminentemente cristologica. «Prospettiva teologica» significa prendere in debita considerazione la dimensione, diciamo così, mistica per comprendere il messaggio profondo della Scrittura.

Ed è questo l’unico modo di comprendere il significato ultimo e metafisico della Scrittura, senza scadere in un assurdo letteralismo, rischio che corrono anche, e forse soprattutto, il filologo e gli studiosi che pretendono di fare esegesi sulla sola base del metodo storico-critico.

Ma, per l’appunto, la «dimensione mistica» non esclude affatto, anzi richiede necessariamente, proprio perché mistica, una solida base storica, a condizione che non si pretenda di fare della mera storiografia, ossia non si pretenda una ricostruzione fin nei minimi particolari e dettagli di quanto storicamente narrato, in senso tipologico e pertanto universale, dalla Scrittura (ricostruzione, del resto, e gli storici bene lo sanno, difficile a farsi, nel dettaglio, anche in ambito extra-scritturale, essendo ogni ricostruzione storica sempre soggetta a continua revisione).

Il fatto è che noi cristiani siamo chiamati a camminare sempre e comunque sul filo del rasoio o, se si vuole, su un ponte che, come quello d’oltretomba, diventa largo per i puri di cuore, permettendo a questi l’agevole transito nell’aldilà, e stretto per gli impuri fino a farli cadere nel sottostante abisso.
Noi cristiani, come direbbe Vittorio Messori, dobbiamo essere sempre consapevoli che la nostra è una Fede basata sull’«et-et».

La stessa Divino-Umanità di Cristo lo impone. Sicché per noi valgono sempre le endiadi Fides et Ratio, Mistica e Storia, Soprannaturale e Natura, Trascendenza ed Immanenza, Eternità e Tempo.

Bisogna poi aggiungere che quel che noi cristiani, o, meglio, noi cristiani cattolici, dobbiamo sempre evitare è il duplice errore del fideismo e del razionalismo. Errori tra loro speculari e complementari, perché originano dal divorzio delle endiadi sopra ricordate. Errori entrambi caratterizzati da soggettivismo e prometeismo.

Perché se è vero che ogni ingenuo concordismo letteralista tra fede e ragione sarebbe puerile ed inutile, è altrettanto vero che la pretesa di porre un’invalicabile barriera tra essa è altrettanto falsa ed intollerante e fa violenza alla natura umana fatta per il Mistero: o meglio per la Cerca del Mistero. Una Cerca pericolosissima se fatta da soli senza Guida (ecco la funzione del Magistero) ma inevitabile, che lo si voglia o no, per ogni uomo, se non altro al momento della morte.

Rimane il fatto che la ragione umana è comunque uno degli strumenti a disposizione dell’uomo in questa sua Cerca: l’altro, insieme ai sacramenti, è essenzialmente la preghiera fatta, però, con il cuore, ossia umile, fiduciosa e perseverante.

Non è un caso se il Logos giovanneo ripropone, benché con il linguaggio della cultura ellenistica, la cultura della grande svolta che ha permesso il superamento universalistico del tribalismo ebraico, il Bereschit (In Principio) del Genesi: èn arché èn ò Logos!

Infatti il Genesi, al di là delle sue immagini «mitiche», proprio questo ci dice: il mondo e l’uomo non sono frutto del cieco caso ma sono il frutto di un Atto d’Amore, di un Progetto e dunque di un Progettista.

Un progetto che è sì razionale, e la scienza può indagarlo, ma oltrepassa, senza negarla, la razionalità umana per aprire il cuore dell’uomo alla comprensione, che è sovrarazionale, della Sapienza Increata, ossia del Verbo, del Logos, che, appunto, la ragione oltrepassa e che nella ragione non è riducibile in assoluto.

In questo senso, nel senso del «messaggio» contenuto nel Genesi, Adamo, che in ebraico significa «terra rossa», con rimando al colore del «fango» da cui l’uomo è tratto, è figura ad un tempo tipica e storica nella quale è indicata l’umanità nella sua origine monogenetica ed, insieme, spirituale: fatto di «fango», ossia, alla pari delle altre, creatura naturale nella sua componente psico-fisica, l’uomo è però, a differenza di tutte le altre creature, infuso direttamente da Dio del «ruach», dello spirito, dell’io auto-cosciente, che è in lui l’elemento che lo rende, in essenza, l’immagine del suo Creatore nonché «aperto» o «capace» di Dio, l’elemento che, in altri termini, pur nell’alterità, lo unisce allo Spirito di Dio, allo Spirito Santo.

Analogamente, Abele e Caino sono figure tipiche e storiche, rimandando non solo, nel caso di Abele, al Giusto martirizzato, ossia al Cristo venturo, ma anche alla diversità culturale ed al conflitto atavico tra nomadi e sedentari.

Ancora: il vecchio Noè è solo figura tipologica del nuovo inizio, della nuova creazione, e quindi del «resto di umanità» caro al Signore perché fedele alla Sua Alleanza, ma è anche una figura «storica» nel senso che sedimenta nella memoria dell’umanità la realtà di eventi catastrofici, anche di grandi dimensioni ed estensione, forse planetaria (il meteorite che distrusse i sauri fu l’unico a colpire la terra?), come si sono ripetutamente verificati all’alba dei tempi (forse è per questo che il Diluvio Universale, sostanzialmente simile al racconto del Genesi, è presente, ad ogni latitudine, in tutti i miti delle origini).

Scrive quel fine scienziato che è Giuseppe Sermonti: «G. L. Schoeder, nel suo ‘Genesi e Big Bang’ (1991), documenta esaurientemente che il Genesi biblico non è affatto una cosmogonia mitologica, o un racconto per bambini, come lo definiscono i darwinisti, ma un sapiente resoconto scientifico, paragonabile alla moderna cosmologia. ‘Essi sono realtà identiche descritte in termini diversi’. Basta confrontarlo con l’Enuma Elish assiro-babilonese (secondo millennio), popolato di draghi mostruosi nati dalla congiunzione nel caos di Apsu e Tiamat. Anche la teogonia esiodea, con Urano evirato, Titani, Ciclopi e Giganti è un’epopea.

Nel Genesi non appare un Marduk (o un Bel) che seziona il corpo del mostro Tiamat in due parti, come valve di conchiglia, a formare il firmamento e la terra. Né un Briareo dalle cento braccia. E’ sobriamente descritta l’origine dell’universo dal nulla (Fiat lux), seguito da un periodo di assestamento astrofisico, poi dalla comparsa della vita vegetale e animale dalle acque e dalla terra. Dal big bang dell’astrofisica moderna all’origine della vita, delle specie e dell’uomo, lo scenario moderno segue sostanzialmente il modello biblico. I grandi gruppi dei viventi vi appaiono ad ondate successive ed il corteo è chiuso dall’uomo, il più perfetto tra gli esseri» (1).

In effetti, nonostante ogni datazione storico-filologica che fa del Genesi uno scritto posteriore ai codici assiro-babilonesi come l’Enuma Elish, il diverso «messaggio religioso», improntato alla Trascendenza, in esso contenuto lo pone in una prospettiva assolutamente estranea a quella mitologica propria alle popolazioni con le quali l’antico Israele conviveva nell’area vicino-orientale. Sicché non è impossibile affermare che nel Genesi furono codificate una o più tradizioni orali risalenti ad una primordiale Fonte più che umana, ad una Rivelazione, e che anzi i miti assiro-babilonesi, come tutta la religiosità pagana a struttura mitico-immanente, di quella Rivelazione Originaria altro non siano che un precipitato «spurio».

Insomma, nel Genesi, dietro le immagini in apparenza mitiche, si nasconde, si perpetua e si tramanda la Sapienza rivelata da Dio all’umanità. Una Sapienza assolutamente svincolata dalla «lettera» delle «immagini», come dimostra il fatto stesso che, cambiando contesto culturale, nel progressivo (ri)svelarsi, dopo il peccato adamitico, della Rivelazione, in un processo che va dall’origine fino a Cristo, i temi del Genesi, ad iniziare dalla Creazione, vengono riproposti con altre immagini, non più dipendenti dal contesto culturale mitologico dell’epoca in cui le tradizioni orali post-adamitiche furono codificate.

Immagini nuove come quelle del cantico della Sapienza in Proverbi 8,22 e seguenti, che ha ispirato le raffigurazione medioevali di Cristo architetto con il compasso che traccia il cerchio del cosmo: «Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi, né le prime zolle del mondo; quando Egli fissava i cieli, Io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso;…».

Oppure come quelle dei Salmi (104-103: «Tu stendi il cielo come una tenda… Hai fondato la terra sulle sue basi, mai potrà vacillare… Emergono i monti, scendono le valli al luogo che hai loro assegnato… Per segnare le stagioni hai fatto la luna e il sole che conosce il suo tramonto… Quanto sono grandi Signore le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza, la terra è piena delle tue creature… Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni. Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati e rinnovi la faccia della terra».

O ancora come quelle del canto di Davide 19-18: «I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento». Fino al racconto definitivo e normativo della creazione che coincide con il già ricordato Prologo del Vangelo di San Giovanni: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste».

Per comprendere il messaggio teologico cristocentrico ed al tempo stesso storico, sebbene, come si è detto, «storico» non nel senso della storiografia moderna, della Scrittura, è necessario sempre tenere presente la storia dell'umanità adamitica precedente il Diluvio e la storia dell'umanità post-adamitica successiva al Diluvio.
L'evento del Diluvio, che come si è detto è incredibilmente attestato presso tutte le culture religiose del mondo, è biblicamente uno spartiacque temporale che sta ad indicare la definitiva e completa perdita di contatto dell'umanità con la Rivelazione Divina gratuitamente partecipata da Dio ad Adamo all'origine dei tempi.

E’, quella dell’origine, una storia che riguarda tutta l’umanità, non solo gli ebrei che in quelle epoche adamitiche neanche esistevano (benché l’interpretazione talmudica pretende, al modo in cui tutti i popoli antichi indicavano se stessi come gli unici veri uomini, di identificare l’Adamo con il prototipo dell’ebreo). Come si è già detto, Adamo significa in ebraico «terra rossa» e sta ad indicare l’uomo creato dall’impasto di fango e ruach, ossia lo spirito che Dio soffia nell’essere naturale dell’uomo.

Ciò significa che l’essere umano non è solo, come le altre creature viventi, un sinolo di psiche e corpo ma che in lui è stato insufflato anche quell’elemento spirituale che, rendendolo Immagine di Dio, gli consente la possibilità stessa di comunicare con Dio.

La colpa d’origine, consistente in un atto d’orgoglio prometeico («sarete come Dio» suona la tentazione edenica) che si ripete da allora nella vita di tutti gli uomini ed è all’origine di tutti i drammi storici dell’umanità, ha distrutto l’armonia d’amore tra Dio e uomo, sebbene non ha leso del tutto la capacità spirituale dell’uomo di riaprire il cuore a Dio, unica fonte della pace e della libertà umana.

E’ opportuno ricordare che, a differenza del protestantesimo, per il quale il peccato originale ha corrotto definitivamente la natura umana, per il cattolicesimo il peccato d’origine ha soltanto ferito la natura dell’uomo: l’essere umano, pertanto, resta ancora, sebbene con difficoltà, e quindi necessitante della Grazia, capace del bene e di Dio, che è il Sommo Bene. Per la Chiesa cattolica l’uomo agli occhi di Dio, anche se peccatore, è ancora degno di Redenzione.

Ma la distruzione dell’originaria armonia tra Dio e uomo è avvenuta gradualmente, come conseguenza di quella prima colpa, e non improvvisamente. Basta leggere il Genesi per verificare come il male, parallelamente al progressivo diminuire della durata della vita degli uomini ora sottoposti alla morte, entri progressivamente nella storia umana, prima con il peccato d’origine, poi con il fratricidio di Caino, quindi con il mescolarsi dei «figli di Dio», ossia gli uomini ancora parzialmente nella linea della Rivelazione originaria, con le «figlie degli uomini», ossia con quell’umanità già più avanti nel processo di allontanamento da Dio innescato dal Peccato Originale, e poi con Babele: chiaro riferimento alla pretesa «pagana» di erigere l’uomo fino a Dio senza la Grazia.

Quello della Torre di Babele, infatti, è un racconto rinnovato del tema del peccato originale che ripropone lo stesso tema della tentazione edenica ossia la pretesa da parte dell’uomo di auto-deificarsi. La narrazione di Babele (storicamente si tratta, con tutta evidenza, di Babilonia e delle sue torri-templi dai giardini pensili) precede quella della vocazione di Abramo e segue quella del Diluvio. Il culmine della storia adamitica delle origini si chiude, per l’appunto, con il Diluvio mediante il quale quell’umanità dell’origine, quasi completamente pervertita, è annientata.
Salvo un «piccolo resto», Noè e la sua famiglia.

Si inaugura, qui, il tema biblico, ripetuto più volte nella Scrittura, della salvezza del solo «piccolo resto» che rimane fedele a Dio. Dopo Noè ed i suoi figli e la vicenda «prometeica» di Babele inizia la storia di Abramo, chiamato da Dio verso una terra promessa nella quale incontra Melchisedeq, re di Salem (= Pace ossia Gerusalemme), che è figura tipica del Cristo Venturo.

Melchissedeq, chiamato Sacerdote in Eterno, titolo che spetterà a Cristo, porge ad Abramo le specie eucaristiche ante litteram del pane e del vino, mentre Abramo, in atto di sottomissione e di riconoscimento della superiorità del Sacerdozio Universale ed Eterno di Melchisedeq, gli paga la decima.

Melchissedeq è il depositario, post-diluviano, della Rivelazione Adamitica perduta dall’umanità prediluviana e, dunque, rappresenta il «ponte» (da qui «Pontefice») tra la fase storica pre-diluviana e quella post-diluviana. In altri termini con Melchisedeq torna a ri-rivelarsi la Rivelazione, iniziando la fase più importante del Disegno Divino di Salvezza Universale già annunciato da Dio subito dopo il peccato con la promessa della Donna che schiaccerà il capo al serpente, che è poi la stessa Donna vestita di sole dell'Apocalisse: ossia la Vergine Maria.

Questa fase fondamentale e cruciale della Storia della Salvezza è culminata nell’Incarnazione del Logos Divino, sotto l’ultimo dei quattro imperi annunciati nella profezia di Daniele ossia l’Impero Romano. Noè, Melchisedeq, Giobbe (che era idumeo e non ebreo) e perfino Abramo non sono ebrei ma sono i cosiddetti «santi pagani dell’Antico Testamento».

Il popolo ebraico nasce dalla vocazione di Abramo come popolo religioso scelto da Dio, in vista dell’Incarnazione. Esso, unico tra tutti i popoli dell’umanità caduta, a causa del peccato, nel «paganesimo», umanità derivata anch’essa da Noè ma senza trasmissione dell’originaria Parola di Dio, nasce per essere destinatario del nuovo rivelarsi di Dio all’uomo dopo il diluvio.

In Abramo Dio entra di nuovo, dopo i disastri delle origini, nella storia dell’uomo scegliendosi un popolo particolare ma in una prospettiva già implicitamente universale come è chiaramente rivelato dalla promessa del Signore all’antico Patriarca: «Renderò la tua discendenza come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche la tua discendenza», «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle… Tale sarà la tua discendenza» (Genesi 13-16 e 15-5).

Ed è chiaro che pur sommando tutti gli ebrei vissuti nel corso dei secoli il loro numero non sarà mai tale da giustificare il senso più misticamente alto ed essenziale di tale promessa divina.

Il popolo ebreo, dunque, ha svolto nell'economia dell’Antico Testamento la funzione fondamentale di custode, difensore e trasmettitore, del culto monoteistico in un mondo del tutto pagano. Questa funzione fu più volte tradita dagli ebrei ed i richiami dei profeti alla fedeltà al Dio di Abramo si sprecano nel corso della storia ebraica. Ad ogni infedeltà israelitica ha corrisposto puntualmente un disastro nazionale per quel popolo. Ma la misericordia di Dio garantiva, sempre in vista dell’Incarnazione, la salvezza ad un suo «piccolo resto».

Durante la sua storia la grande tentazione di Israele fu sempre quella di conformarsi alla spiritualità pagana e panteista dei popoli vicini. Di qui il costante richiamo dei profeti alla fedeltà al Dio unico della Rivelazione abramitica e le continue, ed anche cruente, lotte di Israele con i popoli pagani. Ma nella Scrittura è progressivamente testimoniato che anche questi popoli pagani vengono un po’ alla volta avvicinati dal Dio di Abramo ed inseriti progressivamente nel Disegno di Salvezza: si pensi all’episodio degli abitanti di Ninive.

Qui, come si è già rilevato, è già presente tutto l’universalismo che sarà poi del cristianesimo. Come ricorda San Paolo, nella «Lettera ai Romani», con Cristo la salvezza giunge definitivamente ed universalmente anche ai pagani, che sono innestati al posto degli israeliti nell’Olivo santo ossia nella Fede di Abramo in attesa che anche gli ebrei vi ritornino essendo essi al momento rami recisi. Recisi perché non hanno riconosciuto Cristo.

Ma la loro caduta, nel disegno di Dio, ha aperto la via della salvezza ai gentili.
E Dio, che non li ha dimenticati, li riporterà alla fine dei tempi a Sé in Cristo Signore.
Si badi bene: li riporterà a Sé in Cristo e non senza Cristo, al modo dell’ecumenismo irenista oggi in voga, troppo in voga, tra i cattolici. Il «peccato» di Israele è consistito nel tradimento della fede abramitica definitivamente adempiutasi in Cristo.

Il Talmud, ossia l’interpretazione rabbinica della Legge che per gli ebrei è superiore alla stessa Legge, è testimone di questa «apostasia». Un’apostasia iniziata già in età veterotestamentaria, con le tentazioni israelitiche di abbandonarsi ai culti pagani circonvicini, e di cui è testimonianza, ad esempio, l’episodio di Ezechiele (8, 1-18) portato da Dio in spirito a vedere i culti sincretistici praticati dai sacerdoti leviti nel Tempio.

La Scrittura chiama questa apostasia «Abominio della Desolazione». E, purtroppo, un’apostasia del genere è annunciata, da San Paolo e dall’Apocalisse, anche per i cristiani. Salvo un «piccolo resto». E’ scritto infatti: «Noli timere pusille grex».

Ricordiamocelo: questo, dall’Incarnazione fino alla Parusia, è il tempo della Misericordia di Dio. Ed è, pertanto, il tempo di Maria, le cui apparizioni, non a caso, si sono intensificate nel corso dei secoli, in particolare durante gli ultimi due.
Poi verrà inesorabile il tempo della Giustizia di Dio.

Luigi Copertino

1) Confronta G. Sermonti «Chi critica Darwin non è bigotto, a differenza di certi darwinisti», settembre 2005.

Fonte: http://www.effedieffe.com/content/view/3825/176/

Verità teologica ed unità cristologica di Antico e Nuovo Testamento ultima modifica: 2008-07-23T16:09:47+00:00 da Richard
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Noi siamo l'incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all'autocoscienza. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle. (Carl Sagan)