Verso un'armonizzazione del Maschile e del Femminile nella Libera Muratoria


di V.C. Zarattini

“Sono perseguitato dalle Madri, dalle Madri!” urlava Nikias, fingendosi pazzo, mentre fuggiva, inseguito dalla folla inferocita per avere indotto a venire a patti con i Romani gli abitanti di una città cartaginese della Sicilia, dove era stato eretto, in circostanze misteriose, un Tempio alle Madri.
L’episodio, descritto da Plutarco, colpì la fantasia di Goethe che riprese questo tema nel “Faust” facendo intraprendere al protagonista un percorso iniziatico nel Regno spirituale delle Madri. Goethe aveva colto la vera portata del significato dell’episodio comprendendo che Nikias “non era pazzo, ma un essere umano divenuto veggente in un Regno di realtà spirituale”che lo atterriva con tutta l’incombente e misteriosa potenza del femminile. Egli descrisse le Madri quali esseri divini appartenenti ad un mondo che sta dietro la realtà sensibile, dove viene generato maternamente tutto ciò che è fisico e terreno perché nel Regno delle Madri si trovano l’essenza divina di tutte le cose e la matrice prima dell’esistenza.

Il viaggio, iniziato sotto i cattivi auspici di Mefisto, lo spirito demoniaco che demotiva Faust con le parole “Tu vai alla ricerca del puro Nulla” a cui egli risponde “Nel tuo Nulla io spero di trovare il mio Tutto”, lo porterà al risveglio della sua anima: l’eterno femminino presente in ognuno di noi a prescindere dalla differenza di genere, retaggio del mondo delle origini, cui ci lega “la perenne ricerca di quell’Osiride che si può ritrovare solo grazie all’iniziazione o alla morte”. (P.Archiati (a cura di), Rudolf Steiner, L’eterno femminile, in Conferenze 1909 – 1913 – 1924, Ed.Archiati Verlag, Monaco di Baviera, 2005).

Contrariamente alle comuni credenze, il femminile non è dunque solo prerogativa della donna, ne è partecipe anche l’uomo quando manifesta immaginazione, capacità di abbandono, accettazione del diverso da sé, cura dei deboli e degli indifesi, abnegazione per amore dei figli, avversione alla bellicosità, rispetto e salvaguardia della Natura e così via. Eroi mitici e alcune personalità del mondo moderno ne hanno per certi versi espresso alcune caratteristiche, come ad esempio Ettore, Giulio Cesare, Martin Luther King, Rudolf Steiner, Carl G. Jung, Erich Fromm, il Dalai Lama e molti altri. Considerato una qualità dell’anima, uno stato del Sé, il femminile è un archetipo universale rappresentato da diverse espressioni simboliche riferibili a figure mitiche o a elementi del mondo vivente e non.
Definire il femminile non è facile, tanto sono diversi ed opposti gli attributi che lo caratterizzano e che si esprimono sia con la fantasia, la creatività, la gioia, la sensualità, la protezione, la pace, la condivisione, la forza psichica, la comprensione del diverso, l’affinità per il primitivo e il naturale, sia con l’indecisione, la dipendenza, l’indeterminazione o con sentimenti estremi come la collera, l’istinto aggressivo, la vendetta, l’odio. Questi ultimi rappresentano il volto più nero della femminilità che si manifestò ad iniziare dai tempi successivi al matriarcato, probabilmente quando la donna, non riuscendo più a salvaguardare la sua identità soggettiva e collettiva compressa dal patriarcato incombente, tentò una forma di ribellione.

I mitici archetipi simbolici del femminile divennero così il riferimento anche delle caratteristiche più negative, non sempre corrispondenti al vero, cui diedero valenza esigenze e circostanze temporali, superstizioni umane, interpolazioni di natura etica susseguitesi dalla Grecia arcaica, e in parte, a quella classica così che “le credenze primitive tramandate oralmente e affidate alla memoria persero molto della loro primitiva purezza” (G. Moretti (a cura di), Johann Jakob Bachofen, Il Matriarcato, C. Marinotti Edizioni, Milano, 2003). La civiltà del matriarcato ha segnato il modo di essere al femminile. Nelle terre della Lidia – raccontano Erodoto e Plutarco – i cui abitanti provenivano da Creta, si praticava un regime matriarcale dove i figli prendevano il nome della madre e non quello del padre, e se nascevano da madre libera e da padre schiavo erano considerati di nobile nascita, ciò non valeva nel caso contrario. Alla donna veniva riconosciuto uno stretto legame con la divinità perché si considerava dotata di una superiore comprensione del potere divino.

Per questo essa poteva far riconoscere leggi come ad esempio il diritto di successione a favore delle figlie alle quali, avendo acquisito con l’eredità una autonomia che le svincolava dal consenso genitoriale, fu concesso il diritto di scegliersi il marito. L’importanza della donna era attestata da molti altri fattori. Ad esempio la denominazione di Terra-Patria, comune a molte regioni del mondo antico, a Creta era chiamata Terra-Madre in rappresentanza della Dea-Madre primigenia, la Mater Matuta dei romani, alla quale si faceva risalire ogni cosa e di cui le donne mortali erano immagine: una rappresentatività che conferiva loro il fondamento della “dignità femminile” e che trovava la sua massima espressione nel nome Atena che tutte le donne della Grecia antica portavano. (Varrone conservato da Agostino, De Civ. Dei 18, 9). Nel Menesseno Platone scrive“Non è la terra a imitare la donna, ma la donna a imitare la terra….per questo motivo è verosimile che la prima nascita sia stata portata a termine, attraverso i poteri del Creatore, dalla terra senza che fossero necessari quegli organi…che la natura deve produrre negli esseri che procreano ..

Dunque la prima nascita avvenne nel grembo materno della Terra, le successive con la riproduzione nel grembo della donna”. Si può dire che il matriarcato appartenne ad un periodo dell’umanità e ad una religione che hanno inteso la terra quale sede “dell’energia materiale”, il patriarcato a quel periodo dell’umanità in cui alla materia è stato affiancato un artista (v. Plutarco) rappresentato dall’uomo creatore di idee che la donna trasforma in realtà viventi”(Esther Harding, La strada della donna, Ed.Astrolabio, Roma, 1942). Ciò sembra confermare che il passaggio al patriarcato coincida, per il fondamento spirituale di riferimento, “con un più alto sviluppo religioso dell’umanità”. Un fondamento spirituale che molto più tardi porterà alla riconsiderazione del femminile con la sublimazione della Mater Matuta nel mondo spirituale, un riferimento attestato dalle figure femminili di Beatrice, Maria, Iside, Elena che rappresentano i volti immortali dell’anima, il femminile purificato dalla materia. Per altre considerazioni sul matriarcato si rimanda al contributo della sottoscritta “L’iniziazione femminile”(in Recensioni, www.granloggia.it).

Nei templi massonici l’archetipo del femminile è rappresentato da Minerva-Atena e da Venere-Afrodite, simboleggianti la Saggezza e la Bellezza, l’archetipo maschile da Eracle-Ercole simbolo di Forza e Bellezza (attributi riferiti alla forza morale che vince le ingiustizie e alla bellezza interiore conquistata attraverso il difficile percorso iniziatico delle dodici fatiche). Atena per i Greci, Minerva per i Romani è considerata dea della Sapienza, delle Scienze e delle Arti, ma anche della guerra intesa in modo diverso dalla nostra accezione moderna. E’ una dea guerriera che combatte la forza bruta e impulsiva, rappresentata da Marte-Ares, per proteggere, con le competenze che le sono state assegnate, i mortali a lei devoti dai loro avversi destini o per sconfiggere i loro avversari.

Simbolo dell’intelligenza e come tale non disgiunta dallo spirito di iniziativa e dal coraggio, essa è contemporaneamente “protettrice delle città, amministratrice della giustizia, ispiratrice del pensiero filosofico, fautrice del lavoro operoso (fu lei a presiedere i lavori per la costruzione dell’Argo, la più grande nave dell’antichità), e delle attività femminili connesse alla filatura, alla tessitura e al ricamo”(Ginette Paris, La grazia pagana, Moretti e Vitali Ed., Bergamo, 2002), sostituendosi ad Aracne che trasformò in ragno perché osò sfidarla. Emblematicamente rappresentata dall’archetipo femminile di Minerva, la donna, fedele “a quella natura materiale-materna che la caratterizza nella sua elezione a donna lunare ed in cui si radicano anche il suo rapporto con la notte ed il lavoro della tessitura”, ne fece la sua massima figura di riferimento.(op.cit.G.Paris ) In contrasto con Artemide-Diana che non accetta compromessi con il mondo maschile, Minerva si differenzia perché è vicina agli uomini, “intrattiene con loro un rapporto molto amichevole e quotidiano, …lasciando ad altre mitiche figure del femminile la funzione sessuale e riproduttrice.

La combattività di Atena non essendo rivolta contro il mondo maschile assicura alla donna un posto di primo piano nel mondo degli uomini …ed è a sua volta essenziale per la partecipazione delle donne al potere”(op.cit.G.Paris). Un potere – secondo la leggenda – consegnato ad Atena dagli dei dell’Olimpo quando, gareggiando con Poseidone, dio del mare, per la sovranità dell’Attica, essa regalò a questa regione l’ulivo che da allora ebbe, in Atene, un culto particolare. Potrebbe sembrare un paradosso associare l’ulivo, simbolo di pace, ad Atena, ma ricordiamo che i soldati portavano rami di ulivo nei cortei trionfali per implorare protezione, vittoria, ritrovato equilibrio e dunque pace che a quei tempi significava assenza di guerra. Un’altra versione della leggenda è narrata da Varrone. Fu chiesto all’oracolo di Delfi il significato di un prodigio: la nascita contemporanea di una sorgente e di un ulivo; l’oracolo rispose che l’ulivo significava Minerva e l’acqua Nettuno. Si demandò ai cittadini la decisione di rispondere a quale divinità dedicare la città e questi, in maggior percentuale donne, votarono per Minerva e la città venne chiamata Atene.

Per placare Nettuno da questo oltraggio, le donne furono costrette a perdere il diritto di voto, il diritto di dare il proprio nome ai figli e il diritto di portare, oltre al proprio, il nome di Atena: una dimostrazione che in Atene esisteva già una certa forma di matriarcato. C’è un aspetto interessante e ambivalente che riguarda la dea e che pone l’interrogativo “Quale nesso congiunge il matriarcato di Minerva al patriarcato che essa ha voluto celebrare con la erezione dell’Areopago, ai piedi della collina di Marte-Ares dove il tribunale, presieduto dalla stessa dea, assolse Oreste il matricida?” Ancora una volta rispondono i miti pagani che raccontano: per impadronirsi del sapere di Meti, la dea più sapiente dell’Olimpo, Zeus tentò di violentarla, ma fu colto dal pensiero che sarebbe potuto nascere un figlio più intelligente di lui e allora la divorò. In seguito, essendo stato colto da forti mal di testa ( simili alle doglie del parto), si fece aprire il capo da Prometeo e ne uscì Minerva, liberando dalla sua testa ciò che restava del sapere femminile di Meti e precludendo a se stesso e a tutti gli uomini questo sapere femminile.

Dunque Atena appartiene al matriarcato in quanto è rimasta fedele alla natura materiale-materna che la caratterizza anche nella sua elezione a donna lunare; ma nella sua formazione spirituale essa abbandona ogni aspetto materiale giustificata dal fatto che è nata dal capo di Zeus, “Atena quindi ha la qualifica della sapienza femminile appartenente al matriarcato e in quanto alla sua nascita dalla testa di Zeus, sede della somma intelligenza divina, appartiene al patriarcato che deve la sua origine a questo fondamento spirituale” (op.cit.G.Paris) . Forse la partecipazione delle donne al potere fu la condizione sine qua non per cui Atena, colei che non è nata da madre,“la dea fedele a tutto ciò che è maschile, eresse l’Areopago nel luogo dell’antico diritto delle madri, di natura fisica e ctonia che divenne da quel momento il diritto divino di Giove-Zeus, di natura incorporea, trascendente: il diritto del patriarcato. L’altro simbolo archetipale del femminile posto nel Tempio massonico è rappresentato dalla statua di Venere-Afrodite, dea della Bellezza e dell’Amore, ma con un’accezione diversa da come vengono modernamente considerati i due attributi.

“Il culto di Venere ha poco a che fare con i canoni di bellezza così come li concepisce la nostra cultura dell’immagine e, oggi, del consumismo. …….La bellezza afroditica è approssimabile più a uno stato di grazia, in cui si fondono fascino e audacia, che a una adesione a un canone stabilito” (Ginette Paris, La rinascita di Afrodite, Moretti e Vitali Ed., Bergamo, 1997). La sessualità afroditica va letta come arte di amare e come esperienza estatica riferibile ad un percorso di conoscenza interiore di sé e dell’altro che il “desiderio ci pone accanto”, in perfetto allineamento con la civiltà matriarcale che considerava l’amplesso un rito sacrificale di donazione di sé, una forma di preghiera, come attestato dalla prostituzione sacra di cui rimangono testimonianze a Pirgi. Nell’antica Neapolis, secondo gli studi di W. Schubert (1897 – 1940), in una grotta misterica vicina al Tempio di Priapo di Lampsaco si favorivano gli accoppiamenti in promiscuità e totalmente al buio per soggettivare l’atto del dono. A prescindere da simili situazioni estreme, la tradizione religiosa ha in seguito represso e deturpato l’atto sessuale distaccandolo dalle sue basi spirituali, determinando il sorgere di fobie e patologie. (E.Mazzola, Chiesa, sessualità e celibato, Bastogi Ed., Foggia, 1999)

Il mito di Venere-Afrodite racconta la sua nascita dal seme di Urano castrato dal figlio Crono sfuggito all’infanticidio perpetrato dal padre ai suoi fratelli. Galleggiando sulle onde del mare il liquido seminale divenne schiuma marina da cui nacque Afrodite. Non a caso i due archetipi, cui le “stesse ragioni simboliche hanno motivato la nascita” e che rappresentano due dei molteplici simboli del femminile o meglio dei vari modi di essere al femminile, Minerva l’intellettuale, la sapiente, la saggia che nasce dalla testa di Zeus e Afrodite, la bella, la seducente, la gioiosa, che nasce dal sesso del padre Urano, adornano i templi massonici e sono personificate, assieme ad Ercole (Eracle per i Greci), dalle tre Luci della Loggia. Come Minerva anche Venere era vergine prima che il mito di Eros, gerarchizzando la relazione uomo-donna, la trasformasse in sposa di Efeso, lo storpio che compensava la sua bellezza con i più bei gioielli di tutto l’Olimpo.

A quei tempi il significato di vergine non si riferiva a colei che non conosce uomo, ma a colei che appartiene a sé stessa “nel senso di inafferrabilità e abissabilità” (J.Evola, Metafisica del sesso, Ed. Mediterranee, Roma, 1988), così come l’esperienza sessuale poteva diventare esperienza spirituale profonda per la capacità di conoscenza interiore che la donna possiede captando la soggettività dell’altro. In tempi ancor più lontani la parola Virgo, considerata una deformazione di un’antica radice atlantidea, indicava il principio materno. L’ultima Virgo Mater che dominò la civiltà atlantidea fu Lilith, la personificazione della Luna Nera ( Roberto Secuteri, Astrologia e Mito, Ed.Astrolabio, Roma,1978) In seguito tutte le vergini madri di tipo pagano demetriaco e quelle asiatiche, molte delle quali raffigurate con il volto nero, furono fuse dal Cristianesimo in un unico personaggio: la Madonna, anche in versione di Madonna nera. In Afrodite si ritrovano paradossalmente sia una forte identità, sia la capacità di fusione con l’altro ad attestare il segreto di una unione vera e profonda che richiede nei due individui il mantenimento della distinzione e della separatezza , altrimenti l’altro sarà solo il riflesso del proprio desiderio o, se prevarrà l’Ego, ognuno rimarrà arroccato nella propria identità (egoicità).

La bellezza di Afrodite si manifesta oltre che dal suo corpo, anche dalla grazia del suo fare , dalle parole del suo dire, dal fascino della sua intelligenza. A fronte della comune credenza che una donna non possa essere bella e intelligente insieme, solo superando questa falsa dicotomia potrà essere realizzato il mito di Afrodite. In antichità la dea veniva appellata “Afrodite dai begli occhi” che esprimevano tutta la sua intelligenza, ed era rappresentata con vesti drappeggiate, anche se avvolgenti per svelarne le sinuose forme; quando più tardi, per esaltarne unicamente la bellezza fisica, fu raffigurata nuda, assunse l’appellativo di Afrodite “dalle belle natiche”. La bellezza non è unicamente una questione di forma e visibilità contrariamente a quanto attestano i nostri tempi; ciò a conferma che il fascino e la magia stanno sempre dentro il mistero e che quando vengono meno i suddetti attributi la donna assume tutte le caratteristiche più degenerative, aprendo la strada alla pornografia, alla prostituzione, esibendo modelli di femminilità riduttivi derivati da una cultura dell’apparire piuttosto che dell’essere.

Nel contesto massonico sono presenti molti elementi simbolici che si rapportano all’archetipo universale del femminile quali la Luna, l’Acqua, la Natura, la Madre-Terra, l’energia materiale femminile, notoriamente personificati da Diana-Artemide, Cerere-Demetra, Vesta-Hestia, Giunone-Era. Fra questi un posto di primo piano è rappresentato dalla Luna. Nelle antiche agapi massoniche, delle sette libazioni offerte ai sette pianeti divinizzati, la seconda era dedicata alla Luna “che protegge con la sua tenue luce i più segreti misteri”,“una parola circoscritta in quegli stretti limiti che il più rigoroso ragionamento sarà spinto a rispettare” (Salvatore Farina, Il libro dei Rituali del Rito Scozzese Antico ed Accetato, Ed. Piccinelli, Roma, 5946 A:. L:.), come a dire, trasferendo il detto su un altro piano di lettura, che l’imperscrutabile labirinto dell’inconscio dovrà essere rispettato e mantenuto vergine.

La Luna comprende in sé molti aspetti del femminile poiché le sono associati innumerevoli simboli del mondo vegetale, animale, umano: è principio di fecondità, creatività, immaginazione, ispiratrice di artisti e sensitivi, padrona dell’inconscio e della notte, simbolo di incostanza perché legata al principio di trasformazione. Essa influenza le acque, le maree, i cicli biologici femminili, la fertilità, le acque amniotiche. Le sue fasi hanno segnato lo scorrere del tempo nei calendari lunari, il suo ciclo completo corrisponde a quello biologico femminile.Questi attributi la eleggono matrice di ogni femminilità. Molte sue significative valenze si trovano nei Tarocchi, nella mitologia, nell’astrologia, in molti scritti tra cui famosi quelli di Plutarco. Nella mitologia egiziana la Luna è fusa con il disco solare, cosa che troviamo molto più tardi, anche nella civiltà meso-americana del Messico, una fusione attestata anche nella Genesi quando si legge “ Dio separò la luce dalle tenebre……e pose i luminari maggiori in cielo….” Alla cultura egiziana è ascrivibile il rapporto, che la Luna esprime, dell’individuo con la Natura e del conscio (l’energia mentale) con l’inconscio che la dea condivide con le Acque, simbolicamente rapportato alla forza psichica femminile compresa nell’archetipo della Grande Madre.

Con il passaggio dalla cultura egiziana a quella greca e romana i simboli animali della dea Luna ( vacca, cane tricefalo, orsa, leonessa, ecc.) vennero progressivamente sostituiti da immagini mitiche umanizzate. Molte sono le deità lunari rappresentative delle articolate sfaccettature attribuite all’archetipo Luna (Demetra, Vesta, Cerere, Ishtar, Iside, Cibale, Lilith, Venere, Minerva, ecc.). Tra queste quella che per certi aspetti ne personifica i principi più significativi è Artemide-Diana. L’Inno ad Artemide di Callimaco la ritrae quale “Bella e fiera, è la Vergine indomita. E’pura e fredda come la luce della luna…..Dolce e crudele, la sua freccia è infallibile….Le appartengono i giochi dell’infanzia, i casti pensieri degli adolescenti. E’ la dea della natura selvaggia, dei corpi intatti, dei cuori liberi dalle passioni”. Artemide, amazzone fiera e infallibile, amante e protettrice delle selve, degli animali, dell’acqua pura di sorgente, avvolta da una luce bianca argentea, è la personificazione per eccellenza della Luna come Apollo, suo fratello gemello, emblema del mascolino, personifica il Sole.

Non a caso Sole e Luna si trovano effigiati all’Oriente del Tempio massonico per illuminare il cammino dell’iniziato che ha bisogno sia dell’energia radiante diffusa della Luna che con la sua tenue luce pur sfumando i contorni delle cose permette di leggerne in modo pervasivo l’insieme, sia dell’energia raggiante del sole che con la sua luce diretta rende tutto chiaramente visibile. Artemide-Diana è la dea della falce di luna che nel suo crescere e decrescere simboleggia il ciclo vitale attraverso le varie fasi di nascita, crescita, maturità, morte. Essa condivide questo simbolo con Selene la dea della luna piena, radiosa nella sua forza psichica luminosa e con Ecate-Lilith che impersona la Luna nera, l’aspetto freddo della luna, simbolicamente il potere inconscio femminile cui sono stati conferiti tutti i suoi attributi negativi. Con la sua rappresentatività lunare, Artemide viene considerata triforme in quanto comprende le altre due dee inglobandole nella sua dinamica ciclica e condividendone così le caratteristiche: è pura e luminosa come Selene il cui influsso si fa sentire sulle acque e sui cicli della fertilità femminile ma è anche crudele al pari di Lilith, una crudeltà volta a sottrarsi alle influenze esterne per rientrare in se stessa appropriandosi del proprio Sé primitivo, difendendo in tal modo la parte selvaggia della psiche femminile.

La leggenda di Lilith, la prima donna, è molto illuminante per comprendere tutti i tabù posti sul desiderio femminile che le influenze cultuali e psichiche le hanno attribuito. ( Marina Valcaregni, L’aggressività femminile, B. Mondadori Ed., Milano, 2003). Creata dall’argilla e vivificata dall’alito divino al pari di Adamo, Lilith aveva tutte le qualità per essergli pari. Per questo motivo non volle assoggettarsi a lui, ne soggiacergli nell’atto sessuale, come testimoniano gli antichi commenti della Bibbia prima che i Rabbini ne cancellassero il personaggio e la sua storia, attestando il suo rifiuto alla sottomissione con la fuga dal paradiso terrestre per raggiungere il Mar Rosso dove vivevano i demoni, diventando essa stessa violenta e vendicativa contro la stirpe di Adamo, cattiva e malefica in risposta all’ubbidienza impostale dal compagno e da Dio. Il suo personaggio, cancellato dalla Genesi, fu sostituito da quello di Eva creata da una costola di Adamo, quindi dipendente dal suo compagno per nascita e a lui inferiore.

Con Lilith scompare “il volere di parità, la forte carica sessuale e il potere di aggressività in difesa delle proprie ragioni” (op.cit. M.Valcaregni,). Per questo la Luna nera, simbolicamente personificata da Lilith, è presagio di calamità e malefici, è l’archetipo di antiche paure, un’eredità che ha pesato sulla donna fin dall’antichità. Invero Lilith rappresenta la parte nascosta, rimossa e rifiutata dell’archetipo femminile. Quando la personificazione del femminile, riconoscendosi in Artemide riesce ad identificarsi con la Natura avviene un processo che ha potere terapeutico e che apre la via alle zone vergini della nostra psiche così da interrompere tutte le stimolazioni esterne sul proprio Ego: una pausa che ritempra le energie e concilia con il mondo. La personalizzazione di Artemide comporta la difesa del proprio territorio interiore ed esteriore: bisogna diventare ecologisti della psiche oltre che della Natura, per difendersi dall’impatto profano della società e del mondo. L’Io non deve appropriarsi di tutto l’inconscio, rischieremmo di essere completamente addomesticati. (op.cit.G.Paris) Artemide può dare la vita come può dare la morte.

Si legge nell’Ippolito di Euripide:“Già questa tempesta ha attraversato il mio ventre. Ma nel cielo c’è una dea delle nascite, l’arciera verso la quale lancio il mio grido, Artemide! E alla mia preghiera, aiutata dalle dee, viene sempre ad assistermi”. Non Giunone, la dea Madre, ma Artemide era la dea che veniva invocata per guidare un evento naturale come il parto, ma anche per chiedere una morte rapida quando la madre si rendeva conto che non ne sarebbe sopravissuta. L’indipendenza e lo sviluppo della forza fisica fanno di Artemide la protettrice degli adolescenti fino all’età in cui si dovevano assumere le responsabilità del cittadino. Essa presiedeva al loro sviluppo fisico e nel contempo offriva loro l’opportunità di godere di una vita inizialmente “incolta”in considerazione dell’età spesso refrattaria alla disciplina. Si sa che a Sparta le ragazze si esercitavano a lottare nude con il corpo spalmato di olio affinchè l’energia fisica rafforzasse l’energia primitiva femminile.

Il culto di Artemide-Diana finì male: profanata la sua interiorità, dimenticata la sua energia primitiva, saccheggiate le sue foreste, abbattuti gli alberi di interi territori per la costruzione di navi da guerra, condannate ad una ingloriosa e dolorosa fine le sue seguaci che vennero considerate streghe. Nella nostra epoca la dea rappresenta un archetipo dei valori del femminile cui la donna dovrebbe fare riferimento per ritrovare un ruolo che forse ancora non conosce, anche se le appartiene. Le testimonianze raccolte da diversi scritti sono orientate a considerare l’universo del femminile come espressione di un’alterità radicale posta al di fuori di qualsiasi forma organizzativa sperimentata e di ciò che è stato detto nella storia dei popoli dove il genere maschile è diventato il parametro di individuazione di tutte le identità. Bisogna invece sottolineare che ogni categoria di genere ha le sue peculiarità.

Forse una riconsiderazione del paganesimo rimosso potrebbe dare un quadro della totalità degli aspetti del femminile al quale la donna ha sovrapposto il femminismo che ha espresso tutte le negatività di genere: ne ha proclamato l’uguaglianza insistendo sulla somiglianza piuttosto che sulla differenza: una equazione più facile da raggiungere, ma assolutamente inefficace per l’integrazione e l’armonizzazione dei due ruoli che il mondo oggi richiede. Anche Pitagora innalza il genere femminile sottolineandone la natura religiosa ( riferibile all’orfismo pitagorico con la supremazia della Grande Madre) e la dignità su cui questa si fonda: si tratta di una filosofia che pur poggiando sulla fisicità, si eleva a contemplare la divinità suprema, facendone intuire più l’aspetto lunare che riconoscerne quello solare.

Questo ritorno ad una visione pitagorica del mondo pre-ellenico verrà ripreso nelle dottrine gnostiche, in particolare in quella dei Templari restituendo supremazia alla materialità materna in contrapposizione alla dottrina cattolica che oppose al principio prevalentemente femminile-materiale quello puramente spirituale-paterno. Contrapposta allo ius civilis, la dottrina della Gnosi “evidenzia lo sviluppo consequenziale dello ius naturalis che risponde alla natura materna di Afrodite…. e alla legge della creazione naturale diffusa uniformemente su tutto ciò che è tellurico, che ripudia le leggi che costituiscono attentati all’eguaglianza naturale, che rinnega qualsiasi “mio” e “tuo” per donne e beni, che abolisce ogni “più”o“meno”e che nella proprietà privata scorge una violazione del diritto”(op.cit. J.J.Bachofen), tanto era coeso il valore della comunità nelle società femminili, a fronte della valorizzazione dell’individuo nelle culture solari patriarcali.

Un quadro più completo volto a comprendere le basi per un percorso di armonizzazione del maschile con il femminile nella Libera Muratoria, ci spinge a considerare altri parametri, quali ad esempio le forme di pensiero femminile e maschile. Il modo di pensare al femminile procede dalla visione di un insieme dove informazioni ed esperienze vengono messe in relazione tra loro, individuandone differenze, connessioni, simbolismi per arrivare alla conoscenza attraverso un processo sintetico, induttivo, analogico; un procedimento che non separa, ma unisce anche attraverso percorsi invisibili ed oscuri, dove possono manifestarsi l’indecisione e l’indeterminatezza della donna, per poi tornare alla luce con nuovi saperi; il pensiero maschile, analitico e logico-deduttivo in riferimento al principio di causa-effetto penetra nelle cose isolando i diversi aspetti del contesto fino ad arrivare alla conoscenza razionale. I due percorsi di pensiero, ricettivo (induttivo) e penetrativo(deduttivo), per la loro complementarietà possono creare processi mentali armoniosi e completi, cosa che evidentemente non si è ancora realizzata per il sopravvento di uno sull’altro nonostante i cambiamenti sociali, politici, culturali, religiosi del mondo d’oggi che potrebbero offrire alla donna la possibilità di ritrovare ed esercitare il proprio ruolo.

Anche le neuroscienze, in appoggio alle considerazioni psicologiche, evidenziano oggi un modo di pensare maschile e femminile attribuibile alle diverse funzioni degli emisferi cerebrali. “L’emisfero sinistro acquisisce i codici e le regole familiari e sociali e con essi sviluppa una personalità adatta all’ambiente socio-culturale in cui vive”. Esso induce una personalità conservativa e ripetitiva, e come tale difende ed impone i propri schemi mentali. L’emisfero destro interpreta fisiologicamente le informazioni in base al proprio codice genetico. (Esso) “si sostituisce agli stimoli ambientali (tipologie predominanti del pensare, abitudini, regole, tradizioni buone e cattive) programmando ed inviando stimoli all’emisfero sinistro per tentare di liberare l’individuo da abitudini, idee preconcette e riorganizzargli le informazioni distorte” (Michele Trimarchi, L’Io nascosto, in Editoriale, Il Corriere di Roma, 2002). Risulta conseguente che l’Io dell’emisfero destro ci rende obiettivi, creativi, quello dell’emisfero sinistro competitivi ed egoici.

L’emisfero sinistro, secondo la tesi dei neurobiologi evolutivi, ha assunto una dominanza che genera conflittualità, ingiustizia aggressività, guerra, violenza caratterizzanti il mondo attuale, che richiede invece di riportare il pensiero nei binari della duttilità mentale, della creatività e della immaginazione. Per abbattere i modelli mentali negativi dell’emisfero sinistro è necessario, come indicano i neurobiologi, educare il cervello destro attraverso una “scienza umana”che faccia convivere in un processo di integrazione le due componenti allo scopo di favorire l’armonizzazione sociale ed umana” (Michele Trimarchi – Luciana Papeschi, Sarà la creatività a farci veri uomini, Messina, 1986). Le due forme di pensiero fanno parte entrambe sia del genere maschile che di quello femminile: ciò che varia è la prevalenza dell’una rispetto all’altra in riferimento a quanto è più connaturale. Se è comunque accertato che nella donna, pur non escludendo l’influenza dell’emisfero sinistro, prevale quella del cervello destro, questo non toglie che entrambi i generi, in relazione alla propria componente femminile, abbiano una grande responsabilità nell’elevazione del genere umano.

A titolo di conferma si riportano alcune citazione, estrapolate da un discorso pronunciato dal Gran Maestro della G.L.D.I. Luigi Pruneti, durante le Giornate celebrative dei primi Cento Anni della nascita della nostra Obbedienza, che potrebbero costituire la premessa di un Manifesto sul riconoscimento e la valorizzazione del femminile. “In un mondo pervaso dalla crisi dell’etica e dallo smarrimento morale, il libero muratore deve ritrovarsi in se stesso affinché …la Libera Muratoria diventi scuola civile di pensiero…, eserciti la tolleranza come apprezzamento della diversità….per un confronto dialettico finalizzato alla crescita del progresso… pratichi la fratellanza nell’educazione all’ascolto degli altri come soggetti fondamentali del nostro esistere………(Bisogna) diventare soggetti di cultura, promuovere il confronto, il dialogo…, i valori universali di giustizia, pace, equità, diritto alla dignità, …la lotta per la corretta informazione, …(contro) l’ignoranza e il pregiudizio……”.

Il contesto della nostra Obbedienza a carattere misto è il luogo più idoneo a realizzare questa trasformazione partendo dalla considerazione che “le pseudo-finalità attribuite alla donna e all’uomo nell’arco dell’evoluzione culturale dei popoli, hanno impedito che si fornisse loro un’educazione atta a sviluppare un’interazione utile alla dinamica evolutiva delle loro diversità” (Vittorio Menassé, Uomini si nasce, umani si diventa, in Il Giornale d’Italia, 3/V/1985). Per questo uomini e donne vivono nel mondo profano in un continuo conflitto con la propria realtà genetica. Occorre dunque che la donna scopra il ruolo naturale e la realtà fisiologica del proprio femminile e maschile per comprendere la sua funzione sociale, parimenti dovrebbe fare l’uomo per riconoscersi con reale dignità nel proprio maschile e femminile.

Partendo da queste premesse è auspicabile una presa di coscienza, a breve termine, dei rispettivi contributi che in termini di femminile e maschile possono esprimere uomini e donne operanti in una Libera Muratoria a carattere misto, ispirandosi non tanto verso modelli della cultura passata, ma cogliendone le valenze in termini di tradizione “a partire da una riconsiderazione dei miti e degli archetipi del femminile” attestati nei nostri Templi.

Bibliografia

P. Archiati (a cura di), Rudolf Steiner, L’eterno femminile, in Conferenze 1909 – 1913 – 1924,
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G. Moretti (a cura di), Johann Jakob Bachofen, Il Matriarcato, C. Marinotti Edizioni, Milano, 2003
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Fonte: http://www.granloggia.it/GLDI/default.aspx/1477-gli_archetipi_del_femminile_nel_tempio_massonico.htm

Verso un'armonizzazione del Maschile e del Femminile nella Libera Muratoria ultima modifica: 2011-03-09T21:40:07+00:00 da Quantico
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