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marì
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Non sono mai arrivati quasi tutti i fondi promessi durante il vertice
di luglio che è costato 50 milioni di euro per organizzarlo

L'Aquila “tradita” dai Paesi del G8
beni artistici lasciati senza restauri

di GIUSEPPE CAPORALE

L'AQUILA – Un summit solidale. Questo doveva essere il G8 di luglio per L'Aquila. I Grandi della Terra avrebbero dovuto finanziare la rinascita dei beni artistici distrutti dal sisma. E proprio per questo Silvio Berlusconi aveva voluto il trasferimento del vertice dalla Maddalena (dove già erano stati investiti diversi milioni di euro) alla città terremotata, definendolo “un soccorso verso la capitale del dolore italiano”.

Sono stati spesi 50 milioni di euro per organizzare l'evento. Si è detto allora che la “dote” dei Paesi stranieri per L'Aquila sarebbe stata di 300 milioni di euro, tanto che il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, reclamizzò anche una dettagliata “lista di nozze” di 45 monumenti da far adottare agli Stati che partecipavano al G8. Una lista (datata 29 maggio 2009) ancora oggi pubblicata sul sito del dicastero, con schede sui danni e i costi per i restauri. E un totale preciso: 300 milioni, appunto.

Ma al momento, dei soldi promessi non si vede nemmeno l'ombra. Solo quattro Paesi hanno risposto davvero all'appello, sottoscrivendo un protocollo d'intesa: Francia, Germania, Russia e Kazakistan. Così, pochi giorni fa, con una risoluzione urgente il Consiglio regionale abruzzese ha chiesto al ministro per gli Affari esteri, Franco Frattini, “di far rispettare gli impegni” e “rappresentare, presso tutte le ambasciate e in ogni altra sede istituzionale, l'impellente necessità di intervenire tempestivamente per il recupero dell'inestimabile patrimonio storico artistico ed architettonico compromesso dal terremoto, e di sensibilizzare i Governanti affinché assumano un concreto impegno per la ricostruzione dei monumenti del territorio aquilano”. Un richiamo ai Grandi della Terra.

Eppure, durante il G8, L'Aquila aveva commosso il mondo. Decine di Capi di Stato, in tour tra le macerie, avevano annunciato aiuti di ogni tipo. “Seguo la vostra tragedia fin dal primo momento – disse Barack Obama l'8 luglio, visitando piazza Duomo assieme a Berlusconi – Vi sono vicino e vi assicuro che gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare l'Italia”. Il giorno seguente, Michelle Obama, al termine di una visita guidata da Mauro Dolce, responsabile dell'ufficio rischio sismico della Protezione civile, fece sapere che gli Stati Uniti avrebbero finanziato la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Paganica: 4,5 milioni e 4 anni di lavoro. Poche ore dopo, invece, trapelò che il presidente Usa preferiva finanziare borse di studio.

Ma anche questa ipotesi poi cadde nel vuoto. Fecero promesse (non ancora mantenute) Gordon Brown, primo ministro britannico, per l'Abbazia di San Clemente a Casauria, il premier spagnolo Zapatero per il recupero della Fortezza spagnola, il capo del governo canadese, Stephen Harper, che aveva annunciato un nuovo campus universitario, e l'allora capo di Stato giapponese, Taro Aso, che si era offerto per la costruzione di un centro sportivo e una nuova sala da musica e per la ricostruzione della chiesa di Sant'Agostino.

L'Australia si era impegnata per l'oratorio di Sant'Antonio da Padova e la Cina per Palazzo Madama Margherita e palazzo dei Nobili. Tutti annunci caduti nel vuoto. Perplesso Luciano Marchetti, vicecommissario della Protezione civile per i Beni culturali dell'Aquila. “Per L'Aquila servono 3 miliardi di euro e almeno dieci anni di lavoro. Solo le chiese danneggiate sono 1.062 e per riaprirle bisognerà spendere 1.150 milioni. Per i palazzi storici è necessario un miliardo e mezzo. Altri 200 milioni per interventi vari e ancora 150 per le tele e le statue”. E il G8, almeno sulla carta, doveva servire a far fronte proprio a queste emergenze. “Invece per il nostro territorio -chiosa la presidente della Provincia dell'Aquila, Stefania Pezzopane – è stato solo un bluff”.

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/terremoto-abruzzo/l-aquila-tradita/l-aquila-tradita.html

… a qualcuno tocca dirlo:

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