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Matt Flannery – Kiva.org ed il microcredito

http://www.wired.it/magazine/archivio/2010/02/i…e/matt-flannery.aspx

Di Cyrus Farivar|02 febbraio 2010

Da qualche parte a Yoff, una zona costiera a nord di dakar, un sarto senegalese, mai visto né conosciuto, mi deve dei soldi. A dire il vero non so molto di Omar Leye.

Basandomi sulla sua foto, posso dire che ha tra i venti e i trent'anni ed è vestito con un boubou tradizionale senegalese blu scuro: una lunga maglia larga e dei pantaloni dello stesso colore. Sembrerebbe una persona di cui fidarsi. Guarda fisso nella macchina fotografica, senza sorridere, con le braccia conserte. Sembra quasi sfidare la gente come me a dargli soldi.

Nel suo profilo dice che è un “famoso sarto” e, a giudicare dai poster sulle pareti dietro di lui, probabilmente è un Mouride: un membro di una fratellanza di imprenditori islamici. Questo particolare sono riuscito a capirlo perché ho studiato in Senegal sette anni fa. Sei mesi fa ho prestato 25 dollari a Omar Leye attraverso Kiva, soprattutto per vedere se me li avrebbero restituiti.

Nel novembre 2009, i dirigenti della Kiva annunciavano che da quando era stata fondata, quattro anni prima, la società aveva erogato prestiti per 100 milioni di dollari. I miei 25 dollari non sono che una goccia in mezzo a un mare di soldi. È questo il bello della micro-finanza: c'è un'altissima possibilità che i soldi mi vengano restituiti. Dopotutto, i micro-prestiti hanno tassi di restituzione altissimi, di solito nell'ordine del 95 per cento. E, secondo Kiva, il tasso di restituzione è del 96,04 per cento.

Come volevasi dimostrare, dopo nemmeno due mesi dal mio prestito di 25 dollari a Omar, ricevo questa mail: «Caro Cyrus Farivar, ecco un aggiornamento sulla restituzione del prestito che hai fatto attraverso Kiva. Oggi ti sono stati restituiti 2,09 dollari. Da oggi, 16/07/2009, hai 2,09 dollari di Credito Kiva sul tuo conto».

Ed ecco che senza alzarmi dalla scrivania sono diventato un capitalista d'assalto. Incredibile! Sono solo una delle 600mila e più persone che, in tutto il mondo, hanno prestato soldi attraverso Kiva. Una buona fetta di quelle persone, io in primis, forse non avrebbe pensato a prestare denaro se fosse stato necessario qualcosa di più di una connessione internet e una carta di credito. Molti studiosi di micro-finanza sono pronti ad ammettere che Kiva ha fatto un gran bene al settore. «Penso che Kiva abbia avuto successo nel connettere persone degli Stati Uniti con altre persone nei paesi in via di sviluppo, e nel fare della micro-finanza un'attività importante e vera», spiega Guy Stuart, docente alla Kennedy School of Government di Harvard.

«Si rivolgono a un mercato a cui nessuno aveva mai attinto prima», aggiunge Keith Weigelt, che insegna management alla Wharton School dell'università della Pennsylvania. «Aumentano a vista d'occhio le persone che vogliono collaborare all'iniziativa, il che è sicuramente un bene».

I “finanziatori” americani rappresentano circa i due terzi di tutti i prestiti e sono i principali fautori di Kiva. Il Canada è al secondo posto, ma ben distante, all'8,23 per cento di prestiti. L'Italia è al quindicesimo posto, con lo 0,53 per cento di prestiti Kiva.

Anche se i numeri di questo social lending possono far girare la testa adesso, Kiva, come tutti i progetti innovativi, è cominciato con un lampo di genio. E con una giovane donna, Jessica Jackley, che nel gennaio 2001 aveva attraversato l'America da est a ovest per trasferirsi nella baia di San Francisco e costruirsi un futuro in California. Dove abitava anche Matt Flannery.

Si erano conosciuti l'anno prima a Washington D.C., ma Flannery aveva bisogno di un altro anno per terminare il master alla Stanford University. E Jessica finì per trasferirsi proprio a Stanford. Non aveva lavoro, un'auto e nemmeno una bicicletta, ma aveva 22 anni. I primi lavori li trovò all'università di Stanford. Nel frattempo Flannery aveva preso la laurea in sistemi simbolici, una laurea interdisciplinare che comprendeva elementi di scienze cognitive, intelligenza artificiale e interazione uomo-computer. Cominciò il master in filosofia quello stesso autunno, con l'idea di capire quali fossero le implicazioni dell'interazione tra uomo e computer e internet e come queste potessero «interfacciarsi con l'industria». Dopo avere finito il suo master nel maggio 2001, Flannery capì che avrebbe preferito lavorare con prodotti che avrebbero messo in pratica queste idee. «Non volevo diventare un professore di filosofia», racconta, «né scrivere libri che poi vengono letti solo da una persona».

Dopo il master, Flannery accettò un lavoro alla Tivo, una start-up della Silicon Valley che creava dvd che potessero registrare direttamente dalla televisione. Il suo lavoro consisteva nel progettare nuovi software per l'azienda. Ma dopo due anni, tutto cambiò. Merito di Mohammed Yunus, fondatore in Bangladesh della Grameen Bank e guru della micro-finanza, che nell'autunno del 2003 tenne una lezione alla Stanford Grad School of Business. Yunus avrebbe ricevuto il premio Nobel di lì a tre anni.

Jessica rimase incantata quando sentì Yunus parlare della sua esperienza nel liberare le persone dalla povertà attraverso il micro-prestito, aiutando in questo modo anche le classi più misere e povere del Bangladesh a diventare micro-imprenditori. In precedenza, la sua visione era quella di un abitante del Nord del mondo che si sente in colpa per chi vive nel Sud del pianeta: sono poveri, soffrono, diamo del denaro per aiutarli. «Nelle storie raccontate da Yunus, invece, si parlava di povertà, ma non di tristezza e sofferenza», ricorda.

Dopo la lezione di Yunus, Jessica decise che avrebbe provato a capirne di più e, “ingenuamente”, lasciò il lavoro alla Stanford.

«Mi sentivo come se fossi circondata da persone incredibili che facevano cose incredibili, mentre a me non lasciavano fare niente», racconta Jessica. «Volevo diventare come Yunus, incontrare persone e imparare ad ascoltarle». Tre mesi più tardi fu assunta da un'associazione non profit nell'area della Baia di San Francisco, la Vef (Village Enterprise Fund). «E loro mi dissero subito: “Certo, vai pure a parlare con i nostri clienti, così ti farai un po' di esperienza”».

Partì quindi alla volta del Kenya, dell'Uganda e della Tanzania per tre mesi; era il suo secondo viaggio in Africa. L'obiettivo era preciso: capire esattamente come venivano usati i micro-prestiti della Vef. «Non mi accompagnò nessuno», ricorda Jessica Jackley. «Andavo di villaggio in villaggio ogni due o tre giorni. Mi svegliavo, saltavo giù da ovunque avessi dormito e cominciavo i miei colloqui».

Il suo lavoro era fare domande sulla qualità della loro vita quotidiana: dormivano su un materasso o su un pavimento? E di quanti figli potevano prendersi cura? Uno dei racconti più toccanti lo fece una donna che, grazie al nuovo reddito, poteva finalmente mettere lo zucchero nel tè.

Ascoltando i suoi racconti al telefono, i familiari di Jessica cominciarono a incuriosirsi. «Mia madre si fece prendere dalla storia di una donna di nome Rose, mentre mio padre fu affascinato da un pescatore». Secondo lei, questo tipo di reportage oggettivo e fattuale che le avevano chiesto a San Francisco è molto diverso dall'approccio impressionistico e sentimentale dei giornalisti e degli scrittori.

«Penso che la semplice giornata di una donna che lavora dall'alba al tramonto sia molto avvincente senza colpevolizzarti», spiega. «Questa è una persona, e la sua storia è profondamente diversa dai racconti a tesi delle organizzazioni non profit. Con il suo reddito, mantiene ventisette persone vendendo pesce o altro. Sta a te farti un'idea, trarre le tue conclusioni».

Come Jessica, anche Matt Flannery aveva in mente qualcosa di grande. A Silicon Valley si vedeva come un instancabile aspirante imprenditore. Scrisse il piano di attività di un'azienda di robot collegati a internet, un altro su un negozio online di vestiti e infine un terzo su un sistema di noleggio dvd attraverso distributori automatici. Anche se nessuna di queste tre aziende vide mai la luce, le idee di Flannery vennero prese, trasformate e utilizzate da altri. «Come minimo, però, passavano quattro anni». Flannery sorride e alza le spalle. «Scrivendo questi progetti imparai molto, ma poi perdevo la voglia di portarli a termine, mi sembravano idee futili. Sono il genere di persona che vuole realizzare qualcosa di importante e significativo».

Al telefono con Jessica, il progetto significativo che sognava gli si chiarì in un lampo: era la micro-finanza. Flannery raggiunse Jessica per le ultime settimane del suo viaggio in Africa, nel maggio 2004.

Arrivati a Nairobi, Matt la accompagnò nelle campagne per incontrare alcune delle persone che avevano beneficiato del micro-credito. Alcuni di questi villaggi festeggiavano il loro arrivo con danze o, dove potevano, preparando dei banchetti. «Passare da un ufficio di cartongesso alla Tivo a un villaggio dove ti ricoprono di onori è galvanizzante», ricorda.

A Jessica e Matt fu subito chiaro che dovevano usare la tecnologia per entrare in contatto con queste persone, i beneficiari del micro-credito, in modo da attirare capitali sempre maggiori, e poterli prestare a una fascia sempre più ampia di persone. Quando tornarono a San Francisco nell'estate del 2004, Jessica cominciò a lavorare part-time per associazioni non profit della zona, cercando di capire il più possibile e soprattutto di vedere come poteva far funzionare Kiva. Ma la domanda di fondo era un'altra: le persone comuni sarebbero state interessate a prestare soldi a sconosciuti attraverso internet?

E anche se avessero trovato persone da coinvolgere, l'attività era legale? Il prestito negli Stati Uniti è regolato da numerose leggi, con procedure minuziose e un iter burocratico complesso.

Quando muovevano i primi passi, nessun legale aveva intenzione di fornire un aiuto che permettesse a Kiva di nascere. «Ho chiamato al telefono quarantasette avvocati, prima che il quarantottesimo finalmente mi dicesse: “Ok, posso fare qualcosa per lei”», racconta Jessica.

Forte di questa consulenza legale, e dell'aiuto di Premal Shah, ex product manager della Paypal, su pagamenti elettronici e finanza, Kiva aveva cominciato a prendere forma. Quando fu lanciato il progetto, Kiva ottenne la collaborazione di istituzioni di micro-finanza come Prisma, Credit, Sem e Redc.

«Mentre lavoravano per creare Kiva, dovettero trovare un partner che fosse un'istituzione di micro-finanza, per poter garantire i prestiti», ricorda Kendall Mau, direttore generale della Prisma micro-finanza. «Fecero domanda a ogni organizzazione di micro-finanza, e noi fummo tra i primi a essere interessati».

A partire dal 2005 Mau ha numerosi incontri con Flannery e Shah per sistemare gli aspetti pratici della sostenibilità a lungo termine di Kiva. «Spiegai loro che avevano bisogno di un modello societario con entrate e utili certi, e non semplicemente di chiedere soldi in giro», dice Mau. Ed è proprio per questo che, quando ho prestato 25 dollari al sarto senegalese, ho aggiunto 1,25 dollari come donazione a Kiva. A tutti i prestatori viene chiesto di donare una somma direttamente all'associazione, quando fanno un prestito.

Basandosi sui suoi contatti nel mondo della micro-finanza e sulle esperienze fatte in Uganda, Jessica Jackley prese un biglietto aereo per Kampala. Lì individuò sette imprenditori, le cui professioni andavano dal venditore di pesce al commerciante di vestiti, passando per l'allevatore di pecore e il fruttivendolo, che avevano bisogno di 3500 dollari per poter fare un salto di qualità aziendale.

Jessica Jackley e Matt Flannery spedirono mail a tutti i loro amici e familiari, e l'intero ammontare fu finanziato in un weekend di aprile 2005. La somma fu ripagata di lì a sei mesi e venne lanciato il sito. Il Daily Kos, un famoso blog americano che tratta di politica, aggiunse il link del sito scatenando un effetto a valanga. «L'anno successivo garantimmo crediti per 500mila dollari».

Nell'autunno 2005, Jessica cominciò un master in economia e commercio all'università di Stanford, e convinse Matt a lasciare il suo lavoro alla Tivo, nonostante l'impegno con Kiva non garantisse loro un reddito. «Matt e io vivevamo di borse di studio, e lavoravamo dove capitava: da casa, dal tavolo della cucina, da un bar».

Kiva ne ha fatta di strada, da quei giorni lontani senza stipendio. Matt Flannery e Premal Shah hanno entrambi un reddito di 80mila dollari l'anno. Il dipendente più pagato ne guadagna solo 111mila: una piccola frazione degli introiti di un'organizzazione che nel 2008 è arrivata a fatturare 7 milioni di dollari.

Per capire Kiva, le tre parole magiche sono le stesse che si usano per comprendere qualunque storia di successo. E le tre parole magiche sono: “Segui i soldi”. In pratica, quando i 25 dollari che ho prestato attraverso Kiva vanno dalla mia banca in California a Omar Leye non appaiono come per magia in una banca senegalese. Serve un tramite, una “istituzione di micro-finanza” (Imf) che riceva i soldi e si occupi di farli arrivare a Leye. In seguito, La Imf si incaricherà di far restituire i soldi a Leye, e ripagherà Kiva e i prestatori. Nel caso del mio prestito, la Imf è Uimcec, partner di ChildFund International.

Agli inizi, quando Kiva fu creato, era possibile avere una relazione personale tra i fondatori del sito e gli imprenditori ai quali venivano prestati i soldi in Africa. In una scala così ridotta, un vero rapporto di fiducia tra le parti non era un'utopia. Ma con l'ingrandimento di Kiva ci sono stati alcuni casi di frode, soprattutto agli inizi. Sono cose che succedono quando si cresce, spiega Flannery: «Abbiamo prestato 100 milioni di dollari e i casi di scorrettezza sono stati soltanto otto, per cifre decisamente inferiori al milione di dollari. Ora che Kiva ha cinquanta dipendenti a tempo pieno, tra cui venti esperti di micro-finanza, siamo certi che fatti simili non si ripeteranno».

Quando Matt e Jessica ebbero la prima idea di Kiva, volevano sottolineare la peculiarità che i piccoli imprenditori dei paesi in via di sviluppo venissero finanziati direttamente dai singoli prestatori. Lo slogan che campeggia in cima al sito, immutato dai primi giorni di pionieristico entusiasmo, recita infatti: “Loans that change lives”, prestiti che cambiano (molte) vite. Nel corso degli anni tuttavia, l'organizzazione di San Francisco ha precisato che cosa significasse in concreto l'obiettivo: “Kiva connette le persone attraverso il lending per alleviare la povertà”.

Un contributo a una migliore messa a fuoco lo ha fornito, nell'ottobre 2009, David Roodman, un ricercatore del Centro per lo Sviluppo Globale di Washington. Secondo Roodman, i non esperti di micro-finanza non capiscono del tutto come funziona Kiva. L'esempio classico di Roodman è: l'Imf non agisce solo da intermediario per fare arrivare il prestito di Kiva, perché il prestito che viene fatto a Kiva ripaga un prestito che era già stato erogato dall'Imf.

Roodman prosegue: «Non devi quindi nemmeno preoccuparti che il destinatario abbia ricevuto il tuo finanziamento, perché è già stato erogato il mese prima. E se non dovesse riuscire a ripagarlo, l'Imf potrebbe ripagare il debito per tenere alti i tassi di restituzione di Kiva. In pratica le relazioni tra prestatore e finanziato così come le ha create Kiva sono parzialmente fittizie. Eppure la trasparenza è uno dei fiori all'occhiello di Kiva». Flannery spiegò con un post da ospite nel blog di Roodman che alcuni termini e grafici utilizzati, presi dal sito di Kiva, risalivano al 2006 e al 2007, e che da allora sono stati aggiornati.

In altre parole, nonostante la discussione pubblica, si è trattato di molto rumore per nulla: Roodman ha espresso dei dubbi, e Flannery l'ha corretto. Tutto è bene quel che finisce bene. Piccola correzione anche sul sito dell'organizzazione californiana: gli slogan della home page sono stati linkati a una nuova voce, “Come funziona Kiva”.

E qui entra in gioco la “Legge di Flannery”. Che dice: «Ci saranno sempre poveri che possono utilizzare una base di capitale, dato che il bisogno di micro-prestiti nei paesi in via di sviluppo oggi è quasi infinito. Per quanto riguarda i soggetti di tramite tra creditori e bisognosi, ovvero le Imf, forse la loro presenza rallenta l'erogazione dei prestiti, ma ha il merito di regolarla».

In altre parole, le Imf frenano la corsa al prestito del micro-credito, ma evitano che la macchina vada fuori strada. Inoltre, per Matt Flannery Kiva è «un buon inizio», ma i progetti per il futuro sono più ambiziosi.

Prestiti senza intermediario attraverso i cellulari. Finanziati che domani potranno diventare finanziatori. Un ufficio crediti per i poveri, perché queste persone non hanno una traccia tangibile della loro esistenza se non attraverso Kiva. Pagamenti più facili. Il micro-credito potrebbe riguardare perfino l'istruzione (finanziando le tasse scolastiche degli studenti poveri), l'assistenza sanitaria, l'assicurazione sul raccolto, e tantissime altre cose. Kiva, in ultima analisi, è un'organizzazione allo stato nascente, che può avere una crescita formidabile.