CRISI FINANZIARIA: un nuovo mondo sta nascendo

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  • #116278
    brig.zerobrig.zero
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    #116279
    brig.zerobrig.zero
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    #116280
    RichardRichard
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    Fulford:
    Weekly Geopolitical News and Analysis101004: Federal Reserve Board crime syndicate threatens Europe as their empire crumbles

    The Federal Reserve Board crime syndicate has been threatening “terrorist” attacks on Europe in a bid to derail EU/Chinese negotiations. They have also revived their threat to set off a suit-case nuclear bomb in the US. In addition, President Obama, aware he is about to be sacrificed, has been threatening to take his handlers down with him. The widely publicized gift of a dead fish to departing White House Chief of Staff and Senior Mossad agent Rahm Emanuel was a death threat. The Feds for their part are now intensifying their push to replace Obama with Hillary Clinton. The prospect of civil war in the US is growing and global chaos is expected to intensify as the old financial system crumbles while the new one remains blocked.
    http://benjaminfulford.typepad.com/benjaminfulford/2010/10/weekly-geopolitical-news-and-analysis101004-federal-reserve-board-crime-syndicate-threatens-europe-as-their-empire-crumbles.html


    #116281
    RichardRichard
    Amministratore del forum

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/14/disinformazione-dati-falsati-e-dimissioni-mancate-linformazione-economica-allanno-zero/71681/

    Disinformazione, dati falsati e dimissioni mancate. L’informazione economica al palo

    Intervista a Tito Boeri. Per l'economista, l'Italia è al punto più basso nella qualità delle notizie, tanto da minare il controllo democratico che spetta agli elettori
    “L’informazione è vitale in democrazia. E quella economica è scesa a un livello preoccupante”. L’economista Tito Boeri, professore ordinario alla Bocconi e membro del comitato di redazione del sito lavoce.info, è eufemisticamente molto “arrabbiato” perché – dice – lo stato dell’informazione nel nostro paese “sta facendo venir meno il controllo democratico degli elettori”.


    #116282
    RichardRichard
    Amministratore del forum

    Benjamin Fulford:
    http://benjaminfulford.typepad.com/benjaminfulford/2010/10/the-nobel-peace-prize-should-have-gone-to-the-chinese-government.html
    The Nobel Peace prize should have gone to the Government of China and not a lone Chinese dissident. The fact of the matter is that China has been a major force for world peace while the governments of the Western nations have been pushing for never ending war.

    The current “financial crisis” was started because the Chinese government and Chinese people realized that if they plowed their surplus US dollars into US and Western government bonds, they would be financing a giant military industrial murder machine.
    ————
    Il Premio Nobel per la Pace andava al Governo della Cina. Il fatto è che la Cina è stata una grande forza per la pace nel mondo mentre i governi Occidentali hanno spinto per una guerra infinita.
    La corrente “crisi finanziaria” è iniziata perchè il governo Cinese e i Cinesi hanno capito che mettendo i lodo dollari nei governi occidentali e in quello USA, in bond, avrebbero finanziato una enorme macchina di guerra e morte…

    ..This is not to say that China is perfect or that it has a free press. Any society that does not have freedom of information will eventually succumb to corruption and China clearly has a lot of work to do on that front. However, for a Western organization to single out China is like the pot calling the kettle black.
    ——–
    Questo non per dire che la Cina sia perfetta o abbia stampa libera. Ogni societa che non ha liberta di informazione soccombera alla corruzione e la Cina ha molto lavoro da fare su questo.

    If the Nobel Peace Prize committee was serious about freedom of the press they should have given the peace prize to an organization such as the Committee to Protect Journalists. If they were serious about promoting democracy, they should have given to prize to journalists like Jeff Rense or Paul Craig Roberts who correctly point out the US government is now fascist and not democratic.

    Se il comitato del Premio Nobel fosse serio sulla liberta di stampa avrebbe dovuto dare il premio a una organizzazione come il Comitato di Protezione dei Giornalisti. Se fossero seri sul promuovere la democrazia avrebbero dovuto premiare giornalisti come Jeff Rense o Paul Craig Roberts che hanno sottolineato che il governo USA ora è fascista e non democratico.


    #116283
    brig.zerobrig.zero
    Partecipante

    [color=#0066ff]Il risveglio politico globale e il Nuovo Ordine mondiale La Rivoluzione tecnologica e il futuro di libertà, Parte I[/color]

    http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=21439


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    #116284
    brig.zerobrig.zero
    Partecipante

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    #116285
    brig.zerobrig.zero
    Partecipante

    Paolo Giussani

    Update dal 28 Giugno 2009
    Come, già finita ? Ma che crisi poco seria!

    Di certi personaggi, di cui oggi il mondo è talmente pieno che non si sa più dove metterli, in Italia si dice che hanno la faccia come il culo. Alan Greenspan, incredibilmente, invece di nascondersi un qualche isola deserta a tremila miglia dalla costa più vicina, continua a pontificare a destra e manca, e a trovare perfino qualcuno che gli dà ascolto. Sul Financial Times del 25 Giugno, in mezzo ad una congerie di menzogne e illogicità argomentative che fanno di questo suo pezzo di sole settanta righe un capolavoro della truffa ideologica, non si vergogna di asserire: 1. Che la crisi dipende essenzialmente dal settore immobiliare americano, e terminerà quando i prezzi delle abitazioni si stabilizzeranno; 2. Che l'ascesa in corso da Marzo degli indici azionari è la premessa necessaria a una nuova fase di crescita sostenuta, ormai prossima; 3. Che il pericolo futuro viene dall'inflazione causata da un possibile intervento del governo nell' “allocazione” degli investimenti attraverso l'aumento del debito pubblico.

    Si tratta un po' della summa della propaganda corrente pressata dalla assoluta necessità di minimizzare il fenomeno in corso trasformandolo in un incidente fortuito che può essere reso serio solo da fattori psicologici. E che queste argomentazioni di Greenspan, e di tutti i postmoderni allievi di Goebbels con laurea in business management, siano prive di contenuto non è difficile vederlo:

    1. La crisi non dipende minimamente dal settore immobiliare americano, che ha svolto unicamente la funzione di innesco. Qualsiasi altro settore con indebitamento crescente rispetto al reddito (carte di credito, prestiti commerciali, immobili commerciali) avrebbe potuto svolgere la medesima funzione altrettanto bene se non meglio. E si vedrà bene che questo avverrà, se di altri detonatori si avrà bisogno.
    È ovvio che prima o poi i prezzi degli immobili si stabilizzeranno, non possono tendere certo a meno infinito: e perché dovrebbe a questo punto la crisi finire? Al contrario, la fase di prezzi costanti significa fase di prezzi costanti ai livelli minimi possibili, e deve coincidere con la stagnazione più o meno generale dell'economia.
    2. Greenspan è uno degli ideologi massimi (non dei più intelligenti, anzi bisogna riconoscere che è piuttosto coglione) del capitale speculativo. Secondo lui più le azioni salgono di prezzo più cresce in corrispondenza il capitale prestabile dalle banche al business non finanziario, e tramite ciò maggiori divengono l'accumulazione e la crescita del reddito complessivo.
    A parte la banale constatazione che una cosa del genere non l'ha mai vista nessuno, in pratica secondo Greenspan se il valore nominale del capitale azionario, poniamo americano o di qualsiasi altra nazione o addirittura mondiale, salisse in un anno di 10 volte, le banche americane o quali che fossero, si troverebbero magicamente con un capitale prestabile delle stesse dimensioni, che quindi potrebbe far accrescere il capitale effettivo del settore non finanziario di 10 volte rispetto al suo valore iniziale.
    È assolutamente banale ripetere che fra il livello o l'andamento dei corsi azionari e la grandezza del capitale monetario prestabile dalle banche non vi è alcun nesso di alcun genere. Non solo, ma è palese che Greenspan fa aperta mostra di non avere un'idea sparata su quello di cui parla. Le normali banche (banche commerciali) tranne in casi eccezionali negli Stati Uniti non prestano alcun capitale per gli investimenti produttivi, ma solo il capitale monetario per il funzionamento corrente degli affari ossia per anticipare il fatturato realizzato, il che nulla può aver a che fare con la borsa, le azioni etc.
    L'unico caso veramente cruciale di nesso fra attività creditizia delle banche e movimento degli indici di borsa è nel credito al capitale speculativo dove il valore nominale dei titoli è utilizzato come collaterale per ricevere capitale monetario in prestito, oppure nel credito ipotecario alle famiglie dove è il valore nominale degli immobili a svolgere questa funzione.
    Il demenziale sogno di Greenspan è una prosecuzione indefinita della speculazione–con immensi profitti ai suoi amici, tanto quelli di Wall Street quanto quelli troneggianti al top management delle grandi corporation–finanziata da un credito altrettanto illimitato perché prontamente restaurato dal governo ogniqualvolta gli toccasse di esaurirsi.
    3. “Mi raccomando, che questo nuovo governo con questo nuovo presidente – inesperto anzichenó – non si sogni di tirare fuori dei denari per il settore produttivo. I denari sono tutti solo per il settore finanziario, altrimenti è l'inflazione, la catastrofe, la fine di tutto, …” Finalmente si è capito urbi et orbi qual è la vera intima ragione della politica antiinflazio­nistica degli ultimi trenta e passa anni: la correlazione negativa fra inflazione dei prezzi delle merci e inflazione dei prezzi delle azioni. Non ci voleva molto, comunque.

    L'immenso Honoré de Balzac suddivideva la società in canaglie e imbecilli. Ma per lui era tutto molto più facile, ai suoi tempi le personalità erano molto chiare e studiabili. Oggi nella, si fa per dire, elite dominante non si riesce mai a capire se uno è canaglia o imbecille. Con l'ultima crisi l'ibridazione ha ormai raggiunto lo stadio della perfezione.

    Il vestito nuovo del capitalismo
    Paolo Giussani

    (Aprile 2009)

    L'usuriere chiede che i danari faccian frutto,
    li quali di sua natura in alcuno
    atto far non possono.
    G.Boccaccio, Sopra Dante
    1.

    Se il buon giorno si vede dal mattino ci attendono senz'altro grandi cose. Già ora dal confronto con la grande depressione degli anni '30, la crisi in atto appare piuttosto promettente: nell'ultimo trimestre del 2008 il Pil americano è diminuito del 6.2 per cento su base annua, quello giapponese del 13.3 per cento, e quello dell'Unione Europea del 3.2 per cento. Considerando che nello medesimo periodo le spese reali per consumo negli Usa sono calate del 4.3 per cento e le spese reali del governo federale sono invece aumentate del 6.7 per cento, la riduzione negli investimenti reali in capitale fisso – per i quali non esistono ancora stime – deve essere stata superiore al 40 per cento. Una performance davvero notevole, se si pensa che nei primi tre mesi della grande depressione il calo del Pil americano fu del 5.5 per cento, meno forte di quello attuale malgrado il contributo anticiclico relativamente piccolo offerto dall'incremento delle spese federali (+4.2 per cento) e il relativamente grosso apporto prociclico del calo degli investimenti (-35.2 per cento).[1] Nonostante le diffuse speranze, non si è però ancora in grado di offrire ai supporters della depressione incipiente la certezza della conquista del titolo di maggiore crisi della storia con la vittoria nel grande match che si gioca contro gli anni '30; si può tuttavia essere già certi di avere incamerato il secondo posto di sempre poiché i primi dati garantiscono ormai del trionfo su tutte le crisi–robetta di poco conto–del dopoguerra, e specialmente sulle spocchiose crisi degli anni '70 e '80, che finora si ritenevano chissà che cosa.

    La congiuntura del momento serve poi benissimo a porre in chiaro una cosa già del tutto evidente, che la letteratura economica “di sinistra”, marxista, keynesiana o quale che sia, non è mai riuscita a produrre la rappresentazione coerente che possa corrispondere alla parola magica 'crisi', e tantomeno un'analisi delle varie tipologie di crisi e di ciclo economico. Ancora meno, se possibile, si è preoccupata di cercare di capire in quale modo e in quale forma il sistema economico basato sul capitale potesse entrare nella sua fase di declino ed evolvere in questa. E di sé prova ancor peggiore la sta offrendo proprio in questi momenti: di tutto si sente sui processi in corso tranne la ricostruzione del meccanismo di lungo e breve periodo che ha condotto alla recessione in atto; in compenso praticamente tutti quanti– completamente asserviti ai bisogni della politica corrente–si sentono investiti della sacra missione di proporre rimedi, misure, decreti, politiche economiche, come del resto fanno dal trent'anni senza averci cavato un ragno dal buco. Più la crisi si approfondisce, più il declino economico si appalesa per quello che è, e più i ribelli di un tempo diventano servi dei loro tempi. Ma si sa che il tempo i suoi servi prima o poi se li mangia.
    2.

    La trasformazione parassitaria del capitalismo mondiale ha la sua origine nella fine del boom economico del dopoguerra sfociato nelle recessioni e nella stagnazione degli anni '70 accompagnate da un considerevole eccesso di capitale monetario generato dalla tendenza al declino del saggio del profitto dominante nel dopoguerra. Dopo un decennio di stagnazione la pletora di capitale ha cominciato a venire impiegata per fusioni ed acquisizioni attraverso le acquisizioni di capitale azionario che aveva mediamente quotazioni assai basse all'epoca. Questo potente movimento di concentrazione non ha potuto naturalmente evitare di offrire un improvviso e sostenuto impulso al rialzo ai valori medi di borsa dal quale si è prontamente generata la tendenza al trasferimento di capitale monetario verso l'impiego speculativo degli ultimi trent'anni; che ha rapidamente fatto di Tokyo, Londra e massimamente New York i poli di attrazione del capitale speculativo mondiale. Il giro d'affari relativo di Wall Street, che nel corso del dopoguerra si era mantenuto grosso modo costante attorno al 15 per cento del Pil americano, imboccò ora una strepitosa tendenza crescente, che lo condusse dal 17 per cento nel 1975 al 35 per cento nel 1989 e al 150 per cento nel 1999, per toccare il picco storico assoluto del 350 per cento nel 2006, il che implica un tasso annuo medio di crescita del 10.25 per cento nel periodo 1975-2006. [2]

    A differenza del boom speculativo degli anni '20, ora per mezzo della mediazione dei fondi la crescita del capitale monetario impiegato speculativamente è alimentata non solo dai profitti realizzati e dai redditi dei manager ma da tutta la società cioè anche dai salari dei lavoratori. La tendenza saldamente insediata è quella a trasformare tutto il denaro liquido esistente in capitale speculativo. In realtà non c'è da stupirsi più di tanto. Il capitale moderno è spontaneamente tendente a convertirsi in capitale speculativo a causa della struttura intrinseca della società per azioni [3] che, in virtù della duplicazione del capitale in capitale produttivo e capitale fittizio, oltre ai lavoratori è composta da due strane dramatis personae e non più da una sola come nel vecchio tipo di società. Nella società per azioni non esistono più personificazioni dirette del capitale produttivo. I detentori del capitale nominale non sono i detentori del capitale produttivo, anzi con esso si trovano in un rapporto parassitario: ogni aumento del loro reddito, i dividendi pagati, costituisce una detrazione dal capitale produttivo accumulabile e ogni incremento di breve periodo del valore del capitale nominale, faccenda cui gli azionisti sono più che ad altro interessati, può provenire soltanto da riduzioni forzose dei costi di produzione che stanno in rapporto inverso con la riduzione naturale di lungo periodo generata dai continui investimenti in nuovo capitale produttivo. Da parte loro i manager si trovano in una posizione ambigua. Fino a quando un'espansione speculativa non si presenta all'orizzonte, essi agiscono come agenti del capitale produttivo; ma quando l'astro del capitale speculativo si fa visibile i manager sono piazzati nella posizione più efficace per convertirsi all'istante in suoi agenti attivi, perfino meglio degli azionisti. Se è vero che la società per azioni è una leva assai più potente dell'antica società personale per la raccolta di capitale e rappresenta l'ultimo stadio di socializzazione entro il capitalismo, proprio per questo motivo in essa manca necessariamente un rappresentante diretto e univoco del capitale produttivo, il che fa della socializzazione del capitale anche la socializzazione del parassitismo. Con la società per azioni il capitale tende a fuoriuscire dai limiti dei rapporti capitalistici, e così facendo perde la sua personificazione, i suoi agenti personali che non possono più agire come tali semplicemente perché non possono più esistere. Affinché il capitale speculativo imponga il suo dominio e gli agenti del capitale si convertano nei suoi parassiti 'unica cosa di cui vi è bisogno è un iniziale impulso esterno, perché nessuno è in grado di mettere in moto un boom speculativo, ma una volta avviata, nel capitalismo moderno l'espansione speculativa si riproduce automaticamente su scala allargata attraendo verso di sé una quantità crescente di capitale monetario.

    Contrariamente alla credenza del senso comune, l'elemento determinante dell'espansione del capitale speculativo non è il ruolo giocato dal capitale finanziario e creditizio ma il funzionamento stesso del capitale produttivo. Dal principio degli anni '80 fino ad oltre la metà del presente decennio, la quota di profitti impiegata speculativamente dalle corporation del settore produttivo e commerciale è andata costantemente innalzandosi, per lunghi tratti a ritmo accelerato, passando dal 10 per cento della metà degli anni '70 al 91 per cento del 2007. La proporzione maggiore di questo impiego speculativo del reddito netto è finita nelle riacquisizioni (buyback) di azioni proprie, in parte per spingere in alto il prezzo corrente del proprio capitale nominale e in parte per remunerare i grossi pacchetti di opzioni che il top management si è auto concesso; e la porzione minore in acquisto diretto di azioni di altre società o di fondi. Indipendentemente da questo spostamento di capitale monetario dall'accumulazione produttiva all'impiego speculativo non ci sarebbe stato nessun boom speculativo di sorta né il settore finanziario avrebbe avuto alcuna possibilità di allargarsi fino alle attuali sensazionali proporzioni. Simmetricamente, all'incremento costante della quota di reddito netto inserita nel circuito speculativo ha corrisposto una tendenza al calo del saggio di accumulazione in tutta l'area Oecd, che non ha fatto altro che rendere completamente cronica la stagnazione cominciata negli anni '70. Il boom economico in Cina e nel Sud Est asiatico ha compensato solo in parte il declino occidentale, e lo ha potuto fare solo perché ha in gran misura sostituito beni di qualità superiore con beni di qualità inferiore, venendo incontro all'impoverimento in corso di buona parte della società.
    3.

    L'espansione speculativa è intrinsecamente connessa al boom dell'indebitamento, anzi ne è il necessario fondamento. Dal 1952 al 2008 il debito complessivo dell'economia americana si è accresciuto dal 103 per cento al 320 per cento del Pil, e di questo aumento il 90 per cento si è accumulato dal 1977 in poi. Nei quattro settori fondamentali (società finanziarie, società non finanziarie, famiglie e pubblica amministrazione) il debito delle imprese non finanziarie e della pubblica amministrazione è cresciuto relativamente poco, mentre è eccezionalmente aumentato quello direttamente legato alla finanza, ossia l'indebitamento delle famiglie e delle società finanziarie, quest'ultimo passato dal nulla a quasi il 40 per cento del debito totale nel volgere di venticinque anni. Entrambi questi processi di indebitamento sono facilmente spiegabili.

    L'aumento del prezzo dei terreni e degli immobili causato dagli investimenti speculativi ha spinto molti possessori di abitazioni ad ipotecare gli immobili una seconda o una terza volta per ricavarne uno pseudo reddito aggiuntivo che potesse in qualche modo compensare la tendenziale diminuzione dei redditi salariali reali, onde far fronte soprattutto all'enorme aumento delle spese mediche e dei costi dell'istruzione e in misura più modesta per sostenere i consumi di beni durevoli. Questo dal lato della domanda di prestiti. Dal lato dell'offerta, l'abbondanza di fondi prestabili è un prodotto accessorio dell'enorme conversione di capitale monetario in capitale speculativo. Mentre la trasformazione di capitale monetario in capitale produttivo comporta tendenzialmente la conversione dei depositi liquidi in depositi illiquidi, la prevalenza dell'impiego speculativo di capitale-denaro comporta la permanenza in forma direttamente liquida, e quindi direttamente prestabile, dei depositi bancari che fungono da mezzo di circolazione. La crescente liquidità del denaro creditizio ha generato una tendenza al declino dei saggi di interesse, quasi perfettamente coincidente con la durata del boom speculativo: dal massimo del 18.2 per cento nel 1982 al minimo del 2.2 per cento nel 2006. [4] E questo movimento verso il basso a sua volta ha sommamente favorito e stimolato la crescita relativa del debito. Tuttavia, l'indebitamento effettivo del settore finanziario non è interamente compreso nelle cifre dello sviluppo del credito bancario e obbligazionario; la maggior parte di esso sfugge ad ogni misurazione poiché si trova contenuta nei derivati, la cui massa si è accresciuta oltre ogni limite immaginabile a partire dall'inizio degli anni '90, sul presupposto di un boom speculativo ormai già saldamente in moto. [5]

    Malgrado le molte chiacchiere, spesso assai poetiche, attorno alla natura dei derivati non ci possono essere troppi misteri. Si tratta soltanto di un tipo peculiare di scommesse applicate ai movimento di titoli, divise, saggi di interesse e/o a dei mix più o meno complicati di tutte queste cose. L'essenza dei derivati è che costituiscono una forma di investimento speculativo senza anticipo di capitale; dal punto di vista di chi vende i contratti derivati essi fungono da assicurazione contro un movimento sfavorevole, mentre dal punto di vista dell'acquirente svolgono la funzione opposta, vale a dire di mezzo per lucrare un guadagno speculativo. La compravendita di derivati di per sé non influenza l'andamento della speculazione vera e propria; lo può fare solo indirettamente, se e quando, come sovente avviene nel caso dei futures, i suoi effetti vengono adottati dal capitale speculativo come indicazioni circa la via da seguire. In compenso, l'accumulazione di derivati contiene in sé la formazione di un debito aleatorio, tanto nella direzione che nella quantità, che supera di molte volte l'indebitamento possibile per mezzo delle differenti forme di credito. [6]
    4.

    L'aumento indefinito del debito deve ad un certo punto urtare contro i limiti posti dalla creazione di nuovo reddito. Il credito serve da condizione alla produzione di reddito; e il reddito generato deve ritornare al punto di partenza annullando il credito emesso all'inizio del movimento. Ma l'andamento ciclico è reso aleatorio da alcuni fattori che non ci sono all'inizio del ciclo credito-reddito ma che devono saltar fuori alla fine. Il primo è il tasso di interesse. Se nel corso del processo questo si accresce il reddito finale prodotto può non essere sufficiente per cancellare l'ammontare di credito iniziale. Il secondo fattore è la base del credito emesso. Nell'industria e nel commercio il credito si fonda sulla monetizzazione delle merci prodotte e vendute contro effetti commerciali; le merci circolando trasformano il credito in denaro che tornando al punto di partenza ricrea le condizioni per una nuova emissione di credito, e così via. Nella circolazione speculativa il credito non corrisponde a nessuna circolazione mercantile, e molto di più nel traffico di derivati. Qualsiasi alterazione nei ritmi necessari della circolazione può far in modo da generare un'enorme discrepanza fra il reddito disponibile e il debito creato. In particolare, se la creazione di reddito nel settore cosiddetto 'reale' dell'economia non procede rispettando una certa velocità minima e/o se il trasferimento degli impieghi di reddito dal settore produttivo a quello speculativo non mantiene un certo livello minimo, assai presto il debito appare crescere a dismisura rispetto al reddito disponibile fino al punto in cui la circolazione si deve interrompere. È logico che l'inizio della rottura si abbia negli anelli deboli della catena creditizia; funzione che nel nostro caso é stata svolta dal settore dei subprime mortgages, saltato non per l'eccesso di credito concesso, come vuole la propaganda ufficiale, ma per l'insufficienza dei redditi salariali su cui i mutui poggiavano (e poggiano).

    Ciò che è credito in una parte è debito in un'altra. Se in certo un punto dell'insieme di transazioni il debito non può essere venire coperto non può convertirsi in reddito, e questa mancata conversione deve provocare lo stesso effetto in qualche altro punto dove il debito non potrà essere coperto da reddito, dando così il via ad una reazione a catena proporzionale all'estensione del rapporto generale fra indebitamento e reddito corrente. Questa reazione la stiamo appunto osservando ora: dai subprime alle agenzie mutui, dalle agenzie alle merchant banks, e da queste alle banche commerciali. La vastità del debito relativo del settore finanziario implica che in tutti i segmenti del settore l'impiego speculativo di capitale monetario e i guadagni ricavabili procedano sul ghiaccio sempre più sottile di un indebitamento crescente accrescendo a dismisura la probabilità di diffusione dell'insolvenza.

    La trasmissione della rottura della catena di pagamenti dalla finanza al settore cosiddetto 'reale' è avvenuta attraverso diversi canali. Uno degli effetti immediati immediato della crisi è stato la riduzione repentina della domanda di beni industriali e servizi da parte del settore finanziario–creditizio che ha posto molte aziende nella necessità di cercare ulteriore credito bancario a compensa del minor fatturato, faccenda diventata improvvisamente assai difficile sia a causa della ridotta disponibilità liquida da parte delle banche commerciali e per via del fatto che i titoli in possesso delle società del settore non finanziario potevano servire sempre meno da collaterale per i crediti a causa della rapida diminuzione del loro prezzo corrente. La riduzione della domanda di beni di consumo da parte delle famiglie era già cominciata da qualche tempo prima dell'erompere della crisi, ed ora accelera grazie al violentissimo calo della domanda di credito nella seconda parte del 2008 (per le famiglie il ricorso al credito si è letteralmente annullato negli ultimi cinque mesi del 2008 dal livello del 10.7 per cento del Pil; e per le aziende non finanziarie è sceso dal 10.3 per cento all'1.9 per cento).
    5.

    Da quando è scoppiata la crisi praticamente tutti i keynesiani di sinistra hanno pensato bene di annunciare al mondo la buona novella della fine dell'era neoliberista e il ritorno del tanto sospirato Big Government ossia della spesa pubblica in deficit, cui i governi sarebbero ora costretti a sottostare se non vogliono vedere crollare tutto. [7] Si tratta però di un mix di menzogne e pie illusioni. La spesa pubblica in deficit non è mai stata associata ad un tasso elevato di accumulazione e crescita del reddito nazionale, sotto questo aspetto durante le fasi di normale accumulazione del capitale un'epoca 'keynesiana' non è mai esistita. Tantomeno ora la via intrapresa dai governi, e meno di tutti dall'amministrazione Obama, è quella del Big Government ma esclusivamente quella del Big Finance ovvero (i) della trasformazione della Banca Centrale in banca commerciale, affinché essa possa monetizzare direttamente qualsiasi titolo e/o effetto di qualsiasi componente del sistema finanziario, e (ii) della creazione monetaria con lo scopo di eliminare dai bilanci del sistema finanziario tutti i titoli di capitale che non valgono più nulla sostituendoli con fondi liquidi. L'intendimento, assolutamente evidente, è quello di rimettere in movimento la circolazione del capitale speculativo esattamente come prima, anzi più di prima poiché d'ora in poi sarebbe una circolazione speculativa costantemente sostenuta da un sistema di intervento della Banca Centrale e del governo, pronti ad accorrere fulmineamente ad ogni minimo segno di mancanza di liquidità. Tutto il resto – aumento della spesa sociale, ri-regolamentazione della finanza e delle banche, etc.–è fatto solo di patetiche chiacchiere.

    Poiché il capitale monetario versato dallo stato al sistema creditizio-finanziario in cambio dei titoli inesigibili (gli ormai arcinoti toxic assets) è senza contropartita deve produrre l'effetto di spingere le banche commerciali, le banche di investimento, le finanziarie etc. a impiegarlo non come capitale creditizio bensì a tesaurizzarlo e quindi in ultima istanza a dare nuova linfa alla speculazione; circostanza che tende poi a riprodursi nelle altre sfere dell'economia, inducendo allo stesso tipo di azione anche il settore non finanziario. Tuttavia, siccome la grandezza del capitale monetario girato dal governo alle società bancarie e finanziarie per quanto immane è decisamente inferiore a quella del debito che andrebbe riassorbito, l'intervento di salvataggio della sfera del capitale speculativo rischia assai seriamente non di evitare l'implosione del sistema economico ma di innescare una spettacolare spirale crescente di continue ripetizioni della crisi in corso.

    In teoria i politicanti avrebbero altre vie da seguire, solo in teoria però. Togliere di mezzo la finanza speculativa lasciando fallire banche di investimento, finanziarie, fondi etc.; proibire l'impiego speculativo di capitale monetario da parte del settore non finanziario; mettere al bando i derivati e vietare la liquidazione dei debiti generati con il loro impiego; nazionalizzare i fondi pensione garantendoli e convertendoli nel sistema pay-as-you-go; nazionalizzare le banche commerciali e porle direttamente alla dipendenza della Banca Centrale, a sua volta messa sotto il controllo del governo; in breve, un programma coerente rispetto allo scopo di ricreare condizioni favorevoli all'accumulazione produttiva e al generale fine di “salvare il capitalismo”. Ma quale conseguenze bisognerebbe immaginare, volendo produrre una pellicola di genere fantapolitico basata sull'ipotesi che i governi della maggiori nazioni decidano di darsi da fare per ridurre al minimo le dimensioni della circolazione del capitale speculativo? Niente di particolare. Si riprodurrebbe una versione ampliata dell'accumulazione tipica degli anni '70 in cui il declino del saggio del profitto si ripercuoterebbe più o meno direttamente in una parallela diminuzione del saggio di accumulazione, e il crescente indebitamento pubblico si convertirebbe in un tendenziale crescente tasso di inflazione. Queste persistenti condizioni di stagnazione porterebbero, più prima che poi, ad un bivio: o i lavoratori salariati si imporrebbero ponendo le premesse per un sistema economico differente, o l'evoluzione già sperimentata fra la fine degli anni '70 e gli anni '80 prenderebbe decisamente il campo riproducendo tutto il dejà vu che ha condotto alla situazione presente.

    L'unico vero antecedente di un meccanismo che ha ricreato le condizioni per una fase di lungo periodo di accumulazione di capitale produttivo è quello insito nella seconda guerra mondiale. La depressione del periodo 1930-1939 non fu sufficiente. Servì abbastanza bene a levare di mezzo il capitale accumulato speculativamente ma per avviare un processo di accumulazione di capitale fisso di lungo periodo occorreva altro. Bisognava levare di mezzo il capitale accumulato in eccesso e innalzare il saggio del profitto ad un livello superiore a quello massimo della fase precedente: entrambi i risultati furono mirabilmente raggiunti dall'economia di guerra del periodo 1939-1943, che creò l'energia potenziale sfruttata nei trent'anni successivi. [8] Nessun meccanismo di questo tipo, ossia un meccanismo esterno che possa produrre gli stessi effetti, è disponibile o concepibile nell'economia di oggi, la quale si trova imprigionata in un assoluto impasse. Naturalmente, non è solo per questo che i politicanti del giorno d'oggi non possono essere interessati a politiche come quelle descritte prima [9] apparentemente indirizzate a salvaguardare 'il sistema' (come si diceva una volta) nel suo insieme. Non solo non hanno alcuna idea di cosa sia il 'sistema' ma neppure riescono vederlo. Cominciando una trentina di anni fa, si sono gradualmente distaccati da qualsiasi rapporto con qualsivoglia base economico-sociale per diventare del tutto dipendenti dalla generale attività speculativa nelle sue quasi infinite varianti e forme, soprattutto in quelle che possono coinvolgere l'amministrazione pubblica; circostanza che li ha resi del tutto incapaci di prendere finanche le più banali misure a difesa dalla incipiente catastrofe economica, cui del resto non riescono a credere. Ma in questo giallo il vero assassino è un altro. Fino a che la massa dei lavoratori delle nazioni più ricche agirà da fedele specchio dei politicanti e dei manager, come finora ha fatto, costoro potranno procedere senza troppi patemi pur in mezzo al più colossale dei disastri economici: speriamo che l'alba della crisi predisponga a iscrivere all'ordine del giorno l'impossibilità per i lavoratori di continuare a comportarsi in questo modo suicida.

    [1] Sul confronto fra la performance della depressione degli anni '30 e la crisi presente si veda B.Eichengreen e K.H O'Rourke, A Tale of Two Depressions, (April 2009)

    [2] Durante il medesimo intervallo di tempo l'indice reale di Wall Street (S&P500) è salito dal valore di 390.40 del 1975 al massimo storico di 1765.14 dell'anno 2000 (+369 per cento, con un tasso di accrescimento medio annuo del 6.8 per cento). Nel trentennio precedente 1945-1975 l'indice reale S&500 era cresciuto soltanto del 119.1 per cento (tasso medio annuo di incremento 2.16 per cento). Mentre il rapporto fra valore complessivo delle azioni e guadagni delle corporation – rimasto quasi costante intorno al valore medio di 14.32 dalla fine della guerra al 1975 – è salito da 11.09 a 46.71 (incremento complessivo del 349 per cento ossia +4.74 per cento medio annuo).

    [3] Si veda The speculation economy di L.E.Mitchell (2007, Berrett-Koehler Publ., Usa) dove è esposta la transizione dalla società personale alla società per azioni e le più generali conseguenze economiche di questa trasformazione.

    [4] I valori si riferiscono alla media dei vari saggi di interesse a breve termine.

    [5] Secondo le stime (parziali) dell'International Association for Swaps and Derivatives, l'ammontare nominale di contratti derivati esistente è cresciuto da 11 mila a 530 mila miliardi di US$ nel periodo 1994-primo semestre 2008.

    [6] Proprio per questo motivo il famoso finanziere americano Warren Buffett ha definito i derivati “armi di distruzione finanziaria di massa”. Etichetta del tutto indovinata, come è stato confermato dal fulmineo fallimento di tutto il sistema delle banche di investimento americane, di gran lunga le maggiori detentrici al mondo di derivati.

    [7] Si veda ad es. la produzione letteraria del Levy Economics Institute of Bard College.

    [8] Il meccanismo che durante la guerra ha gettato le basi della vasta espansione postbellica è naturalmente del tutto diverso da quello immaginato dai keynesiani, e ha poco a che fare con la domanda effettiva generata dalla spesa pubblica. Pochi ricordano che nel 1943, quando il governo americano pose termine abbastanza rapidamente all'economia di guerra, molti keynesiani criticando fortemente Roosevelt pronosticarono che la fine dell'economia di guerra avrebbe condotto ad un presto avvento di una nuova depressione perfino peggiore di quella del decennio precedente. Come andarono poi le cose lo si sa abbastanza bene.

    [9] Ma neppure a timide misure antifinanza del tipo di quelle proposte dal Helmut Schmidt (si veda “Der Markt ist keine sichere Bank” Die Zeit n.40, 28 Settembre 2008), alla sua uscita trattato da quasi tutti come un ibrido fra un sovversivo neobolscevico e un patetico rimbambito vegliardo.

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    [color=#0033ff]La crisi nel Regno Unito[/color]

    Qualche mese fa, in un nostro articolo per Selvas intitolato “La crisi bussa alla porta inglese” (1) avevamo preannunciato l’arrivo della crisi in Inghilterra. La crisi è arrivata. Il governo inglese, infatti ha annunciato tagli record alla spesa pubblica per 83 miliardi di sterline, equivalenti ad oltre 130 miliardi dollari! E’ il più grande taglio alla spesa pubblica dai tempi della seconda guerra mondiale. Questo taglio significa il licenziamento di quasi mezzo milione di impiegati pubblici, tra i quali 20.000 militari inglesi dislocati in Germania.

    Migliaia di persone sono scese in strada a protestare, ma ovviamente di ciò non c’è praticamente traccia nei grandi organi di informazione italiani. I principali media italiani stanno censurando le grandi manifestazioni di protesta che stanno avvenendo ovunque in Europa, dalla Francia all’Inghilterra, alla Romania, fino alla Polonia, dove scesi in strada perfino i poliziotti.

    Tornando alla crisi in Inghilterra, è necessario parlare della sfacciataggine e della ipocrisia di un governo che applicando la ricetta classica del neoliberismo (privatizzare tutto quanto è possibile privatizzare, aumento delle tasse, aumento delle tariffe dei servizi pubblici, tagli alla spesa pubblica, tagli agli stipendi, aumento dell’età pensionabile e riduzione del pubblico impiego) sta buttando sul lastrico milioni di esseri umani. Il Regno Unito, mentre effettua questi tagli drastici alla spesa pubblica continua a finanziare il debito degli USA.

    Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Dipartimento del Tesoro USA, lo scorso 18 di ottobre (2) riguardanti i titoli del debito pubblico USA detenuti da stati esteri risulta che alla fine dello scroso agosto, il Regno Unito possiede titoli per 448,4 miliardi di dollari! Nel solo mese di agosto il Regno Unito ha acquistato titoli per oltre 74,1 miliardi di dollari. Negli ultimi 14 mesi, cioè dal giugno 2009 ad agosto 2010, il Regno Unito è passato a detenere titoli USA da un importo pari ad 89,00 miliardi di dollari a 448,40, ossia ha prestato agli USA 359,40 miliardi di dollari!

    Tutti i governi dei paesi occidentali in crisi, se da un lato “spremono” i propri popoli ed effettuano tagli alle spese sociali, dall’altro intervengono a prestare miliardi di dollari agli USA. Stanno letteralmente finanziando la voragine senza fondo del debito pubblico USA.

    I sei paesi che assieme agli USA conformano il G7, ossia i suoi principali alleati, tutti ovviamente in crisi, stanno trasferendo agi USA, sotto forma di acquisto di titoli del debito pubblico, ingenti quantità di soldi. Dalla Tabella 1 risulta evidente che questi 6 paesi, in 14 mesi, hanno trasferito agli USA circa 600 miliardi di dollari, dei quali circa 360 miliardi li sborsati il Regno Unito, il cui governo in questi giorni sta tagliando 130 miliardi di spesa pubblica ed il conseguente licenziamento di quasi mezzo milione di impiegati pubblici.

    Praticamente il Regno Unito, che 14 mesi fa non era neppure nella lista dei primi dieci stati detentori di titoli del debito USA, è salito al terzo posto; infatti, oggi con i suoi 448 miliardi di titoli USA, viene subito dopo la Cina che detiene 868 miliardi ed il Giappone, secondo, con 836 miliardi. Anche la Francia, altro paese sconvolto da scioperi massicci e che detiene solamente 35 miliardi, ha comuqnue quasi raddoppiato il possesso di titoli USA. Il Canada, che alla fine del 2008 deteneva titoli USA per soli 8 miliardi, oggi ne detiene più di 100.

    Dato che, ovviamente questi paesi non hanno la capacità di far fronte al debito USA, anche gli altri paesi occidentali o dell’ex Europa dell’est stanno intervenedo a prestare denaro agli USA, sotto forma di acquisto di titoli del debito pubblico. Nell’ultimo mese, il Belgio ad esempio, ha trasferito agli USA 18 miliardi, ossia ha piu che raddoppiato la sua quota. Anche paesi come l’Egitto, la Turchia, Singapore, Tailandia, Svizzera, Cile e paesi dell’America Centrale e Caraibica nell’ultimo anno sono intervenuti a finanziare gli USA. Nella Tabella 2 riportiamo i dati totali e la variazione dnel corsod el 2010, secondo l’ultimo dato pubblicato. :legg:

    Note

    (*) Attilio Folliero è un politologo italiano, residente in Caracas e docente presso la UCV; Cecilia Laya è una economista venezuelana

    (1) Selvas, URL: http://selvasorg.blogspot.com/2010/05/la-crisi-bussa-alla-porta-inglese.html

    (2) Fonte Tesoro USA, Url: http://www.treas.gov/tic/mfh.txt

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    #116287
    Olegna
    Partecipante

    Per cambiare il mondo non serve un sistema finanziario diverso, ne serve cambiare i politici, quello che vediamo è subiamo siamo stati noi a crearlo, il mondo è come noi lo facciamo.
    Siamo tutti responsabili chi meno chi piu.


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