Giù le mani dai bambini

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Questo argomento contiene 133 risposte, ha 20 partecipanti, ed è stato aggiornato da Quantico Quantico 8 anni, 8 mesi fa.

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  • #59691

    Anonimo

    http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-papa-che-dimentico-la-sua-bimbacantavamo-pippi-poi-lei-smise/

    Il papà che dimenticò la sua bimba
    «Cantavamo Pippi, poi lei smise»

    Le note di una canzoncina inchiodate alla memoria:

    «Ricordo che fino a metà del tragitto Elena cantava Pippi Calzelunghe assieme a me, ricordo il rallentare del canto… Ho pensato che si fosse addormentata e ho continuato a guidare verso l’asilo, a quel punto concentrato sulle incombenze delle giornata. Casistica clinica, lezioni, studenti da seguire, trasferimento nella nuova sede. E poi la ristrutturazione della casa, mia moglie Chiara incinta di otto mesi…».

    Quell’asilo è un po’ più in là dell’università dove Lucio Petrizzi insegna chirurgia veterinaria.

    «Per arrivarci io passavo qui, davanti al lavoro — racconta lui indicando un punto indefinito oltre il vetro del suo ufficio —. Quella mattina ho visto da lontano colleghi che stavano nel parcheggio a parlare e in quel momento tutta la mia attenzione è stata catturata da loro».

    I colleghi, il lavoro, le troppe cose da fare. Tutto questo assieme ha fatto la differenza fra la vita e la morte di Elena, la sua bambina di 18 mesi.

    «I colleghi sono diventati in un istante il mio pensiero prevalente e seguendo quel pensiero sono entrato nel cortile dell’università e ho parcheggiato. È un meccanismo neurofisiologico, si sconnette la coscienza, si fanno le cose in automatico. Li ho salutati, siamo saliti assieme in ufficio, avevo in testa quello che dovevamo fare durante la mattina. Elena era scomparsa dalla mia mente, per me era all’asilo, al sicuro».

    In macchina, proprio sotto la finestra dell’ufficio di Lucio e sotto il sole spietato di quel 18 maggio 2011, invece Elena ha boccheggiato fino all’una del pomeriggio.

    «Sono sceso per la pausa pranzo e quando sono salito in macchina ho sentito un rumore, un gemito. Per un istante ho pensato che un cane fosse entrato nell’auto, poi mi si è accesa la lampadina, mi è piombato addosso il terrore, è stato come se il sangue non circolasse più».

    Il cuore del professore batteva così forte che quasi potevi sentirlo, dicono tutti. I colleghi, i bidelli, gli studenti a cercare inutilmente di calmarlo: «Vedrai che andrà bene, sta arrivando il 118, il battito c’è, lei respira». Era solo un gioco crudele della sorte. L’agonia della piccolina bionda è durata tre giorni. Tre giorni per tenere accesa la speranza e chiedere prestiti al tempo.

    «Ma io l’ho capito subito, quando l’ho presa, che non c’era più nulla da fare. Era completamente incosciente, ricordo che ho cominciato a chiamarla, l’ho abbracciata, ho cercato di rianimarla, di raffreddarla, di fare la respirazione bocca a bocca…».

    Lucio si concede una pausa per non piangere. Un sospiro, come quando si esce dall’acqua a riprendere fiato prima di immergersi di nuovo in apnea.

    «Non siamo né mostri né pazzi, mi creda. Lo so che sembra impossibile e assurdo dimenticare un figlio in macchina ma io ci sono passato e lo posso dire: è successo a me, è successo ad altri prima e dopo di me e può succedere a chiunque. A persone normali e perbene, come noi. Negare che possa accadere significa permettere che accada di nuovo. Negli Stati Uniti si parla di più di trenta casi l’anno: possono essere tutti pazzi? Io sono imperdonabile, certo. Ma credo anche che in quello che mi è successo ci sia un difetto del vivere moderno. Questo continuo correre, questo senso del dovere esagerato, questo fare più cose assieme e dover sempre dimostrare di essere all’altezza… centomila obiettivi, risultati da raggiungere, e così ti perdi l’importanza delle cose reali. Finisce che lo spazio per portare tua figlia all’asilo lo ricavi, non è che costruisci il resto su quello spazio. E però se la società ci dice che dobbiamo correre ci deve dare anche la sicurezza per farlo. I sistemi di allarme sulle auto per non dimenticare mai più un bambino sono una possibilità, le scuole e gli asili che chiamano a casa se non vedono arrivare il piccolo sono un’altra possibilità. A questo punto qualcosa deve essere fatto».

    Lucio come Andrea, il padre di Luca morto a due anni, due settimane fa.

    «Quando l’ho sentito sono rimasto senza fiato davanti alla televisione — racconta il professor Petrizzi —. È stato come sprofondare nell’abisso, di nuovo mi è sembrato di tornare nel parcheggio dell’università e avere fra le mie braccia Elena incosciente. Ho in mente ogni passaggio di tutto il calvario che Andrea e sua moglie dovranno sopportare. L’ho chiamato, prima o poi ci incontreremo ma adesso ha bisogno di tutto tranne che della mia invadenza».

    La memoria corre ai giorni in cui era lui ad avere «bisogno di tutto».

    «A differenza di Andrea io non ho mai preso farmaci. Il dolore bisogna percorrerlo fino in fondo, non ci sono scorciatoie».

    Ed è il dolore che spesso seleziona dettagli fra i mille ricordi di Elena. Coincidenze, per esempio.

    «Il giorno prima di quella mattina avevo letto che era più sicuro tenere il seggiolino dietro il sedile di guida e così l’ho spostato e l’ho reso meno visibile. Maledettamente, mentre Elena era in macchina al sole, io sono sceso a metà mattina per prendere dal bagagliaio delle cose e non l’ho vista perché c’erano i vetri oscurati… non l’ho vista, capisce?».

    Provare a perdonarsi è un esercizio inutile. Non succederà mai.

    «Quando ci hanno detto che non c’erano più speranze abbiamo deciso di donare gli organi. È importante per noi l’idea che il cuore di Elena stia continuando a battere. Sappiamo come risalire ai bambini che vivono grazie a lei, un giorno se vorranno proveremo a guardarli negli occhi».

    Ci vedranno dentro gli occhi della loro piccola e Lucio la ringrazierà, come fa ogni giorno passando davanti alle sue ceneri sepolte nel giardino di casa.«Grazie di avermi reso migliore», le dirà, immaginandola com’era quell’ultima mattina, un po’ vezzosa mentre mostrava il vestitino e chiedeva «papà sono bella?».

    Dopo un mese e un giorno dalla morte di Elena è nata Sara. Per lei Lucio farebbe qualunque cosa eccetto una: portarla all’asilo. «Non ci riesco, non ce la faccio». Le ferite hanno bisogno di tempo e la strada per quell’asilo adesso è troppo buia. E accidentata.


    #59692

    Anonimo

    http://www.liberoquotidiano.it/news/1263041/Ecco_i_Mengele_dell_era_moderna___uccidono_i_bambini_per__bont%C3%A0_.html#.Ub3ahKwlT0A.facebook

    Ecco i Mengele dell’era moderna: uccidono i bambini per “bontà”

    L’Olanda vuole estendere l’eutanasia ai più piccoli

    Ecco, ci siamo arrivati: in Olanda è stata proposta una legge per uccidere i bambini malati. Del resto, che male c’è? L’eutanasia esiste da 12 anni, spiega l’associazione dei medici, e si tratta soltanto di estenderla: «È un modo per limitare la sofferenza del malato e dei suoi genitori», sostengono. È un atto di pietà, capite? Stiamo legalizzando il dottor Mengele, stiamo autorizzando l’infanticidio e la selezione della specie, stiamo riscrivendo in diretta il libro dell’orrore eugenetico, ma lo facciamo per pietà. Per sentirci migliori. Perché siamo buoni.

    Oh, ma certo: come siamo buoni. Un bambino potrà essere buttato giù dalla moderna rupe Tarpea soltanto perché ha una grave malformazione, e questo gesto (la soppressione del bebé) dev’essere considerato pure un grande atto di bontà perché limita la sofferenza sua e dei suoi genitori, come affermano i medici olandesi. Ma certo: limita la sofferenza. Del resto la domanda è nota: valeva la pena di essere vissuta quella vita? E siccome nessuno si chiede mai chi stabilisce se una vita vale la pena di essere vissuta o no, andiamo avanti di gran lena: presto arriverà un’associazione di medici olandesi che proporrà di uccidere, per esempio, chi nasce cieco (poverino, non vedrebbe mai un tramonto) o magari zoppo (poverino, non correrebbe mai i cento metri). E ci spiegherà che lo facciamo nel suo interesse, ovviamente, lo facciamo per non farlo soffrire e non far soffrire i genitori. Ma sì, dai: non è venuto bene. Lo buttiamo via e lo sostituiamo con un altro, che non sia fallato. Non è meglio per tutti?

    A leggere i resoconti della proposta olandese (che è già stata imitata anche dal Belgio) impressiona proprio l’immensa banalità del male, la subdola mostruosità quotidiana che riduce i bambini alla stregua di detersivi o margarina in vendita da supermercato. La merce è fallata? Avanti, procediamo con il rimpiazzo. Un’intera partita è difettosa? Non si esiti nemmeno un minuto a sostituirla. Il detersivo o la margarina vengono tolti dagli scaffali e buttati in discarica. I bambini pure. Per il loro bene, s’intende. E per quello dei loro genitori. Bisogna pure ringraziare.

    Purtroppo è così: quando ci si allontana dalla cultura della vita, l’abisso non ha più fine. Se si può raschiare via un bimbo nel ventre della mamma, perché non lo si può buttare in discarica quando è nato? Se si possono togliere acqua e cibo a un malato terminale, perché non lo si può fare a un neonato? I medici olandesi, sotto il manto ipocrita, sono spietati: bisogna intervenire, dicono, perché i bambini malati «impiegano tempi lunghi per spegnersi». Capito? Non ne vogliono sapere di morire, accidenti, restano lì aggrappati a quel frammento di vita, quale essa sia, vogliono riempirsi i polmoni con un respiro dopo l’altro, foss’anche l’ultimo non ci vogliono rinunciare, e non si rendono conto di essere soltanto un fastidio da spazzare via. O, forse, un costo da tagliare.

    Non può non venire il sospetto, infatti, che alla fine più che le condizioni di salute contano le condizioni economiche. Puoi mantenere un figlio malato? Allora vive. Non lo puoi mantenere? Che problema c’è: lo buttiamo. E così il risultato finale di questi campioni dei diritti è che finiscono per difendere solo i diritti dei più forti e dei più ricchi: chi sta bene non ha problemi, chi ha tanti soldi neppure, ma se hai gravi problemi di salute e hai la sfiga di nascere in una famiglia povera, beh, sei condannato alla discarica, come un prodotto difettato.

    E non ci rendiamo conto che di questo passo, orrore su orrore, dopo la soppressione del bimbo malconcio arriveremo pure alla soppressione del nonno malato. Del resto la domanda è già pronta: l’anziano non più autosufficiente ha diritto ancora di vivere? Sì o no? Chi lo decide? Una commissione? La possibilità economica della famiglia? Ci sarà qualche associazioni di medici che dirà: «Impiega un tempo troppo lungo per spegnersi», pure lui. Ma come osa? Con quel che costa? Come si permette di restare inchiodato in poltrona davanti alla tv senza sentire l’urgenza di morire? Bisogna intervenire per togliere il fastidio. E, guardate che se lo facciamo, è solo per ridurgli le sofferenze. Perché siamo buoni.

    Ma sì, siamo buoni, buonissimi. E a forza di presunta bontà arriveremo, per l’appunto, a un passo da Mengele, anzi forse ci siamo già: avremo una selezione della specie, avremo l’eliminazione dei deboli, forse avremo anche qualche bella convenienza economica, un bel risparmio da mettere nella finanziaria in stile olandese. Quello che non riesco più a capire è se, essendo così buoni e finanziariamente perfetti, avremo ancora la possibilità di dirci uomini.

    di Mario Giordano


    #59693

    Anonimo

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/09/13/news/scuola_niente_mensa_se_i_genitori_sono_morosi-66438748/

    Scuola, bambini cacciati dalla mensa
    I genitori non pagano, servizio interrotto

    Quattrocento esclusi a Vigevano, 500 a Vercelli, ma è solo la punta dell'iceberg, sono centinaia gli alunni costretti a uscire dal refettorio. Molto spesso è la ditta appaltatrice a chiedere l'intervento delle amministrazioni pubbliche per ottenere il recupero dei crediti. L'allarme di Save the children: “Responsabilità degli adulti scaricate sui più piccoli”ROMA – La crisi pagata dai bambini, dagli alunni di asili ed elementari. I genitori non ce la fanno a pagare la quota della mensa e i Comuni bloccano il servizio. 400 a Vigevano, 69 a Fino Mornasco, in provincia di Como, 250 a Mantova. Sono i primi numeri di un fenomeno destinato a espandersi. Bambini di scuole primarie e dell'infanzia esclusi dalle mense dei loro istituti. “Colpevoli” di non aver pagato la retta per la refezione scolastica negli anni precedenti, e perciò “vittime” delle politiche di rigore del proprio Comune. Perché se non paghi il servizio, non puoi mangiare il pasto caldo come i tuoi compagni di classe e si aprono due possibilità: portarti il cibo da casa e consumarlo in un'altra aula , dove i “morosi” vengono collocati, o lasciare la scuola all'ora di pranzo. Come è successo a Vigevano con buona pace dei dirigenti scolastici, spesso in disaccordo con le decisioni della giunta comunale. A Fino Mornasco, per esempio, nonostante l'altolà del sindaco Giuseppe Napoli il preside dell'Istituto comprensivo Clemente Pasquale non ci sta: “Continueremo a fornire i pasti a tutti”. La situazione, però, sta tornando alla normalità grazie a un piano di rateizzazione del debito

    Bilanci comunali. Pratiche dal sapore discriminatorio che servono a tutelare i bilanci comunali. I sindaci, infatti, con il mancato pagamento delle rette da parte dei genitori si trovano a far fronte a buchi anche consistenti nelle casse comunali: a Vigevano il debito pregresso per le mense scolastiche ammonta a quasi 120mila euro; 43mila euro nel Comune di Fino Mornasco; 200mila euro a Vercelli, per parlare solo dei casi più eclatanti. E se in misura minore il debito contratto dalle famiglie è verso il Comune di appartenenza, se questo gestisce direttamente il servizio, nella maggior parte dei casi chi deve riscuotere sono società che hanno il servizio in appalto.

    Colpiti i più piccoli. A volte il mancato pagamento è dovuto a effetiva indigenza delle famiglie, altre volte perché l'accesso alle esenzioni è complicato, altre volte ancora per pratiche scorrette dei genitori. Ma chi in definitiva ne fa le spese sono sempre i più piccoli, ai quali viene tagliato il servizio, con conseguenze educative e psicologiche tutt'altro che trascurabili.

    Servizi in appalto. “Quando il Comune non gestisce direttamente la mensa scolastica appalta il servizio a una società privata o pagandoglielo per intero”, spiegano dalla Sodexo, una delle aziende leader nei servizi di ristorazione collettiva “oppure lasciando al privato la facoltà di gestire gli introiti”. In caso di riscossione diretta da parte della società, dunque, il debito che i genitori contraggono, non è con il Comune, ma con l'azienda privata che svolge il servizio di refezione scolastica.

    Solleciti e azioni legali. “Con la riscossione diretta, che avviene attraverso bollettino postale o per mezzo di carte prepagate ricaricabili, si possono, naturalmente, riscontrare episodi di morosità”, spiegano alla Sodexo “Sebbene ogni azienda abbia la propria linea di comportamento, nella maggior parte dei casi succede che dopo ripetuti solleciti (minimo 4) inviati alle famiglie, si procede con il recupero del credito: o con una azione legale nei confronti dell'utente, o dialogando e cercando delle soluzioni con il Comune, che rimane cliente principale del servizio”.

    Poi tocca ai Comuni. E così accade che il Comune per rientrare del credito (o per far fronte agli ammanchi segnalati delle aziende appaltatrici), sempre dopo ripetuti solleciti e invio di cartelle esattoriali, decida di passare alla linea dura per punire i recidivi e garantire gli onesti: chiude le porte della mensa a quei bambini (con età che va orientativamente dai 5 ai 9 anni) che non se la possono permettere e che (per motivi che molte volte, a onor del vero, non hanno niente a che fare con le difficoltà economiche delle loro famiglie) non hanno pagato il buono pasto.

    “Giù le mani dai bambini”. “In questo modo le eventuali responsabilità degli adulti vengono scaricate sui più piccoli”, dice Antonella Inverno, responsabile dell'unità legale di Save The Children, la associazione a tutela dei diritti dell'Infanzia, che si sta occupando in particolare dei casi di Vigevano e Brescia. “È certamente giusto chiedere conto a quei genitori che approfittano di agevolazioni senza averne la necessità, ma la rivalsa nei confronti degli insolventi può essere fatta in altre forme, senza coinvolgere i bambini. Ad esempio, mandando cartelle esattoriali alle famiglie e procedendo ad un recupero coatto, come molti Comuni già fanno”.

    Ma non ci sono solo i furbetti. A volte si tratta di famiglie indigenti che non possono permettersi di pagare la quota. E spesso riscontrano anche non poche difficoltà per l'accesso alle agevolazioni previste. Nel rapporto pubblicato nel maggio scorso da Save The Children, dove si faceva il punto sulle differenze dei criteri d'accesso alle mense scolastiche italiane, su 36 Comuni presi in esame, veniva segnalato come in alcune città (per esempio a Palermo) l'esenzione dal pagamento della quota di contribuzione al servizio non è prevista in alcun caso. Solo a Verona, Parma, Pisa, Bari, Sassari hanno attivato delle misure di sostegno all'impoverimento delle famiglie legato o alla numerosità dei figli o alla perdita del posto di lavoro. In 11 comuni – Brescia, Adro, Udine, Padova, Verone, Pescara, Perugia, Pisa, L'Aquila, Campobasso, Lecce – si segnalano addirittura alcune cattive prassi, come la richiesta del requisito della residenza per l'accesso all'esenzione o alla riduzione della contribuzione.

    Welfare da ripensare. “In un momento di profonda crisi economica e sociale la mensa dovrebbe essere considerata uno strumento educativo e di contrasto alla povertà”, continua Antonella Inverno “ci sembra assurdo che si vadano a colpire proprio i servizi per l'infanzia, con interventi politici che per giunta hanno effetti discriminatori. La nostra associazione sta cercando di agire per il momento attraverso una forma di moral suasion nei confronti delle amministrazioni, affinché ripensino il welfare che deve mirare alla tutela delle politiche educative e al benessere infantile ad ogni costo. I bambini non devo essere lesi in alcun modo: allontanarli dalla mensa non significa solo privarli del pasto, ma anche del loro momento di socialità; significa separarli dai loro amici, facendoli sentire diversi”.

    Ricadute psicologiche. Le ricadute psicologiche di una violenza di questo tipo possono essere “diverse e traumatiche”, come conferma la dottoressa Simonetta Gentile, psicologo-psicoterapeuta responsabile dell'unità operativa di Psicologia Clinica dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “L'allontanamento dalla mensa scolastica non fa che rafforzare il senso di emarginazione e di esclusione che i bambini appartenenti a famiglie bisognose già vivono. Il vedersi separati dai propri compagni sancisce la diversità, dà loro misura di quanto la loro condizione sia distante dagli altri”.

    Traumi diseducativi. Perché fin dalla più tenera età il bambino è in grado di percepire e farsi carico delle difficoltà familiari. “Avere la consapevolezza di non poter mangiare come tutti perché non è stato pagato il servizio, di non poter partecipare alla mensa scolastica, è diseducativo, una pratica dannosa che incide sulla strutturazione del sé del bambino, che apprende in questo modo il principio di disuguaglianza e non quello della solidarietà”, continua Simonetta Gentile. “Può essere un'esperienza traumatica anche nel caso ci si trovi di fronte a una morosità dovuta non all'indigenza dei genitori, bensì a una pratica scorretta. In tal caso il bambino capirà che sua madre o suo padre stanno tradendo i valori della legalità e sarà di rimando educato alla corruzione. Oppure svilupperà un senso di colpa e di vergogna che potrebbe sfociare anche in azioni di rivalsa, simili al bullismo”.


    #59694

    Anonimo

    http://www.beppegrillo.it/2013/09/la_strage_dei_bambini.html

    La strage dei bambini

    “Ho un nodo in gola e le lacrime agli occhi. Ho appena letto questo articolo: “La Terra dei fuochi, la strage de bambini” http://www.corriere.it/inchieste/manifestazione-ad-acerra/5a29d486-1f9f-11e3-9636-b0708204026a.shtml. Nel filmato allegato si vede uno striscione con il volto di una bambina di 6 anni morta per un tumore, l'ennesima di una lunga lista destinata a crescere. E' ORA DI DIRE BASTA! Ci vuole una manifestazione nazionale per dire basta alle ecomafie e per pretendere che si inizi subito una seria opera di bonifica. Serviranno MILIARDI DI EURO per PROVARE a fare qualcosa di serio. E non ci interessa minimanente se i soldi non ci sono, se l'Europa ci dice che non dobbiamo sforare il deficit o altre baggianate del genere. Qui la gente sta morendo con un ritmo impressionante. I soldi li trovassero con il taglio degli inutili F35, con i 2 miliardi delle societa di gestione dei giochi, con il taglio delle opere inutili, con il taglio delle pensioni d'oro, etc. Trovassero i soldi come vogliono, ma il territorio va risanato e i reati contro l'ambiente DEVONO DIVENTARE CRIMINI CONTRO L'UMANITA'. Perchè qualcuno mi deve spiegare che differenza c'è tra i gas usati in Siria che hanno fatto migliaia di vittime e le migliaia di vittime dovute ai rifiuti tossici. La Campania (ma non solo) ha bisogno di gesti eclatanti per attirare l'attenzione della nazione e mettere a nudo l'inoperosità di chi, attualmente, ci governa e prende le decisioni.” Giovanni Avagliano


    #59695
    prixi
    prixi
    Amministratore del forum

    [size=18]I 10 giocattoli che disturberanno profondamente vostro figlio

    [color=#cc0000]è sconsigliato aprire il link ai bambini ![/color]
    http://www.melemarce.com/10-giocattoli-terribili.htm


    "Il cuore è la luce di questo mondo.
    Non coprirlo con la tua mente."

    (Mooji - Monte Sahaja 2015)

    #59667

    Anonimo

    http://firenze.repubblica.it/cronaca/2013/10/21/news/arezzo_schiaffo_al_figlio_6_anni_pap_condannato_ad_un_mese-69129359/?ref=HREC1-3

    Arezzo, schiaffo al figlio 6 anni
    papà condannato ad un mese
    Il piccolo non voleva leggere, per il Tribunale il gesto è stato un abuso mezzi di correzione

    Il figlio di sei anni non voleva leggere e così il padre gli ha dato uno schiaffo. Un ceffone di quelli che arrossano le guance: il gesto è costato al genitore una condanna a un mese, pena sospesa, per abuso dei mezzi di correzione. A denunciare il marito, ora diventato ex, era stata, qualche anno fa, la mamma del bambino. Per la donna il tribunale di Arezzo ha previsto anche un risarcimento.
    La vicenda, lo schiaffo, risale risale al 2009 ed è avvenuto nella Valdichiana aretina. Quell'episodio è stato rievocato oggi in tribunale ad Arezzo davanti al giudice Manuela Accurso Tagano. A sostenere l'accusa in aula il pm Bernardo Albergotti.

    Stando a quanto ricostruito durante il dibattimento, la madre del piccolo, rientrata a casa dal lavoro, aveva notato il segno di uno schiaffo nella guancia arrossata del bambino. A quel punto avrebbe chiesto al padre di spiegare il perchè e lui si sarebbe giustificato dicendo che il bambino non voleva leggere. In casa ci sarebbe stato anche il figlio più grande dell'uomo, avuto da un precedente matrimonio. A quel punto è stato richiesto l'intervento dei carabinieri ed è scattata la denuncia.

    Il bambino, in conseguenza di quanto accaduto, non è andato a scuola per alcuni giorni. L'uomo è stato giudicato colpevole e condannato a un mese e a risarcire la parte civile rappresentata dalla ex moglie. La coppia infatti si è separata due anni dopo quello schiaffo.

    Soltanto pochi giorni fa un padre è stato condannato, in Francia, a 500 euro per una sculacciata al figlio di nove anni che non lo salutava con il “buongiorno” e che quando il genitore lo rimproverava dicendogli di usare le buone maniere lui rispondeva “non ne ho voglia”. Quel padre ha ammesso di aver sculacciato il figlio e ha difeso davanti ai giudici i suoi metodi “educativi”: “Non condivido la moda di non dare più lezioni ai bambini” ha spiegato. Ma i giudici lo hanno condannato per “violenza su minori e umiliazioni”. La sentenza ha fatto molto scalpore in Francia dividendo l'opinione pubblica in favorevoli e contrari.

    Nel 2004, invece, la Corte di cassazione aveva confermato la sentenza di condanna a un mese a un padre che diede uno schiaffo alla figlia perché faceva disegni nella sabbia con le mani. A infliggere la pesante punizione a un papà napoletano di 49 anni era stata la Quinta sezione penale che aveva ritenuto lo schiaffo alla ragazzina così grave da escludere nel comportamento “l'esercizio dello ius corrigendi”. La vicenda si era svolta a Napoli, nell'estate 2002, dove il padre di due bambine, non sopportando che la primogenita si sporcasse disegnando cuoricini sulla sabbia, l'aveva rimproverata pesantemente schiaffeggiandola.

    Nel 2011 Antonio Colasante, un padre pugliese, fu arrestato in Svezia per dato uno schiaffo al figlio dodicenne in mezzo alla strada. Si fece tre giorni di prigione prima di essere scarcerato.

    Save the Children, attraverso un'indagine di Ipsos, ha rilevato che in Italia oltre un quarto delle madri e dei padri (27%) fa ricorso più o meno di frequente alle punizioni fisiche, che risultano educative per un quarto dei genitori, anche se il dialogo e l'ascolto restano i valori educativi fondamentali per la gran parte delle famiglie.

    Nel dettaglio, secondo la ricerca, il 22% di padri e madri di bambini da 3 a 16 anni ricorre allo schiaffo qualche volta al mese e il 5% quasi tutti i giorni; a questi si aggiunge un 49% che lo utilizza eccezionalmente. In generale, un quarto di madri e padri italiani vede nel ceffone un gesto con una valenza educativa.

    Perché si passa alle punizioni corporali? Tra le principali motivazioni che spingono allo schiaffo, c'é – per circa un genitore su due – “l'esasperazione, lo spavento, la reazione di un momento”. Per quanto riguarda le conseguenze dello schiaffo sui bambini, non sono considerate necessariamente negative: per il 57% dei genitori dare uno schiaffo una volta ogni tanto non ha mai fatto male a nessuno e per il 26% può addirittura aiutare a renderli adulti educati.


    #59696
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    [quote1382481151=Pier72Mars]
    Per quanto riguarda le conseguenze dello schiaffo sui bambini, non sono considerate necessariamente negative: per il 57% dei genitori dare uno schiaffo una volta ogni tanto non ha mai fatto male a nessuno e per il 26% può addirittura aiutare a renderli adulti educati.
    [/quote1382481151]
    Come al solito si va da un estremo all'altro. Quando ci vuole ci vuole. :sagg:


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

    #59697
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    sono pochi minuti di uno shock assoluto, guardatelo -|- 🙁

    Video shock ecco come mtv sta modificando i nostri bambini
    https://www.facebook.com/photo.php?v=525329504221731


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

    #59698

    Omega
    Partecipante

    [quote1382517385=farfalla5]
    sono pochi minuti di uno shock assoluto, guardatelo -|- 🙁

    Video shock ecco come mtv sta modificando i nostri bambini
    https://www.facebook.com/photo.php?v=525329504221731
    [/quote1382517385]
    E chi gli insegna la coscienza?

    Comunque questo dipende da quello che gli fanno vedere iin TV. Come potrebbero desiderare qualcosa che ignorano? I cosiddetti genitori non sanno che dovrebbero fare da filtro tra i bambini e i mass media controllati dai governi criminali?


    #59699

    Anonimo

    http://www.beppegrillo.it/2013/10/i_bambini_della_grecia.html

    I bambini della Grecia

    “In Italia si parla di Grecia in merito al ritrovamento della bimba bionda con gli occhi azzurri, mentre non un tratto di inchiostro viene consumato per scrivere della casa per bambini di Kalithea (ora privata di sussidi statali), dove centinaia di genitori lasciano i loro figli perché non hanno la possibilità di dargli da mangiare. Lo storico e scrittore Nikos Kleitsikas riporta la testimonianza di una bambina di 9 anni che scrive a sua mamma: “Vieni a prendermi. Se starò vicino a te, non ti chiederò mai più da mangiare”. In Grecia, come in Italia, si è stabilito che i pagamenti di stipendi e pensioni avvengono esclusivamente tramite conto corrente bancario. Se devi tasse allo Stato, il Ministero delle Finanze impone alla banca di sequestrare i soldi dallo stipendio appena versato dal datore di lavoro. Come se non bastasse, si colpiscono anche le case: l'autorità di Mitilene ha deciso il sequestro della casa a un lavoratore precario che deve al fisco 2.200 euro. Chi non riesce a pagare le tasse quindi, potrebbe vedersi portare via la propria abitazione dalle banche e dallo stato. Se non è una dittatura finanziaria questa, come vogliamo chiamarla?” segnalazione di Eleonora http://testelibere.it/blog/grecia-sequestro-casa-e-stipendio-chi-non-paga-le-tasse


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