Il venditore di ricordi

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Questo argomento contiene 1 risposta, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da  Galvan1224 4 anni, 8 mesi fa.

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    Galvan1224
    Partecipante

    Il venditore di ricordi

    Quello che leggerete trae la sua origine nel topic: Ricordi? (Agorà) a cui vi rimando se desiderate approfondire quanto c’è dietro questo racconto.

    In realtà l’origine è ancor più in là, nel topic: La questione fondamentale. (Misteri).
    Il tutto è lo svolgersi di un percorso di indagine nell’esistenza, secondo il mio punto di vista, affrancato da ogni e qualsiasi riferimento a religioni, filosofie e maestri di ogni tipo.
    Qualcosa di originale, anche se la nostra originalità è frutto dell’intero percorso dell’uomo dagli albori ad oggi.

    Poteva esser di più, ma non siamo noi a decidere e dobbiamo star pronti a comprendere quando è il momento di terminare un’attività, pur se ci è congeniale.

    Pur nel suo piccolo (un solo capitolo) mi auguro possiate trarne spunto di riflessione.
    Considerate come i ricordi che mi son pervenuti son intrecciati ai miei, e come, nel racconto, divengano qualcos’altro.

    C’è un fattore unificante sotto a tutto ciò, e i due personaggi che interloquiscono col narratore avevano il compito di accompagnarlo nella sua indagine.

    Ma la vita è relazione e solo in quella v’è il senso del procedere.

    Purtroppo, ma non ne son né meravigliato né disilluso – le cose stan così – poche persone rispondono anche a un invito educato e a una minima richiesta: un semplice ricordo.

    Per cui ringrazio quelli che l’han fatto, permettendo al progetto almeno di arrivar a questo punto.
    I nostri ricordi nel racconto son diventati la storia e la vita di altri personaggi che son reali in quel mondo di fantasia… oppure da loro son venute a noi le esperienze che abbiam fatto, chissà…

    …………………………………………………………………

    Punto e linea

    Respirare diventava man mano più difficile e allo stesso tempo il suo corpo si stava raffreddando…

    Sapeva che sarebbe successo, proprio in quel modo.
    Anche quell’evenienza faceva parte dell’addestramento ricevuto.
    Le due cose assieme – la difficoltà di respirare e la perdita di calore – limitavano la residua capacità di concentrazione, anche il flusso dei pensieri s’era quasi del tutto interrotto.

    Ora si presentavano alla sua coscienza immagini accompagnate non più da quelli, ma da un senso di conoscenza senza parole.
    Una sorta di sguardo interno non influenzato da quanto stava accadendo e che, un pezzo alla volta, componeva con quelle immagini un disegno, il disegno della sua vita di cui per la prima volta scorgeva il senso.

    Un amico un giorno gli mandò un cartoon, la storia di due ragazzini che scoprirono d’amarsi e seppero mantener vivo quel sentimento per tutta la vita.
    Rivide l’ultima scena, al desco di una casa di riposo non compariva più l’anziana coppia… ma negli amici rimasti il ricordo continuava a vivere.

    I ricordi… che cosa meravigliosa… adesso quei piccoli frammenti di vita dotati di propria luce si presentavano sullo schermo della sua coscienza, frapponendosi alla visione portata dagli occhi: una circonferenza dal profondo color azzurro-indaco che inesorabilmente si allontanava… la terra.

    Un frammento salì come una bolla nel suo mare di coscienza e al par di quella, al contatto con l’aria, s’aperse liberando il suo contenuto.

    Dunque non l‘aveva dimenticato!

    Eccolo lì bambino a giocare col suo miglior amico, tra tutti i giochi, quello proibito… saltare sul grande letto dei genitori, a cercar di raggiungere e impadronirsi del nastro appeso al lampadario.
    Chi l’avesse preso poteva comandar all’altro un desiderio, divenendo per l’occasione il capitano di quell’immaginario vascello.

    Pur essendo più piccolo di statura poche volte non gli riuscì di vincer la sfida, con gran disappunto dell’amico che pur elevandosi maggiormente tuttavia mancava della sua coordinazione, che gli permetteva, appena raggiunta l’altezza sufficiente, di ruotar il braccio in brevissimo tempo.
    E mai lo ritraeva vuoto, sì che l’altro neppur vedeva il movimento, sospettando qualche trucco.

    Non c’erano, la differenza era nella determinazione, in quel gioco e poi nella vita metteva tutto se stesso, prendendola forse sin troppo sul serio.
    Così all’amico che cercava di sminuirne l’impresa domandandogli dove mai volesse arrivare con quei balzi – che in fondo era solo un gioco e chi vincesse non significava poi granché – lui prontamente rispose: nel cielo!

    -In cielo? Vorresti diventar pilota?
    -No, di più… astronauta..!

    E sin quel momento la cosa non l’aveva ancor immaginata dentro di sé, fu tal domanda a tirargliela fuori, sì che la meraviglia dell’amico fu anche la sua.
    Già nei giorni seguenti prese a studiare come si diventa astronauta, quali studi compiere e che doti necessitano.
    Ormai era già avviato su quella strada e avrebbe dato il massimo, sacrificando ogni altra cosa al suo sogno. Cosa che fece, studiando e ottenendo quasi sempre il massimo dei voti, entrando nell’esercito e diventando dapprima pilota – il cielo, finalmente! – e in seguito inserito nella ristretta squadra da cui si attingono i componenti dell’equipaggio spaziale.
    Prima o poi sarebbe toccato anche a lui… fluttuare senza peso al di sopra del cielo.

    Il suo amico si rese ben presto conto che faceva sul serio, addirittura togliendo tempo ai loro giochi per dedicarlo allo studio.
    Tuttavia il contatto tra loro non si interruppe mai, grazie a quel piccolo filo elettrico che univa i loro appartamenti posti a piani differenti.
    Un sistema Morse, un telegrafo col quale la sera, ormai padroni di quel linguaggio a punto e linea, si comunicavano stati d’animo, speranze e sogni.
    E il sogno di andar nello spazio era troppo perché l’altro lo potesse ignorare, sì che decise anch’esso, su due piedi…

    “Andrò nello spazio, sicuro che ci andrò… e tu che farai?”

    “Come che farò.. ? Andrò… per… mare! Girerò il mondo sopra l’acqua… conoscerò tutte le isole, tutti i mari… e diventerò il comandante di una grande nave!”

    “Davvero!? Pensa, tu sull’acqua e io nello spazio… non basterà questo filo per tenerci in contatto… ma saremo importanti e ci daranno una radio tutta per noi, per parlarci…”

    “Però un po’ mi dispiacerà di non frequentarci… promettimi che nel tempo libero ci incontreremo…”

    “Sicuro, hai la mia parola… sarai per sempre il mio miglior amico!”

    Le cose andarono proprio così, anche l’amico entrò nell’esercito e seppe farsi valere al pari dell’altro.
    Da quei salti nel letto si dispiegò il loro destino e diventarono due comandanti, di due diversi vascelli.
    Ma tali vascelli solo le forze armate potevano permetterseli e pur facendone parte qualcosa dentro di loro non ne condivideva del tutto i fini.
    Obbedirono sempre agli ordini, c’era un giuramento di mezzo ed erano diventati uomini d’onore, ma in modi diversi, pur senza confidarsi su questo l’un l’altro, compresero che gli ordini a volte rispondevano a logiche nascoste, e che il vero scopo dell’esercito è pur sempre quello d’esser pronto per la guerra.

    Così non poterono mai godere appieno del loro successo, della realizzazione del loro sogno.
    Erano stimati e invidiati, addirittura presi a modello…ma non erano liberi, la bella e inappuntabile divisa era il simbolo del potere raggiunto… e soggetto a un potere più grande, insindacabile.

    L’uomo di mare si sposò, trovò una donna generosa che si sentì appagata dall’aver dei figli a cui dedicarsi completamente, mettendo in secondo piano l’umano desiderio di viver tutto il tempo assieme al compagno.

    A quello di cielo non capitò tal fortuna, neppure la cercò, perché dentro di lui cominciò a manifestarsi ben presto una sorta d’inquietudine, e da un sogno ricorrente gli venne la certezza che avrebbe reso infelice la donna che si fosse unita a lui.

    In quel sogno sentì disperazione e pianto dal profondo del cuore, e risvegliandosi angosciato seppe ch’era un avvertimento.
    Tuttavia permise a una donna di frequentarlo, avendo essa stessa un animo solitario.
    Il ricordo di quel sogno lo accompagnava, quasi lo stesse preparando a un destino futuro.

    Si vedeva nello spazio che amava, a girar attorno alla terra con la sua navicella, poi appariva il sole e lui e la terra a girar attorno a quello. D’improvviso accade qualcosa, la visione s’oscura e percepisce il dolore di genti, d’innumerevoli persone, lamenti d’averne paura.
    Si fa forza, reagisce a quell’ignoto e lo sconfigge, senza saper come… la sua determinazione lo fa vincer e strappar una specie di nastro da qualcosa che somiglia a quel remoto lampadario.
    Poi ancora buio… sì, la fine… finalmente la pace, quell’angoscia dissolversi e, com’è possibile… il respirar un’altra aria, e tutt’attorno quell’innumerevoli genti, a milioni, girar attorno a lui non più in dolor ma liete, felici e riconoscenti, ognuna ad accarezzarlo come una mamma il bimbo e l’amato l’amata… un sentimento di pura gioia e il dissolversi nel colore dell’infinito…

    Durante una licenza l’astronauta si recò a far visita all’amico, anch’esso a casa. Ormai aveva alle spalle numerose missioni, a raggiungere la stazione spaziale ma non solo… tutta l’attività scientifica svolta nello spazio non era che una parte, l’indispensabile copertura ad altre attività che riguardavano la difesa.
    Delle quali ben poco trapelava e anche gli addetti ai lavori erano divisi in settori, per non permetter loro di ricomporre il puzzle.

    Rivissero i ricordi che li accomunavano, riandando all’indietro nel tempo sino ai loro giochi di bimbi, e come allora uno strano sentimento li prese, una specie di vertigine, una contentezza di ritrovarsi assieme.

    Ma entrambi senza dichiararselo erano angosciati… il mondo era sull’orlo di un conflitto che i nuovi armamenti potevano trasformare nell’ultimo, dopo del quale come predisse un famoso scienziato si sarebbero riprese in mano le pietre, per combattersi. Nel caso più fortunato…

    Data la loro posizione nella catena di comando erano informati sin degli eventi più segreti che si andavano preparando e, pur avendo alle spalle una carriera irreprensibile, tuttavia le loro conversazioni erano controllate. Non avevano bisogno di conferme, nel tempo avevano compreso come alla fine fossero null’altro che pedine dalla libertà limitata e dall’inesistente possibilità di scelta.

    Lo sconfinato mare e l’infinito cielo il loro unico conforto, nel quale avrebbero volentieri abbandonato la vita, piuttosto di dover fare quel che ci si attendeva da loro.

    Decisero di uscire nel giardino e di seder sotto gli alberi.
    Non per sfuggir all’orecchie elettroniche che potevano cogliere ogni loro sussurro, ma per goder insieme di quell’elemento, la terra, ormai diventata un po’ estranea.

    L’astronauta colpì leggermente col piede la superficie erbosa, imitato dal marinaio, a mò di gioco… strano, continuando a parlare l’amico ripetè tre volte il breve gesto… punto, punto, punto… a sua volta ripetè tre volte il gesto, più lungamente… linea, linea, linea…

    Si sedettero sulle seggiole e continuando a conversare iniziarono un’altra conversazione, senza darne la minima impressione…

    “cosa sai della nuova arma?” – chiese l’astronauta

    “so che hanno deciso di attivarla… ci sarà un pretesto… e inizierà l’inferno”

    “è davvero irrevocabile?”

    “sì, non ci sarà ritorno… i bunker son già operativi”

    “tu conosci il mio compito, vero..?”

    “lo so… toccherà a te attivarla”

    “milioni di morti e un’escalation inarrestabile… che faresti al mio posto?”

    “siamo militari e abbiamo giurato… farei quello che farai tu”

    “qualcosa potrebbe non funzionare… che dici?”

    “non sarai solo… è stato previsto… sarà comunque eseguito”

    “ah… dovevo immaginarlo… grazie dell’informazione”

    “non si può far nulla, amico mio… credo che oggi sarà il nostro ultimo incontro”

    “già… e l’incidente, il pretesto?”

    “strano il destino… quello è il mio di compito, una manovra errata che innescherà la reazione… “

    “senti… quella manovra… potresti sbagliarla?”

    “… in teoria sì… ma non servirebbe a nulla con l’arma attivata…”

    “… se non fosse attivata..?”

    “allora si bloccherebbe tutto”

    “… ti fidi di me, del tuo amico?”

    “hai la mia completa fiducia…”

    “allora ascolta, questa è l’ultima cosa che ti dirò… io prenderò quel nastro… ci puoi giurare… ma devi prenderlo tu per primo dalla tua parte… questa volta dobbiamo vincere assieme… è la sola speranza per il futuro di questa terra… dei tuoi figli… lo farai?”

    “non avrai scampo…”

    “… non voglio averlo… “

    “… capisco… “

    “ è fatta, allora?”

    “sì”

    “addio, amico mio”

    “addio… grazie…”

    L’uomo di mare inspiegabilmente sbagliò la manovra e nello stesso tempo l’astronauta arrivò a prendere i cavi dell’alimentazione dell’arma e li tirò sino a strapparli.
    Il cortocircuito e una piccola esplosione la rese inservibile.

    Poi, il viso rivolto alla terra, azionò al massimo i razzi di posizione della tuta, acquistando velocità e allontanandosi sempre più da quell’orbita, verso lo spazio profondo.

    Il riscaldamento della tuta e l’aria terminarono quasi allo stesso tempo, ma non soffrì, al pari di chi muore affogato.

    Lui annegò nell’indaco infinito, dove non c’era acqua.

    L’acqua della vita riempì gli occhi dell’amico… sì, avevano vinto assieme… avevano vinto per tutti.

    ………………………………………………………………………………………………

    EPILOGO

    “Allora?”

    Beh, pare che il flusso si sia interrotto… chi sentiva d’aver qualcosa da scrivere l’ha fatto… e qui, nella Biblioteca del luogo che dette i natali a Giordano Bruno, nessuno ha aperto un libro e trascritto una qualche frase, anche a caso… così che uno degli infiniti universi possibili non è sorto…

    “Sì, questo indica che il viaggio è giunto al termine, arrivando sin dove poteva arrivare. Ma in ogni caso un bel po’ di strada è stata percorsa… una strada ignota e mai prima d’ora intrapresa, dovrebbe esser soddisfatto, no?”

    Lo sono, davvero… quando si chiuderà questa pagina non verrà meno quel che ho trovato, che mi accompagnerà nella memoria e non solo…

    “E’ giusto così, qualcosa deve morire perché qualcos’altro possa nascere…”

    Ne convengo, siamo alla fine del nostro discorrere… almeno in questo luogo… e vorrei salutarla come si saluta un amico… non ha ancora detto chi è lei…

    “Appunto un amico… o un’amica… è importante il nome?”

    Forse…

    “Un tempo ha detto di me che son la sua più cara amica… mi sente ancor tale..?”

    Ancor di più, una delle consolazioni del mio vivere… le sono devoto, la prego, dica il suo nome…

    “… no, dirò solo che a volte respiro con lei… adesso è tempo d’andare, la saluto…”

    Anch’io, grazie di tutto…

    fine


    #96047

    ALIX
    Partecipante

    Gentile Galvan, (gentile è l' aggettivo che sento più adatto per te),

    Trovo bello il tuo racconto , ma allo stesso tempo lo leggo sfumato come se fosse un sogno dove ti resta la sensazione , ma non ti ricordi bene tutti gli eventi .

    Sono andata rileggere la “questione fondamentale” ; il mio punto di vista sposa solo in parte il tuo.
    La mia personalissima opinione è che il nostro sentire e il nostro essere sia composto da tanti fattori: dalla nostra anima, dai nostri cromosomi e anche dai nostri ricordi che ci lasciano impronte e insegnamenti indelebili. Addirittura gli studiosi ora sostengono che le esperienze più “forti” si passini anche geneticamente ai figli , il che avrebbe molto senso , pensiamo ad esempio alla paura del buio, è stata una paura UTILE fino alla diffusione massiva dalla luce elettrica era un bene che questa paura passasse di generazione in generazione.
    Gli eventi e gli accadimenti della vita ci cambiano e i ricordi è la parte evidente di quello che ci ha cambiato.

    Ciao


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