l’ italia in rovina

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  • #69242

    Anonimo

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/19/il-governo-si-taglia-i-tagli-ministri-e-sottosegretari-rimborsati-dal-fisco/164907/

    Il governo si taglia i tagli: ministri
    e sottosegretari rimborsati dal Fisco Un decreto dell'anno scorso decurtava gli stipendi pubblici superiori a 90 mila euro, a partire da gennaio 2011. Ma ora, rivela “Italia Oggi”, una circolare del dicastero dell'Economia spiega che i membri dell'esecutivo sono esclusi, in quanto “non dipendenti”. Le trattenute saranno quindi restituite “con la mensilità di novembre” A sentirla pare una notizia inventata dall’ufficio propaganda degli indignati: in piena crisi, tra manovre lacrime e sangue e in attesa del decreto sviluppo, lo Stato restituisce soldi ai membri del governo. A raccontarlo, e a documentarlo, è invece Italia Oggi. Il quotidiano economico riporta una circolare del ministero dell’Economia, che dispone, appunto, la restituzione di quanto è stato trattenuto dalle “paghe” di ministri e sottosegretari in base ai tagli decisi l’anno scorso suglio stipendi pubblici più alti.

    Il decreto legge 78 del 2010, che conteneva misure di “stabilizzazione finanziaria”, prevedeva che dal primo gennaio 2011 al 31 dicembre 2013 le retribuzioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni superiori a 90.000 euro lordi annui fossero ridotti del 5 per cento per la parte oltre il “tetto”, e del 10 per cento per la parte superiore ai 150 mila euro.

    La riduzione è quindi entrata in vigore e ha pesato sugli stipendi degli statali dall’inizio dell’anno a oggi, ministri, viceministri e sottosegretari compresi. Ma ora, rivela Italia Oggi, la circolare numero 150 del l’11 ottobre 2011, diramata dalla direzione centrale dei sistemi informativi e dell’innovazione del Ministero dell’economia, spiega che chi siede al governo “ricopre una carica politica e non è titolare di un rapporto di lavoro dipendente”. Quindi a ministri e sottosegretari va restituito tutto quello che il fisco ha trattenuto quest’anno. Il rimborso arriverà a stretto giro di posta: “Sulla mensilità di novembre 2011”, promette la circolare, “si darà corso al rimborso di quanto trattenuto”.

    E’ lo stesso quotidiano a bollare la vicenda come “un inghippo legale, ma scandaloso”. E infatti l’indignazione monta in Rete, a mano a mano che la notizia viene ripresa dai siti e blog. Data l’aria che tira, checché dicano le norme, è difficile mandare giù il paradosso che a essere rimborsati siano proprio quelli che decidono i tagli, e tutti gli altri paghino. Qualcuno si rifugia nell’ironia: se i ministri non sono dipendenti, significa che sono “precari”.

    Il ministero dell’Economia, interpellato da ilfattoquotidiano.it, fa sapere che sta “procedendo alle verifiche”.


    #69243
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    #69244

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/territorio/val_susa_23_ottobre_tagliamo_tav.html

    Val Susa, messaggio all’Italia: no al debito, tagliamo la Tav
    Un’altra Europa è possibile: questo il messaggio corale che la valle di Susa consegna alla cronaca italiana, chiudendo senza nessun incidente la settimana più difficile della lunga storia del movimento No-Tav, aperta dagli scontri del 15 ottobre a Roma che hanno rimbalzato tutto il fuoco mediatico sull’opposizione alla Torino-Lione.

    di Giorgio Cattaneo – 24 Ottobre 2011

    Migliaia di persone hanno sfilato nella “zona rossa”, contro la tav e a favore di un taglio del debito
    La Torino-Lione sarebbe la grande opera dei record: la più costosa della storia italiana e, secondo i No-Tav, anche la più inutile: “Almeno 40 miliardi di euro buttati, per una linea ferroviaria che non servirà mai a nessuno”. Qualche cifra: la ferrovia che la valle di Susa non vuole costerebbe 5.000 euro al centimetro. Per capirci: 4 centimetri di Tav sono un anno di pensione, 3 metri di binario una scuola materna, 500 metri un ospedale. Il 23 ottobre, nel giorno in cui Sarkozy e la Merkel ridono di Berlusconi in mondovisione mentre Van Rompuy annuncia che l’Italia avrà tre giorni di tempo per decidere di privatizzare i beni comuni e tagliare il welfare, dalla valle di Susa arriva un’indicazione opposta: l’unico taglio ammissibile è quello delle reti della “zona rossa”, l’area off limits destinata al futuro cantiere, gigantesco monumento allo spreco decretato dalla lobby finanziaria che sta piegando l’Europa, in spregio a tutti i suoi popoli.

    Un’altra Europa è possibile: questo il messaggio corale che la valle di Susa consegna alla cronaca italiana, chiudendo senza nessun incidente la settimana più difficile della lunga storia del movimento No-Tav, aperta dagli scontri del 15 ottobre a Roma che hanno rimbalzato tutto il fuoco mediatico sull’opposizione alla Torino-Lione.

    Un tam-tam ossessivo, per criminalizzare la protesta: «I black bloc che hanno devastato Roma si sono addestrati in valle di Susa durante l’estate». Risultato: invasione di giornalisti e troupe, dirette televisive già alla vigilia, portavoce No-Tav trasformati in “sherpa” mediatici per guidare i reporter sui luoghi della resistenza civile e raccontare ancora una volta le ragioni della protesta e lo stile ormai ventennale di un’autentica opposizione popolare, unica in Italia.

    La macchina della paura non ha funzionato: domenica 23 ottobre, sui sentieri del bosco tra Giaglione e la Maddalena di Chiomonte hanno sfilato migliaia di manifestanti pacifici, almeno 15.000 secondo il presidente della Comunità Montana, Sandro Plano, presente al corteo con gli amministratori locali insieme a personalità come Giorgio Cremaschi della Fiom, Giulietto Chiesa e l’ex ministro Paolo Ferrero.

    Sulle barricate, molti dissidenti del Pd come lo stesso Plano, il sindaco di Venaus Nilo Durbiano e Carla Mattioli, sindaco di Avigliana: «Stiamo conducendo una tenace resistenza politica per spiegare al nostro partito che la Torino-Lione è un’opera totalmente assurda, devastante per il territorio, avversata dalla popolazione e finanziariamente insostenibile, costosissima e totalmente inutile: tutti gli studi dimostrano che l’Italia e la Francia non hanno bisogno di un nuovo collegamento merci, figlio di un progetto obsoleto e risalente all’epoca in cui l’Europa credeva ancora in quel tipo di espansione».

    C’è di più: “La lotta della valle di Susa – sottolinea Cremaschi – dimostra che i popoli europei non approvano questa Unione Europea dominata dalla Bce e dalle lobby finanziarie che emettono diktat a cui i governi dovrebbero piegarsi: dev’essere chiaro a tutti che chi sta con la Bce, cioè con Marchionne, la Marcegaglia, Berlusconi e la Tav, non sta dalla nostra parte”.

    I manifestanti sono entrati pacificamente nella zona rossa
    Insieme a Ferrero, Giulietto Chiesa era presente in valle di Susa già allo sgombero della “Libera Repubblica della Maddalena”, conquistata dalla polizia il 27 giugno a colpi di lacrimogeni: «Sono grato alla valle di Susa perché ci farà risparmiare almeno 20 miliardi di euro», dice Chiesa.

    “E’ evidente che i soldi per la Torino-Lione non esistono e che quella linea ferroviaria non si farà mai, così come è chiaro il valore della resistenza popolare della valle di Susa, una avanguardia civile italiana ed europea, che con la sua lotta nonviolenta dimostra l’importanza decisiva di un impegno cruciale, data la posta in gioco: il futuro di tutti noi e dei nostri figli, di fronte a una oligarchia finanziaria che sta cancellando la democrazia e vorrebbe imporci la stessa “cura” inflitta alla Grecia, con i beni pubblici privatizzati, grazie all’alibi di un debito largamente incoraggiato e creato dagli stessi organismi che ora pretendono “sacrifici” inaccettabili e, al tempo stesso, insistono con lo spreco scandaloso di grandi opere che sanno perfettamente inutili come la Torino-Lione”.

    Questo è il punto: la valle di Susa parla a nome dell’Italia dei referendum, quella che è scesa in campo a giugno contro la “casta”, e che ora la Bce e l’Unione Europea vorrebbero semplicemente cancellare. Rispetto alla minaccia epocale che incombe sul proprio futuro, l’Italia appare indifesa: il governo Berlusconi balbetta, ridicolizzato da Francia e Germania, mentre l’opposizione invoca un esecutivo «serio», cioè spietato e più pronto a eseguire le direttive impartire da Van Rompuy, oscuro politico belga che il gruppo Bilderberg – élite della finanza mondiale, responsabile dello sfacelo – ha messo a capo dell’Unione Europea con un mandato chiaro: spremere cittadini e lavoratori, tagliare istruzione e pensioni, demolire lo Stato sociale su cui si è basata la cittadinanza europea per mezzo secolo e depredare i servizi pubblici, che Bruxelles “raccomanda” di “liberalizzare”, ovvero svendere ai grandi gruppi industriali e finanziari, gli stessi che predicano “ripresa” e “crescita”, anche ora che i popoli sono chiamati a pagare per il frutto avvelenato della speculazione bancaria e della crescita drogata dei consumi superflui: il debito.

    “Il default degli Stati fa il paio con l’altro default, quello della Terra”, ripete Cremaschi: “Non possiamo più accettare un modello di sviluppo che devasta le risorse del pianeta”. Ecco perché anche in questo la battaglia popolare della valle di Susa si rivela profetica: se il potere politico, industriale e finanziario ripropone lo stesso sviluppo-truffa capace solo di produrre maxi-profitti per pochi e debito per tutti a scapito dei territori, è doveroso dire “no”.

    Alberto Perino, portavoce del “popolo No-Tav”, è felice dell’esito della mobilitazione del 23 ottobre: “Abbiamo simbolicamente “tagliato le reti” e dimostrato che la nostra è una lotta nonviolenta». Sollievo anche da parte della polizia, che alla vigilia ha creato un efficace “filtro” per escludere il rischio di infiltrazioni violente, ma poi – di fronte al corteo pacifico di migliaia di montanari – ha evitato qualsiasi prova di forza, limitandosi a controllare da vicino il libero afflusso di manifestanti nella “zona rossa”, rispettando la loro libertà di manifestare.

    Sottratta la valle di Susa al tetro folklore della guerriglia, il 23 ottobre 2011 resta una pietra miliare – data la sovraesposizione mediatica dopo i disordini di Roma – ma anche un bivio cruciale: i politici che fino alla vigilia “gufavano” temendo il peggio e invitando i cittadini a restare a casa, di fronte al bilancio positivo della giornata sul piano dell’ordine pubblico fingono che il problema sia risolto, dando per scontato che “la Torino-Lione si farà, perché si deve fare”.

    Sbagliato: la valle di Susa, come l’Italia dei referendum, ribadisce che di scontato non c’è più niente, nell’Italia del 2011: “Fra sei mesi – ipotizza Giulietto Chiesa – la situazione finanziaria generale sarà così drammatica che nessuno si potrà più permettere di ripetere allegramente che in valle di Susa si “dovranno” sprecare miliardi per un’opera inutile”. Si profila una grande partita politica: “A pensarla così siamo milioni, solo che non siamo ancora rappresentati», dice ancora Giulietto Chiesa, convinto che la valle di Susa sia «un modello perfetto, da esportare: se ci fossero dieci, venti, cento valli di Susa, oggi l’Italia sarebbe un paese migliore, con più dignità e più speranza davanti a sé”.


    #69245

    Anonimo

    http://www.corriere.it/politica/11_ottobre_25/rizzo-stella-la-camera-ci-ripensa-i-tagli_bff611a4-fed0-11e0-b55a-a662e85c9dff.shtml

    Tagli, la Camera ci ripensa: scherzavamo
    Per il 2014 Montecitorio chiede gli stessi fondi del 2011

    La Camera durante una votazione (Ansa) «Cavallo magro corre più forte». Parola di Roberto Calderoli, che a settembre annunciava trionfante un «disegno di legge di riforma costituzionale per dimezzare il numero dei parlamentari». Ma come può dimagrire, quel cavallo, se hanno già deciso di dargli da mangiare come prima? Così è: la Camera vuole – fino al 2014 – gli stessi soldi di oggi. Una delle due: o i tagli sono una frottola o pensano che i parlamentari dimezzati costeranno il doppio. In ogni caso pensano che i cittadini siano così grulli da non vedere la truffa.
    Eppure, a sentire la grancassa di promesse di questi mesi, pareva tutto già deciso. Lo stesso Cavaliere («dobbiamo abolire il numero enorme di parlamentari dalle prossime elezioni») aveva insistito: l'iter doveva essere «urgente». Il centrosinistra, ovvio, era d'accordo e per bocca di Dario Franceschini s'impegnò: «Dimezzare i parlamentari sarà la priorità del Pd». Gianfranco Fini, del resto, era della stessa idea: «È arrivato il momento di dimezzare i parlamentari». Che vogliano tagliare davvero, però, è un'altra faccenda. E prendere sul serio le promesse fatte per placare l'ira dei cittadini chiamati a fare sacrifici e andare in pensione sempre più tardi, stavolta, è ancora più difficile del solito. La prova? A dispetto della crisi, degli ultimatum europei, delle fatiche di Sisifo sulle pensioni, dei sorrisetti di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel proprio sulla nostra affidabilità, la Camera ha avvertito il Tesoro che avrà bisogno della stessa dose di biada del 2012 e 2013 anche per il 2014. Quando, a dar retta a Calderoli, il cavallo troppo grasso dovrebbe aver perso già metà del suo peso.
    La lettera è arrivata sul tavolo di Giulio Tremonti qualche giorno fa, mentre si diffondevano le voci che la doppia manovra economica non basterà e alla vigilia di un nuovo pressing di Bruxelles.

    «Signor ministro, per incarico del presidente della Camera dei deputati, Le comunico che l'Ufficio di presidenza ha deliberato di mantenere l'importo della dotazione per l'anno finanziario 2014 nella medesima misura già prevista per gli anni 2012 e 2013. L'importo della dotazione richiesta per ciascun anno del triennio 2012-2014 è quindi pari a euro 992.000.000». Firmato: il segretario generale Ugo Zampetti. Una richiesta sfacciata. Tanto più dopo tutte le chiacchiere della maggioranza sui «tagli epocali» e dopo quanto è accaduto in questo primo tratto del secolo, definito dalla Banca d'Italia «decennio orribile». Durante il quale il prodotto interno lordo pro capite è crollato del 5% mentre le spese di Montecitorio crescevano fino a sfondare il 41%.

    Lo sanno che cosa si prepara, gli autori di quella lettera che batte cassa, per il 2014? La pressione fiscale schizzerà al record storico del 44,8%. Il debito pubblico salito ormai al 120,6% del Pil non riuscirà a calare, nonostante la manovra da 145 miliardi, sotto il 112,6%. E secondo il Fondo monetario internazionale si consoliderà il sorpasso dell'India, che nel 1993 aveva meno di un terzo del nostro Pil ma ha già messo la freccia per superarci, come già hanno fatto il Brasile e ormai dieci anni fa la Cina. E la nostra Camera ci farà il regalo di chiedere ai contribuenti gli stessi soldi che chiede oggi? Quale eroismo! Grazie…

    Semplicemente avvilente il raffronto con una istituzione paragonabile, come la britannica House of Commons, che di deputati ne ha 650, venti più dei nostri, ma nonostante questo ha un livello di spese correnti (meno di 500 milioni di euro) pari a neanche metà di quelle di Montecitorio. Differenziale assolutamente in linea con l'abisso che separa i livelli retributivi delle due istituzioni. Basti dire che Jack Malcolm, il capo dell'amministrazione del parlamento del Regno Unito, ha una retribuzione di 235 mila euro: metà di quanto guadagna il nostro «pari grado». Ma non basta. Entro l'anno fiscale 31 marzo 2014-31 marzo 2015 la Camera bassa britannica vuole ridurre i propri costi di un altro 17%. Un taglio netto. Raddoppiato rispetto alla sforbiciata del 9% per il 2013 già decisa l'anno scorso. Una scelta seria, «in linea con il resto del settore pubblico». I tempi sono così bui da obbligare a tagliare la scuola o la sanità? I tagli alla «Casta» britannica devono essere uguali. Così che nessuno possa parlare di privilegi e privilegiati.

    Domanda: perché lassù, dove morde la stessa crisi, il trattamento delle Camere è allineato a quello di tutta l'amministrazione e da noi no?Cosa c'entrano i «costi della democrazia»? I numeri dell'ultima legge di stabilità parlano chiarissimo. Depurata dal costo del debito pubblico, la spesa statale italiana nel 2014 sarà inferiore del 4,5% a quella prevista per il 2012. Circa 20,3 miliardi in meno. Lo stanziamento per gli «organi costituzionali, a rilevanza costituzionale e presidenza del consiglio», cioè Camera, Senato, Quirinale, Consulta, Csm, Consiglio di Stato, Corte dei conti, Cnel e palazzo Chigi resterà invece intatto: 2 miliardi e 981 milioni di euro. Lo stesso di oggi.
    Ma non avevano detto di aver tagliato? Avevamo capito male? Riprendiamo quanto dichiarò a verbale il 2 agosto il questore della Camera Francesco Colucci: «Nel triennio 2011-2013 il bilancio dello Stato potrà beneficiare di una minor richiesta di dotazione da parte della Camera pari a 75 milioni di euro». Commenti degli osservatori «ingenui»: però! E via coi calcoli: se quest'anno per mantenere Montecitorio paghiamo 992,8 milioni fra due anni vorrà dire che si ridurranno a 917,8. No: resteranno sempre 992,8. E quei 75 milioni? Semplice: sono gli aumenti cui la Camera ha deciso di rinunciare. Quindici milioni per il 2012, più 30 per il 2013 e ancora 30 ai quali l'amministrazione aveva già rinunciato più di due anni prima, nell'aprile del 2009. Per capirci: come le baionette di Mussolini. Contate e ricontate, scusate il bisticcio, per mascherare i conti. La verità è che mentre le borse crollavano e il governo si apprestava a raddoppiare la già dolorosa manovra di luglio, la Camera tagliava le spese correnti del 2011 di un misero 0,71% e il Senato di un ancor più impalpabile 0,34%. Ed è inutile ricordare, come già i lettori sanno, che Montecitorio potrebbe alleggerire assai la richiesta di denaro alle casse dello Stato: le basterebbe rompere il «salvadanaio» e usare i 369 milioni di avanzi di cassa accumulati nel corso degli anni e custoditi nei conti correnti bancari. O anche, perché no, mettere a disposizione almeno parte del ricco «Fondo di solidarietà» dei deputati: un tesoretto creato negli anni grazie pure ai generosi contributi della Camera e che ha una liquidità di ben 180 milioni eccedente le necessità per cui è stato costituito, pagare le liquidazioni dei deputati.

    Non bastasse, ieri pomeriggio è arrivata la ciliegina sulla torta.Un'agenzia LaPresse : «Per gli assenteisti in commissione decurtazione della diaria, mentre per i “sempre presenti” un incentivo. Saranno queste le misure in discussione domani durante la riunione dell'ufficio di presidenza della Camera». Traduzione: i parlamentari pagati per stare in Parlamento se staranno sul serio in Parlamento verranno pagati di più. Un capolavoro. Possiamo sommessamente ricordare che un ritocco così piacerebbe anche ai maestri (più soldi se vanno a scuola), agli autisti d'autobus (più soldi se si mettono al volante), ai centralinisti (più soldi se rispondono al centralino) e così via? Diranno: ma non ci sono soldi! Appunto…

    Sergio Rizzo
    Gian Antonio Stella
    25 ottobre 2011 09:18


    #69246

    Anonimo

    http://pauperclass.myblog.it/archive/2011/10/25/attacco-globalista-all-italia-di-eugenio-orso.html

    TTACCO GLOBALISTA ALL’ITALIA
    Postato il Martedì, 25 ottobre @ 06:04:31 CDT di davide

    DI EUGENIO ORSO
    pauperclass.myblog.it

    Dopo la piccola Grecia e la ormai semidistrutta Libia è arrivato il turno dell’Italia.
    Una volta tanto, chi scrive, pur con molte perplessità e non pochi disgusti, è costretto a stare oggettivamente dalla parte di Berlusconi e Bossi, nemici insidiosi ma secondari, contro il Nemico Principale globalista.

    La replica di Berlusconi al ghignante duo Merkel e Sarkozy – “Nessuno nell’Unione può autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner.”, è un gesto di risentimento e di stizza e nello stesso tempo uno scatto d’orgoglio inaspettato, ma di certo non chiarisce che anche la Merkel e Sarkozy non sono affatto “sovrani”, essendo ridotti al ruolo di comparse e marionette della classe globale che controlla l’Europa, quanto i vari burocrati come Herman Van Rompuy o i Barroso.

    Questo è il destino dei moderni valvassini, nobili di basso rango subordinati ai livelli superiori e loro espressione, e nel caso di Merkel e Sarkozy – a riprova che non esiste una vera Europa, in qualche modo unita, con sentimenti di fratellanza fra i popoli che la compongono, i due stanno soltanto cercando di mettere al sicuro i loro piccoli feudi (tali ormai si possono considerare nell’economia globale), buttando a mare e cannibalizzando l’Italia, nell’illusione che questo sacrificio offerto per placare la fame di Mercati e Investitori possa bastare.

    Merkel e Sarkozy, per quanto sprezzanti nei confronti di Berlusconi (ma soprattutto nei confronti dell’Italia), non sono in grado ribellarsi alla classe globale dominante, alla BCE e all’euro, né avrebbero il coraggio di farlo (trattandosi di piccole tacche) e allora cercano di trasformare in vittime sacrificali per il nuovo Moloch capitalistico i paesi più deboli dell’Europa dell’Unione (l’Europa monetaria e posticcia), sperando da bravi valvassini che i loro circoscritti territori, Germania e Francia, non subiscano la stessa sorte, inghiottiti con tutta la popolazione nella fornace della Creazione del Valore finanziaria, azionaria e borsistica.
    Molto meglio buttare a mare l’Italia, con la piccola Grecia.

    Tuttavia Berlusconi, nonostante il piccolo scatto d’orgoglio, assicura che il suo governo farà quanto richiesto (leggasi quanto ordinato dalla Voce del Padrone), e sta cercando disperatamente di convincere Bossi a mettere mano alle pensioni, ben sapendo che la riforma delle pensioni da sola non basterà (non basta mai agli stragisti globali ed europoidi) e che l’Europa, o meglio, il suo doppio maligno interamente nelle mani dei nuovi dominanti, chiede “un pacchetto completo” di controriforme impoverenti ed altra macelleria sociale (vendita del patrimonio pubblico, liberalizzazioni e privatizzazioni, tagli draconiani al welfare), in dosi sovrabbondanti.

    A nulla serviranno questa volta altri condoni fiscali, da iscrivere a bilancio ottimisticamente, pur di evitare di toccare l'età pensionabile e di “mettere le mani nelle tasche degli italiani”, scontentando così milioni di lavoratori, di contribuenti, e soprattutto di potenziali votanti. Si “richiedono” all’Italia, con decisione e in fretta e furia, dando 48 ore di tempo come nei classici ultimatum militari, misure adeguate per la crescita (leggasi la folle corsa all’incremento del valore finanziario che tutto travolge), per l’occupazione (è soltanto fumo negl’occhi, perché esclusione e sotto-occupazione caratterizzano questo capitalismo), e la tanto attesa riforma della giustizia (ma non come vorrebbe il Berlusconi pluri-inquisito).

    Il Nuovo Capitalismo si sta affermando nel mondo come modo di produzione sociale prevalente, in sostituzione del capitalismo del secondo millennio, e la Global class, con il suo sistema di potere, è sempre più forte ed oggi sembra che possa permettersi di agire incontrastata a varie latitudini, nonché di imporre alla luce del sole, attraverso i suoi proconsoli e valvassini locali, misure economico-finanziarie e politiche da seguire ai governi e agli stati. Altrimenti si finisce come la Grecia, o peggio, come la Libia.

    Le nuove contraddizioni capitalistiche, che quando si manifesteranno saranno più laceranti e sanguinose di quelle del capitalismo del secondo millennio (lotta di classe fra borghesia e proletariato, falsa libertà, sfruttamento degli operai), sembra che siano ancora ben lontane dall’esplodere in tutta la loro virulenza.

    Perciò si difende con successo e si propaga il peggior liberismo distruttore, profittando dell’assenza di contrasto e dell’inerzia delle popolazioni, quando persino il Vaticano, attraverso l’autorevole Pontificio consiglio per la giustizia e la pace, è giunto alla conclusione (scontata) che l’attuale crisi è il prodotto della diffusione delle ideologie liberiste.

    Dopo aver ricattato e piegato la Grecia, messa sotto ferrea “tutela” e governata direttamente da collaborazionisti locali (Gorge Papandreou e il suo Pasok “socialista”), dopo aver contribuito a semidistruggere la Libia per poter controllare i suoi bacini di materie prime energetiche, usando lo strumento militare Nato e spingendo in prima linea la Francia e l’Inghilterra interventiste, i globalisti dominanti ora se la prendono con l’Italia, boccone grosso in Europa e paese debole, con un grande debito pubblico e una bassa crescita (principali pretesti per l’attacco) ed un presidente del consiglio screditato e un po’ “indisciplinato” (che è un altro pretesto).

    I sub-dominati politici tedeschi e francesi, valvassini di un capitalismo che rivela sempre di più inquietanti tratti neofeudali, collaborano nel mettere alle strette l’Italia e continuano a sperare che i loro paesi (piccoli feudi) non finiscano nella fornace di un possibile collasso dell’euro e dei continui downgrade orchestrati dalle agenzie di rating.

    Qui non si afferma che si devono difendere a spada tratta Berlusconi e il suo esecutivo come “minore dei mali”, ben sapendo che ciò che verrà dopo sarà totalmente subordinato ai globalisti e ai loro proconsoli continentali europoidi, ma soltanto che Berlusconi non è più il primo problema per l’Italia, e la sua rimozione, consensuale o forzata che sia, non avrà certo il potere – come ci fa credere una parte significativa dell’apparato massmediatico, di rasserenare l’orizzonte.

    Del resto, Berlusconi non ha proprio tutto quel potere che fino a poco tempo fa gli si attribuiva (quasi che fosse il neoduce), poiché, come ha scritto in modo molto chiaro Costanzo Preve, “L’Italia è completamente commissionata dal duopolio Draghi-Napolitano. Un banchiere ed un ex-comunista riciclato in rappresentanza degli interessi militari dell’impero americano (glissiamo sull’impero americano, n.d.s.) e (soprattutto, n.d.s.) dei parametri oligarchici dei poteri finanziari.”, ma il Cavaliere continua a starsene incollato su quella poltrona di presidente del consiglio dalla quale i dominanti globali lo vogliono sloggiare.

    Il pacchetto completo di riforme ordinato al governo italiano dalla classe globale attraverso i proconsoli europoidi sicuramente, una volta varato e applicato (e probabilmente ciò si verificherà abbastanza presto), seminerà miseria e disperazione nella penisola. Ci sarà a quel punto una forte reazione della parte sana del paese, con connotati finalmente anti-europei ed anti-euro, rivolta contro il Nemico Principale (la Global class) e i suoi valvassini in Europa?

    Questa sarebbe la speranza, ma finora le manifestazioni e le proteste (tranne forse che in Grecia), per quanto nella maggioranza dei casi blande e pacifiche, si sono rivolte sempre contro i governi locali e non contro chi li comanda, li manovra e li tiene in pugno.

    A che servirà, se sopravvivrà politicamente ancora per un po’, prendersela sempre e soltanto con il valvassino mancato Berlusconi, in calo di consensi e sgradito ai globalisti dominanti, visto ciò che sta per arrivarci addosso?


    #69247
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    https://www.facebook.com/brig.zero

    #69248

    Anonimo

    Innalzamento dell’età pensionabile: così si ammazzano gli anziani

    http://www.agoravox.it/Innalzamento-dell-eta-pensionabile.html

    La tomba del condono

    http://www.disinformazione.it/condono.htm


    #69249

    Anonimo

    http://www.vocidallastrada.com/2011/10/storia-e-propaganda-delle.html

    STORIA E PROPAGANDA DELLE LIBERALIZZAZIONI IN ITALIA

    Recentemente il ministro Tremonti ha presentato il suo piano per salvare l'Italia dal debito, principalmente, svendendo i beni pubblici. Questa ricetta apparentemente innovativa ha in realtà origine ben precise che tenterò di spiegare, facendo menzione di alcuni eventi internazionali che influirono sull'economia italiana.
    Di Massimiliano Moresco
    http://capitanessuno.blogspot.com/

    Lo sviluppo dell'economia dopo la Seconda guerra mondiale
    Nel 1944 i potenti della terra si riunirono nella cittadina americana di Bretton Woods per istituire e regolare il mercato e per evitare il disastro della grande depressione del '29.
    Gli accordi prevedevano l’istituzione del dollaro come moneta di riferimento (a scapito della sterlina) e la sua convertibilità con l'oro, in modo che fosse garantita da un bene materiale universalmente riconosciuto. Ovviamente tutte le altre valute nazionali dovevano adeguarsi a questo parametro di riferimento. Suddetto sistema dava la possibilità di regolare la convertibilità delle singole valute nazionali con un sistema di cambio che non permettesse grandi oscillazioni. Ciò consentì alle economie più deboli di emergere e in l'Italia si assistette, com'è noto, al grande boom economico.
    Ben presto però gli Stati Uniti cominciarono a non rispettare i patti di stabilità della convertibilità della loro moneta con l’oro. Infatti solo dopo due decadi le riserve auree dello stato americano erano arrivate ad un quinto della moneta circolante. In questo contesto l' amministrazione Nixon decise con un atto unilaterale, il 15 agosto del 1971, di sopprimere la convertibilità dell’oro in dollari, decretando così la caduta di uno dei pilastri di Bretton Woods; ciò permise all'apparato industriale e multinazionale americano di agire con maggiore libertà nell'economia mondiale.
    Le conseguenze di questo atto sono ben spiegate dall'analisi di Noam Chomsky:
    “Gli accordi di Bretton Woods miravano a controllare il flusso dei capitali. Nel secondo dopoguerra, quando Stati Uniti e Gran Bretagna hanno creato questo sistema, c’era un gran desiderio di democrazia. Il sistema doveva preservare gli ideali sociali democratici, in sostanza lo Stato previdenziale. Per farlo occorreva controllare i movimenti di capitali. Se li si lascia andare liberamente da un paese all’altro, arriva il giorno in cui le istituzioni finanziarie sono in grado di determinare la politica degli Stati. Costituiscono quello che viene chiamato “Parlamento Virtuale”: senza avere un’esistenza reale, sono in grado di incidere sulla politica degli Stati con la minaccia di ritirare i capitali e con altre manipolazioni finanziarie.[…] Così in tutto il mondo, si assiste da allora a un declino del servizio pubblico, alla stagnazione o al calo dei salari, al deterioramento delle condizioni di lavoro, all’aumento delle ore lavorative.” (1)
    Questo evento fu probabilmente origine delle liberalizzazioni, che sotto l'egida di una maggior efficienza, produsse innumerevoli cambiamenti specialmente nello stato italiano. Difatti a partire dagli anni 80 si diede avvio ad una crescente privatizzazione delle imprese pubbliche e le prime smobilitazioni furono quelle riguardanti le banche. Dal 1936 esse conservavano un assetto di separatezza tra istituti bancari e industria costituendo anche l' importante funzione di controllo dell'economia privata e delle banche ad indirizzo commerciale e privatistico. La smobilitazione della Banca d' Italia avviene precisamente nel 1981 quando, a seguito del mancato rispetto degli accordi di Bretton Woods, il paese rientra nella sfera di influenza del Fondo Monetario Internazionale, promotrice di una politica scellerata contrassegnata da una riduzione della spesa pubblica e dalla apertura delle frontiere per la circolazione dei capitali.(2).

    In tal contesto la banca nazionale italiana viene nettamente separata dal tesoro, ministero adibito al controllo pubblico della moneta e in questo modo i tassi di sconto non sono più decisi dallo Stato ma dalle leggi di mercato. Siffatto evento sarà propedeutico alla trasformazione della Banca in società per azioni (SPA) nella seconda metà degli anni '90 e il successivo abbandono della moneta Italiana a favore dell'euro.

    Dalla fine degli anni '80 comincia lo smantellamento dei beni pubblici maggiori, considerati dei carrozzoni insostenibili per l' economia comune, che faranno rientrare (seppur nel breve periodo) consistenti somme di capitale, anche se, venduti a prezzi di ribasso. Infatti la motivazione principale di tale atto era l'enorme esposizione statale verso il debito pubblico. Per i proponenti vi sarebbe stata una maggiore liberalizzazione, con la possibilità per diversi gruppi imprenditoriali di partecipare all'acquisto di imprese, determinando una conseguente diminuzione dei prezzi. Con tale favola si lasciava intendere come i piccoli imprenditori potessero essere parte attiva all'acquisto ma la promessa non ebbe gli effetti sperati. Se è pur vero che nel breve periodo, a seguito delle dismissioni, vi siano state entrate piuttosto consistenti , nel medio periodo invece non si rilevarono significativi incrementi. Anzi, a seguito di un rincaro dei prezzi, i servizi apportati sono continuamente e inesorabilmente peggiorati mentre le assunzioni hanno assunto l'aspetto di una chimera irraggiungibile.

    Quest'effetto, è stato provocato dall'instaurarsi di regimi monopolistici o al massimo oligopolistici non interessati a recitare una parte di reale concorrenza. Un rapporto del ministero dell'economia e della finanza del 2006 dimostrava un inesorabile fallacia della prospettiva paventata dalle liberalizzazioni come panacea di tutti i mali. La propaganda dei minori costi si scontra poi con i dati ufficiali del ministero:

    2002 2003 2004 2005 2006

    Aumento tariffe

    +0,1 +0,9 +0,9 +1,5 +1,6

    Aumento beni e servizi liberalizzati

    +3,8 +3,6 +2,6 +2,0 +1,9

    Prezzi al consumo

    +2,5 +2,7 +2,2 +1,9 +2,1 2 (3).

    Anche la Corte dei Conti, in uno dei rapporti annuali redatto nel 2010, ha evidenziato come tali denazionalizzazioni abbiano prodotto, oltre che uno svuotamento delle casse sociali, un' aumento dei prezzi in numerosi settori come le tariffe legate all' acqua, al gas, alla luce e ai pedaggi autostradali (3).

    Il progetto, approvato dal consiglio dei ministri il 30 dicembre del 1992, prevedeva lo smantellamento di storici cartelli pubblici dell'impresa italiana; tra questi basti citare fra gli altri, IRI, ENI, ENEL, IMI, BNL, INA, autostrade e il complesso dell'industria siderurgica. La seconda fase invece prevedeva, ancor'oggi in fase d' attuazione, la dismissione di importanti settori di interesse pubblico: ferrovie, sanità, previdenza sociale, gas luce e per ultima l' acqua. L’ ultimo atto approntato dal governo Berlusconi riguarda proprio il settore delle municipalizzate proprietarie delle condotte acquifere, che, col decreto Ronchi approvato alla camera il 19 dicembre 2009, hanno intaccato uno dei settori di maggior importanza per il bene comune, fortunatamente abrogato grazie al recente referendum popolare (4).

    Analizzando la situazione industriale delle imprese pubbliche nel lungo periodo si nota, come fino agli anni settanta (quando è decaduta l' economia legata ai parametri di Bretton Woods) queste potevano vantare un esposizione al debito pubblico poco rilevante. Tal ipotesi è sostenutua da questo grafico:

    In esso è possibile notare l' impennata del debito subito dopo gli anni 70 e la minore incidenza prima di tale periodo.
    Altresì l'assunto di mobilitare un azionariato diffuso tra i piccoli risparmiatori non regge di fronte alla logica dei fatti. In realtà solo un terzo delle proprietà rientra in questo contesto.

    Per inciso la propaganda riguardante il debito pubblico statale, non ha riscontri nei fatti; realtà produttive come l' IMI che poterono vantare un' attivo perdurante da almeno 60 anni furono svendute svuotando così le casse statali di importanti entrate (5). L' IMI svolgeva un' importante funzione sociale. Se durante la guerra si è adoperata nel finanziare e nel riattivare l' economie distrutte del mondo, in cooperazione con altre realtà mondiali, nel dopoguerra è stato finanziatore delle grandi industrie, piccole e medie imprese e sostegno, sotto forma di prestiti, alla vacillante economia del mezzogiorno. Questa realtà, oltre a garantire un indotto considerevole per l' economia pubblica italiana, dava lavoro a moltissime famiglie.

    In quel caldo periodo contrassegnato dalla vicenda di “mani pulite” si consolidarono eventi di rivoluzionari in grado di ribaltare la scena politica. Alcuni politici elevatisi alla ribalta nazionale, come il due volte premier Prodi, decretarono assieme a speculatori internazionali il destino dell' Italia. E' poco nota la vicissitudine assurta agli onori della cronaca come l’affaire Britannia, dal nome del panfilo, sede della riunione di capi di stato, economisti e capitalisti dove, a largo delle coste siciliane il 2 giugno del 1992, si decretò la fine dello stato sociale e l’ avvio alle privatizzazioni. Oltre a Prodi, c' erano personaggi del calibro di Mario Draghi e Ciampi, rappresentanti di famiglie molto influenti come i Warburg, banche d' affari come Barclays e Goldman Sachs.

    La storia dai contenuti spesso frammentari si é esplicitata soprattutto grazie a fonti indirette. Difatti gli organi di stampa ufficiali l'hanno si menzionata ma rivelando ben poco, specificandola tuttalpiù come un fenomeno avvolto da un alone di mistero.

    Tangibilmente, inerente alla vicenda, vi sono state interrogazioni parlamentari di personalità congiunte agli schieramenti più disparati, sia di destra sia di sinistra, così come parlamentari legati alla vecchia DC. Tali appelli improntati a gettar luce su vicende d'essenziale interesse pubblico, rimasero sempre inascoltati dalla controparte governativa e contrassegnarono ciò che sarebbe diventata la condotta del potere da li a poco.

    Anche negli ultimi anni la vicenda è stata riabilitata dal vituperato Brunetta che, in un convegno del Pdl a Cortina D' Ampezzo, esterna le seguenti affermazioni:
    “Ve lo ricordate il Britannia? Se non ve lo ricordate”, dice Brunetta, “ve lo ricordo io. Il Britannia è una nave, appartenuta già alla casa reale inglese, che navigò davanti alle coste italiane […], ospitando dentro banchieri, grand commis dello Stato, esponenti vari della burocrazia… in cui si svolse un lungo seminario, durato un paio di giorni, in cui si trassero le linee della svendita delle aziende di stato italiane”.

    Non è da meno l' autorevole opinione di Sergio Romano che nel 2009, attraverso Il corriere della sera, rende manifesto il suo pensiero legato alla vicenda:
    “La crociera fu breve e pittoresca, con una orchestrina della Royal Navy che suonava canzoni nostalgiche degli anni Trenta e un lancio di paracadutisti da aerei britannici che si staccarono in volo da un incrociatore e scesero come stelle filanti intorno al panfilo di Sua Maestà. Fu anche utile? È difficile fare i conti. Ma non c’è privatizzazione italiana degli anni seguenti in cui la finanza anglo-americana non abbia svolto un ruolo importante.”
    Verso Mario Draghi, altro personaggio dei poteri finanziari anglo- americani e attuale governatore della Banca d' Italia, si scagliò contro uno di quei personaggi della prima repubblica discusso per vicende spesso oscure della storia italiana: Francesco Cossiga. Egli dichiarò in diretta televisiva, di fronte ad un esterrefatto Luca Giurato,riguardo a Draghi “Un vile. Un vile affarista”, (ha detto Cossiga riferendosi ad una sua eventuale nomina a premier) “Non si può nominare presidente del Consiglio dei ministri chi è stato socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana. E male, molto male – ha aggiunto – io feci ad appoggiarne, quasi ad imporne la candidatura a Silvio Berlusconi; male molto male. È il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana quando era direttore generale del Tesoro. Immaginati – ha concluso Cossiga – cosa farebbe da Presidente del Consiglio: svenderebbe quel che rimane, Finmeccanica, l’Enel, l’Eni”.

    Queste parole scioccanti inducono a pensare come, sotto un apparente piano di salvataggio dei governi tecnici, vi fosse una strategia ben precisa condotta a svendere pezzi dell'Italia nelle mani di pochi speculatori.
    La cosiddetta prima repubblica che tanto scalpore suscitò con la vicenda giudiziaria legata alle tangenti, è stata soppiantata nella sua fase iniziale, dai cosiddetti “governi tecnici.”

    Da quell'incontro nel panfilo inglese diventarono protagonisti della scena politica principalmente personaggi italiani compiacenti ai poteri forti della finanza internazionale. Chi malediva la prima Repubblica come il male assoluto non si rese conto che, con tutte le malefatte, quei personaggi possedevano un senso dello stato e delle istituzioni che i politici successivi non poterono vantare.
    Per questo il 1992 è stato uno degli anni peggiori per la storia dell'Italia e purtroppo solo adesso cominciamo a prenderne coscienza. Infatti con “mani pulite” che portò alla ribalta Di Pietro, su l' onda del coinvolgimento emotivo, gran parte della comunità civile si illuse che un nuovo corso politico e sociale potesse esserci.

    Come abbiamo visto c' era chi, sfruttando la suggestione di quel periodo, ordiva un piano malefico per indebolire l'Italia dalle sue proprietà pubbliche. Non solo, il governo guidato dall'ex governatore della Banca d' Italia Carlo Azeglio Ciampi, rappresentante del mondo finanziario internazionale, (che come abbiamo visto spingevano per le liberalizzazioni dei beni pubblici) ebbe la brillante idea di sottoscrivere il cosiddetto “protocollo” assieme alle tre sigle sindacali di maggior rilievo, decretando la fine della scala mobile e instaurando la pratica della concertazione. Il risultato fu che la paga base non venivano adeguate in maniera automatica, su base annuale, ma grazie agli accordi sottoscritti da CGIL CISL UIL, una tantum.

    Gli strascichi relativi a questa vicenda si sono propagati anche sul piano dialettico,con un stravolgimento del significato della parola. Nel tempo si è sviluppato un repertorio oratorio da far impallidire Orwell, autore del celebre romanzo 1984. Oramai è prassi sentire pronunciare frasi paradigmatiche, di questa paradossale situazione, quali “aumentare la produttività” che nella neo- lingua odierna significa dovete lavorare di più e meglio,“ tagliare la spesa pubblica” che nell'accezione moderna è: sempre meno servizi e conseguente riduzione dei diritti.

    Fonti
    1. http://Www.Movisol.org
    2.http://www.homolaicus.com/storia/oro/bretton_woods.htm
    3.Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, L’economia italiana nel 2006, pag.35
    4.Http//:www.economiaefinanza.it/cortedeiconti.html
    5.http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/11/acqua-privatizzazione-decreto-ronchi.shtml
    6. Libro bianco sulle privatizzazioni, Ministero del Tesoro, del bilancio e della programmazione economica, 2001, pag. 32.


    #69250
    prixi
    prixi
    Amministratore del forum

    Nuovo crollo a Pompei, nella domus di Diomede sulla via Consolare

    Un nuovo crollo è stato segnalato a Pompei questa volta nella Domus di Diomede sulla via Consolare, la stessa lungo la quale nei giorni scorsi erano crollati due muri moderni. Lo denuncia la Uil. Sul posto ci sono i carabinieri.

    La Soprintendente ai beni archeologici di Napoli e Pompei Maria Teresa Cinquantaquattro ed i tecnici della Soprintendenza stanno effettuando verifiche nella zona della Via Consolare insieme ai carabinieri per accertare l' entità di eventuali danni. Lo hanno detto fonti della Soprintendenza che, al momento non confermano la notizia di nuovi crolli.

    Secondo quanto riferisce la Uil dei Beni culturali sembrerebbe “che anche in questo caso il crollo e le pietre siano venute fuori per effetto della scerbatura. La segnalazione sarebbe stata fatta dalla ditta incaricata dei lavori che avrebbe quindi avvertito il custode che poi ha dato l'allarme”. Il nuovo episodio, avverte il sindacato, richiama ulteriormente la necessità di procedere al più presto alle operazioni di monitoraggio: “Va controllato tutto – conclude la Uil – altrimenti è uno stillicidio di crolli”.

    27 ottobre 2011

    http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/11/10/27/crollo-pompei-diomede-123.html

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    Informazioni sul video

    Pubblicato il 27/10/2011 11:57
    Un “tesoretto” per Pompei: l'Unione europea ha dato il via libera allo stanziamento di 105 milioni di euro da utilizzare nei prossimi quattro anni per ristrutturare le domus, mettere in sicurezza il sito e rafforzare la Sovrintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Fondi che arrivano a pochi giorni da nuovi crolli che hanno riportato al massimo livello l'allarme per uno dei più importanti tesori artistici del nostro Paese. Il progetto si articola in cinque punti e i lavori, secondo Bruxelles, dovrebbero cominciare già all'inizio del prossimo anno. Il finanziamento europeo, però, potrebbe fare gola anche alla criminalità e il sottosegretario ai Beni culturali Riccardo Villari lancia l'allarme: “Ci sono dei segnali – ha spiegato – che poi si possono interpretare in tanti modi” della presenza della camorra. Un ulteriore campanello d'allarme per invitare tutti a mantenere alta la vigilanza su Pompei, in tutti i sensi.

    http://video.tiscali.it/canali/News/Italia/93831.html


    "Il cuore è la luce di questo mondo.
    Non coprirlo con la tua mente."

    (Mooji - Monte Sahaja 2015)

    #69251
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    [quote1319723096=prixi]
    Nuovo crollo a Pompei, nella domus di Diomede sulla via Consolare
    [/quote1319723096]
    Come dicono questi stronzi..la cultura non si mangia :nono:


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

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