l’ italia in rovina

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  • #70643
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

    #70644

    Anonimo

    http://europeanphoenix.it/component/content/article/3-societa/636-perche-in-italia-un-suicidio-non-fa-la-rivoluzione

    PERCHE’ IN ITALIA UN SUICIDIO “NON FA LA RIVOLUZIONE” ?

    Sono due-tre giorni che mi chiedo quale differenza passi tra un tunisino, venditore ambulante, che si dà fuoco per protesta davanti alle autorità locali che gli hanno confiscato la merce, e un italiano, di professione fioraio, che s’immola allo stesso modo negli uffici del suo Comune lanciandosi poi dal balcone per dimostrare la sua disperazione a chi non vuol concedergli la concessione per l’uso dello spazio prospiciente il negozio.

    Evidentemente non c’è alcuna differenza: sono entrambe storie di persone esasperate che per un motivo o per l’altro non vedono più una via d’uscita per la loro situazione.

    Nella foto: i funerali del fioraio suicida di Ercolano

    Ma in un caso, quello tunisino, è “scoppiata la rivoluzione”, e tutto il mondo ha saputo dell’immolazione del giovane Bou Azizi. Nell’altro, quello italiano, a malapena ci si ricorda, passata la “notizia di cronaca”, della fine orrenda del povero Antonio Formicola. Al massimo si organizza una raccolta di firme per cacciare il sindaco di Ercolano e il capo dei Vigili Urbani.

    Eppure, in Italia, a giudicare dal progressivo deterioramento delle condizioni economiche e sociali, gli estremi per uno scatto d’ira collettiva ci sarebbero tutte.

    Molte attività commerciali a conduzione familiare faticano a restare aperte e un tot di piccole imprese chiudono baracca e burattini, strette nella morsa dello Stato che le considera covi di “furbetti del quartierino” e dei centri commerciali che proliferano come cellule tumorali attorno a cellule sane (dietro un negozio c’è una famiglia, ma nei “mall” tutti sono dipendenti di qualche anonimo consiglio d’amministrazione). Lavoro dipendente non ce n’è quasi più, e manco basta inventarselo, alla faccia delle magnifiche sorti e progressive che avrebbe atteso il berlusconiano “popolo delle partite Iva”. Se vuoi fare il contadino o l’allevatore e cavare anche una resa in soldoni devi stare entro gli assurdi parametri dell’euroburocrazia che stabilisce “quote” e “norme” senza alcun criterio apparentemente logico, mentre dal cielo aerei senza pilota e senza contrassegno bombardano a più non posso con sostanze le più nocive i campi che dovrebbero darci da mangiare del cibo sano. I concorsi pubblici ormai si fanno ogni morte di papa (e tra l’altro ora i papi si dimettono!) e chi riesce ad andare in pensione non viene sostituito, o almeno non si dà a chi va a rimpiazzarlo un “posto di lavoro” di pari dignità: non a caso il ritornello dell’attuale “governo dell’ammucchiata” è quello del “lavoro per i giovani”, naturalmente a condizioni capestro e indegne d’un uomo libero.

    Se poi si aggiunge che deve usare una moneta non sua (causa, tra le altre delizie, del famoso “debito pubblico”) e deve sopportare la presenza d’una pluridecennale occupazione militare, nonché politica, economica e culturale da parte degli Stati Uniti, che cosa resta dunque da fare al bistrattato popolo italiano?

    Forse, nelle intenzioni di chi viene oculatamente ed alternativamente piazzato a fargli sistematicamente la guerra (v. “governare”), dovrebbe passare le giornate nelle sale per scommesse che lo Stato stesso incoraggia immoralmente, o proporsi come corriere della droga per qualche “cartello” ben ammanicato con l’Oltreoceano. O magari mettersi al servizio di qualche associazione a delinquere, di cui certo l’Italia non difetta, oppure prostituirsi e basta, uomini e donne non fa differenza, fintanto che la cosa non provocherà un conato di vomito quando capiterà di riguardarsi allo specchio.

    Insomma, le occupazioni “alternative” e le maniere per tirare a campare non mancano, né quello italiano è un popolo al quale manca il proverbiale ingegno!

    Questo è, in sostanza, il messaggio che passa dai “palazzi della politica”.

    Ma perché, dicevamo, in Tunisia “il popolo” s’è rivoltato, mentre in Italia, sebbene i suicidi qui siano addirittura in quantità superiore, tutto resta a bocce ferme?

    Premesso che il mito della “rivoluzione” ha fatto il suo tempo (per cui non è tanto interessante che “scoppi un casino” e che “tutto cambi affinché nulla cambi” quanto constatare almeno la capacità reattiva d’un popolo vessato), proviamo a capire perché gli italiani non si ribellano e non accennano a farlo, ma anzi ingoiano il rospo lasciandosi andare a gesti autolesionistici ed irreparabili, oppure, in numero crescente, chiudendo definitivamente con l’Italia (v. emigrazione e “fuga dei cervelli”) e la sua atavica condizione apparecchiata per creare solo difficoltà a chi ha voglia di fare e, fondamentalmente, di vivere tranquillo senza assilli e patemi.

    Il primo dato da considerare è che dietro una “rivoluzione” c’è sempre un’organizzazione. La “presa della Bastiglia” col popolo urlante ed i forconi in mano è più che altro una presa… per il culo che ancora propinano agli studenti delle scuole. La cosiddetta “Primavera araba” è stata preparata per anni con tutto un lavorio di personale addestrato dalle varie “organizzazioni non governative”, che a sua volta ha individuato gli elementi locali adatti a guidare la protesta e, soprattutto, a diffondere stati d’animo atti a facilitare il “cambiamento” e far scivolare così il paese di turno nell’orbita americana. I soldi, come in tutte le situazioni simili, non sono mancati, né la copertura mediatica in favore di “dissidenti” (se ne trovano sempre) e di giovani di belle speranze (di far soldi e carriera con lo Zio).

    Qua, invece, dove siamo già straoccupati dall’America fino al midollo, non c’è alcun interesse a dare un seguito “rivoluzionario” a questi frequenti gesti estremi di disperazione. Pertanto finché una grande potenza (Russia o Cina) non si metterà in testa di utilizzare gli stessi sistemi delle “rivoluzioni colorate” targate Occidente (infiltrazione, sostegno, copertura mediatica eccetera), hai voglia te a suicidarti: possiamo anche ammazzarci tutti, in diretta televisiva, e non accadrà nulla.

    Gli italiani, è vero, un segno di disaffezione e di larvata protesta verso l’andazzo lo stanno mostrando, sia disertando le urne, sia premiando il Movimento Cinque Stelle, che al di là di ogni altra considerazione è senz’altro una discreta novità e, almeno a parole (quanto ai fatti è ancora presto per giudicare), sembra voler cavalcare alcuni temi di cruciale importanza, quali la sovranità monetaria e militare della nostra nazione. Certo è che questo movimento, se vuole davvero incidere, deve smetterla di perdere tempo con quisquilie e quali la restituzione dei rimborsi elettorali o delle “diarie” e puntare diritto, martellando dalla mattina alla sera, sulle suddette due istanze sovraniste, andando davvero al di là della destra e della sinistra perché la sovranità nazionale non ha colore politico.

    Ma gli italiani, compresi i nuovi esponenti del movimento guidato da Beppe Grillo, hanno la stoffa e il coraggio per condurre una simile battaglia all’arma bianca? Oppure preferiscono cincischiare e polarizzarsi insulsamente, agiti come delle marionette, sui temi che il circo mediatico gli dà di continuo in pasto per distrarli e dividerli a tempo indeterminato?

    Sì, gli italiani sono troppo faziosi e non individuano la radice del problema che affligge la vita di molti di loro. Ovviamente non sto parlando ad un livello “filosofico”, quello della fatidica “domanda essenziale” (ché quella resta la medesima per il miliardario e il barbone), ma di quelle condizioni socio-economiche e, prima ancora, politiche, che rendono l’esistenza d’una nazione fiera perché libera, e dignitosa perché non dipende dagli schiribizzi dello “spread”.

    La radice di questa faziosità risale probabilmente a secoli addietro, ma certo è che l’epilogo del Fascismo e la stagione degli “anni di piombo” ci hanno messo del suo, col Badrone anglo-americano-sionista a pompare dosi da cavallo di odio tra italiani. Ecco perché una sana pacificazione nazionale non può che passare per il superamento dell’antifascismo in assenza di Fascismo, per dirla con le parole di Costanzo Preve. Ma va da sé che tale esito non può che prevedere, preliminarmente, la fine della sudditanza e del servaggio verso i nostri sfruttatori ed occupanti, con defenestrazione dei loro lacchè, e successiva bonifica mentale dopo decenni d’inquinamento esistenziale, perché quando è stato libero e sovrano il popolo italiano ha dimostrato di non essere secondo a nessuno, e nemmeno più diviso, anche se i documentari della Bbc, riversati a fiumi nelle nostre case col digitale terrestre, possono ingannare un pubblico di disinformati sull’inarrivabile “genialità” anglo-sassone e l’elevatezza del relativo ed inimitabile “stile”.

    Col che si capisce che l’importante nella vita è vendersi bene, e con gli strumenti adeguati. E che la divisione e la discordia sono la mala pianta che origina dal seme dell’occupazione straniera.

    In Italia poi, oltre ai suicidi causati dalla “crisi”, è in corso più d’una vibrante e reiterata protesta che coinvolge molti cittadini, come quella contro il Tav Torino-Lione, che prescindendo da ogni considerazione di carattere politico e/o geopolitico, presenta modalità analoghe a quella di questi giorni in Turchia, dove le iniziali rivendicazioni di tipo ambientalistico s’allargano fino alla messa in discussione della legittimità stessa dell’operato del governo (se non proprio della sua esistenza).

    Sembra infatti che la minaccia di tagliare degli alberi di un parco per far posto ad un progetto urbanistico abbia prodotto il subbuglio di questi giorni nel Paese della mezzaluna. Per carità, la cosa in sé può risultare odiosa e non condivisibile, ma con tutta evidenza c’è dell’altro per mettersi a protestare in pianta stabile da giorni e con quella determinazione. Mi chiedo quindi se non ci sarà anche chi sta sostenendo i rivoltosi perché ha un qualche interesse a modificare il corso della politica turca. Ogni governo straniero s’è in effetti messo a dire la sua e ad intimare a Erdogan cosa deve o non deve fare. Oppure vogliamo credere (come in Tunisia, Egitto eccetera) che sia tutto spontaneo?

    E che ci stiano simpatici o meno i “No-Tav”, in Val Susa le botte son volate per davvero e diversi attivisti sono stati fatti oggetto d’intimidazione e repressione. Né sono mancate sonore manganellate sul groppone di chi qualche mese fa manifestava nelle piazze di alcune capitali europee. Eppure tutto va avanti come se nulla fosse, mentre se le stesse briscole le tira la polizia turca mezzo mondo vien fatto “indignare” a mezzo stampa. Forse qualcuno aveva gridato allo scandalo e alla repressione redarguendo i vari governi greco, spagnolo ecc. per uno “spropositato uso della forza”? No, perché nel contesto europeo non deve avvenire in alcun modo un cambiamento politico, anzi, devono rafforzarsi la presa della Nato e la dittatura dei signori del denaro.

    Russia o Cina hanno protestato per i “diritti umani” violati? Non mi risulta. D’altra parte, se in giro per il mondo il “modello americano” trova diversi appassionati, tra cui giovani sprovveduti che non sanno cosa li aspetta e qualche volpone che ha fiutato l’affare, va ammesso che dalle nostre parti non vi sono schiere di entusiasti ammiratori di potenze in grado di competere con quella americana, anche e proprio a causa del grave ritardo, in giro per il mondo, nella comprensione della devastante incisività del cosiddetto “soft power”, ovvero tutto quell’apparato di condizionamento attivato attraverso una “cultura” ed una “informazione” in grado di catturare simpatie e consenso.

    In un quadro del genere, diventa perciò assai difficile per dei sinceri patrioti disposti a giocare ‘di sponda’ conseguire l’obiettivo della liberazione nazionale.

    Ma un fatto è certo. Come una rondine non fa primavera, un suicidio non fa la rivoluzione, specialmente se non si ha coscienza di qual è la radice del problema (l’assenza di sovranità) e la causa di un disagio sociale ed economico che si traduce in drammi come quello del suicidio di chi non riesce più a sopportare una situazione resa insostenibile.

    Enrico Galoppini


    #70645
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    http://blog.ilmanifesto.it/quintostato/tag/laureati/
    Prendete il XV rapporto Almalaurea sul profilo dei laureati e scoprirete quante menzogne sono state raccontate dai ministri della Repubblica a proposito degli studenti italiani. È facile, basta andare sul sito di questa seria istituzione bolognese per capire che nel 2012 tra i 227 mila studenti che hanno concluso un ciclo di studi universitario l’età media dei laureati è diminuita: 23,9 anni per i laureati di primo livello, 25,2 anni per le lauree magistrali e 26,1 per quelle magistrali a ciclo unico. Almalaurea delinea un’altra tendenza: anche il numero dei fuoricorso è diminuito tra il 2001 e il 2011: le studentesse e gli studenti che si laureano regolarmente sono aumentati in dieci anni del 41% da 172 mila a 299 mila.

    Non se n’erano accorti l’ex ministro dell’Istruzione Francesco Profumo o l’ex viceministro al Welfare Michel Martone, entrambi professori ordinari il primo al Politecnico di Torino e il secondo all’università di Teramo i quali, solo un anno fa, lanciarono l’allarme: le nostre università sarebbero popolate da persone che impongono alla comunità «costi sociali» insostenibili (Profumo) o da «sfigati» che non si laureano in tempo e cercano rifugio al calduccio nelle aule (Martone). La sconfessione non poteva essere più clamorosa. Non solo cresce la frequenza delle lezioni (68%), ma tra i laureati aumenta chi ha fatto una o più esperienze di stage e tirocini durante il corso degli studi (+56%), mentre il 18% di chi ha una laurea magistrale ha fatto un’esperienza di studio e lavoro all’estero. Diversamente, poi, da quanto credeva il ministro Cancellieri il 44% dei laureati è disposto a cambiare città e dunque a vivere lontano da mamma e papà……


    #70646

    Anonimo

    Link: http://carlobertani.blogspot.it/2013/06/la-via-di-mezzo.html

    LA VIA DI MEZZO

    DI CARLO BERTANI
    carlobertani.blogspot.it

    “La politica è forse l’unica professione per la quale non si considera necessaria alcuna preparazione specifica.”
    Robert Louis Stevenson – Familiar studies of Man and Book – 1882

    A ben pensarci, non può essere che così: qualsiasi altra interpretazione del suffragio universale è fallace, menzognera, disutile. Abbiamo appena provato sulla nostra pelle i frutti di un governo di “sapienti”, di platonica memoria, ed abbiamo verificato quanto sia antidemocratica ed inutile una simile operazione, che rischia veramente di far precipitare il Paese in un incubo (quello c’è già) dal quale non si riesce più ad uscire poiché ipnotizzati dalla soggezione verso i “sapienti” i quali, come perfidi serpenti incantatori, continuano ad intessere le trame del loro maleficio.

    E’ interessante ascoltare una breve intervista (1) pubblicata dal Fatto Quotidiano dove (senza saperlo) si confrontano da due diverse sponde Vendola e Cuperlo: non si tratta, qui, di dare giudizi sulla collocazione politica dei due o quant’altro, bensì d’analizzare attentamente il testo.

    Mentre Vendola ammette la crisi iniziata nel 2008, ma assegna ai “rimedi” proposti in sede europea la vera causa del tracollo italiano, Cuperlo è ingabbiato nella rete europea fino al collo e balbetta soluzioni che – ben sa – essere impraticabili e di cortissimo respiro.
    La politica è forse l’unica professione per la quale non si considera necessaria alcuna preparazione specifica.”

    Osserviamo, brevemente, l’alfa e l’omega (per adesso) della vicenda:

    “Il piano di intervento (del Piano Paulson N. d. A.), che all'inizio prevedeva una soglia nominale massima non superiore ai 700 miliardi di dollari, complessivamente ammontò a 7.700 miliardi di dollari. Tale quantitativo di liquidità venne immesso sul mercato bancario a tassi vicino alla zero dalla Federal Reserve, a sostegno delle banche non solo americane, ma anche europee (come Royal Bank of Scotland e UBS) durante il biennio di crisi 2007-2009.” (2)

    Salto numerose fasi della crisi, per giungere agli effetti finali:

    “Nella notte tra il 28 e il 29 giugno 2012 il Consiglio Europeo nel tentativo di trovare un argine alla crescente esposizione dei paesi dell'Eurozona (in particolare alcuni paesi mediterranei tra cui Italia e Spagna che pongono in veto allo scopo di esercitare pressione sul Consiglio) alla crisi di fiducia degli investitori, deliberò di implementare l'utilizzo del MES come copertura dai rischi di rifinanziamento degli stati e di fare del MES, accanto al Fondo europeo di stabilità finanziaria, un meccanismo di preservazione dall'aumento incontrollato dei rendimenti dei titoli pubblici, attribuendo agli stessi la funzione di intervenire acquistando per conto della BCE titoli di debito pubblico sul mercato secondario, a condizione che il paese richiedente sottoscrivesse un documento di intesa e si impegnasse a rispettare severe condizioni. In più venne attribuita al fondo la capacità di ricapitalizzare le banche senza l'intermediazione dei governi nazionali.” (ibidem)

    Ecco: “a condizione che il paese richiedente sottoscrivesse un documento di intesa e si impegnasse a rispettare severe condizioni.” Qui sta la radice delle nostre disavventure: un impegno preso da qualcuno che non era stato eletto a sottoscrivere qualsiasi impegno per mantenere quella “stabilità” e quei “rendimenti”.

    Quell’uomo fu Mario Monti.

    Insomma, dobbiamo pagare di tasca nostra per finanziare, e dunque capitalizzare, un fondo al quale potremmo accedere soltanto pagando un interesse (sui soldi nostri!) e accettare qualsiasi provvedimento di austerità. Fantastico: è come pagare l’assicurazione dell’auto e poi, quando hai un incidente, essi usano quei soldi per concederti un finanziamento, sempre che tu non superi mai più i 90 all’ora, altrimenti ti sequestrano l’auto e tutto il resto.

    Oggi, gli effetti dei subprime americani – ai quali la burocrazia bancaria ed europea ha aggiunto una serie di “rimedi” che sono peggio della cura – mostra i suoi artigli.

    Il governo Letta è una ciofeca: ingabbiato fra i veti incrociati, fra gli ex montiani che non contano nulla in Parlamento – ma dettano l’agenda grazie alle loro potenti amicizie in Europa, dal Bilderberg alla BCE – fino ai 101 traditori del PD, che affossarono la volontà popolare di gran parte del loro elettorato per sostenere l’agenda europea, galleggia, ogni tanto beve, ma non vede l’ora di tornare a riva. Nuotare nel mare della grande politica non è per loro, s’è capito.

    Perché non stilano una nuova legge elettorale? Prima di tutto perché questa conviene a tutti gli inciuciatori di questo mondo, e poi perché aprirebbe la via a nuove elezioni, vade retro satana, sembra di sentirli minacciare.

    Quindi, rimarranno lì fin quando “qualcosa” non li smuoverà: poco probabile un Berlusconi indebolito, meno ancora un Grillo che s’è incasinato da solo. Vivacchieranno, fra una batosta e l’altra (per noi): cos’avevate capito?

    Nel frattempo, s’affidano all’alleato di sempre: gli USA. Tutti se ne vanno dall’Afghanistan – ci pensano persino gli americani! – ma noi restiamo. Ogni tanto riportiamo a casa un cadavere, ma quando c’è il morto “fresco” non se ne deve parlare per rispetto, quando il morto è “muffito” passa in cavalleria.

    Oh, scorrendo la lista dei militari italiani morti all’estero (3) c’è da rabbrividire: morti per fuoco amico, per suicidio, una miriade per incidente stradale, un'altra bella quota per aeromobili che cascano (oh, ma ‘sti elicotteri italiani non sarebbe meglio mandarli ad una revisione?), chi è annegato, chi è saltato su una mina, chi si è sparato da solo per un “incidente”…va beh, lasciamo perdere.

    I morti, finora, sono 54: sui feriti non ho trovato dati, ma in una guerra sono almeno cinque volte i morti. Insomma, le perdite di una battaglia.

    Qui, sarebbe già un bel risparmio andarsene perché le cifre ufficiali sono fasulle: parlano di 1 miliardo l’anno, ma nelle “pieghe” dei bilanci militari si nasconde altro e si pensa che siano almeno due. Per una guerra che non si può vincere, ossia una guerra persa: ma questi “volontari” che vanno a morire per niente, ci pensano?

    L’altro bel capitolo riguarda gli F-35 i quali – fra nazioni che si ritirano dal programma e dubbi sul velivolo che giungono dall’amministrazione USA stessa – stanno diventando lo zimbello del terzo millennio. Col russo T-50, in arrivo intorno al 2015, al costo di un quarto di un F-35 e, sembra, più affidabile.

    Ma l’italia ha bisogno di questi aerei?

    Passino i 30 (versione B) per le due portaerei – ma gli americani pensano di cancellare proprio la Versione B ad atterraggio verticale – che sarebbero necessari per giustificare la costruzione delle stesse: insomma, passi la vecchia Garibaldi, ma la nuova Cavour non si capisce proprio cosa l’abbiano costruita a fare.

    In ogni modo, se la versione B non sarà costruita, le due portaerei rimarranno “a secco” di aerei: fantastico per una portaerei! Faranno le navi trasporto truppe per gli americani: garantito.

    Gli altri F-35 “normali” – quelli per l’AMI – non servono ad una mazza: sono ancora in consegna gli Eurofighter! E poi: una nazione che non riesce più a garantire reddito e sicurezza sociale, perché va ad impelagarsi in queste faccende?

    Questo, tanto per mettere in chiaro alcuni consistenti risparmi che si potrebbero ottenere dal settore militare: una forza di “difesa” che è in grado di “recapitare” senza problemi una bomba ad Herat, ma che non riesce a difendere Taranto o La Spezia da un’incursione di cacciabombardieri nemici. Ci torneremo – con argomenti convincenti – in un prossimo articolo.

    Il piatto forte, però, è un altro: inutile girarci attorno, perché stiamo sempre valutando all’interno dell’esistente, in altre parole non c’allontaniamo dalla tana.

    Proprio in questi giorni, Silvio Berlusconi fa la voce grossa perché Letta non batte i pugni a Bruxelles: non ha mica torto, però si dimentica quando fu lui a belare come un agnellino a Bruxelles. Ricorda? (4)

    Il dibattito, allora, verte su “cosa” dire a Bruxelles, “come” rispondere a Francoforte, “quali” sono le strategie e le tattiche più incisive.

    I lettori, forse, non meditano abbastanza sugli effetti della crisi greca: io non ci sto più a sentirmi cittadino italiano ed europeo, mi fa moralmente schifo che qualcuno – magari a Timbuctu – mi identifichi come appartenente ad una simile genia.

    La distruzione della Grecia è stata un’operazione pianificata: il debito greco è risibile, perché allora scatenare una vera e propria guerra contro Atene, per nulla dissimile dalle sanguinarie occupazioni che Berlino portò avanti in Europa dal 1939 al 1945?

    Una vicenda neocoloniale tutta interna all’Europa: ecco cos’è la crisi greca, manca solo un Gauleiter ad Atene e l’occupazione sarebbe perfetta. Ecco un breve, agghiacciante, brano:

    “Le limitazioni iniziali sono scomparse quando è stata inghiottita la Germania dell’Est nel 1990. L’allora Cancelliere Helmut Kohl stabilì la linea: “La Germania ha chiuso con il passato; in futuro potrà apertamente dichiarare il suo ruolo di potenza mondiale, un ruolo che ora è necessario ampliare.” Il ministro degli esteri Kinkel fu ancora più chiaro: “Occorre padroneggiare due compiti paralleli: all’interno del paese dobbiamo tornare a essere un unico popolo, all’esterno è ora di arrivare a ottenere qualcosa che abbiamo mancato due volte di realizzare. In accordo con i nostri vicini dobbiamo trovare la nostra strada verso un ruolo che corrisponda ai nostri desideri e al nostro potenziale.” Il suo riferimento al doppio fallimento della Germania, che ora deve trovare coronamento, fu davvero allarmante. Un deputato del partito della Merkel lo ha recentemente aggiornato: “E’ ora che in Europa si parli tedesco!” (5) Per approfondire (6)

    Gli interessi ci sono, e sono poco visibili.

    I tedeschi iniziarono con l’avventura balcanica subito dopo l’unificazione (non persero tempo! Giusto un paio d’anni) ed oggi hanno quasi completato la nuova autostrada Fiume-Dubrovnik, che traversa tutta la ex-Jugoslavia da Nord a Sud. Grazie al “compiacente” risultato del referendum montenegrino (55,1%, ci voleva il 55%) ottenuto chiudendo improvvisamente le frontiere con la Serbia la mattina del referendum (molti montenegrini contrari alla separazione stavano per affluire) ed organizzando, parimenti, viaggi aerei gratuiti dalla Germania per i montenegrini favorevoli, oggi sanno che quell’autostrada potrà giungere ai confini con l’Albania.

    Quella è soltanto un nuovo protettorato italiano: non ci vorrà molto a traversarla (come si ripete, per versi differenti, la Storia, eh?). Dopodichè, ecco la Grecia: vi chiederete il perché. Diamine! Perché la Grecia possiede un porto (Il Pireo) piazzato proprio nel centro del Mediterraneo, che accorcia la via per Amburgo d’almeno duemila miglia!

    Anche i greci lo sanno, e provarono ad intessere trattative con i cinesi ma la Germania aumentò la pressione del tacco sulla loro testa e furono costretti a desistere, nonostante il COSCO Group ed il suo manager, Wei Jiafu, affermassero, all’inizio del 2012:

    “Sono venuto qui per riportare il porto del Pireo al posto che gli spetta. Ci auspichiamo che entro un anno divenga il principale scalo commerciale del Mediterraneo. In Cina abbiamo un proverbio: ‘Costruisci il nido e l’aquila arriverà. Abbiamo costruito un nido nel vostro paese per attirare l’aquila cinese. Questo è il contributo che vi stiamo offrendo”. (7)

    Infine, c’è un precedente culturale che spaventa. Emir Kusturica, nel film Underground, presenta un’immaginaria rete stradale sotterranea (che non si deve vedere, occultata, proprio perché esistente ma d’altra natura, politica) dove transita un po’ di tutto: mezzi militari, camion civili, profughi. In alto, campeggiano due cartelli stradali: a sinistra Berlino, a destra Atene.

    Che fare, dunque, di questa Europa oramai egemonizzata dalla Germania, nella quale aspettiamo, oramai, soltanto di finire paese-satellite, sempre che ci vada bene? Partiamo dall’euro.

    Le posizioni, rispetto all’euro, sono perlomeno 4:

    1) Dall’euro non si può uscire e va bene così;

    2) Bisogna uscire assolutamente dall’euro;

    3) Bisogna cacciare dall’euro le nazioni più ricche;

    4) Bisogna pretendere da posizioni di forza una revisione dei trattati.

    La prima soluzione è quella sostenuta da gran parte dell’establishment: va bene così? Trovate voi le soluzioni, senza subissarci di tasse né continuare a toglierci diritti. Nemmeno il caso di parlarne.

    La seconda soluzione ha una pecca: la metà degli italiani crede nell’euro più che nel Padre Nostro. Chi li convince della trappola? Un referendum? E quando mai la Corte Costituzionale lo farà passare!

    E’ pur vero che, oggi, c’è più materiale a disposizione, più siti che ne parlano, ma in Tv quando si parla di uscire dall’euro si viene presentati come dei nichilisti, gente che vuole soltanto sfasciare tutto. E quel 50%, (molto variabile secondo i sondaggi, questo è quello più favorevole) prima che cali, passeranno molti anni, se non decenni.

    La terza soluzione – proposta (8) dal premio Nobel Stiglitz e sposata, in Italia, da Alberto Bagnai – sembra più avvincente. Bagnai dà per scontato che alla Germania “l’affare” convenga giacché – tanto per semplificare – ha già succhiato i Paesi mediterranei fino all’osso e dunque potrebbe abbandonarli al loro destino.

    Attualmente, però, non sembra questa la politica tedesca: vanno sempre giù più pesante nelle richieste d’austerità e di rigore di bilancio, ma non sembrano voler mollare la presa. La Germania ha anche altri mercati oltre all’Europa del Sud: l’euro le va bene come moneta forte per pagare meno le materie prime, per poi esportare prodotti tecnologici in altre aree. L’Est, ad esempio, la Russia, la Cina, ecc.

    Premetto di non essere un economista e, perciò, la soluzione di Bagnai deve essere più articolata: siamo certi che la Germania “molli l’osso”? E se l’area industriale del Nord Italia (seconda in Europa per mole) facesse gola al punto da non battere ciglio fino al disastro totale italiano, per poi acquistare per due soldi? Non dimentichiamo che, sotto sotto, questo era l’obiettivo di Miglio e della prima Lega Nord, che lo sapessero o no quelli che vanno ai raduni “cornuti”: per questo, oggi, la Lega non serve più a nessuno.

    L’ultima soluzione sembra la più avvincente, ma ci vuole una forza politica che sappia quel che fa, la proponga e la porti avanti. Cosa?

    Ci sono alcune cosette che si possono fare prima d’uscire dall’euro: quali?

    Anzitutto, sospendere unilateralmente il trattato di Shengen: si può fare dalla sera alla mattina.

    L’Austria – come forse saprete – non permette il transito dei TIR stranieri sul suo territorio: vuoi passare l’Austria? Mettilo sul treno (delle ferrovie austriache) e paga. Anche la Svizzera opera in questo modo.

    Siamo il Paese che detiene il maggior patrimonio culturale del mondo! E’ patrimonio dell’umanità! Vogliamo mostrare un paesaggio colmo di TIR in colonna? Giammai.

    Basta una semplice legge:

    “I trasporti autostradali, che non abbiano partenza od arrivo in Italia, non possono attraversarla, bensì salire sugli appositi treni”. Punto.

    Vi rendete conto di cosa significa?

    Gran parte dell’industria spagnola è in mani tedesche, più l’esportazione spagnola di frutta e verdura nel centro-Europa: c’è un volume di traffico – da e per la Germania – spaventoso, di tedeschi e spagnoli. Volete passare? Sul treno, e pagare. Altrimenti, fatti tutta la Francia per andare a Monaco di Baviera.

    Vuoi entrare in Italia a Trieste per andare in Germania? Stessa musica, altrimenti passa dall’Ungheria per andare a Monaco.

    Siamo convinti che una “cosuccia” del genere renderebbe più malleabili i tedeschi nel loro procedere “über alles” per l’Europa. Moooolto più malleabili: se lo fanno Austria e Svizzera…

    In alternativa, potrete sempre sbarcare le merci nei porti italiani: la legge non si applica se la merce è in partenza dal territorio italiano.

    Insomma, siamo stufi di questi TIR con targhe di mezzo mondo che intasano soltanto le nostre strade!

    Poi c’è la questione del patrimonio artistico: è meraviglioso, unico, stupendo…grazie, già lo sappiamo…

    Però bisogna mantenerlo.

    Per caso – cari europei del Nord – avete mai dato uno sguardo ad una carta sismologica dell’Europa? (9)

    Ma guarda te…sempre i soliti sfigati…Italia, Balcani e poco altro. Il resto dell’Europa? Un bel verde rassicurante, mai visto un terremoto.

    Capirete bene che non potete lasciarci “sul gobbo” la responsabilità di mantenere in piedi tutto questo po’ po’ di “patrimonio culturale dell’umanità”, vero? Sono certo che ne converrete.

    Perciò, basta una leggina:

    “Per ogni monumento o pregevolezza artistica sul territorio italiano è prevista un’apposita tassa di salvaguardia per tale patrimonio, da stabilirsi nella quota del 20% sul biglietto d’ingresso, che sarà immessa in un apposito fondo – senza possibilità di storno – per il mantenimento del patrimonio artistico. Gli italiani, o i cittadini che vivono in Italia, ne sono esentati alla presentazione della carta d’identità o del permesso di soggiorno. In alternativa,i turisti potranno richiedere l’apposita “antiquities card” alla frontiera, al prezzo complessivo di 100 euro. ”

    E diamo lavoro a qualche architetto ed operatori di restauro, così il PIL cresce! Non verrete più perché costa troppo? Siete proprio degli avaracci con una mentalità anti-europea: ci dispiace, niente Colosseo, Fori Imperiali, Piazza S. Marco, Piazza dei Miracoli…più qualche decina di migliaia di castelli e palazzi nobiliari. Bye bye.

    Allo stesso modo – siccome c’è un ampio patrimonio storico subacqueo – è necessario avere fondi per riportarlo alla luce, mica lasciarlo in mano ai contrabbandieri d’antichità. Convenite, no?

    “Ogni imbarcazione da turismo straniera che transiti nelle acque territoriali italiane, e nella zone d’interesse economico esclusivo (24 miglia) è soggetta ad una tassa di 100 euro.”

    Non sarete mica così meschini da non voler proprio recuperare la nave oneraria romana sulla quale avete gettato l’ancora del vostro yacht da 30 metri e 10 milioni di euro, no?

    Bene, per ora non c’è altro, ma molto può essere fatto: nell’attesa che gli economisti trovino il modo di uscire dalla trappola dell’euro, queste cose possono essere fatte. Qualche legge, forse, ve l’approveranno pure, più difficile per Shengen e per i TIR. Ma che una simile proposta sia stata bocciata, seppur a maggioranza, dal Parlamento italiano farebbe già rizzare le orecchie ai burocrati del Santo Euro.

    Forza, invece di stare lì a trastullarvi con gli scontrini o sulle espulsioni di questo o quell’altro: siete o non siete “cittadini” inviati dal popolo?


    #70647

    Anonimo

    http://www.cadoinpiedi.it/2013/06/19/chiudono_134_negozi_al_giorno.html#anchor

    CHIUDONO 134 NEGOZI AL GIORNO

    Annata nera anche per l'edilizia. Secondo i dati dell'associazione dei costruttori il 2012 è stato un anno da scordare: sono 446mila i posti di lavoro perduti da inizio crisi. Ue drastica: “Il Pil pro capite italiano tra i più bassi d'Europa”

    Crisi nera per edilizia, commercio e turismo. Per le costruzioni “il 2012 è stato l'anno peggiore”, “la recessione è stata la più lunga nella storia del Paese”. Lo sottolinea l'associazione dei costruttori Ance. Da inizio crisi i posti di lavoro persi sono 446mila, con i settori collegati salgono a 669mila “come gli abitanti di Palermo”, calcola. Le imprese fallite sono 11.177. Per il commercio, Confesercenti dichiara: “134 negozi chiusi al giorno”.

    Ance: “Abbiamo toccato il fondo”- “Mai così bassi gli investimenti”, che nel 2013 arrivano al sesto anno consecutivo di caduta, con un calo complessivo del 29%. Le imprese delle costruzioni che da inizio crisi hanno chiuso i battenti rappresentano il 23% dei fallimenti registrati in tutti i settori economici. “Muore l'edilizia, muore la filiera”, evidenzia il rapporto, indicando che nel 2012 le consegne di cemento sono diminuite del 22,6% ed il fatturato del legno del 19%. Le stime per il 2013 indicano che gli investimenti “registreranno una ulteriore caduta del 5,6% rispetto al 2012”, nonostante l'effetto positivo degli interventi del governo su incentivi fiscali e debiti della P.a. Per il 2014 sono due gli scenari possibili tracciati dall'associazione dei costruttori: senza politiche per il settore gli investimenti continueranno a calare del 4,3%, e vorrà dire che in sette anni le costruzioni avranno perso investimenti per 59,3 miliardi, il 32,1%. Sarà “il tramonto dell'intero tessuto industriale dell'edilizia”.

    “Servono politiche per il settore” – Se invece verranno messe in campo politiche per il settore, ed in particolare attuando le proposte dell'associazione dei costruttori (revisione Imu, messa a regime degli incentivi fiscali per ristrutturazioni e ecobonus, riattivazione del circuito del credito) gli investimenti potrebbero tornare a crescere, dell'1,6%. Spendere 5 miliardi in infrastrutture nel 2014 aumenterebbe il Pil dello 0,33% e produrrebbe 44.500 posti di lavoro: una ''manovra di rilancio'' da mettere in campo nei prossimi 5 anni è possibile, sostiene l'Ance, senza sforare il limite del 3% di deficit e riducendo addirittura il rapporto debito/Pil''.

    “Da decreto ecobonus 2,4 miliardi di euro nel 2013” – “Il decreto sugli ecobonus avrà un impatto per il 2013 di circa 2,4 miliardi di euro, derivante da un aumento del 3,2% degli investimenti in manutenzione straordinaria dello stock abitativo”. Lo calcola l'associazione dei costruttori nel rapporto dell'osservatorio congiunturale sull'industria delle costruzioni.

    Confesercenti: “134 negozi chiusi al giorno” – Tra 2008 e 2013, fra commercio e turismo c'è stata “un'enorme quantità di chiusure”. Mancano all'appello “224.000 titolari e tantissimi collaboratori”. Lo ha detto il presidente Confesercenti, Marco Venturi. “Un'ecatombe: ogni giorno chiudono 5 negozi di ortofrutta, 4 macellerie, 42 di abbigliamento, 43 ristoranti, 40 pubblici esercizi”, ha aggiunto. “No all'aumento dell'Iva e no alla Tares”, ha sottolineato Venturi.

    Pil pro capite italiano fra più bassi d'Europa – Il Pil pro capite dell'Italia è inferiore del 10% alla media dell'eurozona e leggermente inferiore anche alla media Ue. E' quanto emerge dalla prima stima Eurostat per il 2012, dove, posta pari a 100 la media dei 27 espressa in termini di potere d'acquisto, l'Italia è a 98 punti, contro la media di 108 dei 17. Simile la situazione della Spagna, con 97. Il Paese più ricco si conferma il Lussemburgo, con un Pil pro capite oltre due volte e mezzo superiore alla media Ue (271%), mentre il più povero resta la Bulgaria con meno della metà della media Ue (47%).


    #70648
    brig.zero
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    #70649

    Anonimo

    http://www.eugeniobenetazzo.com/curva-di-laffer.htm

    LA CURVA DI LAFFER

    DI EUGENIO BENETAZZO
    eugeniobenetazzo.com

    Il prossimo anno vi sarà in questo periodo la ricorrenza della scomparsa decennale di Ronald Reagan, il quarantesimo presidente degli USA, tra gli uomini che con il loro operato ed il loro pensiero hanno maggiormente influenzato il secolo passato. Reagan è sovente ricordato come l'attore cinematografico che è diventato presidente, esaltando il messaggio del sogno americano che chiunque può farcela. I suoi due mandati hanno inciso profondamente sul piano economico e politico degli anni ottanta nella vita di tutte le economie avanzate dell'Occidente. Le sue scelte di politica economica si concentrarono prevalentemente sul taglio delle aliquote fiscali (quindi sensibile riduzione delle tasse) e sull'aumento della spesa pubblica, soprattutto vennero incrementate le spese per la difesa in piena Guerra Fredda con l'URSS.

    Affascinato dalle teorie liberiste di Milton Friedman, si fece portavoce di una limitata ingerenza del governo nella vita economica del paese, abrogando precedenti regolamentazioni nella convinzione che ogni economia debba essere regolata solo dalle forze del libero mercato. Riecheggiano ancora le sue storiche parole al primo discorso di insediamento: il governo non è la soluzione del nostro problema, il governo è il problema.

    La Reaganomics, così vennero battezzate le misure economiche implementate dal Governo Reagan, venne esportata anche oltre Atlantico, in Inghilterra per la precisione, ottenendo notevole successo sotto la guida di Margaret Thatcher, tanto che per i decenni successivi il modello economico di stampo Thatcheriano-Reaganiano divenne il nuovo Vangelo per tutte le business school di prestigio accademico. Oggi a distanza di trent'anni sappiamo quanto fallimentari sono state, soprattutto l'idea che l'economia di un paese non debba essere regolamentata ma semplicemente lasciata a se stessa. Gli ultimi cinque anni sulla scena mondiale hanno dimostrato proprio il contrario ovvero senza stato e senza salvataggi di stato saremmo ritornati al Medio Evo. Ritornando comunque agli inizi degli anni ottanta (allora la Cina ed il Brasile non facevano paura proprio nessuno), Reagan oltre che da Friedman rimase affascinato anche da un altro giovane economista, Arthur Laffer, docente alla California University, il quale convinse Reagan a diminuire le aliquote sulle tasse al fine di far aumentare il gettito fiscale. Per chi legge, un assunto simile potrà sembrare una follia, infatti come è possibile che il gettito fiscale di un paese possa aumentare se diminuiscono le aliquote di imposizione ?

    Arthur Laffer lo spiegò proprio a Reagan, si dice addirittura scarabonchiando il tutto sopra un tovagliolo di carta in un ristorante, attraverso un grafico che riportava una curva a campana, in cui nelle ascisse vi era indicato il gettito fiscale atteso e nelle ordinate il prelievo fiscale imposto. Questa curva è conosciuta come la Curva di Laffer: secondo l'economista californiano, vi è un livello di tassazione oltre il quale non ha più senso lavorare, inoltre mantenere tali livelli di fiscalità produrrà una flessione o caduta ingente del gettito fiscale. Immaginate una pressione fiscale complessiva al 75% o 85%, chi andrebbe ancora a lavorare o a rischiare i propri capitali se il ritorno economico fosse così limitato. Per definizione il gettito fiscale è dato dalla pressione fiscale media moltiplicata per il PIL: secondo Laffer esisteva un livello di pressione fiscale oltre il quale un aumento delle imposte avrebbe disincentivato l'attività economica e quindi ridotto il gettito, in misura crescente anche a causa di fenomeni economici che sono a quel punto fisiologici come l'evasione, l'elusione o la sottrazione di imponibile (intesa quest'ultima come delocalizzazione di attività produttive verso giurisdizioni fiscalmente meno oppressive).

    Ora soffermatevi a pensare al caso italiano e di come governi attuali e precedenti si sono approcciati alla Curva di Laffer. Proprio la scorsa settimana il Segretario della CISL, Raffaele Bonanni, ha auspicato uno shock fiscale, commentando gli ennesimi dati infelici sulle proiezioni del PIL e sulla disoccupazione giovanile. In Italia sarebbe possibile intervenire per iniziare ad abbattere la pressione fiscale, partendo con l'abolizione dell'IMU sulla prima casa e sugli immobili adibiti ad attività d'impresa, oltre all'IRAP e ad un significativo ridimensionamento dell'IRES: si tratta infatti di implementare tagli alla spesa pubblica di pari entità, una stima attendibile parla di un importo tra i 70 e gli 80 miliardi di euro. Se ci pensate bene rappresentano appena il 10% degli 800 miliardi che spende l'amministrazione pubblica italiana. Ancora il precedente Governo Monti aveva individuato svariati capitoli di spesa da aggredire ancora nel breve periodo identificando tanto gli sprechi (coordinamento dei centri di acquisto per il settore sanitario) quanto le spese destinate a istituzioni da riformare completamente (abolizione delle province ed accorpamento enti locali). Mi auguro che anche noi italiani non dovremo aspettare un attore alla guida della nazione per capire l'importanza e l'impatto sulla vita di tutti noi della Curva di Laffer, ma sia più che sufficiente un nuovo leader politicamente trasversale ed economicamente lungimirante.


    #70650

    Xeno
    Partecipante

    [quote1371908122=Pier72Mars]
    secondo l'economista californiano, vi è un livello di tassazione oltre il quale non ha più senso lavorare, inoltre mantenere tali livelli di fiscalità produrrà una flessione o caduta ingente del gettito fiscale. Immaginate una pressione fiscale complessiva al 75% o 85%, chi andrebbe ancora a lavorare o a rischiare i propri capitali se il ritorno economico fosse così limitato
    [/quote1371908122]
    Ed infatti non bisogna essere degli economisti per capire il concetto basilare.

    [quote1371908122=Pier72Mars]
    secondo Laffer esisteva un livello di pressione fiscale oltre il quale [color=#ff0000]un aumento delle imposte avrebbe disincentivato l'attività economica e quindi ridotto il gettito[/color], in misura crescente anche a causa di fenomeni economici che sono a quel punto fisiologici come l'evasione, l'elusione o la sottrazione di imponibile
    [/quote1371908122]

    Ma siccome della curva di Laffer se ne foxxxno…..abbiamo lo “scienziato nostrano “che ha pensato come risolvere la cosa vedi qui:
    http://www.ilvelino.it/it/article/fisco-da-lunedi-controlli-sui-conti-correnti/94ed1ffd-1e4e-45a0-9540-4a9b59029b9a/


    #70651
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

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    #70652

    Spiderman
    Partecipante

    Gawronski: stampare denaro, o l’Italia sarà rasa al suolo

    Il rapporto Istat appena uscito prefigura un crollo di civiltà: la percentuale di concittadini in stato di «grave deprivazione» vola al 14,7. In soli sei anni il Pil pro capite è sceso dell’11,5%; nella graduatoria internazionale l’Italia passa dal 31˚al 45˚posto. Anche il futuro è stato ipotecato: calano infatti la ricchezza (-12%), gli investimenti pubblici (dal 4 al 2,9% del Pil), la capacità produttiva (-16% nell’industria), gli studenti universitari (-17%); crescono il debito pubblico, il debito estero netto (28% del Pil, sul quale l’Italia paga 12 miliardi di interessi l’anno), i giovani senza lavoro (57% fra disoccupati e scoraggiati). Perciò è essenziale a questo punto dire la verità. La crisi non dipende dai nostri vizi storici, bensì – lo dicono i dati – da uno straordinario, diffuso timore di spendere i soldi.

    Per uscirne non è perciò necessario «cambiare gli italiani» o la struttura economica: la depressione della domanda, notoriamente, si cura sostenendo crisila domanda. Terapia tutt’altro che difficile: basta spendere soldi; e i soldi… si stampano. Ma noi abbiamo consegnato le leve macroeconomiche all’Europa. E i trattati europei – concepiti per combattere l’inflazione (l’eccesso di domanda) – offrono ai liberisti europei un inopinato potere di veto su tutto ciò che di significativo si potrebbe e si dovrebbe fare. Perciò resta il problema di fondo, «noto e così riassumibile: l’Italia deve rimanere credibile sul terreno dei conti pubblici, ma deve dare prova concreta di discontinuità in chiave pro crescita» (Guido Gentili). Cioè: deve alimentare la spesa, ma non ha i soldi per farlo.

    Per uscire dall’impasse ci sono tre strade. La prima è cambiare consensualmente le politiche economiche dell’Eurozona. Non basta diluire l’austerità: occorre rovesciare le politiche economiche nel cuore dell’Europa. Ma né i partiti né il governo, a parte lamentarsi, hanno ripreso e avanzato nelle sedi europee le proposte degli economisti in questo senso: la liquidità immessa nel sistema finanziario non passa all’economia reale? La Bce distribuisca base monetaria ai governi, che la usino per aiutare i poveri e finanziare lavori pubblici nelle zone ad alta disoccupazione. La Bce alzi il target di inflazione e favorisca una rapida crescita dei salari tedeschi: gli squilibri di competitività rientreranno, senza dolore per nessuno. I paesi con più margini di manovra fiscale rilancino la domanda interna con il deficit spending: la depressione finirà. In ogni caso, la Germania ha sempre risposto picche; e continuerà a farlo. Per indurla a trattare seriamente non Gawronskibasta il crollo dei fondamenti teorici dell’austerità, o l’evidenza empirica: bisogna cambiare i suoi incentivi politici.

    La seconda possibile via d’uscita è lasciare l’euro, e/o ristrutturare il debito. Bisognerà cominciare a parlarne: essa offre sicuri benefici (la fine della depressione), non è vero che il Pil cadrebbe del 30%; ma comporta anche rischi e costi elevati. Ci sarebbe una terza via, percorribile su base nazionale, che è sfuggita all’attenzione mediatica, e che consentirebbe di uscire dalla crisi “a velocità giapponese”. Bisogna però essere disposti ad approfittare di un clamoroso vuoto della normativa europea. E violare lo spirito, non la lettera, dei trattati. Come ha fatto finora la Germania, scambiando la “cultura della stabilità” con la “cultura della depressione”. Eludere le regole senza lasciare l’euro riaprirebbe anche il negoziato sull’Eurozona. Per realizzare una simile strategia ci vuole però un quadro politico assai più propenso all’innovazione, desideroso di sfidare l’ortodossia liberista. Capace di alzare la qualità della proposta, e offrire all’Europa un nuovo paradigma, nel dimostrabile interesse anche del popolo tedesco. Si può fare. Perciò si deve fare.

    http://www.stampalibera.com/?p=64165


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