LA "CADUTA" DI DARWIN…

Home Forum MISTERI LA "CADUTA" DI DARWIN…

  • This topic has 21 partecipanti and 119 risposte.
Stai vedendo 10 articoli - dal 21 a 30 (di 120 totali)
  • Autore
    Articoli
  • #2221
    Pyriel
    Bloccato

    [quote1234962961=deg]
    Appunto, ritorniamo a ciò che dicevo prima: ben venga Darwin nelle scuole.
    Meglio di niente!
    Poi sarebbe anche il caso di leggerlo in effetti! Ci devo pensare! :hehe:
    [/quote1234962961]

    Così magari scopri che l'uomo deriva dalla scimmia… ma in un colpo solo.


    #2222
    deg
    Partecipante

    [quote1234963136=Pyriel]
    [quote1234962961=deg]
    Appunto, ritorniamo a ciò che dicevo prima: ben venga Darwin nelle scuole.
    Meglio di niente!
    Poi sarebbe anche il caso di leggerlo in effetti! Ci devo pensare! :hehe:
    [/quote1234962961]

    Così magari scopri che l'uomo deriva dalla scimmia… ma in un colpo solo.
    [/quote1234963136]

    Si Pyriel è probabile, ma non leggendo Darwin, e nemmeno la Bibbia!! 😉
    Che cosa dovrei leggere secondo te? :eyebro:


    #2223
    Pyriel
    Bloccato

    Leggi nell'Anima.


    #2224
    meskalito
    Partecipante

    IL SETTIMO GIORNO IL PROFESSORE RIPOSÒ

    A volte, per insistere troppo ciecamente a voler dimostrare una tesi, si finisce per dimostrare il suo esatto contrario. Il professor Davies, fisico dell'università della Arizona, ha sostenuto al recente simposio della AAAS (American Association for the Advancement of Science) la possibilità che la vita si sia sviluppata sulla terra più di una volta, e che i discendenti di questa prima “genesi” sopravvivano oggi in quella che lui ha chiamato una “biosfera ombra”, nella forma di strutture chimiche primarie intrappolate in alcuni fra i terreni più inospitali della terra, come deserti, laghi salati, zone con temperature o pressioni estreme. Tali “resti di un’altra vita” potrebbero essere sfuggiti alla nostra attenzione, secondo Davies, perchè sono forme biologiche basate su una struttura molecolare diversa da quella che noi normalmente riconosciamo nelle forme viventi. “La vita potrebbe essere basata sul DNA o RNA – ha detto Davies – ma con un codice genetico leggermente diverso, o con diversi aminoacidi”. Ma lo scopo di Davies va ben oltre la semplice scoperta di eventuali resti di tipo biologico: “Personalmente, mi interessa solo stabilire se la vita ha avuto luogo più di una volta. Se scoprissimo che si è creata due volte dal nulla, significa che questo deve essere successo dappertutto nell’universo. L’universo sarebbe formicolante di vita, con ottime probabilità che noi non siamo soli.” A sua volta Davies sostiene che tali forme di vita “arcaiche” potrebbero aver avuto origine su altri corpi celesti. Siamo quindi alla famosa Equazione di Drake – che calcola statisticamente le probabilità che la vita sia nata anche altrove nell’universo – con la base di partenza moltiplicata per due. Non è una differenza da poco, poichè una base di partenza doppia accrescerebbe queste probabilità di un’intera magnitudine. “Se potessimo creare molecole che si comportano come esseri viventi – ha detto Davies – potremmo metterci a cercarle nell’ambiente circostante”. Quasi a proseguire il suo discorso, il professor Brenner dell’università della Florida ha dichiarato: “Annunciamo oggi il primo esempio di sistema chimico sintetico artificiale capace di evoluzione darwiniana”. “E’ vivo? – ha proseguito Brenner – Beh, posso dirvi che non è in grado di sostentarsi da solo. Ci vuole uno studente che si occupi di nutrirlo, di tanto in tanto. Però si evolve.” La molecola – spiega l’articolo della BBC – è essenzialmente una versione modificata del nostro DNA a doppia elica, ma con sei “lettere” nel codice genetico, invece di quattro. Questi nucleotidi si accoppiano in lunghe sequenze, che sono in grado di replicarsi, ma solo con l’aiuto di enzimi di polimerasi e di calore. “A volte avvengono errori, nella replicazione – ha detto Brenner – e questi errori vengono mantenuti nella generazione seguente, cioè il sistema si evolve.” “Il passo seguente – ha concluso – è di applicare la selezione naturale, per vedere se è in grado di evolversi sotto la pressione del processo selettivo. La definizione comunemente accettata di “vita” è una molecola capace di evoluzione darwiniana, per cui stiamo cercando di creare molecole capaci fare quello.” Restiamo quindi in attesa che la molecola a 6 nucleotidi, a furia di sbagliare nel replicarsi, diventi un Leonardo da Vinci (ci si potrebbe anche accontentare di un Berlusconi, in questo caso), perchè quel giorno il professor Brenner rischia di restarci davvero molto male, vedendo il suo homunculus che si alza sulle zampe posteriori e si domanda : “Ohibò. E io come mi trovo qui? Chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando?” Poi l’homunculus si guarda in giro e dice: “Boh. Io non vedo nessuno. Vorrà dire che mi son creato da solo, per caso.” Non sa infatti l’homunculus – e lo dimentica lo stesso professore – che è stato proprio lui a “crearlo” con il DNA già fatto, e poi ad assisterlo amorevolmente, con un boccone di qui e una scaldatina di là, finchè è diventato adulto. Un pò come il Dio biblico, che infondeva alla materia il suo soffio vitale per trasformarla in un essere vivente, e poi ne aiutava la crescita circondandolo di risorse naturali adatte alla sua sopravvivenza. Pensate invece a quali paradossi può arrivare la cecità scientistica di oggi: un noto professore, un emerito fisico, un rispettabile scienziato, dice testualmente di “aver creato” una forma di vita, per dimostrare che la vita è in grado di nascere da sola. E’ lui il dio di quella creazione, e nemmeno se ne accorge.

    http://www.nexusedizioni.it/apri/Argomenti/Evoluzione/IL-SETTIMO-GIORNO-IL-PROFESSORE-RIPOSO-/


    #2225
    ezechiele
    Partecipante

    Un'appassionata esplorazione sull'evoluzionismo e sulla natura del vivente Una diversità biologica minacciata dalla razionalità strumentale insita nei diritti di proprietà intellettuale
    «Il benevolo disordine della vita»
    Marcello Buiatti* Ed.Utet

    18 luglio 2004 – Marcello Cini
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    30.06.04

    Per quasi un secolo l'evoluzionismo è stato giustamente bandito dalle scienze sociali, dopo i pessimi connotati assunti dal «socialdarwinismo» di Herbert Spencer, sfociato poi nell'eugenetica di Galton e nelle peggiori farneticazioni razziste. E' tuttavia, secondo me, giunto il momento di recuperare il fondamento comune che lega i fenomeni che caratterizzano l'evoluzione biologica e le diverse forme dell'evoluzione delle culture umane senza appiattire queste ultime sui primi. Il libro appena uscito di Marcello Buiatti, con il titolo Il benevolo disordine della vita (Utet, pp. 254, ? 19,50), e il sottotitolo La diversità dei viventi tra scienza e società, compendia appunto l'elemento centrale comune a tutti i fenomeni evolutivi nella formula Essere diversi è una condizione imprescindibile per essere vivi. Si tratta di un solido e originale contributo alla costruzione delle fondamenta di quella nuova cultura che deve diventare egemone in tutto il pianeta se vogliamo far fronte alla minaccia, ormai riconosciuta come reale da molti scienziati, di una «sesta estinzione» della biosfera – l'ultima fu quella che 65 milioni di anni fa portò all'estinzione dei dinosauri – provocata «dall'imposizione di un unico modello di vita e di trasformazione sull'intero pianeta: la monocultura estesa a tutto».
    Sinapsi esplorative
    Il discorso di Buiatti nasce da una domanda. Perché – si chiede – la vita dura da più di tre miliardi di anni? La risposta è semplice: la vita ci è riuscita perché è fondata sulla diversità, sulla continua variazione dei componenti e della loro organizzazione. E' un punto di vista che va controcorrente. La vita è ordine, si dice sempre. L'idea che essa si nutra di disordine – anche se benevolo come suggerisce il sottotitolo – può sembrare una contraddizione, ma non lo è. «Le strategie esplorative – ci spiega infatti il nostro autore – sono quindi alla base della vita che ha inventato una serie di meccanismi per generare variabilità, dal Dna ai processi semicasuali di generazione delle sinapsi nei cervelli animali e soprattutto in quelli umani. Di variabilità c'è bisogno a livello del Dna, delle altre molecole, delle cellule, degli organismi, delle popolazioni, delle specie e anche degli ecosistemi».
    La strategia adottata nel libro, per combattere efficacemente culture tradizionali e istinti atavici, teorie scientifiche più o meno attendibili e soprattutto interessi economici colossali, è dunque di intrecciare strettamente due discorsi: uno di alta divulgazione scientifica fondato sui dati più recenti – compresi alcuni ottenuti nel laboratorio dell'autore – ottenuti nelle discipline della vita e della mente, e l'altro nel quale si discutono e si controbattono con originalità e acutezza le componenti filosofiche, sociologiche ed economiche del pensiero dominante. Vediamone brevemente alcuni aspetti particolari.
    Appartengono al primo discorso i primi tre capitoli che riprendono in parte – al fine di estrarne le argomentazioni più pertinenti al tema della diversità – l'esposizione di alcune delle proprietà caratteristiche della vita già presentata nel precedente libro di Buiatti Lo stato vivente della materia. Così vengono, ad esempio, spiegate in dettaglio le diverse funzioni delle diversità strutturali rispettivamente nei geni codificanti per la costruzione delle proteine e nei geni, che fino a pochi anni fa venivano sbrigativamente chiamati «spazzatura», ai quali si cominciano a riconoscere oggi fondamentali compiti di regolazione. Questa discussione porta Buiatti a concludere che «il Dna codificante è altamente ambiguo, in quanto ogni sua parte può, almeno negli eucarioti, dare origine a più proteine, ognuna con una sua diversa funzione. Da questo punto di vista – conclude – il dogma centrale della biologia molecolare è ormai tutto meno che un dogma».
    Allo stesso modo viene ripreso il discorso sulle reti (genetiche, metaboliche, neuronali) affrontato nel libro precedente, per trarne nuove considerazioni sul ruolo della diversità. Ne deriva che «anche la straordinaria diversificazione di forme, strategie di vita, comportamenti biologici dei cosiddetti organismi superiori non sembra tanto dovuta all'invenzione di nuovi strumenti, quanto alla diversità dei meccanismi di regolazione degli stessi strumenti di base».
    Il secondo discorso parte con un capitolo dedicato a confutare due opposti determinismi: quello genetico e quello ambientale. Di gran lunga più diffuso, radicato e funzionale al sistema economico produttivo dominante è il primo, ma non meno pericoloso, nelle forme estreme assunte in un recente passato si è rivelato il secondo. L'intreccio tra ideologia e conoscenza scientifica è comunque, contrariamente a quanto si ritiene comunemente, soprattutto negli ambiienti scientifici, strettissimo in entrambe le posizioni. Non mi ci soffermo per mancanza di spazio, ma salto direttamente ai due capitoli finali, essenziali, del libro.
    Il percorso di quello sulla diversità umana è particolarmente ricco e affascinante. La ricostruzione del processo di ominazione dalle origini fino alla formazione dell'uomo moderno dimostra infatti che gli aspetti biologici e quelli culturali formano un intreccio molto stretto alimentato continuamente dalla continua creazione di diversità. La domanda che sorge immediatamente tuttavia riguarda i tempi enormemente diversi dei due processi evolutivi. Come possono interagire processi con ritmi così differenti? Un confronto particolarmente interessante a questo proposito viene fatto da Buiatti tra le pratiche «agricole» da parte degli insetti sociali (termiti e formiche) e quella dell'agricoltura umana.
    Le prime, trasmesse geneticamente, si sono evolute in tempi di centinaia di milioni di anni, mentre la seconda risale, come sappiamo, a non più di diecimila anni fa.
    Nomadismo neuronale
    La risposta a questa domanda è semplice, ma non scontata. L'anello che connette i due processi è l'evoluzione del cervello umano. «Senza dubbio – leggiamo – mentre lo sviluppo del cervello come struttura complessiva, che avviene nel primissimo periodo della vita essenzialmente intrauterina, è regolato da geni come succede negli altri animali, ciò che ci differenzia di più da questi sono i processi che avvengono dopo la migrazione dei neuroni e continuano in modo frenetico per il primo anno di vita». La strategia esplorativa fondata sulla enorme varietà dei possibili modi di organizzare le esperienze vissute, che continuamente riplasmano la rete delle connessioni cerebrali, è dunque rapidissima e continua, rispetto a quella basata sulla mutazione del corredo genetico e sulla selezione, lenta e fissatrice. Entrambe, tuttavia, risultano tanto più efficaci ai fini della sopravvivenza degli individui e delle popolazioni, quanto maggiore è la diversità da cui traggono alimento.
    Da quanto precede deriva l'inconsistenza dei pregiudizi – continuamente alimentati da una martellante ricerca di sensazionali scoop da parte dei mezzi di comunicazione di massa e incoraggiati da una non disinteressata ricerca da parte di molti scienziati di una redditizia notorietà – sulla dipendenza dei diversi comportamenti umani dal gene che corrisponderebbe a ognuno di essi. Va invece detto e ripetuto che non esistono né il gene dell'omosessualità né quello dell'intelligenza, e tanto meno quello della aggressività o quello del furto con destrezza. Né, ovviamente, esistono correlazioni fra il colore della pelle e i comportamenti disapprovati dalla cultura (bianca e maschilista) dominante.
    Nell'ultimo capitolo – che ripercorre la storia delle trasformazioni del biota a partire dalle cinque grandi estinzioni del passato fino ad arrivare alla distruzione attualmente in corso della biodiversità (a un tasso che sarebbe cento volte superiore a quello delle epoche precedentemente studiate) – diventa particolarmente stretto l'intreccio fra «natura e cultura». Nel brevissimo lasso di tempo (su scala geologica) che separa l'invenzione dell'agricoltura da quella degli Ogm hanno infatti «cominciato a interagire tre categorie di diversità: la diversità genetica fra le specie di animali e piante, la diversità culturale umana, e quella delle condizioni ambientali».
    I pirati della diversità
    Tra i molteplici aspetti di queste interazioni discussi da Buiatti ne cito solo tre. Il primo è un riesame dell'esperienza della «rivoluzione verde», con i suoi successi e i suoi fallimenti, che porta alla conclusione che «il mondo ha bisogno della coesistenza di più agricolture e non di una sola, di più culture e non di una sola».
    Il secondo affronta la questione cruciale dei «diritti di proprietà intellettuale» e delle mostruosità che già ora derivano, e ancor più deiveranno in futuro, dalla loro sempre più estesa applicazione a tutto il mondo della vita attraverso gli accordi Trips (Trade Related Aspects of of Intellectual Protection Systems). Mostruosità che non solo consentono la brevettazione degli interi organismi che contengano anche un solo gene modificato, ma arrivano ad autorizzare la cosiddetta «biopirateria», consistente nel far pagare le royalties a chiunque utilizzi piante o animali contenenti un gene che è stato isolato e brevettato. Alcune comunità indigene dell'Amazzonia, per esempio, hanno scoperto che dovrebbero pagare i diritti a una impresa giapponese che ha brevettato una specie di cacao dotato di proprietà curative particolari che esse usano da sempre.
    Il terzo infine riesamina il dibattito sugli Ogm dimostrando che il problema della loro innocuità è un falso problema, montato artificiosamente dalle multinazionali del settore. Il problema vero è che la penetrazione su larga scala dello scarso numero di varietà brevettate contribuirebbe da un lato, con l'eliminazione di quelle coltivate precedentemente nelle diverse regioni del globo, alla distruzione della biodiversità in un settore così cruciale come quello dell'alimentazione umana, e dall'altro porterebbe alla rovina le già disastrate economie locali.
    Il messaggio dunque è chiaro: tutto ciò che distrugge l'enorme ricchezza di diversità biologica e culturale che ancora ci resta può portare al crollo catastrofico della società globalizzata che conosciamo ma rende impossibile la sua evoluzione verso un'altra più giusta e pacifica.

    Note:

    Marcello Buiatti è ordinario di Genetica all’Università degli studi di Firenze. Con UTET Libreria ha già pubblicato Lo stato vivente della materia (2000).È inoltre Presidente della Associazione Nazionale Ambiente e lavoro, esperto italiano ed europeo in materia di OGM, membro del gruppo di Filosofia della Biologia della SILFS. Ha pubblicato anche Le frontiere della genetica (1989), Le biotecnologie (2001, 2004) e, con S. Beccastrini, Fra natura e cultura: manuale di educazione ambientale (2002).


    #2226
    BIO
    Partecipante

    Buongiorno a tutti, ciao Rezlan, domanda……ma quante possibilità ci sono che un enzima possa crearsi autonomamente??? :ummmmm:

    grazie :bay:


    #2227
    Rezlan
    Partecipante

    Beh, Bio, che un enzima possa crearsi autonomamente le possibilità sono estremamente vicine allo 0 assoluto (ricordo che nulla è impossibile), in ogni caso le possibilità che una cellula arrivi da un meteoroide e riesca a riprodursi e migliorarsi in un ambiente (ai nostri occhi) ostile sono ben più plausibili.
    L'evoluzionismo non vuole spiegare “l'origine della vita”, l'evoluzionismo vuole spiegare lo sviluppo della vita terreste nella storia, senza andare contro a quello che può essere l'ideale “teologico” dell'entità creatrice, tanto che molti evoluzionisti SONO credenti, e pensano che la cellula primordiale sia stata messa lì da un Dio.

    Il punto è che i fondamentalisti non criticano la nascita della vita secondo l'evoluzionismo, ne criticano lo sviluppo gridando ai quattro venti che “l'evoluzionismo dice che l'uomo discende dalla scimmia!!!”, senza comprendere che per la teoria dell'evoluzione l'uomo è un cugino della scimmia, avendo i “-pitechi” come antenati comuni.

    Spiega inoltre il succedersi temporale della vita, dalle creature monocellulare, alle pluricellulari, amebe, creature marine, anfibie, rettili, volatili e mammiferi (e tutto ciò è dimostrato, la vita ha seguito QUESTO ordine nella sua avanzata temporale, a meno che non crediate che tutti gli animali siano apparsi 6000 anni fa contemporaneamente e che i dinosauri si siano estinti perchè Noè non li ha caricati sulla nave, come insegnano in Kansas da qualche tempo).

    Per quanto riguarda altre teorie a sostegno, i feti di qualsiasi animale ripercorrono la catena evolutiva.
    Non mi credi?

    Dai un'occhiata a [link=http://www-1.unipv.it/webbio/cismu/MostraMaggi2005/Haeckel.jpg url]questo link[/link].

    Si comincia come cellula uovo fecondata, poi ci si moltiplica in policellulare, poi si percorrono le fasi evolutive, da vero e proprio “rettilino con la coda” per dirla facile facile (ti faccio presente che il feto nelle prime settimane cerca di sviluppare LE BRANCHIE) e poi continua a svilupparsi verso l'homo sapiens.

    Ora, dimmi la tua teoria e possiamo discutere della validità di entrambe, in maniera totalmente civile, ovviamente.
    Intendo dire che è semplice trovare fallacie nelle TEORIE incomplete altrui, ma il vero nodo gordiano stà nel trovare una teoria che ne presenti di meno, e per ora non ce ne sono.


    #2228
    meskalito
    Partecipante

    Video su etleboro

    La rivoluzione Epigenetica

    Veniva chiamato, quasi con superficialità, “effetto placebo”; ora l'epigenetica ci permette di dimostrare come il pensiero e le emozioni influenzino il modo in cui il DNA viene letto, e di conseguenza la salute e la capacità di autoguarigione. La mente è più forte della materia.

    http://videoitalia.etleboro.com/?vid=65229&eVideoSESSION=37dfd5562eccb740a0ff2771fc39e5bd


    #2229
    BIO
    Partecipante

    …non volevo mettere in dubbio ciò che hai detto Rezlan anzi, per istinto immaginavo fossi afferato in materia e ti ho fatto una domanda…e con molta cortesia mi hai risposto, grazie. :tk:

    Civilmente ti dico che mi dispiace ma teorie personali non ne ho, molti dubbi però…nulla da dire sulle ricerche di Darwin in merito all'evoluzione dei vegetali, è quella animale che non mi convince; grazie per il link, interessante ma a parte la somiglianza ciò che conta è il risultato.Come già detto da altri, com'è possibile che senza una sequenza ben definita, dal nulla appare l'homo sapiens? io in questo momento non saprei rispondere a questa domanda ma un parere personale: è tutto troppo perfetto per essere casuale…e non tutto è alla portata dell'uomo per adesso.

    ancora grazie :bay:


    #2232
    Omega
    Partecipante

    [quote1246204045=deg]

    Sarà, ma se l'alternativa è l'insegnamento del solo creazionismo a scuola, (come aveva decretato la Moratti)?
    Eh no! Allora preferisco che ci sia Darwin, o un altro del genere, per la par condicio!!! ~grrr

    [/quote1246204045]
    Creazionismo divino e l'evoluzionismo umano sono la stessa cosa: mezze verità ovvero una bugia.


Stai vedendo 10 articoli - dal 21 a 30 (di 120 totali)
  • Devi essere loggato per rispondere a questa discussione.