La questione fondamentale

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  • #16412
    Galvan1224
    Partecipante

    Bentrovati,

    il brano che segue è tratto da: http://www.fabbricantidiuniversi.it/dune/acqua.htm

    “Herbert, la cui erudizione era molto vasta, sapeva certamente come nelle varie culture e nei vari popoli della Terra l’idea dell’acqua come “inizio di ogni vita” è ben radicata e trascende le varie differenze tra etnie. La Bibbia C.O., che nell’opera è un sunto delle ideologie religiose dei vari popoli della razza umana, riassume nel versetto su riportato una delle idee più antiche dell’umanità. Nell’antico Egitto la prima degli dei era Nun, personificazione dell’acqua che circondava la Terra (il Grande Oceano Circolare) e la divideva in due parti attraverso il fiume Nilo: l’appropriata definizione che Erodoto dà dell’Egitto, “dono del Nilo”, riecheggia questo mito primordiale basato sugli usi quotidiani dei popoli egiziani. Il limo, la sostanza fertile che periodicamente il Nilo lascia nel terreno nel corso delle inondazioni, è la fonte primaria della fecondità della terra; gli Egiziani, popolo di agricoltori, dipendevano interamente dal Nilo per la loro vita, la loro economia e la loro potenza. Gli induisti venerano il Gange, il “fiume sacro”, e i Babilonesi sapevano bene come la loro civiltà dipendesse dall’apporto benefico del Tigri e dell’Eufrate, i due fiumi che rendevano la loro terra una “mezzaluna fertile”. Nella cosmogonia greca, Oceano è figlio di Urano e Gea (secondo Esiodo): rappresenta l’acqua, laddove i suoi genitori sono rispettivamente l’aria e la terra, elementi che insieme al fuoco erano considerati divini per i Greci, essendo alla base della vita. Ancora di più, Omero denomina Oceano il “padre di ogni cosa”: esso circonda tutte le terre e con Teti, la sua sposa, generò tremila figli (i fiumi) e tremila figlie, le Oceanine. Talete, il primo filosofo greco, affermerà più tardi che l’acqua è il “principio di tutte le cose”. Non c’è alcuna differenza con la frase della Bibbia C.O. “l’acqua è l’inizio di ogni vita”, il cui riscontro scientifico è oggettivo e si basa sull’idea del brodo primordiale. La stessa creazione del mondo, in molti miti, parte dall’acqua: nella tradizione polinesiana, negli indiani Yakima (secondo cui “agli inizi del mondo v’era solo acqua”), nei miti cinesi. Nella Genesi, si afferma che «lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque», e che solo in un secondo momento la terra è divisa dalle acque.

    Se mi sono permesso d’usare le parole altrui è perché sono migliori di quelle che avrei potuto trovare da me per dire dell’importanza dell’acqua in tutte le culture (e se avete tempo vi invito a leggere l’articolo al link, che introduce all’opera del creatore di Dune, davvero ben scritto).

    Tralasciando per il momento le nuove acquisizioni che man mano vanno prendendo forza (ad esempio quella sulla “memoria” dell’acqua…) richiamo la vostra attenzione sul significato diciamo “religioso” (connesso al senso del sacro) dell’acqua.
    L’amico Tru ne ha accennato in un suo post riferendosi alla tradizione cristiana e senza richiamarne altre concludo questa breve introduzione che integra il commento al film di Sorrentino e colloca in questo contesto la mia poesia.

    Le acque, quindi.

    L’acqua della conoscenza che sedimenta nella memoria e ci fa riconoscere a noi stessi e agli altri, e un’altra che non si mescola a questa e che crescendo si ritira in profondità, mai comunque abbandonandoci.
    Un’acqua – non toccata dalla memoria – che conserva lo stato originario come un bambino, il nostro bambino interiore.
    Dove scorra quest’altro fiume, se dentro o fuori di noi (se sia anche connessa a qualche funzione del cervello o meno) e come accedervi è una delle questioni.
    Ma se qualcosa di originale possa emergere dall’uomo non vi è dubbio venga da lì.
    L’ispirazione, l’atto creativo, pur se tradotto in seguito in forme codificate dall’esperienza (come ricorda Olegna) a volte par un rigagnolo e altre un torrente, chi ne sia stato toccato vien abitato dal desiderio di risalirlo sino alla sorgente.

    Mi piacerebbe parlare degli artisti e della loro ricerca della sorgente… di Cézanne che ha dedicato così tanto del suo tempo a ritrarre innumerevoli volte sempre la stessa montagna, la Sainte-Victoire… di musicisti, poeti e di altre forme d’arte (il cinema l’ultima)… ma andrei troppo fuori tema, lo accenno solamente.

    Eravamo rimasti, prima della poesia e del film, a domandarci chi siamo, cosa sia l’uomo.
    Spero non vi attendiate che l’ultimo arrivato qual sono vi possa fornire una risposta convincente a tal domanda che ha impegnato per migliaia d’anni milioni di menti sino ai nostri giorni, basta una capatina su youtube per constatare l’enorme appeal dell’argomento.

    Non citerò, né adesso né mai, alcun nome di persone e maestri, nessun cammino o religione particolare… ce ne son così tante che approfondirle a modo prima di dir qualcosa richiederebbe troppo tempo.
    Il mio approccio, che chi mi stia seguendo da un po’ comincia a intravedere, si rivolge sempre alla radice della questione: perché siamo così attratti da questo argomento, tanto da dedicarci tempo, sforzi e denaro?
    La nostra cultura occidentale, al pari di quella orientale, gli attribuisce una grande importanza. Lo scopo dell’esistenza, il significato della presenza dell’uomo sulla terra, cosa sia l’uomo e quale la sua vera natura… chi non si è mai cimentato almeno una volta con tali questioni?

    Quasi sempre il sentirsi inadeguati a trattarle ci ha fatto rivolgere a chi riteniamo (o speriamo) ne sappia più di noi, se non una persona fisica una religione o una filosofia, una tecnica, un approccio psicologico e quant’altro.
    Se troviamo qualcosa di convincente vi aderiamo, con convinzione anche, e siamo capaci di intervenire sul cammino delle nostre vite per farlo al meglio.

    Che strano, all’inizio siam tutti uguali, con questa sete che anela a una risposta – che se vera dovrebbe essere univoca – e man mano ci separiamo, ognuno per la sua strada… quando e se ci si ritrovi a discuterne assieme si evidenziano ben più le differenze che le similitudini, anche se vien detto che un sentiero val l’altro e la diversità è apparente, tutti camminiamo in un’unica direzione.

    Quando si arriva, vi chiedo, alla fine della strada?
    Ma ancor prima, che già l’abbiamo scordato pur dicendolo poc’anzi: perché l’abbiamo intrapresa questa strada, perché ha esercitato un tale fascino su di noi?
    A questo ognuno ha la sua risposta.

    Evidentemente se a un punto ci mettiamo a cercar qualcosa è perché sentiamo una mancanza, anche se non è del tutto chiaro di cosa si tratta abbiamo fiducia che alfine troveremo o ci verrà data la chiave per aprire la porta delle risposte.
    Comunque sia, avvertita la mancanza immediatamente interviene la memoria, la conoscenza accumulata dentro di noi, e qui comincia il viaggio.

    Di tutti i viaggi questo è il più fantasmagorico, complesso, quasi infinite sono le sue diramazioni, come le radici di un albero che si suddividano sempre più sottilmente, per penetrare ogni tipo di terra, in profondità.
    Di tutti gli argomenti di cui si sia interessata la mente umana, in tutte le culture e in tutti i tempi, questo è il più imponente, nulla gli si può confrontare.
    Possiamo dedicare, come molti fanno, l’intera vita per studiarlo e non l’avremo che scalfito, per giunta aggiungendo il nostro contributo alla conoscenza totale.
    Così che la montagna cresce sempre più.

    Quando abbiamo cominciato a scalarla forse non ci rendevamo ben conto della sua altezza, e contavamo sul nostro entusiasmo e forze.
    Man mano che siam saliti abbiamo incontrato altri come noi, che si son fermati da qualche parte, o che ritornano indietro. Interrogandoli vi diranno di quello che han trovato, alcuni cercheranno di convincervi che da dove sono si coglie il senso ultimo, spiegandovi come guardare a modo, senza necessariamente arrivare sulla cima.
    Qualcuno, sulla via del ritorno, proclamerà che la montagna è un’illusione.

    Come stanno le cose, chi ve lo può dire?
    Ne abbiamo avute così tante di risposte da tutti quelli che abbiamo incontrato, eppure continuiamo a far domande e a ottenerne altre, che per un po’ placano la sete.

    La montagna non è affatto un’illusione, gli innumerevoli tentativi dei miliardi di persone nel tempo (non sta a me dire se qualcuno abbia avuto successo) di trovare una bevanda per quella sete che sentiamo in noi, l’han fatta crescere, ben piantata nella memoria della specie umana.
    La conoscenza che racchiude esercita una forza d’attrazione spaventosa, come una calamita per il ferro o il miele per le mosche.
    Badate bene che non sto esprimendo alcun giudizio, la conoscenza non è né buona né cattiva, dipende come la si usa.

    Questa stessa conoscenza – supportata dalla memoria – che è andata dispiegandosi in noi dalla nascita non avrebbe potuto far molto, mancando una direzione.
    Come dei bambini avremmo colto qua e là istintivamente alcuni contenuti, usandoli sino al gioco successivo. Ma con l’affermarsi del senso di sé, quasi una sorta di cristallizzazione, ecco apparire la motivazione, la direzione.

    Alcuni ritengono sia stato un accidente evolutivo, altri un disegno che ha preso forma… comunque sia le cose stanno così, con l’emergere della persona l’innocenza vien persa.
    In realtà vien persa la possibilità di vivere innocentemente, da quel momento in avanti è una continua sequenza di azione-reazione-azione ecc. dove non v’è spazio per altro.

    Quando si parla di mente o coscienza collettiva (non distinguiamo per il momento) non ci si rende pienamente conto di cosa realmente significhi.
    Una volta che siam diventati “individui”, diversi dagli altri e dal resto, a quella rimarremo collegati per sempre.
    O, vedendola in un altro modo, noi siamo (l’io) una sua infinitesima appendice.

    Inizia il gioco dell’esistenza, non quello del corpo che fortunatamente procede per suo conto, dotato di una formidabile intelligenza o istinto di sopravvivenza, se preferite.
    Quello della nostra (per modo di dire) piccola mente che gioca con la mente totale, sempre a chiedere di indicarle la strada per ritornare all’innocenza.
    Ed essa sarà sempre ben disposta a farlo, ne ha così tante di strade da mostrare… par che quello sia il suo scopo principale.

    Per definizione son strade “mentali”, girano e rigirano in tondo (come ha detto farfalla con buona intuizione, intervenendo qui).
    È stata la conoscenza a portarci fuor dall’innocenza e a lei chiediamo di riportarci indietro, ma non c’è la benchè minima speranza che ci apra una porta per la quale non esiste chiave.
    Se accade che in noi si spenga quella molesta sete non è a causa di quel che abbiamo messo in atto, dei nostri sforzi.

    Chissà come, quel fiume che si è ritirato in profondità dentro di noi ogni tanto s’alza, senza motivo, di livello.
    Il nostro corpo riconosce all’istante quell’acqua, essendo acqua (in gran parte) a sua volta. Quell’acqua ammorbidisce la presa della mente, la conoscenza cede un po’ il passo e quello che siamo abituati a considerarci – il contenuto della nostra memoria – si ritrae.

    Come vedete parlar d’acqua non è stato fuori luogo, sol quella spegne la sete.
    Ma dev’esser vera acqua, non una parola.

    Buonanotte

    Galvan


    #16413
    Galvan1224
    Partecipante

    Fa caldo oggi.
    Le petunie viola e magenta, il geranio rosa, son sofferenti; il turgore dei fiori ha ceduto a una rilassatezza che senz’acqua è preludio dell’appassimento. Sarebbe meglio, se non sono proprio a rischio, attendere che faccia sera, quando i capillari che trasportano il prezioso liquido abbiano smaltito un po’ di calore.
    A chi ha troppa sete non va dato da bere in una sola volta.

    Abbiamo una parola per ogni cosa, ogni situazione, ogni emozione.
    Si comincia presto a usarle, ancor prima d’aver compreso il loro significato.
    Non è così importante per la vita quotidiana, ci si comprende egualmente, ma in ambito tecnico e scientifico è ben diversa cosa.
    In quello filosofico, teologico, umanistico, psicologico ecc. diventa oltremodo importante che si possegga un vocabolario condiviso.
    Vero che un aggettivo può essere facilmente sostituito con uno affine, ma le parole che definiscono… come la definireste ad esempio la coscienza e la mente? Andando su wikipedia troviamo le seguenti:

    • Il termine coscienza deriva dal latino Cum-scire (“sapere insieme”) ed indicava originariamente un determinato stato interiore di un individuo.
    Descrizione
    Anticamente con coscienza si intendeva qualcosa di diverso da ciò che si ritiene oggi nell'ambito psicologico e filosofico. Non tutti gli antichi dividevano l'uomo in mente e corpo. Anzi, era molto diffusa l'idea (oggi tornata alla ribalta) che l'uomo avesse tre funzioni relativamente indipendenti chiamate “centro intellettivo”, “centro motore-istintivo” e “centro emozionale”, collocate rispettivamente: in una parte dell'encefalo, nella parte terminale della colonna vertebrale (dove un tempo nell'uomo compariva la coda) e nella zona del plesso solare, in quelli che sono oggi chiamati “gangli del simpatico e del parasimpatico”. Ebbene “coscienza” indicava quello stato interiore di sintonia tra i tre centri (sapere insieme) che, se raggiunto, permetteva all'uomo di elevare la propria ragione.
    La psicologia tradizionale indica con coscienza una funzione generale propria della capacità umana di assimilare la conoscenza. All'inizio vi è consapevolezza, cioè constatazione attiva della nuova conoscenza; quando a questa segue la permeazione definitiva del nuovo come parte integrante del vecchio, si può parlare di coscienza.
    Questa funzione, applicata al susseguirsi di fenomeni di conoscenza (non solo sensoriali) genera il fenomeno della coscienza. Come fenomeno dinamico che si protrae nel tempo può essere identificata come un vero e proprio processo.
    Ambiti [modifica]
    A seconda dell'ambito nel quale viene osservata, la coscienza viene intesa nei seguenti modi:
    • Coscienza – in neurologia, è lo stato di vigilanza della mente contrapposta al coma.
    • Coscienza – in psicologia, è lo stato o l'atto di essere consci, contrapposta all'inconscio: esperienza soggettiva di eventi o di sensazioni.
    • Coscienza – in psichiatria, come funzione psichica capace di intendere, definire e separare l’io dal mondo esterno.
    • Coscienza – in etica, come capacità di distinguere il bene e il male per comportarsi di conseguenza, contrapposta all'incoscienza.
    • Coscienza – in filosofia, ha assunto nel corso della storia della filosofia significati particolari e specifici distinguendosi dal termine generico di consapevolezza, attività con la quale il soggetto entra in possesso di un sapere.
    • Autocoscienza – è la riflessione del pensiero su se stesso.
    • Coscienza di classe – secondo le teorie marxiste della società e della storia, è la consapevolezza che gli appartenenti di una specifica classe sociale hanno di sé come gruppo

    Wikipedia
    • Il termine mente è comunemente utilizzato per descrivere l'insieme delle funzioni superiori del cervello e, in particolare, quelle di cui si può avere soggettivamente coscienza in diverso grado, quali il pensiero, l'intuizione, la ragione, la memoria, la volontà, la sensazione. Sebbene molte specie animali condividano con l'uomo alcune di queste facoltà, il termine è di solito impiegato a proposito degli esseri umani. Molte di queste facoltà nel complesso danno forma all'intelligenza. Il termine psiche fa riferimento invece alla mente nel suo complesso cioè comprendendo la dimensione irrazionale cioè istinti e dimensione del profondo (inconscio).
    All'utilizzo in senso tecnico neurofisiologico si è anche affiancato un utilizzo di tipo metafisico. In tale prospettiva la mente diventa qualche cosa di divino, e tale presunta entità soprannaturale, come ad esempio nell'espressione “la mente di Dio”, assume qualità pensanti che alludono a un mente superiore com'era il Dio di Spinoza.
    Indice
    [nascondi]
    • 1 Teorie della mente
    o 1.1 Posizioni principali
    o 1.2 Attributi
    o 1.3 Mente e cervello
    • 2 Storia della filosofia della mente
    o 2.1 Il punto di vista del pensiero indiano
    o 2.2 Natura della mente: dibattito attuale
    • 3 Modelli mentali
    o 3.1 Modelli psicoanalitici
    o 3.2 Modelli filosofici
    o 3.3 Modelli cognitivisti e computazionalisti
    o 3.4 Modelli evoluzionistici
    • 4 Frasi fatte e accostamenti di uso frequente con la parola mente
    • 5 Note
    • 6 Bibliografia
    • 7 Voci correlate
    • 8 Altri progetti
    • 9 Collegamenti esterni

    Teorie della mente [modifica]
    Fin dall'antichità la mente è stata oggetto di concettualizzazioni sempre in associazione col concetto di anima, in Grecia nominata psiché e in India jivatman. Nel mondo greco concettualizzazioni della mente-anima risalgono a Platone, ad Aristotelee ad altri filosofi della Grecia antica. Tali teorie prescientifiche sono focalizzate sulla relazione tra mente ed anima (intesa come essenza sovrannaturale presente in ogni uomo). Tra il XVII e il XVIII secolo sono state avanzate numerose teorie parziali sulla mente da parte di Cartesio e di Locke, ma solo dalla metà del XIX secolo nascono teorie più esaustive in riferimento ai primi studi approfonditi sulla struttura del cervello. Dalla fine del XIX secolo gli studi sulla mente hanno avuto un incremento notevole che prosegue a tutt'oggi. Da ricordare, oltre agli studi di psicologia sperimentale, quelli propriamente psicoanalitici epsicoterapeutici nati con Freud. Vere e proprie teorie sulla mente incominciano a profilarsi dalla metà del XX secolo e sono tutte, più o meno, implicanti i dati emersi sulla struttura del cervello e la sua comprensione scientifica. Talvolta il concetto di mente è stato utilizzato più o meno come sinonimo di coscienza.
    Posizioni principali [modifica]
    Il termine è comunque oggetto di acceso dibattito e negli ultimi due decenni il concetto di mente è andato definendosi in tre posizioni principali:
    1. la mente è costituita da caratteristiche assolutamente proprie che fanno sì che sia possibile indagarla soltanto in quanto tale, in sé e senza alcun riferimento ad altro, neppure alla fisiologia del cervello;
    2. la mente, in quanto prodotto del cervello, è oggetto d'indagine della neurofisiologia attraverso tecniche moderne d'indagine basate sugli effetti di lesioni cerebrali localizzate e sull'attivazione differenziale (afflusso di sangue) in regioni specifiche a funzione definita e accertata;
    3. la mente, almeno per quanto riguarda le funzioni analitiche e computazionali, presenta notevoli analogie con i computer, tali da permettere di identificare nel cervello l'hardware e nella mente il software.
    Attributi [modifica]
    La discussione intorno a quali attributi umani costituiscano la mente è dibattuta. Alcuni sostengono che soltanto le più “alte” funzioni intellettive costituiscano la mente: in particolare, la ragione, l'intuizione, l'intenzionalità e la memoria. In questa prospettiva le emozioni – l'amore, l'odio, la paura, la gioia – avrebbero una natura più “primitiva” e soggettiva, ovvero legati ad una sfera per così dire istintuale, e andrebbero pertanto ben distinte dalla natura della mente e compresi invece nel concetto dipsiche.
    Altri invece sostengono che l'aspetto razionale di una persona non può essere distinto da quello emotivo, che essi condividono dunque la stessa natura e che vanno entrambi considerati come appartenenti alla mente dell'individuo giacché le funzioni razionali mediano con l'ambiente e gli altri soggetti le richieste impulsive o desideri irrazionali del profondo. In questa prospettiva vi sono teorie recenti che individuano nella mente differenti funzioni le quali, per quanto integrate (mente plurintegrata), sono distinguibili ed appartengono alle sfere intuitiva, intellettiva, razionale e sentimentale.
    Mente e cervello [modifica]
    Correlata a tale questione, relativa alla qualificazione delle funzioni cerebrali, sta anche quella della loro collocazione all'interno dell'encefalo, ovvero come e dove le facoltà mentali siano riferibili alla struttura del cervello. La questione riguarda una disciplina fiorita nel XIX secolo, la frenologia, oggi perlopiù superata dalle più recenti scoperte. Infatti, se è vero che in linea di massima certe funzioni mentali sono localizzate in determinate aree del cervello umano, è altrettanto vero che al danneggiamento di certe aree cerebrali può corrispondere un trasferimento funzionale ad altre aree.
    I mezzi più importanti d'indagine oggi utilizzati per tali localizzazioni di funzioni sono la tomografia a emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale per immagini (FMRI), con le quali è possibile individuare quando dove e come si attiva una certa area cerebrale per stimoli standard sperimentali (linguaggio, memoria, emozioni, ecc.).
    In ogni caso, la neurofisiologia moderna individua le facoltà mentali prevalentemente come “funzioni” che possono coinvolgere anche più aree cerebrali e, quantunque sia certamente la corteccia quella dove risiedono le facoltà più elevate, occorre tenere presente che esiste una sorta di “andata e ritorno” delle informazioni che coionvolgono parti più interne (amigdala, talamo,ipotalamo, ippocampo) e quelle corticali individuabili in corteccia frontale, corteccia parietale, corteccia temporale, corteccia occipitale.
    Impropriamente il termine mente è utilizzato spesso come sinonimo di pensiero: quella “conversazione privata” con sé stessi che ciascuno conduce “all'interno della propria testa” durante ogni istante della vita. Uno degli attributi fondamentali della mente, in questo senso, è il suo essere o appartenere ad una sfera fondamentalmente privata.
    Un esponente di spicco della prospettiva sostanzialista è stato George Berkeley, vescovo anglicano e filosofo del XVIII secolo. Berkeley sosteneva che la materia non esiste, e che ciò che gli uomini percepiscono come mondo materiale non è nient'altro che un'idea nella mente di Dio, e che quindi la mente umana è una pura manifestazione dell'anima. Sono pochi i filosofi disposti oggi ad accettare una prospettiva così estrema, ma l'idea che la mente umana abbia una natura o un'essenza diversa e più alta del mero insieme delle operazioni del cervello, continua ad incontrare un largo consenso.
    La dottrina di Berkeley è stata attaccata (e secondo molti demolita) da Thomas Henry Huxley, biologo del XIX secolo, allievo diCharles Darwin, che sostenne i fenomeni della mente essere di un unico genere, e spiegabili esclusivamente a partire dai processi cerebrali. Huxley è vicino a quella scuola di pensiero materialista della filosofia inglese facente capo a Thomas Hobbes, che sosteneva nel XVII secolo che ogni evento mentale ha il suo fondamento fisico, sebbene le conoscenze biologiche dell'epoca non gli consentissero di individuare con precisione tali basi fisiche. Huxley conciliò la dottrina di Hobbes con quella di Darwin, dando così luogo alla moderna prospettiva materialista (o funzionalista).
    Questa linea di pensiero è stata rinvigorita dalla costante espansione della conoscenza circa le funzioni del cervello umano. Nel XIX secolo non era possibile affermare con certezza in che maniera il cervello svolga certe funzioni quali ad esempio la memoria, l'emozione, la percezione e la ragione, e ciò lasciava ampio spazio alle teorie sostanzialistiche e metafisiche della mente. Ma ogni progresso nello studio del cervello rendeva queste posizioni sempre meno salde, fino al punto in cui è diventato innegabilmente chiaro che tutte le componenti della mente hanno la propria origine nel funzionamento del cervello.
    Il razionalismo di Huxley, in ogni caso, è stato scosso all'inizio del XX secolo dalle idee di Sigmund Freud, che sviluppò una teoria dell'inconscio, sostenendo che i processi mentali di cui gli uomini sono soggettivamente coscienti non costituiscono che una piccola parte dell'intera attività mentale. Tale teoria può anche essere considerata come una ripresa dell'idea sostanzialistica in chiave secolare. Sebbene Freud non abbia mai negato che la mente sia una funzione del cervello, sostenne che la mente ha una coscienza sua propria della quale non siamo coscienti, che non possiamo controllare e alla quale è possibile accedere solo tramite la psicoanalisi (ed in particolare tramite l'interpretazione dei sogni). La teoria dell'inconscio di Freud, sebbene impossibile da dimostrare empiricamente, e quindi tutt'altro che dimostrata scientificamente, è stata ampiamente assorbita nella cultura occidentale ed ha fortemente influenzato la rappresentazione comune della mente.
    Il punto di vista del pensiero indiano
    Mentre in Occidente è prevalsa a partire da Cartesio e almeno sino al XIX secolo la prospettiva dualista (con la sola eccezione di Spinoza per il quale “Dio = Mente” e “Mente = Uno-Tutto = Natura), nelle culture dell'Oriente prevale la visione olistica di una mente-anima globale, l'Ātman, riflessa nella mente degli uomini come Jivatman. Questa prospettiva della mente nel pensiero filosofico orientale, caratterizza il corso completamente differente del pensiero orientale rispetto a quello occidentale.
    All'interno di esso spicca il pensiero buddhista, secondo cui la mente non è un'entità, e nemmeno un sistema che esercita funzioni, ma piuttosto un processo e quindi è definita anche come “mentare”. La mente (o “il mentare”) secondo tale pensiero è un ponte tra anima (parte eterna dell'individuo) e corpo (parte mortale dell'individuo), a questo è dovuto il suo “irrequieto” movimento per unire due parti impossibili da unire tra loro, ossia l'assoluto e la morte. Tali concetti sono spiegati con più precisione in vari testi di Osho Rajneesh.
    Secondo il Buddhismo, la mente è un flusso di singoli istanti di esperienza consapevole e chiara. Nella sua condizione non illuminata, la mente esprime le proprie qualità quali pensieri, percezioni e ricordi grazie alla consapevolezza. La sua vera essenza illuminata è libera dall'attaccamento ad un sé e si sperimenta inseparabile dallo spazio come consapevolezza aperta, chiara ed illimitata.
    Natura della mente: dibattito attuale
    I filosofi e gli psicologi restano divisi circa la natura della mente. Alcuni, partendo dalla cosiddetta prospettiva sostanzialistao essenzialista, sostengono che la mente sia una entità a sé, avente probabilmente il proprio fondamento funzionale nel cervello, ma essenzialmente distinta da esso. Quindi un'esistenza autonoma e come tale oggetto d'indagine. Questa prospettiva, facente capo a Platone, è stata successivamente assunta all'interno del pensiero cristiano e in qualche modo radicalizzata da Cartesio.
    Nella sua forma estrema, la prospettiva sostanzialista mette insieme con la prospettiva teologica il fatto che la mente sia un'entità completamente separata dal corpo, una manifestazione fisica dell'anima, e che essa sopravviva alla morte del corpo e ritorni a Dio, suo creatore. Altri ancora assumono la prospettiva funzionalista, facente capo ad Aristotele, la quale sostiene che la mente è soltanto un termine utilizzato per motivi di comodità ai fini della rappresentazione di una moltitudine di funzioni mentali che hanno poco in comune tra loro, ma riconoscibili attraverso la coscienza.
    La consapevolezza di possedere una mente e di poterne cogliere gli effetti percettivi e cogitativi trova in ogni caso il proprio centro nella coscienza. Gli studiosi distinguono una coscienza primaria o nucleare a cui competono quelle funzioni-base che si esprimono in “consapevolezza del mondo esterno”, attraverso la percezione e in “consapevolezza del proprio corpo” attraverso la propriocezione autocoscienza. Tranne il fatto che gli uomini sono tutti coscienti della propria esistenza, i funzionalisti tendono a sostenere che gli attributi che denominiamo collettivamente la “mente” sono strettamente legati alle funzioni del cervello (la mente come attività del cervello) e non hanno esistenza autonoma rispetto a questo. In questa prospettiva la mente è una manifestazione soggettiva dell'esser coscienti: nient'altro che la facoltà del cervello di manifestarsi come coscienza. Il concetto della mente è quindi un mezzo tramite il quale il cervello cosciente comprende le sue stesse operazioni.
    Modelli mentali
    In epoca moderna la complessità delle funzioni mentali ha indotto antropologi, psicoanalisti, filosofi e neurofisiologi a cercare di individuare strutture mentali a cui attribuire le diverse categorie funzionali di pensiero. Il principio di partenza è stato quello di considerare il pensiero come un prodotto del lavoro dei neuroni e delle sinapsi.
    Modelli psicoanalitici
    I primi modelli mentali noti sono certamente quelli prodotti dagli psicoanalisti a cominciare da Sigmund Freud, che nelle diverse sue elaborazioni, sviluppate nella sua lunga attività, ha apportato mutamenti abbastanza importanti. Ad esempio se nel primo modello l'inconscio era l'insieme del rimosso, nella sostituzione con l'Es il rimosso diventa il prodotto di una “funzione” mentale, quale è appunto l' Es. Nasce così un modello abbastanza differente dal precedente Inconscio/Preconscio/Conscio, perché quello Es/Io/Super-Io si presenta come una vera e propria struttura mentale, estesa tra irrazionalità e razionalità, e sposta la psicoanalisi freudiana dal livello puramente analitico-terapeutico a quello filosofico.
    Alfred Adler non modifica sostanzialmente il modello freudiano ma lo arricchisce di elementi etici e sociologici che nel collega viennese erano abbastanza assenti. Coglie nell'istinto di autoaffermazione e sopraffazione dell'altro una spinta all'aggressività come la più importante pulsione psichica. Facendo questo Adler va in senso opposto alla modellizzazione pluralistica, tendendo a fare della mente umana un'unità funzionale. Carl Gustav Jung è colui che più radicalmente modifica il modello freudiano, in senso metafisico e pluralistico.
    Per Jung la mente, divisa in inconscio e io cosciente, viene a concentrasi cul concetto di individualità personale che questo comporta. Un'individualità personale però piuttosto complessa, in quanto l'io ha dei “compagni”, ed essi sono: la persona, l'ombra, l'anima-animus e il sé. In L'anima e la vita egli concepisce la mente come una dimora dove più funzioni si connettono a determinare ciò che è una certa personalità psichica, con l”io” nel suo centro circondato da una specie di corte di funzioni collaboratrici. La persona è vista come uno scudo dell'io verso il mondo esterno, per l'esattezza “un compromesso tra l'io e la società”. La ombra è il lato oscuro dell'individualità ed è quindi un compagno visto come negativo. La anima-animus evoca un poco la dualità yin/yang taoista ed è insieme l'elemento maschile e quello femminile che ci sono in ognuno di noi. Il sé, infine è il fondo remoto da cui è nato l'io, la sua origine. Un sé è umano ma può anche essere visto come il ricettacolo di uno spirito divino.
    L'importanza storica dei modelli psicoanalitici sta nell'aver smesso di considerare la mente come una struttura unitaria ma come un insieme articolato, dove le singole funzioni che fanno il lavoro mentale sono sicuramente connesse, ma non sempre univoche. E ciò non solo per le dinamiche psicopatologiche dissociative ben note alla clinica; lo studio dell'articolazione delle funzioni mentali è peraltro presente nelle più avanzate ricerche messe in opera dalle scienze cognitive, costrette ad ammettere la complessità della mente e la probabile impossibilità di assimilare del tutto il cervello umano ad un computer.
    Modelli filosofici
    Il concetto di mente nasce nel XVII secolo con la divisione da parte di Cartesio dell'uomo in corpo (res extensa) e mente come sede del pensiero (res cogitans). La separazione della sostanza che pensa da quella che esplica le funzioni vitali ha la sua ragion d'essere nella diversità funzionale, ma Cartesio ne fa una questione metafisica gravida di conseguenze. In ogni caso la dicotomizzazione fa sì che il corpo resti una evidente struttura polifunzionale, fatte salve le importanti componenti olistiche, mentre la mente fatta coincidere col pensiero diventa qualche cosa di immateriale che fa tutt'uno e con la funzione del pensare e con ciò che produce, cioè il pensiero. Separata dal corpo la mente diventa come pensiero un'entità immateriale ed astratta e nondimeno testimone della realtà dell'”existo” in ragione del “cogito”.
    John Locke sviluppa una fondamentale analisi del pensiero intelligente come produttore di idee, ma la sua attenzione si sofferma su queste e non sulla macchina che le produce. Alla fine la sua è una interessante analisi delle tipologie delle idee per come sono, si formano, si coniugano verso il sempre più complesso con i suoi correlati, ma si occupa scarsamente delle modalità con cui si producono le differenze cogitative in senso funzionale e quindi in riferimento alla struttura mentale.
    Immanuel Kant ha una visione piuttosto unitaria della mente col corpo attraverso una sintesi che è ad un tempo razionalisticaed empiristica, quindi in senso contrario alla dicotomia cartesiana. Ma da lì in poi subentrano nell'analisi della mente discipline nuove nate dalla medicina e verso la fine del Settecento il salto di qualità si ha con Pierre Cabanis il medico-filosofo che può esser considerato il fondatore della psicologia.
    A partire dalla fine del secolo XX l'indagine sulla mente si frammenta e lo psicoanalista e filosofo Umberto Galimberti individua una dozzina di nuove discipline che si occupano della mente: elementarismo, funzionalismo, associazionismo,comportamentismo, cognitivismo, psicologia della forma (Gestalt), fenomenologia, psicologia dell'Atto, psicoanalisi, psicologia sistemica, psicologia sociale, fisicalismo.[1] Tutte queste discipline vengono a coniugarsi con la filosofia perché tutte, dal più al meno, da essa implicate.
    Modelli cognitivisti e computazionalisti
    Il dibattito circa la natura della mente attiene soprattutto allo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Se verrà scoperto che la mente è davvero qualcosa di separato (ovvero di più alto) dal funzionamento del cervello, quasi sicuramente sarà per sempre impossibile che una macchina, per quanto sofisticata, possa riprodurla. D'altro canto, se si scoprirà che la mente non è altro che un insieme di funzioni cerebrali correlate, sarà allora possibile – almeno in teoria – creare una macchina dotata di una mente.
    La “Mind/Brain/Behavior Interfaculty Initiative (MBB)” intrapresa dalla università di Harvard ha lo scopo di mettere in luce la struttura, la funzione, l'evoluzione, lo sviluppo e la patologia del sistema nervoso in relazione al comportamento umano e alla vita della mente. Ciò in collaborazione con i dipartimenti di psicologia, neurobiologia, neurologia, biologia molecolare e cellulare, radiologia, psichiatria, biologia degli organismi e dell'evoluzione, storia delle scienze e linguistica.
    Modelli evoluzionistici
    Quasi contemporaneamente un modello evoluzionista della mente è stato proposto negli USA da Gerald Edelman e in Francia da Jean-Pierre Changeux, ma essi differiscono per quanto riguarda la definizione sia sotto il profilo funzionale che sotto quello strutturale. Il modello di Edelman è la Teoria della Selezione dei Gruppi Neurali o più semplicemente darwinismo neurale, in essa si nega valore scientifico ai modelli computazionali, perché il cervello animale non ha nulla a che vedere col computer. Il darwinismo neurale si basa su tre principi evolutivi: 1° la selezione neurale nella fase dello sviluppo cerebrale in cui nasce la mappatura. 2° la selezione dei neuroni dovuta alle esperienze dell'animale uomo, attraverso la quel si forma un repertorio più avanzato di funzioni mentali. 3° il rientro connessionale attraverso il quale avviene la continua ricombinazione e implementazione dei circuiti per l'andare avanti e indietro dell'informazione raccolta nel vissuto esperienziale. Changeux propone invece un'architettura neuronale della mente su base esclusivamente epigenetica, per cui ogni mente evolve per trasformazione di mappe e circuiti in base alle proprie esperienze personali.
    Frasi fatte e accostamenti di uso frequente con la parola mente
    • Cercare nella propria mente
    • Tenere a mente
    • A mente fresca
    • Venire in mente/Tornare in mente
    • Fare mente locale
    • Essere una mente
    • Le grandi menti
    • La mente comune
    • Mente contorta
    • Mentalmente
    • Menzionare
    • Mentire
    • Funzionamento mentale
    • La mente mente
    • Aprire la mente

    Se mi sono dedicato al copia e incolla non è certo per dar l’impressione di conoscere l’argomento o per risparmiarmi una sintesi che si rivelerebbe ardua, vista la molteplicità di vedute.

    Il primo motivo è per ricordare, a me stesso innanzitutto, di non saperne
    abbastanza, neppure sulle cose più comuni o che diamo per scontate (un po’ di
    approfondimento o ripasso torna sempre utile).

    Il secondo, di non meravigliarsi se a causa di questo approfondimento par quasi di saperne meno di prima, o perlomeno di provare una sensazione di inadeguatezza a trattare tali argomenti.
    Il terzo è di far notare che quel che abbiamo letto (almeno in piccola parte) son appunto definizioni, pregevoli e utili, da cui si son sviluppate discipline di gran impatto sociale.
    Assolutamente da non sminuire, hanno la loro valenza e importanza.
    Nel loro ambito, dove operano.

    Ma adesso, dopo aver rinfrescato la memoria (… tra un po’ diremo di questa) attingendo a chi ha studiato a lungo tali argomenti, rielaborato e integrato come ritenete opportuno quel che avete letto, dite la vostra su cosa sia la
    mente, la coscienza.

    Fatelo e ditemi: non vi pare che il vostro modello, la vostra descrizione, siano un po’ distanti da quel che provate, dalla vostra sensazione d’essere coscienti? E che quella mente che proviamo a fermare per meglio illuminarla rimanga sempre sfuggevole e l’unico indizio della sua esistenza, convincente, alla fin fine sia sempre e solo il pensiero?

    Definiamo la memoria adesso, wikipedia dice che ha la funzione di mantenere i ricordi.
    Son perfettamente d’accordo, non occorre aggiungere altro.
    Su questa non credo che saremo in gran disaccordo.
    Vorrà dire qualcosa?

    Ma adesso è sera, si può dar acqua… non servono tante parole per tenere in vita un fiore.

    Buonanotte

    Galvan


    #16414
    Galvan1224
    Partecipante

    Bentornati,

    nella città dove risiedo non mancano gli alberi (nemmeno le auto e gli intasamenti).
    Una delle essenze più piantumate è il tiglio, dalla graziosa foglia a cuore, che cresce rapidamente e s’eleva elegante.
    Adesso, col caldo, è in piena fioritura, milioni di fiori gialli ricchissimi di polline e nettare che le api potrebbero facilmente raccogliere a quintali.
    Il profumo invece non si può raccogliere, se non intervenendo sul fiore, distillandolo o estraendolo, ma pur odorando come l’altro per me non sarebbe la stessa cosa.
    Quello di cui mi inebrio in queste due settimane di fioritura è un odore libero nell’aria, al quale il calore conferisce una particolare nota di secco e di dolce.
    E poi arriva da tutte le parti, ti circonda.
    A volte da lontano, portato dal vento.

    Questo profumo mi riporta indietro nel tempo e mi par d’averlo sempre odorato, con costanza mi ha accompagnato negli anni.
    A volte non gli ho prestato molta attenzione, sommerso da problemi e pensieri, ma mai passò un anno senza che lo riconoscessi e lo ringraziassi per quella delicata forma di felicità che mi procura.
    Non è l’unico profumo che adoro (in verità di quelli naturali non saprei quale escludere), e lo metterei (nella mia personale classifica) allo stesso piano di quello della lavanda che ho avuto la fortuna di odorare nei luoghi a lei vocati, in immense distese fiorite.

    Non solo i pensieri vengono immagazzinati dalla memoria, anche i sogni, le emozioni, gli stati d’animo e ogni cosa che abbia riguardato i nostri sensi: immagini e colori, suoni, odori, sapori e quel che i recettori della nostra pelle han toccato.
    Del tatto vorrei dir una parola, è l’ultimo senso ad andarsene a causa di malattie (degenerative) o quando s’arriva alla fine.
    Non per nulla si tien la mano, quando tutti gli altri canali son persi.
    E la mano-memoria conserva il ricordo della persona, come ben sa chi non ha più la fortuna di vedere.
    Val la pena di ricordare un film d’altri tempi, “Luci della città” di Chaplin, anzi guardate qui un ben riuscito riassunto abbinato a una nostra bella canzone (poi son gusti):

    Si può dire che la memoria sia realmente la cosa più democratica e imparziale che esista, non fa preferenze e non giudica, semplicemente registra.
    E come i suoi contenuti possono tenerci incatenati nella disperazione e nel dolore altrettanto possono innalzarci ad alte vette, riportarci un accenno di quel meraviglioso stato d’animo che abbiamo provato con altri esseri umani, con la natura e i suoi abitanti o con noi stessi, quando per un qualche motivo ci siam sentiti in pace.

    Un gentile utente (Xeno), aveva qui scritto:
    per esempio quando una persona va in incoscienza per incidente o per operazione chirurgica, questa viene registrata da qualche parte anche se al risveglio non ne siamo consapevoli…..ora, quanta influenza può avere sulla nostra vita quella “memoria”?
    Ma senza entrare in situazioni estreme… quante cose “registriamo” di cui non siamo consapevoli, ma che da qualche parte sono e una semplice ipnosi regressiva porta in essere?
    Insomma quanto inconscio ha una influenza su di noi?

    Lo ringrazio dell’intervento appropriato e come promesso è arrivato il tempo di usarlo.
    Di entrare nel merito di come funzioni la memoria, presentando delle osservazioni.
    La prima parte suggerisce che il meccanismo della memoria sia non solo svincolato dalla consapevolezza d’essere presente e dall’attenzione (un odore, un suono o un colore, vien registrato senza la nostra attiva partecipazione, se si può dire così) ma anche dallo stato di coscienza ordinaria, da svegli.
    Prima di divenire un individuo un bambino è aperto a tutti gli stimoli che provengono dall’ambiente che lo circonda.
    E altri stimoli gli giungono dall’interno, dalle funzioni organiche del suo corpo in crescita. Nel cervello in formazione ogni “messaggio” viene processato, elaborato e questo stimola la formazione di nuovi collegamenti tra le cellule (neuroni e sinapsi).
    È cosa nota che pochi stimoli conducano a sviluppi deficitari, spesso gravi e permanenti.
    Man mano che l’accrescimento procede, con lo sviluppo di nuove funzioni (il “software” interno evolve e permette di confrontare, di elaborare domande… la fase del “perché?”) la quantità di stimoli, di input, potrebbe mandare in crisi l’hardware, il cervello stesso.
    Deve intervenire un meccanismo discriminatorio che intanto ha preso a svilupparsi a sua volta. Il software man mano seleziona gli stimoli a cui corrispondano correlazioni significative con l’esterno, con la madre in primis. Il soddisfacimento dei bisogni primari ha la precedenza, poi vien il resto. Quasi automaticamente gli stimoli meno produttivi vengono via via abbandonati, non immediatamente, per gradi. Il software è ben congegnato, non cancella, “archivia”, tutto può tornar utile… alla fin fine è una questione di sopravvivenza, non dimentichiamolo.

    Aldous Leonard Huxley in un saggio che ebbe molta risonanza (Le porte della percezione) teorizzò che: la funzione del cervello è di valvola riduttrice delle esperienze che l'organo ritiene inutili alla sopravvivenza dell'individuo.
    Varrebbe la pena leggerlo, vi son evidenziati aspetti su cui ritorneremo.

    Quindi consapevolezza e attenzione non son pregiudiziali al funzionamento della memoria.
    E che la memoria sia attiva anche in altri stati, quello del sonno ad esempio, si può rilevare nei sogni, dove un rumore (ad esempio) vien registrato e inglobato nell’esperienza onirica in corso.
    Tutto lascerebbe supporre che il meccanismo della memoria sia sempre in funzione nell’uomo e non dovrebbe sorprendere che, anche in uno stato d’incoscienza gli stimoli, attraverso i sensi, raggiungano il cervello.
    D’altronde tale stato gli è ben noto, è quello di quando era bambino.
    Il cervello non si “spegne” mai del tutto, al massimo va in stand by e, riprendendo la citazione sulla memoria, probabilmente non è l’unica sede delle attività a lei connesse:

    l'idea (oggi tornata alla ribalta) che l'uomo avesse tre funzioni relativamente indipendenti chiamate “centro intellettivo”, “centro motore-istintivo” e “centro emozionale”, collocate rispettivamente: in una parte dell'encefalo, nella parte terminale della colonna vertebrale (dove un tempo nell'uomo compariva la coda) e nella zona del plesso solare, in quelli che sono oggi chiamati “gangli del simpatico e del parasimpatico”. Ebbene “coscienza” indicava quello stato interiore di sintonia tra i tre centri (sapere insieme) che, se raggiunto, permetteva all'uomo di elevare la propria ragione.

    In quanto all’influenza di tali memorie… tutto influenza tutto in differenti gradi.
    Xeno poi si riferiva all’inconscio, bell’argomento, del suo contenuto si può parlar a lungo. Cercate di darne una vostra sintetica interpretazione, prima di leggere quella che conseguentemente a quanto sinora scritto, vi proporrò…

    L’inconscio è tutto quello che la valvola di riduzione ha messo da parte, destinandogli una quantità di memoria minima; come delle thumbnail (miniature) son difficilmente distinguibili ma riportano all’immagine originale così tutte queste memorie, non indispensabili alla sopravvivenza (e neppure a mantenere l’immagine di sé che si è formata in noi…) son indistinte in noi (per fortuna, il chiacchiericcio che si leverebbe non ci darebbe tregua).
    Ma basta un click, una quantità variabile d’energia e riappaiono nella grandezza originale, per chi ne abbia interesse.

    L’odore dei tigli, più convincente di mille parole, con la sera scompare o forse diviene più sottile, e con esso l’ispirazione a scrivere.

    Buonasera
    Galvan


    #16415
    Xeno
    Partecipante

    Grazie di aver preso in considerazione la mia domanda. E grazie per aver risposto.
    Volevo farti presente che queste memorie hanno un influenza molto più di quanto si pensi….perchè dato che sono a noi celate allo stato di consapevolezza..determinano a nostra insaputa il nostro modo di agire …influenzando i comportamenti dei tre centri a cui accennavi.

    Per fare un semplice esempio:ogni volta che caio entra in uno stadio di calcio ha sempre mal di testa….rinuncia ad andare allo stadio ma inconsapevole della vera causa, giustifica dicendo qualcosa che a lui pare sensato sul perchè non ci và più.
    E via altri esempi…..
    Questa cosa determina quanto noi siamo liberi o meno..e il nostro “carattere” viene plasmato da questa inconsapevolezza.
    Conosci te stesso ….mica lo dicevano così tanto per dire.

    Esiste una cosa che si chiama roll back…è un esercizio che chiunque può fare ed aiuta a sblocccare (almeno a livello analitico) emozioni,pensieri e somatici che sono bloccati.
    In pratica si va a ritroso nelle proprie memorie e si scrive su di un quaderno la propria vita partendo da momenti vissuti di tipo spiacevole….si scrive l'episodio nei suoi particolari.
    Quando l'episodio non crea più “disagio” si passa al prossimo indietro sulla propria time life
    Dopo molto tempo che lo si fa si arriva ad un punto in cui (avendo messo le date per episodio)si dipana la proria memoria analitica fin dove ovviamente si riesce ad arrivare.

    Va beh…finisco se no divago

    Bye


    #16416
    Galvan1224
    Partecipante

    [quote1372002076=Xeno]
    [quote1371979688=brig.zero]
    MARITO LASCIATO DALLA MOGLIE 🙂
    La moglie scrive:

    Caro marito, ti scrivo questa lettera per dirti che ti lascio per qualcosa di meglio. Sono stata una brava moglie per te per sette anni e non devo dimostrartelo. Queste due ultime settimane sono state un inferno. Il tuo capo mi ha chiamato per dirmi che oggi ti sei licenziato e questa e’ stata solo la tua ultima cavolata. La settimana scorsa sei tornato a casa e non hai notato che ero stata a farmi i capelli e le unghie, che avevo cucinato il tuo piatto preferito ed indossavo una nuova marca di lingerie. Sei tornato a casa e hai mangiato in due minuti, e poi sei andato subito a dormire dopo aver guardato la partita. Non mi dici più che mi ami, non mi tocchi più. Che tu mi stia prendendo in giro o non mi ami più, qualsiasi cosa sia, io ti lascio. Buona fortuna!

    Firmato: la tua ex moglie #danc

    P.s.: se stai cercando di trovarmi, non farlo: tuo fratello e io stiamo andando a vivere a Rimini insieme

    Il marito risponde: :legg:

    Cara ex moglie, niente ha riempito la mia giornata come il ricevere la tua lettera. E’ vero che io e te siamo stati sposati per sette anni, sebbene l’ideale di brava moglie, a patto che esista, sia molto lontano da quello che tu sei stata. Guardo lo sport così, tanto per cercare di affogarci i tuoi continui rimproveri. Va così male che non può funzionare. Ho notato quando ti sei tagliata tutti i capelli la scorsa settimana, e la prima cosa che ho pensato e’ stata: “sembri un uomo!”. Mia madre mi ha insegnato a non dire nulla se non si può dire niente di carino. Hai cucinato il mio piatto preferito, ma forse ti sei confusa con mio fratello, perchè ho smesso di mangiare maiale sedici anni fa. Sono andato a dormire quando tu indossavi quella nuova lingerie perché l’etichetta del prezzo era ancora attaccata: ho pregato fosse solo una coincidenza il fatto di aver prestato a mio fratello 50 euro l’altro giorno e che la tua lingerie costasse 49,99 euro. Nonostante tutto questo, ti amavo ancora e sentivo che potevamo uscirne. Così quando ho scoperto che avevo vinto alla lotteria 10 milioni di euro, mi sono licenziato e ho comprato due biglietti per la Giamaica. Ma quando sono tornato tu te ne eri andata.Penso che ogni cosa succeda per una precisa ragione. Spero tu abbia la vita piena che hai sempre voluto.Il mio avvocato ha detto, vista la lettera che hai scritto, che non avrai un centesimo da me. Abbi cura di te!

    P.s.: non so se te l’ho mai detto ma mio fratello, prima di chiamarsi Carlo… Si chiamava Carla: spero che questo non sia un problema. :hihi:
    [/quote1371979688]

    hahaha
    [/quote1372002076]

    Caro Carlo,
    è proprio una ben disgraziata famiglia la nostra.
    Come aveva predetto il dottore non c’è stato nulla da fare, il mondo immaginario in cui saltuariamente soggiornava nostro fratello ormai se l’è preso del tutto, forse in quello ha trovato un po’ della gioia che non gli è mai riuscito di scorgere nel nostro.

    Sei partito solo da una settimana e già devo ragguagliarti sugli ultimi sviluppi, mi dispiace immensamente doverlo fare, proprio adesso che finalmente hai potuto concederti una vacanza, e Dio sa quanto ne avevi bisogno, dopo tutti questi mesi in cui ti sei preso cura di nostro fratello.
    Il fatto nuovo è che, come leggerai dalla sua ultima lettera, sono accaduti eventi talmente seri a cui le mie sole forze non possono far fronte.
    Adesso son qui con lui, per il momento è abbastanza calmo e son riuscita a fargli credere che il volo per la Giamaica sia tra una settimana, che già stava preparando i bagagli e si sarebbe recato all’aeroporto oggi stesso.
    Sono appena stata dal Basalla, il suo direttore, che ancora una volta è stato comprensivo e non ha dato importanza alla sua lettera di licenziamento, l’ennesima, suggerendo di passar dal dottore per intervenire sul dosaggio farmacologico.

    Ripenso come una delusione d’amore l’abbia potuto portare a immaginare che le cose non
    sono andate in quel modo, troppo forte e devastante il dolore del sentirsi rifiutato.
    Nella sua mente lui se l’è fatta moglie, e ci ha vissuto per anni, noi all’oscuro di quella vita d’illusione che si celava dietro ai suoi ripetuti: “sto bene, non ho bisogno di nulla, grazie”.
    In quel suo mondo a parte la immaginava sin nei dettagli fisici e d’abbigliamento, e costruiva giorno per giorno la loro storia.
    Ancora ricordo come ci siamo accorti, che momento terribile, di quello che gli stava accadendo. Prese a scriver lettere che imbucava… sulla propria cassetta della posta!
    Quando siamo arrivati, avvisati dal vicino, e abbiam aperto lo sportello… decine e decine di lettere spinte a forza all’interno, che non c’era rimasto più posto!

    Il dottore ha aumentato le dosi e per il momento non c’è urgenza, ma dobbiamo trovare una qualche soluzione, quando tornerai.

    Per ultima un’altra notizia… vorrei osare dire una speranza.
    È ripassato l’Andeoli, il gallerista. Gli ho fatto vedere le ultime tele dipinte da nostro fratello – ormai son centinaia – ha detto che il denaro lo mette lui e che in capo a qualche settimana gli organizza una mostra, a Volterra.

    Ha scoperto una cosa straordinaria, da non credere. Proprio sull’ultima tela (sempre il volto della sua amata) compare una piccolissima lacrima sotto l’occhio… non ci crederai, ma in ogni suo quadro, in posti sempre diversi, abbiamo ritrovato quella piccolissima lacrima…

    Un abbraccio, tua sorella Carla


    #16417
    Galvan1224
    Partecipante

    Buongiorno,

    domenica pomeriggio sfogliando la nostra rivista ho trovato l’argomento “infedeltà sì grazie”.
    Pur essendo abbastanza distante dai miei interessi proprio a causa di ciò mi son ritrovato a leggerlo, e come l’ho fatto ho sentito una sorta di spinta interna, che nel tempo ho imparato a riconoscere.
    Quella che oso definir mia preziosa amica, l’ispirazione, si è ripresentata indicandomi il punto di partenza, stavolta un raccontino umoristico.
    Quanto ne ho tratto, se davvero è venuto da me, ho ritenuto di postarlo in quella sede e in questa.
    In quella senza altro aggiungere, un contributo come un altro, che può interessare o meno, al tema.
    In questa perché, guarda caso, è correlato a quanto dicevo e mi permette ulteriori passi. In più risponde alla richiesta di spiegazioni di Xeno.

    Dicevo in uno dei primi interventi che avrei lasciato, qualora accadesse, man libera all’ispirazione.
    Quando mi affido a lei non c’è fatica, nello scrivere in questo caso.
    Le parole vengon da sole e quello che esprimono, dove portano, sono una rivelazione anche per me nel momento in cui le stendo.
    Quando la marea scende, sistemata la grammatica, rileggo lo scritto e con meraviglia vi trovo i collegamenti col mio percorso.
    Non so per altri, nel mio umile caso la cosa non inizia con un tema da svolgere, si parte senza sapere quello che man mano vien scritto.

    E adesso la spiegazione.

    Nella storiella umoristica vengono presentate due versioni: lo stesso problema, in questo caso l’infedeltà e i problematici rapporti tra gli umani, vien visto e interpretato da due angolazioni opposte.
    Probabilmente chi l’ha scritta è un maschio, alla donna è riservata una parte stereotipata, è lui che ci fa una bella figura, addirittura trovando il premio dal destino.
    La parte che ho aggiunto ribalta la questione, presentando un’interpretazione che le comprende entrambe.
    C’è stata una donna che non ha corrisposto un desiderio d’amore, non c’è alcuna colpa in questo.
    A causa di ciò la mente di un uomo non ha retto, alfine trovando lo sfogo del suo dolore in un mondo immaginario.
    Mai essere sicuri da quale parte stia la verità, le cose son più complesse di quel che appaiono a prima vista.

    Quando gli eventi non vadano nella direzione a cui aspiriamo, specialmente in campo affettivo, ne restiamo grandemente turbati e le memorie che si son prodotte sono tra le più dolorose al riviverle.
    Ne faremmo volentieri a meno, purtroppo quel particolare contenuto che imprigionano ha una via d’accesso diretta con la nostra debolezza (sarà poi tale?) di fondo, la sensazione di incompletezza, di essere la famosa metà della mela che ricerca l’altra.
    I giovani cuori riescono a rimpiazzare le memorie spiacevoli con nuove aspettative abbastanza velocemente, per quelli avanti con l’età la faccenda è più difficile.
    Molti, indipendentemente dall’età, son scardinati, letteralmente travolti dalle esperienze relazionali.
    La via di fuga, o di minor dolore, della risposta immaginaria è più frequente di quanto crediamo, e si sviluppa in gradi differenti.
    Questo introduce al tema del disagio psichico che in ultima può sfociare nella follia.

    Una breve parentesi: chiunque ricerchi una soluzione a qualsivoglia problema deve necessariamente prima o poi testarla, verificare se sia valida per l’ambito in cui deve operare.
    In quello scientifico il procedimento di validazione è ben conosciuto, ma il gran numero e la crescente complessità delle teorie –in tutti i campi: della fisica, astronomia, matematica, biologia ecc. – ha complicato la faccenda.
    Si pensi che senza l’ausilio di potenti calcolatori non basterebbe una vita a testare un singolo risultato sperimentale.
    Questo comporta due problemi, il primo di prospettiva: è – salvo chi sia convinto della possibilità di giungere a una teoria che possa comprendere tutto, almeno nel campo della fisica – ormai acquisito che più l’indagine si approfondisce più si allarga l’orizzonte da investigare.
    Il secondo è di metodo, senza il supporto di macchine, calcolatori… in breve di tecnologia, ogni verifica non sarebbe possibile.
    Nulla di sbagliato in questo, è un’ottima strada, quasi tutti la considerano l’unica percorribile e quasi tutti la percorrono.
    Ma come ogni visione parziale, per quanto potente, è limitata.
    Non arriverà mai al vero, forse ci si avvicinerà abbastanza, ma all’interno di un modello che essa stessa ha costruito e dal quale si muove e interpreta.
    La verità può essere qualcosa di completamente diverso (come la mia aggiunta alla storiella ha messo in evidenza).

    Ritornando alla follia, nessuna descrizione di cosa sia l’uomo può prescindere di dare una risposta alla sua presenza, perché vi sia, come e con quale scopo operi nella vita del genere umano.
    Un altro argomento enorme, dibattuto sin dagli albori della civiltà.
    Il modello scientifico, analitico, si è impadronito anche di essa.
    L’ha analizzata, sezionata, descritta, e nel tentativo di controllarla, che mal s’adatta a un mondo ordinato e definito, ha elaborato un paradigma di cosa sia la “normalità”.
    Rispetto a quello ogni “devianza” vien puntigliosamente descritta, assumendo il carattere di una vera patologia, come tale da curare.
    Fino ad arrivare al punto di somministrare psicofarmaci ai bambini perché son troppo vivaci (quand’ero bambino si giocava nei campi sino a sera tarda, scordandoci persino di mangiare e ricevendo al ritorno prima del cibo la giusta dose di “carezze”) … non ho parole, di questo passo l’uomo si è veramente condannato…
    Forse ritorneremo a parlare della follia, dell’interpretazione scientifica e di altre, come han risposto le società alla sua sfida, della visione del Basaglia (Basalla nel racconto, del quale ammiro la sintesi: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione”) contrapposta a quella del Tobino, che tanto fece per i suoi “matti” con i quali visse l’intera vita.
    Renderemo merito all’Andreoli (Andeoli, il gallerista) per aver colto il movimento creativo che anche (se non soprattutto) nella follia si esprime, tumultuoso e senza compromessi, sfociando a volte in forme d’arte (art brut, arte grezza) figurative potenti e rivelatrici.

    Volterra è la città di NOF4 (acronimo del nome) dove un uomo internato nel manicomio ora dismesso, tra il 1961 e il 1972 ha inciso, utilizzando le fibbie della divisa, un graffito di 180 metri sul muro del reparto…

    Nel mio breve racconto vien detto dei cento quadri, simbolo della ricerca della sorgente (ricordammo Cèzanne) e alfine del coronamento di questa. Le acque interne, rappresentate dalla lacrima, son finalmente raggiunte, collocandosi questa al suo giusto posto, nell’occhio della donna.

    Che uno sia diventato folle (vedi Van Gogh) per realizzare il suo destino non è il punto, conta quello che ha lasciato in eredità, alla società o almeno a quelli che l’hanno conosciuto.
    Ma s’anche fosse vissuto solo la Memoria che accoglie ogni cosa conserverà ogni sua traccia.
    Quando guardando un quadro (o facendo qualunque altra cosa) proveremo un’emozione avremo la prova che nulla va veramente perso e che le memorie son vive come tutto il resto.

    Galvan


    #16418
    Galvan1224
    Partecipante

    Bentrovati,

    avevo descritto la mia personale esperienza, quando all’età di circa 5 anni si è cristallizzato (trovo appropriato il termine) il senso di me.
    Mi sarebbe interessato conoscere anche le vostre, ma comprendo che per varie ragioni – mancanza di interesse alla specifica questione, aspetti personali riservati, desiderio di non apparire in questo topic, ecc. – la mia curiosità/sollecitazione non abbia avuto seguito.
    Come avrete notato gli interventi di altri utenti son rari (ancora ringrazio chi l’abbia fatto e riguardo l'ultimo contributo di Xeno convengo che le memorie di cui non siamo consapevoli abbiano una grande influenza sul nostro comportamento) e, pur non prediligendolo, questo determina la forma dei miei.
    Che alla fine un po’ mi lasciano la sensazione d’aver svolto il compitino e forse a voi d’averlo letto.
    Per questo, quasi una sorta d’antidoto, mi vien da dare – senza impormelo – una forma “artistica” ai miei scritti.
    Un artista nell’eseguire la sua opera non tiene alcuna lezione, semplicemente dà espressione a qualcosa che si è prodotto o si sta producendo in lui.
    Strano, mi vien spesso da usare il “noi”, quasi le parole che adesso – in un altro tempo e spazio – state leggendo vi colleghino a me e io a voi.
    Pur se son quasi sempre io a buttar la palla tuttavia è sempre una partita, uno scambio.
    La vostra palla potete lanciarla a voi stessi, sotto forma di riflessione, di valutazione di quanto leggete.
    Che qualcosa mi arrivi della vostra partecipazione, al di là del numero di visite che comunque danno il segno dell’interesse, lo ritrovo nello stimolo che mi riporta a questo appuntamento.
    Se davvero, come affermano molti, tempo e spazio non son lineari si potrebbe definire meglio quella particolare sensazione che il leggere le parole, guardare i dipinti o ascoltare le musiche – anche di millenni addietro – dei nostri simili produce in noi, naturalmente in gradi diversi.
    Ma purtuttavia con quella nota comune di fondo, quasi la “presenza” dell’artista tramite la sua opera. In questo senso si può intendere che le memorie son vive come tutto il resto.

    Richiamo sovente lo stato creativo alla base dell’esperienza artistica, su cosa sia tale “creatività” ognuno ha le sue rispettabilissime opinioni.
    Nondimeno il riferimento a un attributo non proprio umano è palese e di questo mi son sempre meravigliato, che si potesse appunto usar siffatto aggettivo per qualcosa che provenga dall’uomo.
    Per quasi tutta la vita non mi aveva mai sfiorato il pensiero che vi fosse effettivamente del vero nel ritener creativo – oltre l’uomo – il tracciar segni, stendere colori, ricavar suoni ecc.
    Da assoluto principiante, mi dedicai a mia volta con ben scarsi risultati in tali attività.
    Per la musica, che pur adoro, son ahimè proprio negato; appena qualcosina nel disegno e una strana attrazione per la scrittura.
    Che più di quella non era, visti gli scadenti risultati.
    Pensavo fosse vieppiù dovuto alla forma, all’impostazione, che almeno per la grammatica non andava poi male.
    Si possono migliorare le nostre tecniche e si deve tendere a farlo, ma quello che mancava al mio scrivere non risiedeva in quell’ambito.
    In poche parole mancava la linfa vitale: tutto si originava da me, dall’uso dei contenuti, delle memorie che avevo accumulato nel tempo.

    Non so con esattezza quando mi resi conto che a un tratto il mio muover la penna non fosse come al solito, era subentrato qualcosa di diverso, e man mano, nel lasciarmi trasportare da quella nuova sensazione letteralmente avevo l’impressione di legger qualcosa da chissà dove prima di riportarla nel foglio.
    Quasi mi pareva d’esser visitato da una forza a me estranea, che mi suggeriva la direzione in cui guardare e facendolo vi trovavo i contenuti, la forma e soprattutto la linfa.
    Così descrivo oggi l’incontro con l’ispirazione, a cui mi inchino riconoscente, non per i risultati, che son conformi al mio livello da principiante e di cui non mi preoccupo, ma per la ricchezza che ha portato nella mia vita.
    Da allora quando incontro l’espressione artistica altrui per prima cosa avverto una familiarità, qualcosa mi risuona dentro, e mi par bello e prezioso quanto ha prodotto l’uomo nel tempo. Pur nella desolazione odierna, milioni di opere d’arte di ogni tempo risplendono come gemme, trattenendo l’uomo dallo scivolare sempre più in basso.
    La torre e la piazza dei Miracoli di Pisa, piazza San Marco a Venezia, solo per far due nomi, non son luoghi e architetture di questo mondo.
    A passarci davanti si può non sentir nulla, nella prima magari vi fate scattar la foto mentre sorreggete con la mano la torre e nella seconda mentre date da mangiar ai colombi, con la Basilica o Palazzo Ducale relegati nello sfondo.
    Cosa c’è da sentire?
    E perché ci siete stati o vi piacerebbe andarci?

    Vedete, nel mio desiderio di far le cose per bene mi son dato un compito un pò difficile.
    Di uscire, per quanto possibile, dagli schemi dell’appartenenza: il mio percorso è stato quello; la mia religione/filosofia/maestro/guru quest’altro; la mia visione scientifica/politica/psicologica quell’altra ancora.
    Per poterlo fare adeguatamente e con verità, occorre che almeno una nostra parte ne sia realmente fuori, non appartenga davvero a nulla.
    Se in qualche modo anche per poco vi appartenesse, e volesse dar la sensazione di non esserlo, suonerebbe falsa.
    Quella parte di noi libera dall’appartenenza l’abbiam tutti, e a quella in realtà mi rivolgo quando vi scrivo, pur forzatamente obbligato a esprimermi attraverso la mia personalità, la mia “cristallizzazione”, quella pietra dentro di noi restia a cambiar natura…

    Come tanti di voi, nella mia (abbastanza lunga) vita ho letto molto, mi son interessato di tante cose, ho ricercato, conosciuto e frequentato tante persone (nel bene e nel male), ricavandone alfine un bel bagaglio di conoscenze (memorie) col quale affrontare ogni situazione.
    Insomma, con la sensazione d’aver compreso qualcosa di come va il mondo e l’uomo.
    La mia pianta interna, così per dire, m’era parsa ben cresciuta e la sua ombra – il conforto d’aver una protezione sopra la testa nei difficili casi dell’esistenza – il premio per l’impegno profuso.
    Il fatto è che tutte le foglie di quella pianta non eran mie, l’avevo prese in prestito, e quel ch’è peggio non eran foglie vere, ma riproduzioni degli originali neppure ben riuscite, memorie appunto.
    Un giorno mi è stata fatta notare la cosa, e mi son visto com’ero, a cercar di ripararmi con quelle dal sole della vita.
    Come l’ho visto non ne son stato più capace; per quanto ci abbia riprovato – che mi ci trovavo bene in quella condizione – non c’è stato nulla da fare.
    Il vero cancella quello che non lo è.
    Questa è stata la mia esperienza (la questione fondamentale, come l’ho definita qui): la bella pianta dalle molte foglie era cresciuta nel fiume della memoria, come sempre accade.
    Essa e ogni altra cosa sono e saranno sempre in quella corrente, in quel divenire.
    Anche se ben sappiamo, lo ritroviamo scritto dappertutto, ci vien detto in continuazione, che c’è un altro fiume, un altro modo di vedere e vivere le cose… ma occorre far questo e quell’altro… e forse un domani…

    Quella semplice questione che mi venne posta: “cosa hai da dire di tuo…” conteneva il seme del vero (per me).
    Non credo che occorra la Vera Visione dell’Universo per diventar liberi, il minimo frammento di vero che incontrerete o avete già incontrato non potrà mai essere annullato dal falso e man mano che questo gli si presenterà innanzi verrà dissolto, come quelle foglie immaginarie.

    Ma abbiam davvero voglia d’incontrarlo?
    E possiamo scegliere se e quando?

    Buona giornata (per qualcuno buone vacanze).

    Galvan


    #16419
    Xeno
    Partecipante

    Niente è realmente nostro neppure il nostro nome che anch'esso ci viene dato.
    Io non ho la capacità di scrivere come fai tu…ma ho capito cosa vuoi dire e proverò brevemente a dire la mia tenedo in considerazione che una breve chat non esprime nella sua completezza ciò che si suol dire.
    Ogniuno di noi, diciamo, è un “nulla”;un bagaglio di dati ed informazioni che attraverso l'esperienza accumuliamo nel tempo sotto forma di memorie (comprese quelle che noi scartiamo;per questo accennavo anche alle memorie inconscie)e che contibuiscono a formare la nostra personalità.Vedere come hai potuto fare tu la cosa,attraverso uno sprazzo di luce non è da tutti….da qui dal mio punto di vista, nasce il pensiero relativo al senso della vita.
    Il senso della vita che in ogni caso anche per i più indolenti,verrà il giorno che si porrà in essere;quandunque all'ultimo respiro rimarremo nudi a noi stessi poichè le memorie cadranno dinanzi a noi come foglie morte.

    L'arte è lo sganciarsi da quelle memorie;la capacità di esprimere qualcosa non allacciata ad esse che è la vera parte esprimibile che potenzialmente è nell'essere umano e credo sia insita in ogni essere umano.
    Fortunati coloro che hanno il dono di essere nella condizione di poter accedere a questa “parte” che è l'unica cosa vera nostra.
    Quando si ha la capacità di osservare un capolavoro ,un opera (sia essa musicale,di pittura,scrittura ecc..)si entra in risonanza con questa parte dell'artista che attraverso lui si esprime.
    Le Opere o i capolavori come noi li chiamiamo,son senza tempo perchè appunto ne sono al di fuori….esse non fan parte delle memorie di cui stiamo parlando.
    Un invenzione pur per quanto utile all'uomo,sarà sempre qualcosa che si basa sulle “memorie” di chi ci ha preceduto…..lo stesso non si può dire dell'Arte.
    In realtà la difficoltà nel comprendere l'arte ed al massimo per i molti esprimere un giudizio di bello,ma non di “estasi.”,sta nel fatto che la bruttura del mondo e la meccanicità di come siamo fatti,e la società in cui siamo immersi,impedisce questa”canalizzazione”
    Stiamo parlando di un comprendere superiore.
    Questo è quanto ho da dire in merito.

    Approfitto uscendo un pò dal tema ma forse no…postarti questo breve racconto di Luigi Pirandello dal titolo la cariola (ti metto il link)
    Non sò se la conosci,in ogni caso,volevo diciamo guidarti….nel senso che se all'inizio ti sembrerà di non capire cosa il personaggio sta dicendo,lo capirai alla fine.
    Spero con questo racconto di averti arricchito (e qui torniamo a tema)non nel senso delle memorie,ma di qualcosa di più elevato…il senso della vita cui accennavo.
    Qualcosa che si può sentire difficilmente esprimere.

    Un saluto

    http://www.classicitaliani.it/pirandel/novelle/13_187.htm


    #16420
    Galvan1224
    Partecipante

    Amo gli artisti perché mi son fratelli,
    toccati dalla luce passata dai cancelli.

    Buonasera,

    in questa rivista ho già incontrato due persone che amano la scrittura: Pier72Mars per la poesia del grande Totò (a livella) e ora Xeno per Pirandello, che non abbisogna di alcun aggettivo, basta il nome.
    Lo ringrazio per avermi consigliato la lettura de: “la carriola”, non la conoscevo, ne son rimasto affascinato e mi auguro che altri seguano l’indicazione.
    Non è fuori tema e a un letterato di tal talento è doveroso dedicare un po’ di spazio, almeno ricopiando qui sotto un passaggio significativo.

    Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desideri prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tutto intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.

    Che magnificenza, un unico lungo periodo ricco di proposizioni che mantiene intatta la tensione sino alla fine. Questa è scrittura, poesia… e il contenuto rivela la profondità della percezione dello scrittore. Quel ricordo indistinto non è riferito alle memorie della vita usuale, quella che si vede e non si vive, ma l’altra: Chi vive, quando vive, non si vede: vive…

    Quanto Xeno dice dell’arte, condivisibile pienamente, permette di approfondire e precisare meglio l’argomento.
    Quando diciamo che l’arte è sganciata dalle memorie ovviamente non s’intende che ogni opera sia del tutto nuova, senza alcuna correlazione con forme, stile e sensibilità del tempo.
    Nel Rinascimento si dipingevano soggetti a carattere religioso, ritratti di personalità e paesaggi; all’interno di quegli ambiti figurativi il pittore, sospinto dall’ispirazione, esprimeva il suo atto creativo. L’emozione che ci procura la visione – la risonanza di cui parla Xeno – è con quello, in qualche modo presente nell’opera.
    Se sia un “comprendere superiore” non sta a me dirlo, ma la parola comprendere = contenere in sé, prendere con/assieme indica uno scambio, un collegamento, non un processo che riguarda il solo spettatore.
    Nell’interpretazione di Xeno l’aggiunta di “superiore” vuol intendere che a differenza del solo comprendere, che fa propria una cosa rendendola mattone per costruirsi, questo non sedimenta nella memoria e pur avendo effetto non lascia traccia.

    Non possiamo esimerci dal dire che non tutta l’arte sia tale, molta è frutto di copiature e applicazione tecnica. In più diverse forme d’arte riportano contenuti corrotti e dirompenti.
    Personalmente non mi desta la stessa emozione gran parte dell’arte contemporanea, se poi devo por in essere un ragionamento che presuppone un bagaglio intellettuale per avvicinarmi a qualcosa, allora proprio non fa per me.
    Non che lo rifiuti, ma vien dopo e solo se ne avverto la necessità, l’interesse.
    Prima guardo, leggo, ascolto. Se mi ha dato la sensazione del bello, dell’armonico… se mi ha meravigliato e commosso allora la chiamo arte.
    Ciò che mi provoca disagio, che è disarmonico – non serve continuare – la chiamo espressione del contenuto dell’uomo, degna del massimo rispetto essa e chi vi trovi stimoli e valori.
    Le raffigurazioni rupestri di millenni addietro son arte, ma man mano che ci avviciniamo ai giorni nostri qualcosa è andato cambiando…

    Una parola va spesa per l’arte figurativa prodotta dai “folli”, quella che Dubuffet definì “art brut”, arte grezza.
    Forse non è un caso che molte di tali opere abbiano prevalenti connotazioni geometriche, a indicare l’anelito verso un ordine superiore.
    Come dicevo tempo fa, la follia è un bel banco di prova.
    Per la società e gli individui, per ogni sistema codificato (religioni e filosofie) o in formazione (nuove teorie e ipotesi in accreditamento) che voglia dir la sua sulla natura e destino dell’uomo.

    Il mirabile meccanismo che attraverso la memoria ci rimanda la nostra immagine, e con quella la possibilità di muoverci e agire nel mondo, a volte s’inceppa da qualche parte.
    Sono alcuni tipi di memorie a logorarne gli ingranaggi o questi son da sé deficitari, oppure si danneggiano col tempo? O una combinazione dei due fattori? O qualcos’altro ancora?

    Sia come sia si torna sempre là: come si forma il senso di sé, come coagula, cristallizza; com’è che s’impone facendo eclissare la precedente modalità; come gestisce e interviene sulle memorie… e come è in relazione, ammesso non provenga da esso, con il pensiero?

    Si può dire qualcosa di nostro sul tema?

    Necessariamente le cose son sempre così complesse da aver bisogno della mitica biblioteca d’Alessandria (gli esperti) per esprimersi?

    Quando vi ho chiesto di dir la vostra su come e quando si sia formato in voi quel senso era per rammentarvi il punto di svolta nella nostra vita, dal quale le cose son completamente mutate, per questo riveste un’importanza decisiva.
    Sino a quel momento – andando a ritroso (un modo l’ha consigliato Xeno) – più o meno distintamente possiamo giungere tutti.
    Un momento e un luogo al confine… una sorta di cancello… allontanandosi dal quale la luce originaria filtra sempre più fioca, sino a perdersi anche il ricordo.
    Al contrario, avvicinandosi è il contorno della nostra immagine che via via sfuma sino a quel confine, oltre il quale non è permesso accedere.
    Ma forse non è una limitazione, la punizione per aver trasgredito un qualche peccato originario, potrebbe trattarsi di una sorta di meccanismo di salvaguardia…
    Oltre quel punto, ammesso fosse possibile, cosa accadrebbe al nostro senso di sé, ormai ben radicato in profondità in tutte le componenti organiche del nostro corpo, padrone e gestore di tutte le sollecitazioni provenienti dai nostri sensi, riferimento e percorso obbligato dei ricordi (memoria)? Fosse un punto di non ritorno… cosa potrebbe accadere al corpo, di colpo lasciato a se stesso?

    Forse l’avvicinarsi o stazionare dalle parti di quel cancello è il limite per quello che siamo, per quello che è l’uomo.

    Quello che qui sotto copio (mi piace sfogliare la nostra rivista) l’ho letto dopo d’aver scritto il mio, a riprova di un sentire comune, pur se collocato in visioni diverse.

    – intervento di Prixi nel topic Uscire da Matrix: il punto più vicino alla “porta d'uscita” (finchè siamo vivi) è al nostro interno (centro, spiritualità, Sè) ma varcheremo quella porta (forse) solo a “fine corsa”. Essere e restare vicini alla porta è il massimo che possiamo fare.

    In quella zona indistinta accadono strane cose, le più frequenti son guizzi di luce (eh, Pirandello…) che poi diventan musiche e dipinti, opere senza tempo.

    Immaginate una clessidra e ruotatela di 90 gradi, alla destra siete voi, il senso di sé, l’immagine che conoscete e su cui intervenite col maquillage quotidiano per conservarla.
    Ci sono tutti i vostri ricordi, emozioni, sentimenti, speranze… tutto insomma.
    Ma come ”viviamo” da questa parte ci rende insoddisfatti, con la perenne sensazione che ci manchi qualcosa. Abbiamo un sacco di cose ma son in prestito, non ci appartengono veramente, alla fine lasceremo tutto.

    Prima o poi si arriva a comprendere che ci manca quell’altra parte, a sinistra della strozzatura, da cui può passare solo qualche granello per volta.
    L’altra parte, l’altro fiume, è un mistero.
    Chi millanti conoscenze al riguardo evidenzia la sua presunzione, un vero mistero rimarrà tale, insondabile, inconoscibile.
    Mi vien d’azzardare questa definizione, non per ragionamento, per sensazione: se non ci fosse un mistero non ci sarebbe nulla.
    Certo si può tentare di descriverlo… a proposito, com’è che abbiam così tante memorie di queste descrizioni?
    Come si son formate, da quali esperienze?
    Eh sì, man mano che si sfoglia il fiore s’apron nuovi petali.

    Ma abbiamo tempo, no?
    (Di questo non possiamo esserne certi… ma a ben vedere per ogni cosa è così, a parte le due che ad ognuno capitano…)

    Belle giornate adesso, dopo tanta piova e freddo… vi auguro di godervele.

    Un saluto cordiale.

    Galvan


    #16421
    Galvan1224
    Partecipante

    Buongiorno.

    Come si forma il senso di sé, come coagula, cristallizza…

    Non ho molti ricordi della mia infanzia, direi sotto la media, ma conosco persone ancor più sotto (anni vuoti di memorie e sensazioni) e altre decisamente sopra, capaci di risalire la corrente del tempo come si fa per un fiume.

    Quando lo faccio io, di risalire alle origini, mi pare evidente che il processo che porta al senso di sé sia avvenuto per gradi, man mano che il flusso di informazioni veniva elaborato dal cervello in pieno sviluppo.
    Ma a un certo punto tutti quei gradi – così per dire – resero possibile qualcosa.
    Necessariamente dovrò avvalermi di un modello/metafora per rendervi la mia interpretazione.
    Come per tutti i modelli è incompleto e altamente soggettivo, da prendere con le pinze, come si dice. Anzi, farò di più, lo trasformerò in un brevissimo raccontino.

    C’era un artigiano cui avevano commissionato la costruzione di una radio, abbastanza potente e capace di sintonizzarsi su tutte le stazioni, in modo da ascoltare tutto il mondo.
    Contento dell’incarico iniziò il lavoro, procurandosi cavi elettrici, resistenze, valvole, reostati e quant’altro avesse bisogno. Ovviamente anche del legno, per la struttura esterna (era una radio d’altri tempi…).

    Man mano l’opera procedeva e venne finalmente il tempo di collegarla alla corrente. Essendo un progetto originale, unico, quello non sarebbe stato il momento finale, ma solo l’inizio di tutta una serie di regolazioni, prima quelle grossolane e procedendo quelle più fini.
    Ogni tanto l’apparecchio emetteva dei segnali, quando riusciva a sintonizzarsi su qualche canale, e prontamente l’artigiano prendeva nota delle regolazioni effettuate, sì da poterle replicare a piacimento.
    Poi passava ad altre, ma ogni volta per farlo doveva abbandonare quelle precedenti.
    La cosa gli procurò un po’ di fastidio e si rese conto che con i componenti a disposizione sarebbe stato difficile dar voce contemporaneamente a tutte le stazioni… che man mano crescevano di numero.

    Un giorno arrivò il committente a veder quanto mancava alla consegna e trovò l’artigiano tutto intento a regolar manopole e cursori, traendo dall’apparecchio una molteplicità di segnali.

    “Allora, mi par che le cose siano a buon punto!” – gli disse

    “Sì, ho trascritto le regolazioni per un’infinità di stazioni” – rispose l’artigiano

    “Regolazioni? A che scopo?”

    “Per sintonizzarsi su quelle che vuole ascoltare…” – rispose, girando rotelle e muovendo leve, finalmente ottenendo un bel suono distinto.

    “Ma… dovrei fare ogni volta tutte quelle manovre?”

    “Necessariamente, con i materiali a disposizione più di questo non si può ottenere.”

    “No, no, non ci siamo… forse ho sbagliato io, diventerei matto ad agir così. Facciamo in un altro modo… c’è una stazione che si riceve meglio delle altre?”

    “Sicuramente, la più vicina… e anche con un bel segnale, stabile e forte…”

    “Ecco, metta quella… e per esser sicuri la blocchi bene, che non si possa muover da sola.”

    “Come comanda, giusto un giro di questa vite… ecco fatto!”

    Il committente uscì soddisfatto dalla bottega e una volta a casa accese la radio che istantaneamente si sintonizzo su quella stazione.

    Era nato.

    I “gradi” son le regolazioni che hanno permesso di captare i segnali quand’eravamo piccoli, e spesso dei più significativi si conserva memoria. Lasciando a vostro piacere interpretare le analogie del raccontino, arrivo al dunque: giusto un giro di questa vite…
    A un certo punto in noi si forma, cristallizza (forse anche materialmente, come sembra indicare il riferirsi a noi stessi indicando il petto, nella zona corrispondente alla ghiandola del timo) un collegamento e tutto quello con cui entreremo in seguito più o meno coscientemente in relazione in qualche modo ne sarà influenzato.
    Avremo la sensazione di farne esperienza, che accada a noi, quasi spettatori dell’evento; quel che ci portano i nostri sensi vien riflesso come su uno specchio che ha il nostro personale, unico colore.

    E cosa proviene invece da quel collegamento, che segnale arriva dalla stazione emittente?
    Beh, prima o poi bisognava pur incontrare il pensiero sul nostro cammino, no?

    Per come la sento, l’esperienza del percepire il pensiero come nostro (e da questo la vita come nostra, che par di vederci mentre la viviamo… anche se, ricordate Pirandello?.. Chi vive, quando vive, non si vede: vive…) è possibile a causa di quel collegamento.
    Lì è inserita la presa della radio, la favolosa radio ricevente del nostro cervello.

    La stazione emittente… che sarà mai?

    E poi – che strano se così fosse – anche questo scritto, che fu prima un pensiero, potrebbe venir da là?

    Le implicazioni di questa visione son notevoli e certo non vi sfuggiranno, ma confrontatele con altre, da qualsiasi fonte provengano. Tutte hanno delle implicazioni notevoli, maggiormente quelle che rimandano all’appartenenza a qualche schema.
    Se in quello vi sentite ben collocati confronterete tal visione con questa, che origina da semplici fatti e deduzioni a cui ognuno ha accesso, all’apparenza (o realmente, è da vedersi) debole e senza una solida strutturazione alle spalle.

    Il sottoscritto pur dispiegando la sua interpretazione tuttavia fin dall’inizio vi ha incoraggiato ad allentare l’ormeggio (le memorie) della vostra barca; un po’ remare sapete e per una volta potreste non attendere l’istruttore, a cui va il vostro ringraziamento per avervi insegnato almeno a non cadere in acqua.
    Probabile che senza la sua rassicurante presenza più che lascar qualche metro di cima non riusciate, non c’è da scherzar con l’acqua… però, che soddisfazione, quasi come toglier le rotelle dalla bicicletta e pedalare mantenendosi miracolosamente in equilibrio..!

    Potranno essere poche braccia d’acqua o pochi metri su una strada ghiaiosa… ma è la vostra acqua, son i vostri metri.
    Questi vi appartengono davvero, son solo vostri.
    Dopo d’aver provato ad andar senza, pur se talvolta si cade sarà difficile rimetter le rotelle, almeno non sempre.
    Dopo d’aver remato a dritta e a manca osservando le trasparenze dell’acqua, il mitico punto d’arrivo sull’altra sponda del lago forse non vi sembrerà così urgente da raggiungere.

    Posso, e lo farò per un po’, sfogliare altri petali del fiore con voi.
    Ma quello che davvero ho da dire non è nelle parole, nelle congetture, non ho obbligo di ricorrere alla memoria, pur parlandone.
    Neppure sento di dover pagar pegno a qualche formidabile visione con la sua ricca cosmogonia, capace di dar risposte quasi per ogni questione, su questo o sull’altro (altri) mondo.
    Non accettando nulla per partito preso, non dando nulla per scontato, neanche il significato d’una parola, non mi dò pena di non appartener a nulla, se non alle mie esperienze e al mio sentire.
    La vita che conduco, in tal modo semplificata e pur di modesto spessore, tuttavia m’appaga.
    Convengo che via sia un prezzo per questo, come a ben vedere c’è per ogni cosa… ma dite, dovendo fare un viaggio, di cui non sapete assolutamente nulla – dove, quando, quanto tempo, il clima, i rifornimenti… nulla di alcuna informazione – come vi comportereste, quali bagagli, quali preparativi?
    Certo riempire con il più possibile un capiente zaino potrebbe tornar utile in diversi frangenti… e se dopo si trattava solo d’andare in un bar a prendere un caffè con un amico?

    E facendolo disquisir d’arte, non in modo serio, che per quello ci son gli esperti che ne san ben più di noi, ma alla leggera, della sensazione che ci procura. Guardando la bella fontana che zampilla davanti a noi, accompagnato il suo gorgoglio dalle note di un musicista di strada, mentre dei nostri simili passeggiano in una giornata finalmente di sole e luce chiara.

    Cosa descrivo, se non la vita davanti a me? E di cosa abbisogno per farlo?
    Vien detto che c’è ben più di questo, ben più al di là… ma davvero c’è qualcosa – adesso e in ogni momento – più del vivere?

    Galvan


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