La questione fondamentale

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Questo argomento contiene 29 risposte, ha 5 partecipanti, ed è stato aggiornato da  Galvan1224 6 anni, 5 mesi fa.

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  • #16422

    Galvan1224
    Partecipante

    Buonasera,

    qualche giorno fa mi trovavo in una bella città d’arte toscana, era primo pomeriggio e faceva davvero caldo, ragion per cui dopo una breve passeggiata urgeva trovare un posto se non con l’aria condizionata almeno all’ombra; forse un bel bar/pasticceria con tavoli e ombrelloni dove poter bere una bibita fresca sarebbe stato l’ideale.
    E di posti davvero belli e confortevoli ce n’erano parecchi, da aver l’imbarazzo della scelta.
    Ma chissà perché non mi decidevo finalmente a fermare i miei passi presso uno di questi, ostinatamente continuando a procedere sotto il caldo sole. Guardando alcuni turisti già ben comodi davanti alle loro bevande, manifestamente soddisfatti, mi son chiesto che andassi mai cercando più di quello. Avevano trovato tutto ciò che si potesse desiderare in un giorno come quello: un bel posto in una via pedonale, pulito, con una gradevole ombra, delle comode poltroncine in vimini, bella vista, tranquillità, buon servizio e una fresca bevanda… beh, non mi son seduto là, ho proseguito per un po’ sino ad arrivare a un parcheggio racchiuso su due lati da filari d’alberi ben alti, a far ombra a qualche modesta panchina, e lì vicino una fontanella con rubinetto.

    Tre panchine quasi si fronteggiavano. Accanto a una c’era una carrozzina con una signora alquanto avanti con gli anni, lo sguardo forse rivolto ad altri tempi e spazi, che quelli attuali parlavan di disagio e forse sofferenza.
    Su altre due panchine, uno per ciascuna, due uomini anch’essi ben anziani (non amo la parola “vecchio”).
    Mi son seduto sulla panchina con accanto la donna invalida, che non ha fatto alcun cenno.
    Osservando i miei occasionali compagni, ognuno in quel momento per proprio conto, mi son immaginato che avrei potuto far due chiacchere, dir qualcosa… ma dopo appena un minuto la scena si anima, passa un anziano e saluta quelli sulla panchina… poi un altro, quindi uno s’alza, ne arriva un altro che saluta e prende a parlare… un signore è tornato da un funerale e racconta di essere stato dal… (nome), insomma, man mano si dispiegavano relazioni, atti e affetti, d’una ricchezza insospettabile.
    Poi i toscani (io non lo sono) son schietti e non si commiserano, ci scherzano sulle avversità della vita. Ad esempio, un anziano arriva e va a salutare la signora in carrozzella:

    – Buondì Emma, come state?
    – Qua sto, e voi?
    – Eh, sto su du gambe… vi riposate?
    – Che c’ho da fa? Anche le vostre gambe, fatele riposà…
    – Eh, dovrei lasciarle a casa…

    E ci tengono a ben esprimersi. Da due panchine:

    – ‘O sai chi era Icaro, vero? Quello che voleva volare vicino al sole…
    – … quello che aveva volato… (precisazione)
    – Si, ma con le ali de c’era…
    – …de cera, non c’era… (corregge la pronuncia)

    Arriva una ragazza ad assistere la signora sulla carrozzina, seguita da una donna di mezz’età, entrambe si siedono accanto a me; un altro anziano che procede incerto sorreggendosi con due grosse stampelle viene a salutare Emma, informandosi sulla situazione di una ferita alla gamba e ironizzando sulle sue, poi si siede tra due amici su una panchina prendendo a conversare…

    Ho trascorso la mezz’ora che avevo a disposizione, dimenticandomi la bibita e persino la fontanella vicina (qualcuno aveva lasciato dei contenitori di plastica, prontamente usati da una coppia per dar da bere al loro cane).
    Stranamente o meno le persone sulle panchine non si son mostrate curiose nei miei riguardi, tanto che mi son sentito quasi invisibile.
    Però, pur se non gratificato dell’attenzione dei miei simili perlomeno la mia presenza non li ha disturbati, permettendomi di cogliere quel variegato e leggero mondo d’anziani, dove le domande son quasi giunte alla fine e il ricorrere alla memoria par più la recita d’una parte che il cercar conferma della propria identità.

    Quello che ascoltavo, pensieri divenuti parole e suoni, e il modo di porli, di rappresentarli… così perfetto da dar la sensazione d’essere in presenza d’attori consumati, capaci d’ogni immedesimazione.

    Là seduto, a tratti riflettevo sulla “stazione emittente” dalla quale suggerivo potesse provenire il flusso del pensiero.
    Stessero in questo modo le cose noi in realtà saremmo vissuti da contenuti che s’originano – forse non altrove, ma non da noi.
    Appunto quella che vien detta una rappresentazione, di cui siam gli attori.

    Mi rendo conto come a questo punto sia facile scivolare nella speculazione e filosofeggiare, mettendo in azione le facoltà logiche/interpretative/disquisitive ecc. del nostro magnifico strumento che c’alloggia in capo.
    Tali argomenti che furono un tempo patrimonio del solo ambito spirituale-religioso, con il progredire delle discipline scientifiche e gli indubbi successi del metodo omonimo (rigoroso e riproducibile, così vien detto) hanno in parte perso quell’unica possibilità d’interpretazione che li rendeva materia per i soli addetti ai lavori, così per dire.
    Anche in questa rivista non si contano gli articoli di numerosi studiosi (fisici, matematici, biologi, chimici ecc.) al riguardo.
    Complice anche l’arte cinematografica concetti come Matrix e simili son diventati d’uso comune. E indubbiamente se qualcosa persiste e ha tal presa sulla coscienza umana almeno qualcosa di vero potrebbe contenere.

    Quindi, come si può approfondire una questione sapendo che interverrà, inevitabilmente e pesantemente, la nostra componente intellettuale, straordinariamente supportata dalla memoria?
    Non che ci sia nulla di sbagliato, ma è come guardare un bel panorama da una finestra di un appartamento.
    Pur se di grandi dimensioni sarà pur sempre rivolta in una direzione, e per veder di più dell’intorno bisognerà spostarsi in altre stanze.
    Ovviamente per chi sia interessato all’intero, non solo alla miglior prospettiva.

    Per questo nel mio discorrere ben presto ho introdotto la componente diciamo artistica, quella che permette d’aver risposte senza neppure far domande… tale per definizione è l’atto creativo, unico, originale… senza causa.

    Ritornate a sedervi con me sulla panchina, e ascoltate come ci son giunto. Appunto girovagavo per quella splendida cittadina… e un pensiero m’accompagnava, guarda un po’, di come continuare la mia discussione con voi (va beh, al momento ancora un tantino sbilanciata dalla mia parte…).

    Mi figuravo di parlar sul pensiero, chiedendomi quando, come e se fosse necessario usare la parola “mente” per approfondire la questione.
    Forse così assorto non ho fatto caso al caldo né ai bei tavolini ombreggiati, ritrovandomi alfine dove, se ci arriverò, tra un po’ d’anni potrebbe essere la mia dimora, anziano tra altri anziani in un giardinetto alla buona (le pensioni son magre, altro che bibite al bar).

    Mentre ascoltavo, partecipavo e assorbivo quell’inaspettata ricchezza espressiva da parte dei miei simili, allo stesso tempo scrutavo in me, vedendo/sentendo/leggendo i miei pensieri.
    Mi domandavo – al mio modo semplice e schivo nel cercar aiuti – se c’è una mente, perché non la vedo, la sento, la tocco… come qualsiasi cosa manifesta? Del pensiero non ho dubbi ci sia; della coscienza o dell’esser coscienti ne ho la sensazione… e del creato, della materia, per quanto dicono sia più vuoto che pieno, ne ho l’impatto sui sensi.
    Che bisogno c’è della mente?
    Che io supponga o meno l’esistenza di una mente (individuale) in questi anziani e in me che li osservo curioso, non cambierebbe l’esperienza.
    Forse la mente, se vi fosse, è neutra qual lo schermo bianco del cinema, e i pensieri son come le immagini proiettate, se togliete lo schermo… fine dello spettacolo.
    Ma queste son congetture, astrazioni… di fatto, di sperimentabile, non c’è che il pensiero… il flusso del pensiero e la sensazione di essere coscienti, talmente intrecciati i due da non poter dire con sicurezza che senza il primo ci possa esser il secondo.
    E naturalmente c’è la memoria, che sostiene tutto…

    Alzatomi dalla panchina e fatto qualche passo ho notato una piccola forma sull’asfalto caldo, d’appena un centimetro, che si muoveva appena.
    Era una piccola, minuscola ape, tra gli insetti che amo di più, arrivata quasi al termine della vita, senza più forze per concluderla almeno su un fiore o sull’erba.
    L’ho presa nel palmo della mano, muoveva ancora le ali e un paio di zampe, e teneva la lingua (perdonate il termine) fuor di bocca.
    Ho deposto un po’ di saliva su un dito, gliel’ho avvicinata ed è riuscita a suggerne un po’, di quell’acqua ch’era prima in me.
    Ma non si è ripresa e i movimenti man mano scemavano.
    Ho chiuso dolcemente il palmo affinché un soffio di vento non la riportasse a terra e mi son avviato a bere una bevanda, sempre tenendola con me.
    Un paio di minuti per bere e per morire.
    Riaperto il palmo era immobile, ho cercato una bella pianta fiorita e l’ho deposta su un fiore azzurro.
    La sua immagine rimarrà per sempre impressa nella mia memoria, anche sulla vostra… o forse nell’unica che esista.

    Un saluto

    Galvan


    #16423

    Galvan1224
    Partecipante

    Buongiorno,

    a me, come credo a molti di voi, piacciono i numeri, il loro mistero.
    Non come a un matematico, per il quale son quasi delle entità se non dei veri amici, ma a un livello semplice… qualcosa un po’ più delle quattro operazioni.
    Così ritornando ogni tanto su questo topic per verificare se vi fossero degli interventi (a cui avrei risposto) ho notato come man mano il contatore delle visite salisse.

    Da un certo punto di vista mi ha fatto piacere, forse qualcosa dei miei scritti è servito, se non altro, almeno a far trascorrere un po’ di tempo a qualcuno.
    Se poi ne abbia tratto una buona impressione non ho modo di saperlo.
    L’altro punto di vista riguarda il fatto che ritenevo chiuso l’argomento, completata la mia modesta lezione (ogni persona che esprima la propria esperienza o pensiero tiene una lezione a chi l’ascolta).
    Ancora ringrazio chi abbia interagito con me.

    Ero venuto, ho suonato la mia canzone e sono sceso dal palco.
    Ma quel contatore che lentamente s’approssima a un numero significativo… 1000… non mi lascia indifferente, nel mio modo un po’ romanzato di veder le cose par mi chieda ancor qualcosa, una sorta di ultimo bis (come s’usa nei concerti).
    Così quando vedrò quel numero raggiunto leggerete, se lo vorrete, quest’ultimo scritto, quasi un inchino al vostro interesse.

    Come tutti mi alzo al mattino e mi raggiungono le notizie dal mondo.
    Non potrei dire se siano più scoraggianti dei tempi addietro, in quasi tutti gli ambiti, non serve un compendio. Le atrocità che l’essere umano è capace di infliggere paiono non aver limiti, e mi rammento di quando bambino ascoltavo dei giochi circensi nell’antica Roma, al Colosseo.
    Tempi nei quali una persona, uno schiavo (si raccomandava esser ben muscoloso), veniva usato per temprar la lama di una spada rovente, trapassandolo mortalmente.

    Oggi scompaiono migliaia di bambini destinati ai mercati d’organi e inorridiamo al vedere le immagini di condannati all’iniezione letale, messi in croce in orizzontale anziché in verticale, con tutta quella messinscena delle siringhe motorizzate che spingon nel corpo i veleni mortali a dar l’impressione che si muovano quasi da sé, senza che alcuno abbia pigiato il pulsante.
    Ma fino a un paio di secoli addietro si giustiziava con modalità di una ferocia assoluta (se reggete all’orrore leggete Wiki alla voce “squartamento, metodo inglese”), tanto che la macabra ghigliottina (che in Francia lo sostituì) può considerarsi “compassionevole”.

    Non vado oltre, mi par un miracolo esser vivo e vivere qui.

    E non aver dovuto assistere in prima persona a tutte le crudeltà che avvengono nel mondo e di cui si ha notizia.

    Sono un privilegiato, me ne rendo ben conto.

    Ma mi chiedo, tutta questa violenza, questo orrore, seppur non mi tocca nella carne e nei sensi, ha effetto in qualche modo su di me?
    Com’è che io come (quasi) tutti riesco a viver la mia vita e sperar e parlar di cose anche belle e interessanti, nonostante la barbarie continui e a volte s’intensifichi?

    Tutte queste memorie spaventosamente cruente, come riusciamo ad isolarle, a metterle da parte, affinché la loro carica negativa non ci schiacci?
    E sono davvero “al sicuro”, quasi circoscritte e contenute come una chiazza di petrolio nero dalle barriere galleggianti?
    Non è che basta s’alzi l’onda e tutto trasborda?

    Vi racconto un episodio.
    Sono stato in quella che un tempo era la Jugoslavia e molti anni fa come forse ricorderete, le entità politiche confederate si son fatte la guerra.
    Sì che oggi riabbiamo Croazia, Serbia e via dicendo.
    Gli orrori non son stati da meno, non lo sono mai quando si rompono gli argini.
    Ricordo di aver visto le immagini iniziali del conflitto, con la gente comune che a Spalato estraeva dai carri armati i soldati, giustiziandoli su due piedi.
    Giovani ragazzi incapaci di reagire, senza via di scampo.

    Una sera conobbi una giovane coppia che per circostanze fortuite aveva fatto in tempo a lasciare quei luoghi e chiesi se avessero avuto sentore dell’orrore che stava profilandosi. Mi risposero che non era neppur pensabile e che quando l’han visto era troppo tardi, i giovani son diventati soldati e su opposti fronti si son scannati.
    Hanno aggiunto, vedendo il mio disappunto, di non credere che una tal cosa non possa accadere anche da noi, c’è un punto oltre il quale vien perso l’equilibrio.

    Non crediate non possa accadere dovunque, in ogni momento.
    Tutte le memorie accumulate nella nostra coscienza, nella coscienza dell’uomo, conservano la loro energia, il loro momentum.

    Non scompariranno da sole.

    Non verrà qualcuno o qualche energia a spazzarle via.

    In qualche posto ci potrà esser qualche bell’evento, l’armistizio e la pace… ma da qualche altra parte la guerra continua.
    Non lo dico io, lo dice la storia. E quella non è pessimista o ottimista.

    Forse per trovare una risposta anche a questo ho camminato per tanti anni in quello che vien definito “mondo spirituale”, confidando in passato nella possibilità (addirittura) di una “nuova coscienza”.
    Vi risparmio di raccontar la pochezza che ho visto, sotterfugi, imbrogli, egoismi e ben di peggio… né più né meno che quello che s’incontra in ogni parte, dovunque vi siano degli uomini, che dentro son tutti eguali.

    Il buon vecchio proverbio che l’abito non fa il monaco val più di sedicenti guru, proclami e tecniche d’ogni tipo.

    Cosa ci rimane, al dunque?
    Una sola cosa, di veder le cose per quel che sono e non per come vorremmo che siano.

    Siamo come pedine di un gioco, che per la maggior parte non ha il minimo sentore d’esser tali.

    Qualcosa arriva in noi, forse nel nostro cervello fisico, una sorta di segnale, l’impercettibile sensazione di un movimento da qualche parte.
    E un pensiero all’istante s’approvvigiona dalle memorie presentando una o più direzioni.
    Mentre ci spostiamo nello spazio e nel tempo (o nell’etere, in una qualsivoglia realtà multidimensionale, olografica, delle varianti o di altro tipo…) abbiamo l’impressione che dipenda da noi il farlo e che volendo si possa agire diversamente.
    Il nostro movimento crea altre memorie che vanno ad accumularsi a quelle precedenti, personali e collettive.

    È difficile immaginare il potere che hanno; rispondete a questa semplice domanda: le vedete le vostre e altrui memorie?

    Non quelle che si muovono nella mente, in forma di pensieri, ma proprio qui, nel mondo materiale?

    Ritorniamo a quello che vi ho raccontato sulla Jugoslavia (ma ogni altro luogo è lo stesso), c’erano Serbi e Croati, Sloveni, Bosniaci… i ragazzi facevano il servizio militare assieme, le diverse etnie lavoravano e si spostavano nei luoghi delle altre, comperavano casa, a volte si sposavano tra loro.
    Si può dire che seppur non familiarizzassero pienamente erano abbastanza integrate.

    Ma non è stato sufficiente, perché?

    Guardate a dove vivete voi, alla vostra città.
    Un domani quando ve ne andrete, al termine della vita o prima per qualche motivo, pensate che qualcosa cambierà per chi continuerà a risiederci?
    La sensazione di vivere a Roma, Napoli, Milano, in un piccolo paesino… il modo in cui si vive e ci si relaziona non continuerà come sempre?

    Continuate a rivedere nella vostra mente dove vivete: le chiese (se ci sono), le case, il paesaggio modellato da millenni d’intervento dell’uomo, le strade, l’arredamento e mille altre cose… cosa sono se non memorie fissate nella materia?

    Il contributo di generazioni e generazioni di persone che ci hanno preceduto, ognuna trovando il suo posto e adattando la propria vita ai luoghi fisici… ai valori, alle credenze, al giudizio del posto. In più lasciando e imprimendo essi stessi il proprio, più spesso rafforzando che indebolendo.

    Ci vuole tanto tempo per cambiare le cose, per smorzare il momentum della memoria. Ancor più se v’è una successione continua di persone.
    Invisibili fili collegano ogni cosa, potete comprar casa in Provenza o all’Elba, in Inghilterra, e viverci magnificamente, ma non sarete mai collegati ai fili di quei luoghi.

    Voi avete i vostri, le vostre radici.

    A quelle tornerete, fisicamente o col pensiero, nei momenti difficili dell’esistenza.
    Le memorie hanno la tendenza (e la forza) per resistere al nuovo, che a sua volta diverrà memoria, rimpiazzando se non cancellando quelle precedenti.
    La maggior parte di chiese e monasteri sorge su siti pagani; quasi subito se un’invasione ha successo vengono tolti di mezzo i simboli che identificano i credi e le culture soccombenti.

    Dicevamo che ci vuol tempo, non ne era trascorso abbastanza in Jugoslavia; pur se le singole persone non sentivano d’appartenere in tal grado a un’etnia in particolare, la memoria dei luoghi e l’altra… quella che agisce nei nostri pensieri, attendevano il momento del riscatto per riveder la luce.

    Tutto è memoria, informazione in un certo senso.
    Tutto quello che riguarda l’uomo e il suo vivere, le sue città, le sue società, i suoi credi… anche le sue speranze.
    Tutto ha origine dalla memoria, difficilmente incontrerete qualcosa di veramente nuovo, lo fosse non sapreste riconoscerla, come gli indigeni che non videro giungere le enormi navi di legno dei conquistadores.

    Questo mondo si può considerare un gioco – un terribile gioco, ne convengo – in cui tutti noi ci troviamo.

    Ci son pedine fortunate a fronte della maggior parte che ha poche chances, appena qualche mossa e con gran dolore.
    Le cose stanno così e tutti i sovvertimenti, le ribellioni, giuste azioni e quant’altro riprodurranno alfine sempre la medesima situazione, uno squilibrio… dal quale ripartirà un’altra ribellione… non è spirito, è storia.

    In questo passar di posizione in posizione, di casella in casella in attesa d’uscire dalla scena, incontrate qualcosa, a volte casualmente.

    Nei casi più fortunati un compagno, un amico… un figlio, i vostri genitori.
    La musica, l’arte… il mare, i monti… un fiore… l’indaco del cielo di notte nel quale si perde il nostro sguardo, accompagnato dalla silenziosa domanda di… cosa arriva in noi… una sorta di segnale, l’impercettibile sensazione di un movimento da qualche parte… che sollecita la nostra pedina a muoversi nel gioco.

    P.S. – Numeri (per gli interessati)

    • 1000 letture (in 100 giorni): 20 repliche = 50
    • 50 è un numero di Harshad (in una data base è un numero intero positivo divisibile per la somma delle proprie cifre).
    Il termine Harshad deriva dal sanscrito “harṣa” che significa “grande gioia”.

    Quella che auguro a tutti voi.

    Galvan


    #16424

    Xeno
    Partecipante

    Ciao Galvan ti ho letto volentieri

    Avendo purtroppo problemi con internet volevo postare una risposta al tuo penultimo post ma non ho potuto,ma avendolo conservato anche se datato lo posto adesso,ecco:

    Che poi penso ci sia da distinguere tra memoria e ricordo…dove la prima è l'impronta o segno lasciato indipendentemente dalla coscienza,il secondo è un pensiero che di riflesso poggia su questa impronta.
    (il pensiero in questione può essere volontario o automatico)

    Ma il mio discorso voleva essere un altro:
    ………ma sopratutto la domanda non è cosa sarà o dove sarà Galvan fra 1000 anni,ma fra 1000 anni qualcuno ricorderà di Galvan?E qual'è stato il senso che ci sia stato Galvan se non vi è memoria di Galvan?E che importa a Galvan se è stato(ha vissuto)Galvan se Galvan non ricorda di Galvan?

    Credo che quel di certo possiam dire è che noi,con il nostro esserci,diamo Testimonianza all'esistenza….come a dire che io vedo il mondo perchè io sono la prova della sua esistenza.
    E la creazione di nuovi corpi attraverso la prole,permette la continuazione se non per noi (forse)ma sicuramente per altri che porteranno avanti l'intero “gioco”

    In ultima analisi,non credo sia importante la memoria (al di là della funzione che esercita in questa vita)ma l'Esserci che è importante; che poi ci si chiami (nome affidatoci di volta in volta)Galvan,Paolo,o Emma non interessa granchè dato che, anche volendo non ci ricordiamo.

    Non a caso ci è capitato di dire o di sentir dire”ho come la sensazione di esserci sempre stato”
    Stiam parlando di un sentire,qualcosa di non spiegabile anche perchè non abbiamo memoria su cui poggia questo sentire e credo non possa essere diversamente dato che(la memoria) l'abbiamo lasciata da qualche parte come qualcosa che ormai non ci appartiene.

    A cosa serva in fin dei conti questo esserci,questa testimonianza, questo essere testimoni del tempo o semplici osservatori,beh questa è un'altra storia che merita un discorso a sé.

    Salutoni


    #16425
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    Grazie Galvan, sapessi quante volte rifletto sui drammi e gioie che vive la nostra società. Non ho trovato ancora una spiegazione convincente…Se è un gioco, come dicono molti maestri, non trovo giusto che non si conoscano le regole…e di conseguenza mi sembra un gioco sleale. E tanto, qualunque cosa noi pensiamo o facciamo dobbiamo andare avanti lo stesso…che ci piaccia o no.
    Stiamo vivendo tutti una tempesta, prima si diceva che si sentivano i venti di guerra. Oggi cos'è?????


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

    #16426

    Galvan1224
    Partecipante

    Cara farfalla 5,

    ci son giochi che simulano la guerra (e anche di peggiori), si tirano i dadi e un plotone di soldati vien distrutto dall’avversario.

    Chi manovra il gioco, conoscendo le regole, non s’impressiona per questo, è tutta una finzione, finita una partita e risollevati da terra i perdenti al par dei vincenti, si ricomincia.

    Ma i soldati, le figurine o le pedine che vengon fatti scontrare e muoiono, soffrendo per davvero, dicono di ignorare le regole.

    Riportando le cose a noi, non è del tutto vero, molte regole son ben chiare, ad esempio quella che a ogni azione corrisponde una reazione, l’altra che illustra come dopo un’ascesa seguirà una caduta, l’altra ancora che evidenzia un andamento ciclico degli eventi.

    Ce ne son altre e la storia può insegnare molto in merito.

    I drammi e le gioie della società… anche se quest’ultime non compensano i primi non hai dimenticato di citarle, c’è qualcosa di buono nella vita dell’uomo, nelle sue relazioni.

    Qualcosa per cui sarà valsa la pena vivere, anche se non tutti avranno questo atteggiamento o pensiero finale.

    La risposta è già nella tua domanda, senza la tristezza non ci sarebbe la gioia, e così per ogni coppia d’opposti.

    Ma se la questione è perché l’uomo possa essere così orribile (come evidenzia il video di Gabriel che hai postato) dentro e fuori di sé, allora la risposta non è così immediata, e andare a fondo potrebbe riservare qualche (sgradita) sorpresa.

    Dipende da come si intende la vita umana: c’è il bene, i buoni da una parte e il male e cattivi dall’altra? O c’è un’unica coscienza umana e i suoi contenuti, le sue memorie d’ogni sorta… che anelano a trovar espressione?

    Riguardo al sentire i venti di guerra, o che le cose stan peggiorando, mi par d’aver letto che i poliziotti che s’occupano di lotta alla pedofilia vengono scelti e formati con estrema cura, e dopo un po’ che han dovuto assorbire quel che di raccapricciante incontrano (soprattutto in rete) li si sposta d’incarico… che c’è un limite per ognuno.

    Anche a causa della tua attività scansioni notizie d’ogni sorta ogni giorno e tutto si deposita nella memoria individuale, un po’ del tuo sentire dipende anche da questo.

    Anni fa, quando non c’erano cellulari e internet, andavo in vacanza (io preferisco le piccole isole) per un paio di settimane e mi limitavo a qualche giornale e una sbirciatina ai titoli facendo le spese.
    Quando tornavo mi meravigliavo di come mi sentissi leggero e pensavo dipendesse dal bel posto, dal mare.

    Oggi è come ieri e domani non sarà troppo diverso, sfugge dal tempo e da ogni regola il respiro della vita.

    Un caro saluto

    Galvan


    #16427
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    [quote1379261308=Galvan1224]

    Anni fa, quando non c’erano cellulari e internet, andavo in vacanza (io preferisco le piccole isole) per un paio di settimane e mi limitavo a qualche giornale e una sbirciatina ai titoli facendo le spese.
    Quando tornavo mi meravigliavo di come mi sentissi leggero e pensavo dipendesse dal bel posto, dal mare.

    Oggi è come ieri e domani non sarà troppo diverso, sfugge dal tempo e da ogni regola il respiro della vita.

    Un caro saluto

    Galvan

    [/quote1379261308]
    Caro Galvan, scusami che solo ora ti rispondo, ma la questione è molto complicata. Devo dire che proprio per questo motivo, e cioè, per il numero esagerato di notizie che ricevevo ho fatto una scelta di stare meno al pc.
    Quest'anno sono andata in Polonia e stando in alberghetto dove la tv in camera non funzionava ero isolata dalle notizie e spesso pensavo come stavo bene senza sapere nulla.

    Ma poi tornata a casa, sono rientrata nel ritmo di sempre e ho ricominciato a cercare…a dir la verità, questo cercare di essere informati mi sembra un bel circolo vizioso..dal quale difficile uscire.

    La cosa che faccio ora è più mirata, preparo dei mp3 delle conferenze in polacco e in italiano e le ascolto. Su FB quasi non ci vado più…perchè lì sì che ti puoi ammalare. Insomma, viviamo dentro questo sistema, non c'è niente da fare. Possiamo solo scegliere tra la meno peggio.
    :ummmmm: #bye


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

    #16428

    Galvan1224
    Partecipante

    Buongiorno Xeno,

    (scusa anche tu il ritardo), comprendo e in parte condivido le tue riflessioni sull’esistenza e vorrei proportene una sull’importante “senso dell’Esserci” e sulla concomitante o susseguente sensazione che a volte produce, quella di “esserci sempre stato”.

    La semplice riflessione è questa: quel che descrivi accade nello stato di coscienza da sveglio, dove agisce il mistero della memoria, individuale e collettiva, ben lungi dall’essere svelato.

    Come ho scritto all’inizio l’uomo è memoria, e la sensazione che ha di sé vien costruita pian piano con la crescita sino a un momento particolare, quando si cristallizza o prende forma qualcosa, comunemente chiamato “senso dell’io”.

    Non credo (è il mio sentire) che si possa metter da parte la memoria , in alcun modo, ancor meno con un atto di volontà o seguendo un particolare percorso.
    Ogni azione non può che provenire da quella, e ogni risultato la contiene, più o meno celata.

    Tuttavia potrebbe accadere d’esser o ritrovarsi svegli (il corpo e i sensi) senza esserne assoggettati?
    E si potrebbe descrivere un tale stato?

    Un caro saluto
    Galvan


    #16429

    Galvan1224
    Partecipante

    buonasera,

    l’ultima volta che scrissi in questo topic fu in occasione della 1000sima visita. I numeri han qualcosa di irresistibile per me, così che non ho potuto (e voluto) lasciar trascorrere quel traguardo senza festeggiarlo, nell’unico modo possibile, aggiungendovi un altro scritto.

    Cosa che mi ritrovo piacevolmente a rifare raggiunto il nuovo traguardo delle 1500 visite, confidando che i lettori nel trascorrere un po’ del loro tempo a leggermi vi abbiano trovato qualcosa di utile, se non altro un approccio diverso alla questione (fondamentale).

    Non è importante qual sia l’approccio, da quale finestra osservate il panorama della vita, ognuna ha la sua ragion d’essere e guardandovi attraverso il quadro andrà arricchendosi di prospettive, colori e dettagli.
    Qualche parte di quel quadro vi catturerà a tal punto da non desiderar più spostarvi dalla finestra che vi permette d’osservarlo, di sentirlo vicino al punto di ritenerlo parte di voi.

    Assolutamente non ho alcuna critica al riguardo, fosse toccato a me mi avrebbe risparmiato un cammino di dubbi e insoddisfazioni. Qualcosa me l’ha impedito, costringendomi a muovere raggiunta la consapevolezza che l’osservare un particolare, per quanto grande e ricco, non mi avrebbe permesso di rivolgermi all’intero.

    Dove trovar dunque una finestra con visuale a 360 gradi?
    Non ne esiste alcuna siffatta, se non si vuole neppur il minimo impedimento alla visione, neppure il miglior vetro trasparente, si deve abbandonare la stanza delle finestre.

    Il vetro è la conoscenza accumulata nella mente o da qualche altra parte, e che lo vogliamo o meno si frapporrà sempre alla visione.
    La soluzione parrebbe quella di “spostarsi” del tutto dalle finestre della conoscenza (della memoria in azione, in sostanza), non da una finestra, da una conoscenza all’altra.

    Ma quel che siamo, come e cosa percepiamo, ne è indissolubilmente collegato tanto da formar un’unica cosa, dove tutto quello che sperimentiamo ne fa parte.
    Queste son considerazioni comuni a ogni percorso cosiddetto spirituale, e tuttavia ognuno di questi percorsi pur indicando la via per sfuggirne tien intrappolato al par d’un pianeta al sole chi risenta della sua forza di gravità.

    Realmente – anche questo vien detto – non potete far nulla… se non comprendere seppur in modo limitato come stiano le cose.
    Se qualcosa accadrà o meno non potete saperlo.

    A me è accaduto, dopo che mi venne chiesto se avessi qualcosa di veramente mio da dire, di ritrovarmi nella mia stanza e di allungare la mano per prendere uno dei libri che mi ero portato appresso.
    Ho letto abbastanza ma non troppo, e in passato selezionai un ristretto numero d’autori (chiamiamoli così) da quali trarre ispirazione e cercar d’approfondirne almeno il pensiero… magari anche un pizzico d’esperienze.

    Dunque presi quel libro e l’apersi al segno, accingendomi a dedicarvi tutta la mia attenzione e il mio tempo.
    Strano, appena dopo un paio di righe quell’attenzione la persi (pur ero ben riposato e tranquillo) e per quanto tentassi di rivolgerla nuovamente non ci fu nulla da fare, la riperdevo ad ogni punto.

    Con gran disappunto mi trovai costretto a constatare la mancanza d’attrattiva di un tema che sempre m’aveva affascinato.
    Va beh, pensai, si tratta d’adesso, e cambiai libro.
    Già al leggere le prime righe del secondo libro subentrò qualcosa di nuovo, in aggiunta alla mancanza d’attenzione come in precedenza.
    Un disagio fisico diffuso che cercai di contrastare cambiando varie posizioni, dicendomi che forse avevo mangiato qualcosa che stava producendo i suoi effetti e che sarebbe passato bevendo qualcosa di lì a poco.
    Ma dovetti riporlo.

    Son un tipo tenace, ho subito preso il terzo libro, uno dei miei preferiti, e mentre lo aprii la sensazione fisica si intensificò a tal punto da aver nausea e mal di stomaco, sintomi che provo davvero raramente.
    Insistei… e fu peggio.

    Chiusi il libro e tutto scomparve… capii che non avrei più letto nulla, nulla su quel tipo d’argomenti.
    Ho regalato la mia modesta libreria e i libri che leggo adesso, ben pochi in verità… trattano altri argomenti, ben diversi.

    Col tempo ho scoperto che il poco di cui posso parlare mi soddisfa più del molto che non mi appartiene, e le piccole cose quotidiane mi son grate e importanti più di quelle la cui altezza me le preclude.
    Non sento d’aver rinunciato o perso nulla… non avendo mai avuto qualcosa di realmente mio, neppur la mia esperienza, sempre filtrata da questo o quel vetro.

    Stamani, mentre facevo colazione, m’è accaduta questa piccola cosa, che vi racconto.
    Sul tavolo tengo una piccola coppa di metallo argentato, traforata e luccicante. Mi è stata regalata per Natale e per un po’ non sapevo qual uso farne.
    Tenerla sopra una mensola qual soprammobile non è da me, cerco di trovar un senso più ampio per gli oggetti.
    Né potevo regalarla ad altri, trattandosi del dono di una cara amica.
    Poi ci misi dentro delle noci e quasi immediatamente sentii che così andava bene… la preziosità di un oggetto argentato a far da calice alla preziosità delle incredibili forme della natura, commestibili per giunta.

    Ce l’avevo davanti agli occhi quando notai un movimento veloce sulla superficie delle noci… immediatamente mi venne la risposta: formiche, minuscole formiche fuoriuscite dai gusci..!
    Guardai meglio e non le vidi più, dov’erano andate?!

    La soluzione venne da lì a poco, si trattava del riflesso della luce elettrica che dalla lama del coltello (spalmavo marmellata) rimbalzava all’interno e complice la traforatura produceva quell’effetto di insetti in rapido movimento.

    Questo per dire quant’è rapida la conoscenza, la memoria, a intervenire e trovar risposte a ogni evento, a ogni questione.
    Ci fornirà la miglior risposta possibile e plausibile, delle formiche nel mio caso.
    Tutte le strade, per chi le percorra con sincerità son convincenti e tutte portano da qualche parte.
    Ma la luce può solo venir da sé, non v’è strada che vi ci porti.

    Un caro saluto

    Galvan


    #16430

    Galvan1224
    Partecipante

    I numeri, lo vogliamo o meno, ci accompagneranno tutta la vita.

    Il numero della nostra nascita e via via quelli di tutti gli eventi che ci sono capitati, così tanti che dopo un po’ s’usa dire “innumerevoli”.
    Ovviamente si può ben contare tutto, a patto di possedere buona memoria. Con quella e i numeri ecco confezionata la vita, nostra e di tutti, sino all’ultimo, importante quanto il primo che per convenzione corrisponde al distacco da chi ci ha generato, anche se probabilmente in futuro avremo nascite che non abbisogneranno di un utero.

    Bisognerà allora stabilire quale sarà il momento da far registrare all’anagrafe… e dal quale, per chi s’interessi di tal argomenti, far partire la ruota astrologica.
    Analogamente anche il termine della vita non è più certo come una volta… il respiro, il cuore e lo stesso cervello, assistiti da macchinari più o meno invasivi e accettati (testamento biologico) continuano a funzionare, almeno in minima parte.
    E casi eclatanti dimostrano come non si debba dar nulla per definito.

    Ora immaginate di veder scritti tutti i numeri della vostra vita, uno dietro l’altro in sequenza e sopra ognuno di questi un piccolo pulsante (virtuale) che cliccato apra e richiami l’evento corrispondente.
    Una ben lunga sequenza… se possiamo immaginare la nostra scia di vita essa dev’esser esistita in potenza prima del suo dispiegarsi, e permanere, se nulla va perduto.
    Com’è dunque la vostra scia di vita, non diversa nella sostanza da quelle di tutti?
    Appunto una lunga sequenza di numeri quasi a sembrar il lungo ramo d’un albero e su quello, al pari di numerosissime foglie, gli eventi occorsi. Vi ricorda qualcosa?

    Quando cliccate sul vostro pc una cartella per aprirne una foto quel che accade è che vien prodotta una sequenza di numeri (due soli in realtà, nel linguaggio macchina 0 e 1) che conduce a quella foto, anch’essa riconducibile ad una lunghissima serie di 0 e 1.
    Informazioni.
    Elaborate da un linguaggio che permetta di aprirle e comprenderle (mi hanno anche parlato di persone in grado di comunicar in tempo reale col computer in linguaggio macchina).

    In noi avviene istantaneamente, dopo aver completato il training dei primi anni di vita (dai 4 agli 8, nella maggior parte dei casi).
    Accediamo ai contenuti della memoria (che non è molto di meno di quel che siamo…) seguendo la fila dei numeri, il nostro ramo…che si collega ad altri rami, a formare un albero (quello che vien detto albero genealogico, dove i legami son anche di sangue, parentele di cellule) e proseguendo ecco un altro albero vicino, con rami in certi punti talmente intrecciati all’altro da non potersi districare… e via via altri alberi, piccoli alberi che fan alberi sempre più grandi, in forme frattali.
    E tutta questa forma occupa un’estensione immensa, talmente ramificata d’apparir una trama, e poiché ci son eventi di persone vien detta la trama/rete della vita.

    Bello, no? Ve ne state comodamente seduti o come preferite, e partite (oggi si dice “navigare”), seguendo il vostro ramo arrivate a questa o quella foglia, che s’apre al vostro occhio e rilascia un po’ di luce… di profumo a volte… di sentimenti provati, emozioni… di quando pensando al futuro ritenevate che poteva prometter un pezzetto di paradiso per chi avesse un po’ di cuore.

    E durante qualche notte, magari calda come nei giorni passati, v’accade di sognare e serbandone traccia non riconoscete i contenuti che vi son propri. Distorsioni, altri ambiti… il saltar qui e là su differenti rami, attraverso quegli intrecci che li collegan tutti.
    Ma son sogni, non datevi pena, evaporeranno in breve tempo… ma, a volte, perché ne resta un’inquietudine?

    Non molto distante da qui, a mille chilometri appena, nel cuore dell’Europa, ai confini con la Russia le cose si son fatte serie – non che non lo fossero prima – ma appare evidente che è in corso qualcosa di fondamentale per gli attuali equilibri mondiali che minacciano d’esser travolti.

    Non son pessimista, ma neppur ottimista.
    Guardo ai fatti e quelli parlano da soli, non par che la cosa si sgonfi, tutt’altro. E la storia (non l’interpretazione della storia) insegna a dubitar dell’uomo e dei suoi propositi.
    Che numeri stan agendo in quel contesto?
    Quanti missili di qua e di là, l’economia mondiale basata o affrancata al dollaro… i rapporti di forza, altri numeri.

    Quand’ero un giovane adolescente (oltre quarant’anni fa, mi par ieri, come dicono tutti quelli che han una certa età …) immaginavo il futuro, il 2000. Mi piacevano i racconti di fantascienza (Urania) e disegnavo un mondo di buona tecnologia.
    In un disegno raffigurai un lungo tunnel dove si muoveva senz’attrito una sorta di cabina che non abbisognava d’esser guidata.
    All’esterno un mondo domato ma non sopraffatto, rispettata la sua forma naturale. Su quel veicolo due giovani, lei abbracciata a lui, entrambi con lunghi capelli (eran quelli gli anni), verso una meta felice.
    Un promettente futuro.

    Oggi, quattordici anni dopo quel 2000, la stessa età che avevo allora, di quel bel sogno ne vedo ben poche tracce attorno a me e rispetto il sogno d’oggi di chi attende che s’apra, in forma di portale, di nuova energia o rinnovata condivisione d’ideali una nuova età dell’oro, un altro promettente futuro.

    Ripeto che non son pessimista, osservo (secondo la mia prospettiva e condizionamento) i fatti per quel che sono: addirittura un oceano man mano avvelenato dalle radiazioni provenienti dal mar del Giappone e un terzo dei bambini (130.000…) del distretto di Fukushima con formazioni cancerose alla tiroide, leggo di quell’uomo che per una infatuazione non corrisposta ha visto moglie e figli come catene da cui liberarsi…

    Finora non si è aperta alcuna camera dei segreti sotto la sfinge e la maestosa piramide di Cheope (una mia gran passione d’un tempo, passavo le notti in attesa delle immagini da “colui che apre la strada”…) è ancor più inavvicinabile, vedi situazione politico-religiosa.
    Se sperare è una buona cosa e fare è ancor meglio, tuttavia l’inerzia, il momentum accumulato nella coscienza da comportamenti ormai millenari, non permetterà che si possa scender dal treno in corsa come si scende qualche gradino di casa.
    Mi sono costretto a guardare le immagini dei sunniti in Iraq che sterminavano i prigionieri sciiti, il modo in cui l’han fatto… Hitler non se n’è mai andato dalla coscienza umana.

    Mi piaccia o meno questo è il mio mondo, la mia epoca e i miei compagni di viaggio che un destino, per alcuni già scritto e per altri sul quale poter intervenire, conduce alla sua destinazione.
    In grande scala ci son ben poche possibilità… rimane la piccola, quella quotidiana e personale… potente, ne convengo, se non nasce da illusioni e desiderio d’altro, perché l’altro esclude il questo… e siam daccapo.

    Questo topic ha raggiunto le 2000 visite, 500 in più dall’ultima volta che vi scrissi, un altro 2000 si aggiunge alla mia personale lista di numeri.
    Non credevo avrebbe raggiunto tali cifre e presumo che molti l’abbiano letto attirati dal titolo accattivante, rimanendone poi delusi, non trovandovi che proposizioni un po’ alla rinfusa e… nessuna di quelle importanti parole tanto ricorrenti, ad esempio sulla spiritualità, il suo riferimento supremo e i suoi portavoce (che da sé si son dichiarati tali…) su questa terra.

    È probabile vi possa esser stato anche qualche apprezzamento riguardo i miei scritti, ma come in quasi tutti i forum l’interrelazione è una chimera, quasi nessuno lascia la sua firma sul libro delle visite.
    S’entra nell’edificio (sacro o meno che sia) senza pagar biglietto, si fan due foto, ci si guarda attorno e via, fuor di porta, appena consapevoli che qualcuno tal edificio lo conserva, lo pulisce e cerca di mantenerlo aperto anche alla vostra visita, mettendoci dei fiori (scritti) che possono o meno garbare.
    Beninteso, personalmente ho appreso ad accettar che noi si sia quel che siamo, avvezzi a veloci e superficiali incontri con i nostri simili, così che non mi dà più cruccio la sensazione di parlar al vento.

    Voi siete, come lo son io, quel vento, e prima di comprendere che tutto quel che esso può fare non sia altro, né più né meno, che frusciar tra rami e muover foglie, occorre che provi a sollevar muri d’acque e smuover monti.
    In sostanza viver la vita, ritenendo d’aver opportunità e forze per trovargli una direzione, se non importante almeno significativa.

    La questione fondamentale è che ci son cose che non potremo mai fare e altre che, forse a causa della facilità, ci appaiono scontate, con quel sapor del quotidiano che fa fuggir a gambe levate il Salgari ch’è in noi e anela orizzonti esotici più in là di dove, costretti o meno, trascorriamo il nostro tempo.

    Se ora, in questo momento, aveste la certezza di un breve tempo di vita concessovi, diciamo qualche giorno, che fareste?
    Mettete da parte la riservatezza, quel che avete la possibilità di dire potrebbe tornar utile ad altri, esser spunto e riflessione in questi tempi difficili.

    Comincio io… esauriti i saluti di persona e telefonici dedicherei buona parte di quell’ultimo tempo a metter a posto le mie cose, riassettar la casa per così dire, e poi riandar indietro nella mia vita e come quel vento che non sceglie quali foglie far tremolar ne vorrei agitar il più possibile, belle e brutte che siano e riveder gli eventi che racchiudono.
    Non saprò nulla dell’impronta che rimarrà nella memoria di chi mi avrà conosciuto di persona o tramite scritto, ma per quanto infinitesima farà per sempre parte del grande albero della vita.
    Tal pensiero non mi consolerà, né darà un senso alla mia esistenza, è solo un fatto, per chi lo voglia vedere.

    Appresso d’aver smosso le foglie della mia memoria, le guarderò pian piano acquetarsi… dopo avermi mostrato quello che ho sentito di fare e che ho fatto, secondo la mia misura.
    La memoria che è in me, l’informazione che racchiudo non avrà un altro vento che la farà viver come ho fatto io, come avete fatto voi.
    Unici e irripetibili, baciati dal vento della vita.

    Galvan


    #16431
    Pasquale Galasso
    Pasquale Galasso
    Amministratore del forum

    Grazie Galvan, hai scritto delle cose molto belle, mi riferisco soprattutto alla fine. La questione fondamentale ha avuto oltre 2 mila letture, non tutti scrivono è vero, ma quello che devi comunicare passa.


    CONOSCERE NON È AVERE L'INFORMAZIONE

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