Peru': Amazzonia in rivolta

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Questo argomento contiene 37 risposte, ha 14 partecipanti, ed è stato aggiornato da  marì 10 anni, 5 mesi fa.

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    Articoli
  • #82783
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    [quote1249060646=Marì]
    08/07/2009

    Perù, il presidente annuncia un cambio di governo

    Negli scontri dallo scorso giugno nella zona amazzonica sono morti 52 persone

    Il presidente del Perù, Alan Garcia, ha annunciato un cambio nel governo dopo gli scontri nella zona amazzonica avvenuti a giugno.

    “Entro questa settimana avremo un nuovo premier”, ha assicurato Garcia. Il primo cambiamento riguarda dunque il presidente del Consiglio dei ministri, Yehu Simon. Due settimane fa Simon aveva rimesso il mandato nelle mani del presidente Garcia.
    Intanto, diversi organizzazioni sociali hanno convocato uno sciopero di tre giorni nelle principali città del Paese. I manifestanti chiedono una nuova costituzione e un'inchiesta indipendente sulle morti in Amazzonia.
    Gli scontri nella zona amazzonica si erano verificati dopo l'annuncio del governo di cambiare un articolo della Costituzione che autorizzerebbe la vendita ai privati di 45 milioni di ettari di superficie boschiva di propietà dello Stato. Secondo i dati ufficiali, negli scontri sarebbero morti 52 persone, tra cui 30 manifestanti e 22 agenti di polizia.

    http://it.peacereporter.net/articolo/16604/Per%F9,+il+presidente+annuncia+un+cambio+di+governo

    [/quote1249060646]
    è un'ONDA che si espande..


    #82784

    marì
    Bloccato

    Ognuno ha il suo “nano” 😉


    #82785

    Anonimo

    E' VERO! Avete ragione!!
    Perchè si deve progredire per produrre sempre di più!
    Lasciamoli morire di fame questi stronzi!
    p.s. Ma non sarebbe meglio farli mangiare?


    #82786

    meskalito
    Partecipante

    Il sistema di cui ti fai portavoce non solo affama gran parte della popolazione mondiale ma inoltre avvelena chi ha del cibo!

    Fantastico!


    #82787

    marì
    Bloccato

    ” I CERCATORI D'ORO VOGLIONO LA NOSTRA MORTE” . INTERVISTA A DANIEL SCHWEIZER AUTORE DI ” DIRTY PARADISE” .

    Di redazione (del 09/08/2009 @ 08:51:35, in Gli Speciali Della Redazione http://www.finanzainchiaro.it/dblog/storico.asp?s=Gli+Speciali+Della+Redazione

    [color=#0000ff]La maledizione dei wayana, gli indiani francesi dell'Amazzonia, è di vivere in una regione ricca d'oro sfruttata fino alla devastazione. “Dirty Paradise”, del regista svizzero Daniel Schweizer, è un grido di allarme. Intervista.[/color]

    Parana, Mélanie, Akama, Muriel, Etume. Esseri umani, come noi, che abitano la Terra, come noi.
    I loro nomi, i loro volti, i loro sguardi riempiti di tristezza e i loro destini minacciati riguardano anche chi, come noi, abita nella parte più soleggiata del Pianeta.

    La spregiudicata spoliazione delle risorse naturali e la costante distruzione della natura per fare sempre e solo più soldi, sono problemi da cui molti si ostinano a chiamarsi fuori. Ma in realtà è un affare nostro, soprattutto nostro.

    Questo ci racconta, con straordinaria sensibilità, Dirty Paradise http://www.artfilm.ch/dirtyparadise.php?lang=f&lang=en , il documentario di Daniel Schweizer presentato al Festival internazionale del film di Locarno. Un film che denuncia il dramma degli indiani Wayana della Guyana francese, le cui risorse naturali sono minacciate dallo sfruttamento intensivo dell'oro, che inquina i fiumi con il mercurio. Un film che ci parla di una doppia catastrofe – ecologica e umana – nel cuore della foresta amazzonica. Un film che ci rivela una morte annunciata, ma non ineluttabile.

    Nel tragico destino di questo popolo, si ripropone il confronto universale tra Davide e Golia, una minoranza confrontata con una sfida troppo grande: lo strapotere sovranazionale dell'economia globalizzata. “In questo piccolo territorio europeo d'Amazzonia – dice il regista Daniel Schweizer – si sta consumando il peggio della mondializzazione”.

    E le parole di Mélanie, capa villaggio di Kayodé e madre di 6 bambini, non lasciano spazio ad interpretazioni: “I cercatori d'oro vogliono la nostra morte”.

    [color=#0000ff]Dopo una trilogia sull'estremismo di destra, ecco un documentario totalmente diverso. Come ha maturato questa scelta? [/color]

    Dopo questa serie sull'estrema destra radicale, ho sentito l'enorme bisogno di tornare a filmare in empatia, con persone che avrei potuto amare, seguire, accompagnare e forse anche aiutare, come nel caso del mio documentario sull'AIDS Vivre Avec.

    Il caso ha voluto che incontrassi delle persone che mi hanno parlato degli indiani Wayana. E mi sono subito ricordato di un libro della mia infanzia Parana, il piccolo indiano. Per me, quel libro, era la rivelazione del paradiso, della bellezza sulla terra, della pace, dell'armonia. Quando ho saputo che gli indiani erano minacciati, ho voluto sapere che cosa potesse succedere di così grave nella Guyana francese, un territorio europeo in Amazzonia.

    Dopo questa serie sull'estrema destra radicale, ho sentito l'enorme bisogno di tornare a filmare in empatia, con persone che avrei potuto amare, seguire, accompagnare e forse anche aiutare, come nel caso del mio documentario sull'AIDS Vivre Avec.

    Il caso ha voluto che incontrassi delle persone che mi hanno parlato degli indiani Wayana. E mi sono subito ricordato di un libro della mia infanzia Parana, il piccolo indiano. Per me, quel libro, era la rivelazione del paradiso, della bellezza sulla terra, della pace, dell'armonia. Quando ho saputo che gli indiani erano minacciati, ho voluto sapere che cosa potesse succedere di così grave nella Guyana francese, un territorio europeo in Amazzonia.

    [color=#0000ff]Quale è stato il suo primo approccio? [/color]

    Sono partito alla ricerca di Parana. Il primo anno non l'ho incontrato, era partito nelle montagne a cercare l'argilla. Ma ho conosciuto figli e nipoti e ho promesso loro che sarei tornato. Con il tempo e con grande rispetto, ho conquistato la loro fiducia acquisendo nel contempo la legittimità di poterli filmare e di raccontare la loro storia: il dramma umano e ambientale di una tribù amerindiana che rifiuta di scomparire nel silenzio e nell'indifferenza.

    [color=#0000ff]Lei si è dunque preso tutto il tempo necessario per realizzare questo documentario e stabilire un legame aperto con gli indiani Wayana. [/color]

    Il documentario è il frutto di un approccio graduale durato quattro anni, diversi viaggi in Amazzonia, numerosi incontri. Per me era importante condividere con gli indiani Wayana ogni fase del mio documentario. Non è stata rubata una sola immagine, non c'è stata nessuna forzatura. Dirty Paradise è un progetto che si è sviluppato e che è cresciuto insieme a loro. L'originalità e la forza del documentario risiede proprio nel ruolo attivo assunto dai Wayana.

    Sono loro a prendere la parola, sono direttamente loro a raccontarci la solitudine, la sofferenza, l'inquietudine e la disperazione che fanno parte della loro vita quotidiana. E sono sempre loro a chiederci di aiutarli a lottare. In un certo senso Dirty Paradise è il portavoce del loro dramma.

    [color=#0000ff]L'impostazione che ha dato al suo documentario sembra quasi un lusso, in un mondo che non trova il tempo per fermarsi a riflettere… [/color]

    E' vero, oggi è sempre più raro darsi il tempo di girare un documentario, è quasi un lusso, ma non avrei potuto fare diversamente. Non mi interessano i reportage dove in tre settimane si fa tutto. Può andare bene per alcuni soggetti, ma se vuoi incontrare l'altro, se vuoi condividere qualcosa con gli altri, l'approccio deve essere completamente diverso.

    Nell'era dell'informazione fast-food, si incatenano rapidità, precipitazione, superficialità, parzialità. Rifiuto categoricamente questo modo di lavorare, che dà soltanto l'illusione di conoscere la realtà.
    [color=#0000ff]
    Che cosa ha scoperto girando questo documentario? [/color]

    Che non basta sorvolare una regione con il proprio aereo o elicottero per conoscere una realtà. Bisogna avvicinarsi alla terra, incontrare le persone, toccare con mano la loro quotidianità. Non basta parlare teoricamente del riscaldamento del pianeta, occorre andare direttamente laddove vivono le vittime degli sconvolgimenti climatici.

    Ed è quello che ho fatto con gli indiani Wayana, a cui finora nessuno aveva dato la parola. Sono stati realizzati dei documentari sull'estrazione dell'oro, sullo sfruttamento delle risorse ambientali dell'Amazzonia, sul traffico di esseri umani: ma tutti, quasi sistematicamente, si dimenticano degli indiani.

    Eppure loro da sempre vivono in armonia con la natura, applicano principi di sviluppo sostenibile, rispettano l'ecosistema, gli esseri viventi con i quali dividono la terra. E oggi la globalizzazione ruba loro la terra sotto i piedi, sconvolgendo il loro mondo.
    [color=#0000ff]
    Quali sono le speranze che ha posto in Dirty Paradise? [/color]

    Il destino dei wayana è in fondo una storia universale: sono un popolo tra molti altri che lotta contro il saccheggio delle risorse naturali e per la sopravvivenza. Come noi abitano un medesimo mondo. Spero che con il mio film non si possa più far finta di niente, distogliere lo sguardo e dire: non sapevo. ( Fonte: swissinfo.ch)

    [color=#0000ff]Autore: Françoise Gehring[/color] ( Locarno/ swissinfo.ch)

    [color=#0000ff]PER SAPERNE DI PIU' [/color]:

    L'ORO SPORCO
    Il mercurio viene usato dai cercatori d'oro perché ne rivela la presenza. Per amalgamare 1 kg d'oro si utilizzano 1,3 kg di mercurio.

    Nei fiumi degli indiani Wayana – nella Guyana francese, tra il Surinam e il Brasile – vengono riversati ogni anno tra 5 e 10 tonnellate di mercurio.

    Un Wayana su due ha un tasso di mercurio 4 volte superiore ai tassi minimi ammissibili dalle autorità sanitarie europee.

    Nei territori indiani ci sono 1'200 Wayana e oltre 10 mila cercatori d'oro clandestini.

    Nel 2001 è stata inoltrata una denuncia contro ignoti per avvelenamento da mercurio. Un gruppo di indiani si è costituito parte civile presso il Tribunale di Cayenna. La denuncia è ancora nella fase istruttoria.

    AIUTIAMO I WAYANA

    Dirty Paradise sarà il perno di una campagna in favore degli indiani Wayana che inizierà nella primavera del 2010 in Svizzera romanda e nella Svizzera tedesca.

    Daniel Schweizer potrà contare sul WWF e sull'organizzazione non governativa Survival France per promuovere il film e il dibattito sull'impatto che la devastazione ecologica ha sugli esseri viventi.

    Le ONG della Guyana intendono lanciare una campagna internazionale in concomitanza con la proiezione ufficiale del documentario nelle sale cinematografiche.

    Un'associazione di Ginevra avrà il compito di coordinare i contatti tra le diverse ONG e le strutture umanitarie in Europa.

    http://www.finanzainchiaro.it/dblog/articolo.asp?articolo=4859

    Intanto lo scempio cantinua ~grrr


    #82788

    marì
    Bloccato


    Così le strade e le piste
    divorano l'Amazzonia

    Dal Brasile alle Ande fino all'oceano Pacifico le opere che distruggono le aree boschive. Il più delle volte sono illegali, realizzate dai tagliatori clandestini di alberi di LUIGI BIGNAMI


    Brasile, la BR 163

    “LA miglior cosa che si potrebbe fare per salvare l'Amazzonia è quella di bombardare le strade”. Potrebbero sembrare le parole di un eco-terrorista invece sono quelle di di Eneas Salati, uno dei più rispettati scienziati brasiliani, in un'intervista a New Scientist. E confermate da quelle di Thomas Lovejoy, biologo americano, il quale ha detto che “le strade sono i semi della distruzione delle foreste tropicali”.

    Le foreste tropicali scompaiono al ritmo paragonabile a circa 50 campi da calcio al minuto. Una distruzione che porta con sé la fine di miriadi di specie viventi, l'aumento di gas serra per miliardi di tonnellate l'anno e, non ultimo, un'incidenza mortale sulle popolazioni delle foreste. Le strade sono alla base dello scempio.

    Il Brasile di recente ha completato la BR-163, penetrata nel cuore dell'Amazzonia per circa 1.800 chilometri, dal Mato Grosso fino a Santarém in Pará. Un'altra, la BR-319, inizierà presto a tagliare la foresta per 900 chilometri. Tre altre piste sono in programma per attraversare le Ande, dall'Amazzonia all'Oceano Pacifico. Sono solo le ultime nate, o quelle che stanno nascendo, di un intreccio di piste per lo più non autorizzate, penetrate nella foresta amazzonica per circa 170 mila chilometri, realizzate per lo più da tagliatori di alberi illegali per l'esportazione di mogano e altri legni pregiati.

    Lo stesso problema colpisce anche l'Isola di Sumatra e l'Africa centrale. In un articolo apparso su Science risulta che nel bacino del Congo, dal 1976 al 2003, sono state aperte 52 mila chilometri di strade e piste.

    Le strade sono fatali per le foreste perché queste ultime hanno una struttura così complessa che anche una pista larga pochi metri può alterarne profondamente le condizioni. A questo si aggiunge la scomparsa della fauna, decimata da auto e camion e dalla presenza umana. Non a caso nel bacino dell'Amazzonia il 95% della deforestazione e degli incendi avviene entro 50 chilometri dalle strade. In Suriname molte delle miniere illegali di oro (fortemente inquinanti) si trovano proprio vicino alle piste. Un esempio è l'autostrada Belem-Brasilia, nata negli anni '70: oggi una fascia di foresta di 400 chilometri, ai suoi lati, risulta totalmente compromessa.

    Ancor più importante è l'impatto sulle popolazioni indigene. Nuove foto aeree hanno svelato la presenza di disboscatori clandestini all'interno di una riserva amazzonica istituita per gli indios isolati e quindi altamente vulnerabili. Le immagini mostrano gli accampamenti dei disboscatori all'interno della Riserva Murunahua, creata in Perù nel 1997. Secondo i funzionari della Funai (Fundaçao Nacional do Indio), i disboscatori stanno facendo fuggire gli abitanti della riserva dal Perù verso il confine brasiliano.

    Alcuni Murunahua sono già entrati in contatto con i disboscatori e per questo è deceduto circa il 50% della tribù. Proprio nelle ultime settimane è stato segnalato il primo caso di influenza H1N1 tra gli indiani amazzonici. Il virtus sarebbe stato diffuso proprio dai disboscatori. Secondo il Dipartimento sanitario regionale di Cusco, infatti, sono risultati positivi al virus sette membri della tribù dei Matsigenka che vivono lungo il fiume Urubamba, nell'Amazzonia peruviana. Il rischio è quello di un'epidemia devastante tra popoli che non hanno difese immunitarie nemmeno contro le più comuni malattie.

    “Sono necessari studi approfonditi sulle conseguenze che l'apertura di una strada può arrecare all'ambiente e alle popolazioni di una foresta – spiega William Laurance della James Cook University di Caims, Australia – e poi troppo di frequente non si valutano le ricadute di una strada quando si fanno grandi opereconseguenze della realizzazione di una strada nel cuore delle foreste come una diga o un altro grande progetto. Esistono esempi significativi. Come la strada di alta velocità prevista tra Colombia e Panama che andrebbe a intaccare un'area molto importante, la Chocò-Darien. Un altro esempio è la BR-319: se costruita, potrebbe lacerare l'Amazzonia centrale come una cerniera”.
    (2 settembre 2009)

    http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/ambiente/foreste/foreste/foreste.html

    Ma perche' l'umano ha sempre rimedi/soluzioni cosi violenti? :&o


    #82789

    marì
    Bloccato

    Il video relativo all'articolo sopra postato

    Amazzonia, ''Bombardare le strade''
    [link=hyperlink url][youtube=425,344]DX53aBEhjuU[/link]


    #82790

    Anonimo

    [youtube=500,405|border]oxAHei3V5wA


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