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    Articoli
  • #106384
    prixiprixi
    Amministratore del forum

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    [/quote1385481277]

    MERAVIGLIOSA ! <3

    Grazie Brig #rosa


    "Il cuore è la luce di questo mondo.
    Non coprirlo con la tua mente."

    (Mooji - Monte Sahaja 2015)

    #106385
    orsoinpiedi
    Partecipante

    Non insegnate ai bambini di Giorgio Gaber

    Non insegnate ai bambini
    non insegnate la vostra morale
    è così stanca e malata
    potrebbe far male
    forse una grave imprudenza
    è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

    Non elogiate il pensiero
    che è sempre più raro
    non indicate per loro
    una via conosciuta
    ma se proprio volete
    insegnate soltanto la magia della vita.

    Giro giro tondo cambia il mondo.

    Non insegnate ai bambini
    non divulgate illusioni sociali
    non gli riempite il futuro
    di vecchi ideali
    l'unica cosa sicura è tenerli lontano
    dalla nostra cultura.

    Non esaltate il talento
    che è sempre più spento
    non li avviate al bel canto, al teatro
    alla danza
    ma se proprio volete
    raccontategli il sogno di
    un'antica speranza.

    Non insegnate ai bambini
    ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
    stategli sempre vicini
    date fiducia all'amore il resto è niente.

    Giro giro tondo cambia il mondo.
    Giro giro tondo cambia il mondo.


    #106386
    orsoinpiedi
    Partecipante

    Il pianto della scavatrice

    Pier Paolo Pasolini

    I

    Solo l'amare, solo il conoscere
    conta, non l'aver amato,
    non l'aver conosciuto. Dà angoscia

    il vivere di un consumato
    amore. L'anima non cresce più.
    Ecco nel calore incantato

    della notte che piena quaggiù
    tra le curve del fiume e le sopite
    visioni della città sparsa di luci,

    scheggia ancora di mille vite,
    disamore, mistero, e miseria
    dei sensi, mi rendono nemiche
    le forme del mondo, che fino a ieri
    erano la mia ragione d'esistere.
    Annoiato, stanco, rincaso, per neri

    piazzali di mercati, tristi
    strade intorno al porto fluviale,
    tra le baracche e i magazzini misti

    agli ultimi prati. Lì mortale
    è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
    alla stazione di Trastevere, appare

    ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
    alle loro borgate, tornano su motori
    leggeri – in tuta o coi calzoni

    di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
    i giovani, coi compagni sui sellini,
    ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

    chiacchierano in piedi con voci
    alte nella notte, qua e là, ai tavolini
    dei locali ancora lucenti e semivuoti.

    Stupenda e misera città,
    che m'hai insegnato ciò che allegri e
    feroci
    gli uomini imparano bambini,

    le piccole cose in cui la grandezza
    della vita in pace si scopre, come
    andare duri e pronti nella ressa

    delle strade, rivolgersi a un altro uomo
    senza tremare, non vergognarsi
    di guardare il denaro contato

    con pigre dita dal fattorino
    che suda contro le facciate in corsa
    in un colore eterno d'estate;

    a difendermi, a offendere, ad avere
    il mondo davanti agli occhi e non
    soltanto in cuore, a capire

    che pochi conoscono le passioni
    in cui io sono vissuto:
    che non mi sono fraterni, eppure sono

    fratelli proprio nell'avere
    passioni di uomini
    che allegri, inconsci, interi

    vivono di esperienze
    ignote a me. Stupenda e misera
    città che mi hai fatto fare

    esperienza di quella vita
    ignota: fino a farmi scoprire
    ciò che, in ognun, era il mondo.

    Una luna morente nel silenzio,
    che di lei vive, sbianca tra violenti
    ardori, che miseramente sulla terra

    muta di vita, coi bei viali, le vecchie
    viuzze, senza dar luce abbagliano
    e, in tutto il mondo, le riflette

    lassù, un po' di calda nuvolaglia.
    È la notte più bella dell'estate.
    Trastevere, in un odore di paglia

    di vecchie stalle, di svuotate
    osterie, non dorme ancora.
    Gli angoli bui, le pareti placide

    risuonano d'incantati rumori.
    Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
    – sotto festoni di luci ormai sole –

    verso i loro vicoli, che intasano
    buio e immondizia, con quel passo blando
    da cui più l'anima era invasa

    quando veramente amavo, quando
    veramente volevo capire.
    E, come allora, scompaiono cantando.

    II

    Povero come un gatto del Colosseo,
    vivevo in una borgata tutta calce
    e polverone, lontano dalla città

    e dalla campagna, stretto ogni giorno
    in un autobus rantolante:
    e ogni andata, ogni ritorno

    era un calvario di sudore e di ansie.
    Lunghe camminate in una calda caligine,
    lunghi crepuscoli davanti alle carte

    ammucchiate sul tavolo, tra strade di
    fango,
    muriccioli, casette bagnate di calce
    e senza infissi, con tende per porte…

    Passano l'olivaio, lo straccivendolo,
    venendo da qualche altra borgata,
    con l'impolverata merce che pareva

    frutto di furto, e una faccia crudele
    di giovani invecchiati tra i vizi
    di chi ha una madre dura e affamata.

    Rinnovato dal mondo nuovo,
    libero – una vampa, un fiato
    che non so dire, alla realtà

    che umile e sporca, confusa e immensa,
    brulicava nella meridionale periferia,
    dava un senso di serena pietà.

    Un'anima in me, che non era solo mia,
    una piccola anima in quel mondo
    sconfinato,
    cresceva, nutrita dall'allegria

    di chi amava, anche se non riamato.
    E tutto si illuminava, a questo amore.
    Forse ancora di ragazzo, eroicamente,

    e però maturato dall'esperienza
    che nasceva ai piedi della storia.
    Ero al centro del mondo, in quel mondo

    di borgate tristi, beduine,
    di gialle praterie sfregate
    da un vento sempre senza pace,

    venisse dal caldo mare di Fiumicino,
    o dall'agro, dove si perdeva
    la città fra i tuguri; in quel mondo

    che poteva soltanto dominare,
    quadrato spettro giallognolo
    nella giallognola foschia,

    bucato da mille file uguali
    di finestre sbarrate, il Penitenziario
    tra vecchi campi e sopiti casali.

    Le cartacce e la polvere che cieco
    il venticello trascinava qua e là,
    le povere voci senza eco

    di donnette venute dai monti
    Sabini, dall'Adriatico, e qua
    accampate, ormai con torme

    di deperiti e duri ragazzini
    stridenti nelle canottiere a pezzi,
    nei grigi, bruciati calzoncini,

    i soli africani, le piogge agitate
    che rendevano torrenti di fango
    le strade, gli autobus ai capolinea

    affondati nel loro angolo
    tra un'ultima striscia d'erba bianca
    e qualche acido, ardente immondezzaio…

    era il centro del mondo, com'era
    al centro della storia il mio amore
    per esso: e in questa

    maturità che per essere nascente
    era ancora amore, tutto era
    per divenire chiaro – era,

    chiaro! Quel borgo nudo al vento,
    non romano, non meridionale,
    non operaio, era la vita

    nella sua luce più attuale:
    vita, e luce della vita, piena
    nel caos non ancora proletario,

    come la vuole il rozzo giornale
    della cellula, l'ultimo
    sventolio del rotocalco: osso

    dell'esistenza quotidiana,
    pura, per essere fin troppo
    prossima, assoluta per essere

    fin troppo miseramente umana.

    III

    E ora rincaso, ricco di quegli anni
    così nuovi che non avrei mai pensato
    di saperli vecchi in un'anima

    a essi lontana, come a ogni passato.
    Salgo i viali del Gianicolo, fermo
    da un bivio liberty, a un largo alberato,

    a un troncone di mura – ormai al termine
    della città sull'ondulata pianura
    che si apre sul mare. E mi rigermina

    nell'anima – inerte e scura
    come la notte abbandonata al profumo
    una semenza ormai troppo matura

    per dare ancora frutto, nel cumulo
    di una vita tornata stanca e acerba…
    Ecco Villa Pamphili, e nel lume

    che tranquillo riverbera
    sui nuovi muri, la via dove abito.
    Presso la mia casa, su un'erba

    ridotta a un'oscura bava,
    una traccia sulle voragini scavate
    di fresco, nel tufo – caduta ogni rabbia

    di distruzione – rampa contro radi palazzi
    e pezzi di cielo, inanimata,
    una scavatrice…

    Che pena m'invade, davanti a questi
    attrezzi
    supini, sparsi qua e là nel fango,
    davanti a questo canovaccio rosso

    che pende a un cavalletto, nell'angolo
    dove la notte sembra più triste?
    Perché, a questa spenta tinta di sangue,

    la mia coscienza così ciecamente resiste,
    si nasconde, quasi per un ossesso
    rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?

    Perché dentro in me è lo stesso senso
    di giornate per sempre inadempite
    che è nel morto firmamento

    in cui sbianca questa scavatrice?

    Mi spoglio in una delle mille stanze
    dove a via Fonteiana si dorme.
    Su tutto puoi scavare, tempo: speranze

    passioni. Ma non su queste forme
    pure della vita… Si riduce
    ad esse l'uomo, quando colme

    siano esperienza e fiducia
    nel mondo… Ah, giorni di Rebibbia,
    che io credevo persi in una luce

    di necessità, e che ora so così liberi!

    Insieme al cuore, allora, pei difficili
    casi che ne avevano sperduto
    il corso verso un destino umano,

    guadagnando in ardore la chiarezza
    negata, e in ingenuità
    il negato equilibrio – alla chiarezza

    all'equilibrio giungeva anche,
    in quei giorni, la mente. E il cieco
    rimpianto, segno di ogni mia

    lotta col mondo, respingevano, ecco,
    adulte benché inesperte ideologie…
    Si faceva, il mondo, soggetto

    non più di mistero ma di storia.
    Si moltiplicava per mille la gioia
    del conoscerlo – come

    ogni uomo, umilmente, conosce.
    Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
    furono vivi nelle vive esperienze.

    Mutò la materia di un decennio d'oscura
    vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
    che più pareva essere ideale figura

    a una ideale generazione;
    in ogni pagina, in ogni riga
    che scrivevo, nell'esilio di Rebibbia,

    c'era quel fervore, quella presunzione,
    quella gratitudine. Nuovo
    nella mia nuova condizione

    di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
    i pochi amici che venivano
    da me, nelle mattine o nelle sere

    dimenticate sul Penitenziario,
    mi videro dentro una luce viva:
    mite, violento rivoluzionario

    nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva

    IV

    Mi stringe contro il suo vecchio vello,
    che profuma di bosco, e mi posa
    il muso con le sue zanne di verro

    o errante orso dal fiato di rosa,
    sulla bocca: e intorno a me la stanza
    è una radura, la coltre corrosa

    dagli ultimi sudori giovanili, danza
    come un velame di pollini… E infatti
    cammino per una strada che avanza

    tra i primi prati primaverili, sfatti
    in una luce di paradiso…
    Trasportato dall'onda dei passi,

    questa che lascio alle spalle, lieve e
    misero,
    non è la periferia di Roma: “Viva
    Mexico!” è scritto a calce o inciso

    sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
    decrepiti, leggeri come osso, ai confini
    di un bruciante cielo senza un brivido.

    Ecco, in cima a una collina
    fra le ondulazioni, miste alle nubi,
    di una vecchia catena appenninica,

    la città, mezza vuota, benché sia l'ora
    della mattina, quando vanno le donne
    alla spesa – o del vespro che indora

    i bambini che corrono con le mamme
    fuori dai cortili della scuola.
    Da un gran silenzio le strade sono invase:

    si perdono i selciati un po' sconnessi,
    vecchi come il tempo, grigi come il
    tempo,
    e due lunghi listoni di pietra

    corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
    Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
    qualche vecchia, qualche ragazzetto

    perduto nei suoi giuochi, dove
    i portali di un dolce Cinquecento
    s'aprano sereni, o un pozzetto

    con bestioline intarsiate sui bordi
    posi sopra la povera erba,
    in qualche bivio o canto dimenticato.

    Si apre sulla cima del colle l'erma
    piazza del comune, e fra casa
    e casa, oltre un muretto, e il verde

    d'un grande castagno, si vede
    lo spazio della valle: ma non la valle.
    Uno spazio che tremola celeste

    o appena cereo… Ma il Corso continua,
    oltre quella familiare piazzetta
    sospesa nel cielo appenninico:

    s'interna fra case più strette, scende
    un po' a mezza costa: e più in basso
    – quando le barocche casette diradano

    ecco apparire la valle – e il deserto.
    Ancora solo qualche passo
    verso la svolta, dove la strada

    è già tra nudi praticelli erti
    e ricciuti. A manca, contro il pendio,
    quasi fosse crollata la chiesa,

    si alza gremita di affreschi, azzurri,
    rossi, un'abside, pesta di volute
    lungo le cancellate cicatrici

    del crollo – da cui soltanto essa,
    l'immensa conchiglia, sia rimasta
    a spalancarsi contro il cielo.

    È lì, da oltre la valle, dal deserto,
    che prende a soffiare un'aria, lieve,
    disperata,
    che incendia la pelle di dolcezza…

    È come quegli odori che, dai campi
    bagnati di fresco, o dalle rive di un
    fiume,
    soffiano sulla città nei primi

    giorni di bel tempo: e tu
    non li riconosci, ma impazzito
    quasi di rimpianto, cerchi di capire

    se siano di un fuoco acceso sulla brina,
    oppure di uve o nespole perdute
    in qualche granaio intiepidito

    dal sole della stupenda mattina.
    Io grido di gioia, così ferito
    in fondo ai polmoni da quell'aria

    che come un tepore o una luce
    respiro guardando la vallata

    V

    Un po' di pace basta a rivelare
    dentro il cuore l'angoscia,
    limpida, come il fondo del mare

    in un giorno di sole. Ne riconosci,
    senza provarlo, il male
    lì, nel tuo letto, petto, cosce

    e piedi abbandonati, quale
    un crocifisso – o quale Noè
    ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro

    dell'allegria dei figli, che
    su lui, i forti, i puri, si divertono…
    il giorno è ormai su di te,

    nella stanza come un leone dormente.

    Per quali strade il cuore
    si trova pieno, perfetto anche in questa
    mescolanza di beatitudine e dolore?

    Un po' di pace… E in te ridesta
    è la guerra, è Dio. Si distendono
    appena le passioni, si chiude la fresca

    ferita appena, che già tu spendi
    l'anima, che pareva tutta spesa,
    in azioni di sogno che non rendono

    niente… Ecco, se acceso
    alla speranza – che, vecchio leone
    puzzolente di vodka, dall'offesa

    sua Russia giura Krusciov al mondo –
    ecco che tu ti accorgi che sogni.
    Sembra bruciare nel felice agosto

    di pace, ogni tua passione, ogni
    tuo interiore tormento,
    ogni tua ingenua vergogna

    di non essere – nel sentimento –
    al punto in cui il mondo si rinnova.
    Anzi, quel nuovo soffio di vento

    ti ricaccia indietro, dove
    ogni vento cade: e lì, tumore
    che si ricrea, ritrovi

    il vecchio crogiolo d'amore,
    il senso, lo spavento, la gioia.
    E proprio in quel sopore

    è la luce… in quella incoscienza
    d'infante, d'animale o ingenuo libertino
    è la purezza… i più eroici

    furori in quella fuga, il più divino
    sentimento in quel basso atto umano
    consumato nel sonno mattutino.

    VI

    Nella vampa abbandonata
    del sole mattutino – che riarde,
    ormai, radendo i cantieri, sugli infissi

    riscaldati – disperate
    vibrazioni raschiano il silenzio
    che perdutamente sa di vecchio latte,

    di piazzette vuote, d'innocenza.
    Già almeno dalle sette, quel vibrare
    cresce col sole. Povera presenza

    d'una dozzina d'anziani operai,
    con gli stracci e le canottiere arsi
    dal sudore, le cui voci rare,

    le cui lotte contro gli sparsi
    blocchi di fango, le colate di terra,
    sembrano in quel tremito disfarsi.

    Ma tra gli scoppi testardi della
    benna, che cieca sembra, cieca
    sgretola, cieca afferra,

    quasi non avesse meta,
    un urlo improvviso, umano,
    nasce, e a tratti si ripete,

    così pazzo di dolore, che, umano,
    subito non sembra più, e ridiventa
    morto stridore. Poi, piano,

    rinasce, nella luce violenta,
    tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,
    urlo che solo chi è morente,

    nell'ultimo istante, può gettare
    in questo sole che crudele ancora splende
    già addolcito da un po' d'aria di mare…

    A gridare è, straziata
    da mesi e anni di mattutini
    sudori – accompagnata

    dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
    la vecchia scavatrice: ma, insieme, il
    fresco
    sterro sconvolto, o, nel breve confine

    dell'orizzonte novecentesco,
    tutto il quartiere… È la città,
    sprofondata in un chiarore di festa,

    – è il mondo. Piange ciò che ha
    fine e ricomincia. Ciò che era
    area erbosa, aperto spiazzo, e si fa

    cortile, bianco come cera,
    chiuso in un decoro ch'è rancore;
    ciò che era quasi una vecchia fiera

    di freschi intonachi sghembi al sole,
    e si fa nuovo isolato, brulicante
    in un ordine ch'è spento dolore.

    Piange ciò che muta, anche
    per farsi migliore. La luce
    del futuro non cessa un solo istante

    di ferirci: è qui, che brucia
    in ogni nostro atto quotidiano,
    angoscia anche nella fiducia

    che ci dà vita, nell'impeto gobettiano
    verso questi operai, che muti innalzano,
    nel rione dell'altro fronte umano,

    il loro rosso straccio di speranza.

    1956


    #106387
    orsoinpiedi
    Partecipante

    Inno alla bellezza

    Vieni dal ciel profondo o l'abisso t'esprime,
    Bellezza? Dal tuo sguardo infernale e divino
    piovono senza scelta il beneficio e il crimine,
    e in questo ti si può apparentare al vino.

    Hai dentro gli occhi l'alba e l'occaso, ed esali
    profumi come a sera un nembo repentino;
    sono un filtro i tuoi baci, e la tua bocca è un calice
    che disanima il prode e rincuora il bambino.

    Sorgi dal nero baratro o discendi dagli astri?
    Segue il Destino, docile come un cane, i tuoi panni;
    tu semini a casaccio le fortune e i disastri;
    e governi su tutto, e di nulla t'affanni.

    Bellezza, tu cammini sui morti che deridi;
    leggiadro fra i tuoi vezzi spicca l'Orrore, mentre,
    pendulo fra i più cari ciondoli, l'Omicidio
    ti ballonzola allegro sull'orgoglioso ventre.

    Torcia, vola al tuo lume la falena accecata,
    crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe!
    Quando si china e spasima l'amante sull'amata,
    pare un morente che carezzi la sua tomba.

    Venga tu dall'inferno o dal cielo, che importa,
    Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco,
    se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta
    m'aprono a un Infinito che amo e non conosco?

    Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,
    che importa, se tu, o fata dagli occhi di velluto,
    luce, profumo, musica, unico bene mio,
    rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?

    Baudelaire


    #106388
    orsoinpiedi
    Partecipante

    Città vecchia

    Spesso, per ritornare alla mia casa
    prendo un'oscura via di città vecchia.
    Giallo in qualche pozzanghera si specchia
    qualche fanale, e affollata è la strada.

    Qui tra la gente che viene che va
    dall'osteria alla casa o al lupanare,
    dove son merci ed uomini il detrito
    di un gran porto di mare,
    io ritrovo, passando, l'infinito
    nell'umiltà.

    Qui prostituta e marinaio, il vecchio
    che bestemmia, la femmina che bega,
    il dragone che siede alla bottega
    del friggitore,
    la tumultuante giovane impazzita
    d'amore,
    sono tutte creature della vita
    e del dolore;
    s'agita in esse, come in me, il Signore.

    Qui degli umili sento in compagnia
    il mio pensiero farsi
    più puro dove più turpe è la via.

    Umberto saba


    #106389
    giusparsifalgiusparsifal
    Partecipante

    Credo di averla già postata proprio qui, o forse l'ha fatto qualcun altro, oggi sembra il giorno ideale per ricordare un grande Uomo.

    INVICTUS

    Dal profondo della notte che mi avvolge,
    Buia come un pozzo che va da un polo all'altro,
    Ringrazio qualunque dio esista
    Per l'indomabile anima mia.

    Nella feroce stretta delle circostanze
    Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
    Sotto i colpi d’ascia della sorte
    Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

    Oltre questo luogo d'ira e di lacrime
    Si profila il solo Orrore delle ombre,
    E ancora la minaccia degli anni
    Mi trova e mi troverà senza paura.

    Non importa quanto stretto sia il passaggio,
    Quanto piena di castighi la vita,
    Io sono il padrone del mio destino:
    Io sono il capitano della mia anima.


    #106390
    orsoinpiedi
    Partecipante

    LEONARD PELTIER

    PECCATO ABORIGENO

    Ognuno di noi ha inizio nell'innocenza.
    Tutti diveniamo colpevoli.
    In questa vita ti ritrovi colpevole
    di essere quello che sei.
    Essere te stesso, questo è il Peccato aborigeno,
    il peggiore di tutti i peccati.
    E' un peccato per il quale non sarai mai perdonato

    Noi indiani siamo tutti colpevoli,
    colpevoli di essere noi stessi.
    Quella colpa ci viene insegnata dal giorno in cui nasciamo.

    La impariamo bene.

    A ognuno dei miei fratelli e delle mie sorelle dico,
    siate orgogliosi di quella colpa.
    Siete colpevoli di essere innocenti,
    di essere voi stessi,
    di essere indiani,
    di essere umani.
    E' la vostra colpa a rendervi sacri.


    #106391
    orsoinpiedi
    Partecipante

    Questo amore

    Questo amore
    Così violento
    Così fragile
    Così tenero
    Così disperato
    Questo amore
    Bello come il giorno
    E cattivo come il tempo
    Quando il tempo è cattivo
    Questo amore così vero
    Questo amore cosí bello
    Così felice
    Così gaio
    E così beffardo
    Tremante di paura come un bambino al buio
    E così sicuro di sé
    Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
    Questo amore che impauriva gli altri
    Che li faceva parlare
    Che li faceva impallidire
    Questo amore spiato
    Perché noi lo spiavamo
    Perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
    Perché noi l'abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
    Questo amore tutto intero
    Ancora così vivo
    E tutto soleggiato
    E' tuo
    E' mio
    E' stato quel che è stato
    Questa cosa sempre nuova
    E che non è mai cambiata
    Vera come una pianta
    Tremante come un uccello
    Calda e viva come l'estate
    Noi possiamo tutti e due
    Andare e ritornare
    Noi possiamo dimenticare
    E quindi riaddormentarci
    Risvegliarci soffrire invecchiare
    Addormentarci ancora
    Sognare la morte
    Svegliarci sorridere e ridere
    E ringiovanire
    il nostro amore è là
    Testardo come un asino
    Vivo come il desiderio
    Crudele come la memoria
    Sciocco come i rimpianti
    Tenero come il ricordo
    Freddo come il marmo
    Bello come il giorno
    Fragile come un bambino
    Ci guarda sorridendo
    E ci parla senza dir nulla
    E io tremante l'ascolto
    E grido
    Grido per te
    Grido per me
    Ti supplico
    Per te per me per tutti coloro che si amano
    E che si sono amati
    Sì io gli grido
    Per te per me e per tutti gli altri
    Che non conosco
    Fermati là
    Là dove sei
    Là dove sei stato altre volte
    Fermati
    Non muoverti
    Non andartene
    Noi che siamo amati
    Noi ti abbiamo dimenticato
    Tu non dimenticarci
    Non avevamo che te sulla terra
    Non lasciarci diventare gelidi
    Anche se molto lontano sempre
    E non importa dove
    Dacci un segno di vita
    Molto più tardi ai margini di un bosco
    Nella foresta della memoria
    Alzati subito
    Tendici la mano
    E salvaci.

    JACQUES PREVERT


    #106392
    orsoinpiedi
    Partecipante

    Poesie di Rabindranath Tagore

    Non nascondere
    il segreto del tuo cuore,
    amico mio!
    Dillo a me, solo a me,
    in confidenza.
    Tu che sorridi così gentilmente,
    dimmelo piano,
    il mio cuore lo ascolterà,
    non le mie orecchie.
    La notte è profonda,
    la casa silenziosa,
    i nidi degli uccelli
    tacciono nel sonno.
    Rivelami tra le lacrime esitanti,
    tra sorrisi tremanti,
    tra dolore e dolce vergogna,
    il segreto del tuo cuore.

    ………………………………………………..

    Credevo che il mio viaggio
    fosse giunto alla fine
    mancandomi oramai le forze.

    Credevo che la strada
    davanti a me
    fosse chiusa
    e le provviste esaurite.

    Credevo che fosse giunto
    il tempo
    di trovare riposo
    in una oscurità pregna
    di silenzio.

    Scopro invece che i tuoi
    progetti
    per me non sono finiti
    e quando le parole ormai
    vecchie
    muoiono sulle mie labbra
    nuove melodie nascono dal
    cuore;
    e dove ho perduto le tracce
    dei vecchi sentieri
    un nuovo paese mi si apre
    con tutte le sue meraviglie.

    …………………………………………………

    Afferro le sue mani
    e la stringo al mio petto.
    Tento di riempire le mie braccia
    della sua bellezza,
    di depredare con i baci
    il suo dolce sorriso,
    di bere i suoi bruni sguardi
    con i miei occhi.
    Ma dov'è?
    Chi può spremere l'azzurro dal cielo?

    Cerco di afferrare la bellezza;
    essa mi elude
    lasciando soltanto il corpo
    nelle mie mani.
    Stanco e frustrato mi ritraggo.
    Come può il corpo toccare
    il fiore che soltanto
    lo spirito riesce a sfiorare?

    ………………………………………………………….

    Il pesce è muto nel mare,
    la bestia è turbolenta sulla terra,
    l'uccello canta per l'aria.
    Ma l'uomo ha dentro di sé
    e il silenzio del mare
    e lo strepito della terra
    e la musica dell'aria

    …………………………………………………………..

    Il formidabile deserto arde d’amore
    per uno stelo d’erba
    che scuote il capo, ride e vola via.


    #106393
    prixiprixi
    Amministratore del forum

    Grazie Orso ..non conoscevo Rabindranath Tagore..molto belle, le prime due soprattutto 🙂


    "Il cuore è la luce di questo mondo.
    Non coprirlo con la tua mente."

    (Mooji - Monte Sahaja 2015)

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